Renzi e il Muro

E’ appena il caso di ricordare che alla caduta del Muro di Berlino, 25 anni fa, il Partito Comunista Italiano era ancora in piedi. L’anomalo ritardo della sinistra italiana di allora spiega lo stravagante balzo in avanti sulla via liberal-democrat dell’attuale sinistra renziana. Oggi come allora, a ben vedere, il maggior partito della sinistra italiana costituisce un’anomalia in Europa. Oggi come allora, nei maggiori paesi dell’Europa Occidentale la sinistra è presidiata da grossi partiti socialdemocratici, socialisti, laburisti; mentre in Italia, al posto del Partito Comunista abbiamo uno strano Partito Democratico americanizzante.

Ciò è dovuto alla mancata socialdemocratizzazione della sinistra italiana. Si dirà: ma come è possibile questo se Renzi ha già superato la socialdemocrazia? Se perfino il partito dei D’Alema e dei Bersani era già socialdemocratico da tanto tempo? Se il prestigio della socialdemocrazia dà segni di sgretolamento un po’ dappertutto nel mondo occidentale e già si guarda ad un suo superamento o a una sua rimodulazione?

In primo luogo bisogna chiarire cos’è nei fatti la socialdemocrazia o il socialismo-democratico. Il socialismo, inteso come sistema, è incompatibile con la democrazia liberale. Socialismo-democratico è quindi un eufemismo per democraticismo-sociale: è solo una denominazione che ha reso meno dolorosa la resa della sinistra al sistema liberal-democratico. Col socialismo-democratico i socialisti hanno abbandonato la lettura rivoluzionaria-marxista della realtà, hanno legittimato i loro avversari politici, e sono diventati dei democratici fautori dello stato sociale. In breve, i partiti socialdemocratici sono stati i partiti dello statalismo classico in un contesto liberal-democratico.

In secondo luogo se è vero che, a parole, la socialdemocrazia ha perso molto del suo prestigio; è anche vero che che il liberalismo (nel significato europeo-continentale legato alle implicazioni economiche del termine) oggigiorno viene indicato come causa strutturale dell’epocale crisi economica occidentale. In ciò vi è una lampante contraddizione. Che si spiega col fatto che in realtà, nel mondo occidentale, gli spazi per l’economia liberale si stanno progressivamente stringendo da almeno un secolo. La crisi che stiamo vivendo è stata prodotta da due forme di interventismo statale: lo statalismo classico, indirizzato a scopi sociali, fondato sul welfare e il debito pubblico, che confisca i redditi; il libertinismo economico di origine anglosassone, indirizzato alla crescita economica, fondato sul governo disinvolto del sistema bancario, la politica monetaria e i debiti privati, che confisca i risparmi. In tutti due i casi è la logica di mercato a venire penalizzata, se non bellamente ignorata. E non è un caso, infatti, che nella speranza di risolvere la crisi con ricette miracolistiche, molti guardino all’intervento dello Stato o a quello della Banca Centrale, indulgendo perciò negli stessi errori che alla crisi ci hanno portato.

In terzo luogo socialdemocratizzazione non significa solo abbandonare ricette politico-economiche per abbracciarne altre; implica pure un cambiamento della forma mentis, una rivisitazione dolorosa ed onesta della propria storia, riconoscere finalmente le ragioni degli altri. La sinistra italiana non ha mai fatto questo: ha preferito saltare a piè pari la questione socialista ed approdare direttamente al democraticismo. Ne è venuta fuori una specie di schizofrenia il cui frutto più caratteristico è stato il veltronismo, salottiera filosofia grazie alla quale si poteva civettare con Kennedy e l’America senza per questo rinunciare ad uno solo dei miti della vulgata antifascista della storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dal culto di Berlinguer, incompatibile con qualsiasi svolta socialdemocratica.

Nel fare suo il Pd Renzi non ha risolto questa contraddizione, ma ha anzi portato al punto di rottura le tensioni interne alla sinistra. Il suo è quel Partito della Nazione che era nella mente (e anche nelle parole, ce lo siamo forse dimenticato?) dei fautori del “Fare presto!”, cioè dei fautori del populismo tecnocratico (sì, populismo, anche se con la puzza sotto il naso), e che doveva essere guidato da quella macchietta seriosa dal nome di Mario Monti. Neanche un’Italia sfiancata dai consigli degli ottimati poteva accettare una così libresca ipotesi. L’outsider Renzi colse l’occasione per dare a questa proposta un’immagine più genuina, giovanilista ed accattivante, più democratica nello spirito se non ancora nelle forme: i grandi giornali che avevano appoggiato Monti vi si acconciarono di buona o mala grazia, una parte dell’Italia moderata vi si arrese per stanchezza.

E così, almeno sulla carta, in Italia siamo in presenza di una situazione paradossale: abbiamo a sinistra il più grosso partito liberal e nello stesso tempo, come per il passato, la più vasta sacca di radicalismo politico di massa della vecchia Europa occidentale: una frangia massimalista valutabile in circa un quarto dell’elettorato italiano (Movimento 5 Stelle più sinistra varia), senza contare che la fronda anti-renziana all’interno del partito e dell’elettorato democratico non aspetta altro che un indebolimento delle fortune di Renzi per venire allo scoperto senza infingimenti.

Da ciò si capisce che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è ancora avvenuta, che Renzi ha sfondato, per così dire, sfondando al centro, e che il problema strutturale costituito dal radicalismo di massa di sinistra è ancora drammaticamente vivo, e che questo Muro di Berlino della politica italiana è ancora in piedi. Coloro che per opposte ragioni, positive e negative, accostano la figura di Renzi a quelle di Craxi e Berlusconi, sbagliano. Al di là degli aspetti superficiali che li accomunano (una forte impronta personalistica, per esempio, declinata naturalmente ciascuno a suo modo), Craxi e Berlusconi, a sinistra e a destra, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della politica italiana: riunire la sinistra in una piattaforma socialdemocratica, il primo; riunire la destra in una piattaforma liberal-conservatrice, il secondo. Ma ciò significava rivoluzionare non solo la politica italiana ma anche la cultura italiana, intesa nel senso più largo; significava costringere gli italiani ad un esame di coscienza e a rivisitare la propria storia; ed è per questo che sono stati tanto odiati. Mentre Renzi ha fatto esattamente il contrario. Il suo modernismo è monco: guarda al futuro, quasi ossessivamente, senza però fare i conti col passato. Ciò gli ha permesso di vincere, fin qui, a mani basse, e forse gli consentirà di diventare il dominus della politica italiani dei prossimi anni e forse, volendo essere oltraggiosamente ottimisti, di modernizzare davvero l’Italia. Il suo progetto politico è però infecondo: se la politica italiana vorrà ritrovare una salutare normalità, e strutturarsi in armonia coi tempi ma anche con la propria storia, ai solchi tracciati da Craxi e Berlusconi dovrà per forza tornare.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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5 thoughts on “Renzi e il Muro

  1. dirò una castroneria colossale, ma la socialdemograzia postbellica altro non mi sembra che l’italico fascismo, spogliato dagli indigesti ingredienti nazionalistici e autoritari, e ammantato da una lettura rosea dei classici marxisti (a loro volta spogliati degli elementi rivoluzionari e classisti).
    per chi non aveva provato l’esperienza di un partito fascista al potere (fondamentalmente nazionalsocialista, in pratica social-autoritario), e goduto invece di una destra liberale e di una sinistra socialistoide, lo scivolamento delle sinistre verso la socialdemocrazia, e delle destre verso uno stato più fondato sul sociale (e per entrambi era chiaro in mente il modello di stato sociale fascista, invero precursore continentale di certi meccanismo statali) fu un processo quasi naturale.
    ma è altrettanto chiaro chiaro che un paese dove il 90%degli iscritti al PNF prima della fine dell’estate ’45 s’era già comodamente e con grande equilibrio accasato tra DC e PCI doveva, per pure questioni di decenza e opportunità, imbastire la grande illusione, condita di menzogne e rancorucci, di un cattivissimo ed elitario PNF di estrema destra (ma quando mai), in modo da ostracizzare in un sol colpo la destra vera, o il poco che ne rimaneva dopo cinquant’anni di figure di merda, e di una via italiana al socialismo, tanto falsa quanto inconsistente, ma utile a mantenere un apparato di partito imponente e soprattutto a non fastidiare tutto ciò che il duce aveva costruito in vent’anni in termini di stato sociale, welfare, istruzione di massa, insieme a un ben oliato sistema di controllo e repressione delle pulsioni libertarie….

    1. “In breve, i partiti socialdemocratici sono stati i partiti dello statalismo classico in un contesto liberal-democratico.” Quella che tu racconti è la versione italiana di questo adattamento. Il sistema fascista, cioè “nazionale e socialista” non c’era più come “sistema”. Ma la mentalità “socialista” era diffusa a destra e a manca. La nuova repubblica ne fu profondamente influenzata, anche se il “sistema”, appunto, non c’era più. Questo non lo discuto.
      Io denuncio piuttosto la mancata “socialdemocratizzazione” della sinistra italiana da un altro punto di vista. Dico, cioè, che all’abbandono delle fede nel “sistema” non si è accompagnato quello della mentalità giacobina. Un rimasuglio di questa mentalità resterà sempre nei progressisti, perché è connaturata ai tempi di democrazia. Il fatto è che in Italia è rimasta tutta intera.

      1. mah, il sistema (corporativo e statalistico) non c’era più nelle sue istituzioni, ma ne era rimasta ben radicata la pratica e l’abitudine. e infatti l’economia della repubblica è sempre stata statalista e corporativa, nonostante il parlamento – formalmente – non la rispecchiasse più, e fosse invece espressione di partiti che con l’economia nulla avevano a che spartire. di conseguenza, s’è assistito anche allo sdoppiamento o alla triplicazione di molte corporazioni (sempre in definitiva associate), per riuscire a inseguire la moltiplicazione partitica conseguente allo scioglimento del partito unico….
        l'”anomalia” italiana è stata proprio causata dal rifiuto di metabolizzare ideologicamente le notevoli e mirabili innovazioni sociali introdotte nel ventennio (e copiate pari pari dalle altre demograzie continentali, celandone accuratamente la fonte ispiratrice, tipo il lavoro femminile, l’istruzione obbligatoria, la previdenza sociale, la sanità pubblica, i consorzi agrari, l’embrione di quella che poi divenne la concertazione tra le parti sociali), pur insistendo nel volerle utilizzare.
        la “terza via” immaginata da Mussolini negli anni ’20, che era riuscita a evitare la rivoluzione socialistoide dei mortidifame e anche il loro massacro su modelli capitalistoidi mediante un sapiente dosaggio della tassazione della borghesia per finanziar eil piatto di minestra dei sullodati mortidifame è in tutto e per tutto lo stampo fondamentale del moderno stato sociale europeo, MA proprio nel paese della sua invenzione non si poteva applicare proprio perché il ventennio tutto e senza eccezioni doveva essere demonizzato.

        solo cha a forza di andare avanti a botte di schizofrenia chi ne risente è sia la coscienza civile che l’onestà storica, mentre a trarne vantaggio è soltanto lo stato nel senso di apparato (che infatti è diventato man mano ipertrofico e clientelare), e il nuovo partito unico, che poi non è altro che la somma dei vari partitini che la repubblica nata dall’antifascismo ha partorito come una zoccola gravida

  2. Caro Zamarion ,penso che per capire il successo di Renzi e la sua “socialdemocrazia”….si debba guardare al passato.
    L’Italia è orfana della D.C. che è stato negli anni 70/80 un partito vicino al 40% ,nel quale l’anima ,diciamo più “sociale”, rappresentava circa un 15% di quell’elettorato , vi era poi il P.S.I. che si è sempre attestato intorno ad un 12% e un 25/30% formava il P.C. Il P.S.D.I. ed il P.R.I, quasi sempre al governo ,valevano assieme circa un 10%.
    Dopo la caduta del muro di Berlino il PC è stato in chiara difficoltà , già il compromesso storico aveva ridotto le tensioni e spento le pulsioni rivoluzionarie del comunismo del dopo guerra . La “bolognina” poi sancì la mutazione radicale facendone sparire il nome e spostando su visioni più “socialdemocratiche” il partito.
    Mani pulite ha buttato giù tutti i birilli e nel caos totale c’è chi per suoi interessi , ha creato il cosiddetto “centro destra” ,in buona parte formato da ex socialisti craxiani, ex repubblicani ,ex democristiani in cerca d’autore e cos’ via.
    Quando mi dicono che l’Italia è in maggioranza di centrodestra ..mi sorgono enormi dubbi ….il vecchio M.S.I. e le varie destre non arrivavano ad un 10%, in quel 25% della D.C. di centro (non sociale!?!), molti non si sognavano neppure di interloquire con i “fascisti”…i liberali sono sempre stati su percentuali limitate , ma sempre in posizioni critiche col ventennio……quindi un “centrodestra” non può valere più di uno scarso 35%.
    La visione maggioritaria italiana è a mio parere proprio di centrosinistra, quindi “socialdemocratica”: Una lettura storica può vedere questa democrazia-sociale nata dal riformismo di Berstein e dalle varie forme governative degli Stati del nord , dal welfare state ecc……ma il discorso si fa lungo e sarebbe solo una elencazione di nomi e di date.
    Quindi non meravigliamoci se Renzi ha ottenuto quasi un 41% di voti. Molti ex socialisti, ex repubblicani, ex democristiani hanno lasciato F.I. e sono ritornati nella “casa del padre”.
    E sei fai i conti con le ultime proiezioni….Lega, F.I. e destre varie non arrivano ad un 30% c.v.d.
    Grillo e parte delle sinistre esprimono solo il malcontento dato dalla tragica situazione economica.
    Penso che siano nella maggior parte anarcoidi alla Proudhon ,in cerca di ideologie e di protesta.
    Non affannarti a capire che cosa è la “socialdemocrazia” se non entra nella tua visione ideologica, è in fondo semplice come concetto, almeno per me, …….”libertà di agire, ponendo prima di tutto l’interesse della collettività e la tutela completa per tutti”.

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