Brittany, gli stoici e la Chiesa Cattolica

«“Il suicidio assistito è un’assurdità” perché “la dignità è altra cosa che mettere fine alla propria vita.” Le gravi parole di Mons. Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la vita, nel severo commento alla vicenda di Brittany Maynard, meritano qualche riflessione. Innanzitutto, definire un’assurdità il suicidio significa ignorare deliberatamente un’illustre tradizione filosofica – la stoica – che rivendica il suicidio razionale come scelta doverosa da parte del saggio che non si sente più all’altezza del suo compito.» Così inizia un articolo apparso su Il Secolo XIX, peraltro nient’affatto oltranzista nei toni e nel contenuto, di Luisella Battaglia, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, dall’eloquente titolo “Perché il suicidio di Brittany non è indegno come dice il Vaticano”. Articolo sul quale voglio fare delle brevi osservazioni, in merito al pensiero degli stoici sul suicidio e alla posizione della Chiesa Cattolica sulla vicenda in questione.

Nelle due grandi correnti filosofiche che dominavano la scena nel mondo greco-romano all’avvento del cristianesimo, lo stoicismo e l’epicureismo, c’era dentro, come si usa dire oggi, tutto e il contrario di tutto; anche molto “cristianesimo”, soprattutto nella riflessione sui beni materiali e su quelli spirituali: in una parola, nella riflessione sul “vero bene” o sul “sommo bene”. In ciò il miglior stoicismo aveva molti punti in comune col miglior epicureismo; il quale ultimo si riduceva poi sostanzialmente all’opera di Epicuro, il cui pensiero andò presto incontro a quel generale travisamento grossolanamente materialista che tuttora ben conosciamo. Su questa nascosta vicinanza fra le due scuole di pensiero certi passi, quasi apologetici, dello stoico Seneca sopra la figura del filosofo del “piacere” risultano assai eloquenti.

E’ alla luce della più ampia riflessione sul “vero bene” che si capisce meglio quella sul suicidio degli stoici, la quale in realtà nel suo nocciolo è intimamente contraria a quella degli attuali sostenitori dell’eutanasia. La possibilità del suicidio, o del “lasciarsi morire”, negli stoici (e certo in Seneca, per esempio) viene generalmente contemplata quale segno di virile accettazione della morte e di disdegno verso l’attaccamento carnale alla vita. Il suicidio – quale extrema ratio, s’intende, – diventa così un’altra occasione per ribadire che il “vero bene”, incorruttibile e pieno, rimane nella “virtù”; che esso cioè è spirituale. Se in questo contesto la “qualità della vita” viene evocata è solo per significare che il suo deterioramento non intacca affatto ciò che è essenziale e che perdendo la vita in realtà nulla si perde. Nei sostenitori dell’eutanasia la prospettiva è diversa: il “vero bene” rimane chiuso nel cerchio della materia, anche quando intesa nel senso più largo del termine, comprensivo perciò delle sue proprietà intellettuali. Col deterioramento della “qualità della vita” è il “vero bene” a deteriorarsi: il suicidio assistito diventa in questo caso l’ultimo atto “ragionevole”, o “sensato”, prima dello spegnersi dell’autocoscienza.

Nella riflessione stoica sul suicidio c’è molto più pudore, più ubbidienza ad un fato o ad una volontà superiore che affermazione di libertà; e non è difficile scorgere in essa un embrione di speranza, un embrione di provvidenzialismo pre-cristiano: «libertà è ubbidire a Dio», scrive Seneca nel “De vita beata”. Sarà la risposta della Rivelazione, ossia il cristianesimo, ossia Dio, a completare questa riflessione e a dire a quest’uomo sull’orlo del sacrificio di se stesso, Abramo ed Isacco racchiusi in una sola persona: «non temere, abbi fiducia in me fino in fondo, non ti chiedo questo: farò tutto io, al momento dovuto».

Brittany Maynard, non si sa con quale grado di consapevolezza o di intima convinzione – ed è per questo che anche nel suo caso, come in tutti gli altri casi di suicidio, e come d’altra parte in tutti casi di “peccato”, la Chiesa Cattolica non ha giudicata, cioè “condannata”, la persona – si è proposta invece come esempio e “segno di contraddizione”, e allo scopo di conferire pubblicamente “dignità” ad un atto che la Chiesa giudica “intrinsecamente cattivo” ha cercato l’aiuto dei media. Tutte cose legittime, s’intende. Ma i media di tutto il mondo hanno trasformato il messaggio di Brittany in una campagna soffocante dal sapore semi-totalitario a favore dell’eutanasia. E’ a questa valanga che la Chiesa Cattolica assediata ha risposto, mettendo i puntini sulle “i”, non a Brittany. Ed è per questo che ora gli stessi media vogliono trasformare questa risposta al loro assedio nell’arcigno rimbrotto rivolto da una Chiesa senza cuore ad una giovane donna sfortunata.

[pubblicato su LSblog]

MIEI COMMENTI AL MIO E AD ALTRI ARTICOLI APPARSI SU LSBLOG SULLA VICENDA BRITTANY

Ripeto che mi sono limitato a delle brevi osservazioni su due punti dell’articolo della Battaglia. 1) L’accenno alla tradizione filosofica stoica, che (pur nella sua varietà) a mio parere non è pertinente (mentre lo è certamente quello a Hume, per esempio). 2) Le parole di Mons. Carrasco de Paula, che, sempre a mio parere, vanno intese, oltre che nella loro interezza, come una risposta, e direi pure un minimo di risposta, alla impressionante campagna mediatica a favore dell’eutanasia veicolata dal caso Brittany. In fondo non si aspettava altro: che qualche “prete” –  finalmente – dicesse qualche parolina non in linea con questa rappresentazione sciropposa del dramma di Brittany per parlare di una Chiesa senza cuore. Mi sembra che l’articolo della Battaglia – che, ripeto, non è affatto “oltranzista nei toni e nel contenuto” – sotto questo aspetto abbia un pagato un piccolo dazio all’isteria generale. Sono poi bel lontano dal pensare che a chi si trovi di fronte a scelte drammatiche che riguardano la propria persona sia per forza necessario l’ausilio della cultura. Non lo credo affatto. Non parlo di “consapevolezza” o “intima convinzione” da un punto di vista intellettuale, ma morale. Lo voleva, o non lo voleva? Lo voleva veramente? I cristiani non possono non farsi questa domanda, anche se si trattasse di Hume in persona… Non mi sfugge poi il fatto che l’insistenza della Chiesa sulla distinzione tra peccato (da condannare) e peccatore (verso il quale usare misericordia) possa sembrare una furbizia “gesuitica” compiacente ma nel fondo offensiva. A questo posso solo rispondere che non è così.

Primo. Quello di Seneca non è buon senso. Il “vivere bene” si riferisce alla vita morale, non a quella fisica. Una vita “virtuosa” è una vita interamente compiuta, che duri venti anni o che duri cento. “Egli pensa sempre quale sarà la vita, non quanto essa debba durare.” Perciò è pronto a lasciarla ogni giorno. (Esattamente come insegna il Cristianesimo). Come in tutta la sua opera egli attacca chi è schiavo dei beni materiali: perciò anche chi è attaccato “carnalmente” alla vita. E’ da questo punto di vista che bisogna intendere le sue parole. Ho scritto l’articolo proprio perché ho una lunga consuetudine con l’opera di Seneca. Secondo. La “povertà di spirito” (o “in spirito”) evangelica significa la “povertà nello spirito”, cioè la “non schiavitù delle ricchezze”, cioè la “non schiavitù dei beni materiali”. Il “povero nello spirito” è colui che non è “ricco” nel senso evangelico, cioè colui che non è schiavo dei beni di questa terra (che sono buoni, come tutta buona è la creazione, ma che possono essere occasione di corruzione morale). Il “povero nello spirito” è assai ambizioso: non mira ai beni di questa terra, ma al sommo bene: di lui sarà il regno dei cieli. E si dice “povero nello spirito” appunto perché questa “povertà” deve essere spirituale, non materiale. Anche chi è “benestante” può essere “povero nello spirito”. Lo stesso discorso vale per il “ricco”. Il “ricco” condannato dal Vangelo è il “ricco nello spirito”. Anche un miserabile può essere “ricco nello spirito”, cioè schiavo dei beni materiali. Insomma: “povero di spirito” significa “povero secondo lo spirito” (da elogiare) non “povero secondo la lettera”, e per converso, “ricco” significa “ricco secondo lo spirito” (condannabile, schiavo di Mammona) non “ricco secondo la lettera”. E’ stupefacente la confusione che si continua a fare, anche dentro la Chiesa Cattolica, su questi termini evangelici.

Giova poi ricordare che Seneca ebbe salute cagionevole fin da bambino, e più volte anche in età adulta lo dettero per spacciato. Molte volte avrebbe potuto “ragionevolmente” suicidarsi. Comunque basta leggersi il “De Providentia” (si fa presto, e lo si trova su Internet), nel quale tratta del significato della sofferenza e dell’atteggiamento di Dio, per capire che la prospettiva del “buon senso eutanasico” è del tutta estranea alla sua filosofia. D’altra parte, a ben guardare, quel conformismo mediatico che oggi contegnosamente celebra il precipitoso suicidio di Brittany, è lo stesso che in altri casi celebra il grossolano vitalismo di chi dice di “aver sconfitto il cancro”, o peggio ancora, “la bestia”, quasi che soccombere alla malattia fosse una vergogna. Nel primo e nel secondo caso, che sono le due facce di una stessa medaglia, io vedo solo un triste esorcismo collettivo. Se poi vogliamo parlare di “buon senso” in termini puramente umani, mi sembra strano che non si veda , che non si senta, come il gesto di Brittany abbia qualcosa di esagerato nella sua fretta, qualcosa che stride, per così dire, con la ragionevolezza dei sentimenti.

E allora mi si perdonerà se chiudo anch’io con una …citazione, metafore militari comprese, di quel Seneca seguace dello stoicismo che si è tirato in ballo per il caso Brittany – e non solo qui su LSblog, naturalmente – senza coglierne, a mio avviso, il vero spirito. “E cosa c’è di più precario dell’attesa di eventi accidentali e della mutevolezza delle condizioni fisiche e di quello che sul corpo influisce? Come è possibile che quest’uomo possa obbedire a Dio, accettare di buon animo ogni evenienza, non lamentarsi del suo destino e trovare il lato positivo in ogni situazione se anche il più piccolo stimolo piacevole e doloroso può sconvolgerlo? E non può essere neppure un buon difensore o salvatore della patria né proteggere gli amici se tende al piacere. Dunque, il sommo bene deve salire fino a un luogo da cui nessuna forza possa farlo precipitare e a cui non abbiano accesso dolore speranza e timore né alcuna altra emozione che possa intaccare il valore del sommo bene. Ma soltanto la virtù può salire fin là. Dovrà vincere questa salita col suo passo, terrà duro e sopporterà ogni evento non con rassegnazione ma di buon grado, ben sapendo che le avversità della vita sono una legge di natura e, da buon soldato, sopporterà le ferite, conterà le cicatrici e, anche in punto di morte, trafitto dalle frecce, amerà il comandante per cui è caduto. Avrà sempre in mente l’antica massima: segui Dio. Invece chi si lamenta, piange e si dispera è costretto a forza a eseguire gli ordini ed è obbligato lo stesso a obbedire, anche controvoglia. Ma che sciocchezza è questa di farsi trascinare invece di seguire? Così, per Ercole, è stupidità e incoscienza della propria condizione affliggerti se qualcosa ti manca o ti è difficile da sopportare e stupirsi o indignarsi di quanto capita ai buoni come ai malvagi: intendo malattie, lutti, infermità e tutte le altre traversie della vita umana. Affrontiamo dunque, con grande forza d’animo, tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. E’ un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: libertà è ubbidire a Dio.” (De vita beata)

Che Dio non voglia la sofferenza degli uomini mi sembra pacifico, visto che li vuole in paradiso. E visto che Cristo invita tutti ad esser “lieti”. “Accettare” la sofferenza non significa certo “ricercare” attivamente la sofferenza – cosa che denoterebbe quantomeno uno stato patologico – non fosse altro perché significherebbe presumere di saperne più della Provvidenza, ossia più di Dio. Ma la sofferenza esiste in questo mondo. L’uomo in qualche misura “soffre” anche quando è perfettamente sano. Il Cristianesimo ci dà una risposta sul perché e sul come affrontare – la croce di Cristo – spiritualmente questa sofferenza. E ci dice – sorridendoci, per così dire – che questo male, che non può venire direttamente da ciò che è Sommo Bene, cioè Dio, Dio stesso lo trasforma in bene, modulandolo ai fini della nostra salvezza. In altre parole è Dio che nella sofferenza lega le mani al Diavolo, che non mira (o non mira solo) alla nostra rovina fisica, se noi da Lui ci facciamo guidare. Naturalmente ciascuno è libero di considerare queste considerazioni delle solenni corbellerie… però ci tengo che siano ortodosse (nel senso di cattoliche)…

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