Perché Berlusconi non ha (ancora) un successore

Le reazioni di media e politici di area potenzialmente conservatrice ai risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria spiegano chiaramente perché Berlusconi è ancora il leader del centrodestra italiano: è infatti l’unico ad aver parlato schietto e con qualche grado di ragionevolezza; tutto il resto della ciurma si è abbandonato alla disperazione o al velleitarismo. Berlusconi ha ribadito ancora una volta la bontà del suo progetto politico originale: la riunione di tutto il centrodestra italiano, senza preclusioni di sorta. Primo: perché è sensato farlo; secondo: perché non c’è alcuna alternativa.

Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Ma sembra che a parte Berlusconi nessun altro abbia tratto le conseguenze di questa elementare verità; che nessuno abbia avuto veramente coscienza di cosa voglia dire affondare la piattaforma politica berlusconiana. Sembra invece prevalere l’insofferenza, l’incapacità di non farsi travolgere dalle delusioni, la voglia di far fruttare le rendite di posizione. Per andare dove? Verso l’irrilevanza, il nulla.

Qualcuno, ingenuamente, si è fatto perfino infinocchiare dalle lusinghe della grande stampa borghese, che all’elettorato conservatore aveva spedito questo messaggio gravido di promesse ineffabili: il berlusconismo è populismo; il berlusconismo è un’anomalia; ci si liberi di Berlusconi e finalmente anche l’Italia avrà un centrodestra perbene, normale, europeo. Si è ben visto, invece, cosa abbia significato l’indebolimento di Berlusconi: l’esplosione del populismo vero e proprio alla sua destra; e del perbenismo democristiano alla sua sinistra. Qualcuno, per frustrazione o per qualche altro meno nobile motivo, ha cominciato ad usare il linguaggio della sinistra, lagnandosi del padre-padrone Berlusconi. Ma dire che Berlusconi è (o è stato) il padre-padrone del centrodestra, oltre che una grossolana esagerazione, è anche un modo per dire che se Berlusconi è il perno attorno al quale ruota tutto il centrodestra, non lo è in virtù del suo, propriamente suo, progetto politico. Che così sia, invece, dall’altra parte l’hanno sempre capito benissimo, fosse solo per istinto.

E’ per questo che i media, che gli sono ostili quasi in blocco, hanno sempre amplificato non solo le divisioni all’interno del centrodestra, ma anche le avanzate elettorali dei leghisti a scapito (apparentemente) degli italo-forzuti. E’ assai divertente, per esempio, rileggere per l’ennesima volta, come se fosse la prima volta, e come se tutti l’avessero dimenticata, la storiella della Lega – il partito strutturato, legato al territorio e vicino alla mitica gente – destinata a mangiarsi Forza Italia, il partito di plastica. Quante volte abbiamo sentita questa profezia, poi puntualmente smentita dai fatti? Capisco benissimo che siano proprio i giornali ostili al centrodestra a lusingare Salvini in questa direzione. Sorprende, anche se non troppo, che anche in quelli vicini al centrodestra si flirti con quest’ipotesi, che farebbe la felicità del partito de La Repubblica.

Quali siano poi gli straordinari meriti della svolta lepenista, nazionale, di Salvini è difficile capire. Forse – ma è ancora tutto da vedere – quello di aver semplificato il quadro della politica identitaria a destra. La sua rimane comunque un’operazione di chi massimizza i vantaggi di una posizione di minoranza, infischiandosi del quadro generale. Non occorre intelligenza politica per fare una cosa del genere: basta l’istinto. Ma è la politica di un perdente, o meglio, di chi in cuor suo non pensa veramente in grande. In una parola, è ancora velleitarismo. Come quello di Fitto, la cui “rivolta” viene in questi giorni cantata dalla stessa stampa di sinistra che lusinga Salvini. E’ lo stesso Fitto che tempo fa metteva il broncio (il tipo è di una musoneria spaventosa) perché Berlusconi non era abbastanza brutale col traditore Alfano; mentre oggi, esattamente come Alfano, dice «mai con Salvini». Mentre Salvini dice «mai con Alfano». Dove vogliano arrivare queste cime, lo sa Iddio!

Ma non sono poi troppo diversi da loro i quattro gatti liberali che non hanno perdonato a Berlusconi – con tutti i suoi voti! – la mancata rivoluzione liberale. Dimenticano troppo facilmente la guerra a tutti i livelli che Berlusconi ha dovuto subire; il fatto che spesso la sua azione politica si è ridotta giocoforza al primum vivere (e che Berlusconi vivesse era …vitale); il fatto che spesso a remare contro erano gli stessi alleati e che le resistenze stavano anche dentro il suo partito; il fatto che spesso in realtà al popolo italiano (il popolo italiano vero, anche di centrodestra, non quello immaginato dai liberali) le ricette liberali in economia piacciono solo sulla carta; il fatto che lo stesso Berlusconi probabilmente non ha idee chiarissime e propositi ferrei, ma gli altri meno ancora di lui. Se anche fossero giustificate tutte le lagne dei liberali contro Berlusconi (e molte lo sono) ciò non significa che per dispetto bisogna cadere nell’irrazionalità, e cominciare a coltivare illusioni stranissime, a volte flirtando con soluzioni palingenetiche, come se dai cataclismi e dalle ceneri della vecchia Italia potesse spuntare all’improvviso quel paese d’elezione dove loro hanno sempre sognato di far politica; quel paese d’elezione che in realtà non esiste nemmeno in Europa.

E che dire di quei cattolici che adesso denunciano la svolta moderatamente libertina di Forza Italia, dopo che se sono andati lasciando il campo libero alla vecchia corrente liberal-socialista, e che fanno finta di non vedere che i partiti popolari europei cui dicono di rifarsi questo libertinismo moderato l’hanno abbracciato da anni, se non da lustri? Meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che se all’orizzonte non si vede alcun successore di Berlusconi è prima di tutto perché non si fa avanti nessuno che sia veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine; cioè che dimostri quell’ampiezza di visione politica che è il miglior retaggio del berlusconismo, al di là di quegli aspetti pittoreschi (e a volte anche ridicoli, se vogliamo) che catturano l’attenzione dei pedanti, dei faziosi e dei mediocri.

[pubblicato su LSblog]

[RISPOSTA AD UN COMMENTO SU LSBLOG – Il fatto è che “per essere veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine”, oltre a non avere, auspicabilmente, i difetti di Berlusconi, bisogna anche avere, in un contesto come quello italiano, e per parlar chiaro, “due palle così” (scusate). Cioè qualcuno che, oltre a fare bei discorsi, sappia anche resistere al fuoco delle polemiche politiche, a quello dei media, e magari alle attenzioni della magistratura, nel momento in cui dimostrasse di voler veramente incamminarsi verso il progetto di un centrodestra “fusionista” aperto anche alla destra “identitaria” (tranne ovviamente gli estremisti fatti e finiti). Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, è che il berlusconismo rappresenta un tentativo di “normalizzazione” della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un riflesso animalesco, la damnatio memoriae). Il successo definitivo del progetto berlusconiano costringerebbe anche il resto dello spettro politico a normalizzarsi; spettro politico oggi diviso, non a caso, tra l’anomalia Renzi, sempre più simile ad una specie di veltronismo muscolare, e l’anomalia di una sinistra massimalista (compreso Grillo) di proporzioni nient’affatto fisiologiche. Dietro queste anomalie c’è tutta la nomenklatura (e a tutti i livelli) di quell’Italia “antifascista” che i conti con la storia non ha ancora veramente fatti. Davvero pensa che i personaggi dai lei citati saprebbero e avrebbero saputo raccogliere questa sfida, non dalle sale ovattate del quartier generale, ma sotto il fuoco delle pallottole?]

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