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Un uomo di straordinario successo mondano: Enzo Bianchi

Qualche giorno fa, il priore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, concludeva un articolo apparso su “La Stampa” e dedicato al discorso natalizio di Papa Francesco alla Curia con queste parole: «L’ho scritto e lo riscrivo: papa Francesco si fa eco del Vangelo e la sua passione per il Vangelo lo porta a misurare la vita della Chiesa e di ogni membro sulla fedeltà al Vangelo. Ma nessuna illusione: più il Papa percorre questa strada e più scatenerà le forze demoniache operanti nella storia e il risultato per i veri credenti sarà l’apparire della croce di Cristo. Non è vero che nella Chiesa si starà meglio, è vero il contrario: la Chiesa infatti può solo seguire Gesù anche nel rigetto sofferto e nella persecuzione e non potrà ottenere successi mondani se incarna il messaggio del suo Signore.»

Ora, chi sia Enzo Bianchi, ormai comincia a saperlo anche la plebaglia più infingarda: un uomo di straordinario successo mondano, il Papa della Società Civile democratica e responsabile, un uomo riverito come incomparabile vaso di saggezza in tutti i salotti dell’Italia Migliore, non ultimo quello, ambitissimo, di Slow Food, santuario del cibo eco-bio-condiviso et, ça va sans dire, du terroir, ancorché caruccio. Le sue opere occupano, ad occhio, un terzo degli scaffali del settore “Religione” delle librerie della nostra penisola. Lo so perché quando entro in una libreria mi leggo sempre una paginetta di Bianchi, nel timore di aver preso una colossale cantonata, cioè al solo scopo di confermarmi nella pessima opinione che ho di lui, cercando disperatamente di non dare nell’occhio: non vorrei che mi prendessero per un iscritto alla potente Loggia della Società Civile, o peggio, per un suo fan! Mai sono rimasto deluso. Lo stile di Bianchi è sempre lo stesso e si può definire in due parole: qui lo dico e qui lo nego. Se la frase è ambigua, tutta la sua molliccia reticenza viene compensata da un’enfasi quasi autoritaria, o dalla reiterazione. Se la frase è ortodossa il suo senso viene snervato e disinnescato dai ragionamenti immediatamente successivi. Se l’apologeta ti edifica, Bianchi ti svuota. Sarà per questo che ogni volta che ho rimesso il suo volumetto nello scaffale, nel bisogno urgente di riconciliarmi almeno con lo stadio primordiale della natura, sbircio selvaggiamente a destra e a sinistra alla ricerca di una bella femmina di autentico sesso femminile su cui posare gli occhi?

L’agenda degli appuntamenti mondani di Bianchi è piena come quella di un magistrato antimafia di successo. Infatti fanno lo stesso lavoro: predicano la palingenesi, uno della Chiesa Cattolica, l’altro dell’Italia. Ma si ha come l’impressione che sognino la stessa cosa. Non per niente tra Bianchi e i fanatici del culto della legalità l’intesa, pardon, la comunione è perfetta.

Un anno fa, «In occasione dei suoi settant’anni», come si legge sul sito web del Monastero di Bose, «gli amici, insieme ai fratelli e alle sorelle della Comunità, hanno pensato un libro che raccoglie testimonianze e tributi di quanti negli anni hanno intrattenuto con lui conversazioni.» Ne è venuto fuori un tomo di 760 pagine, edito da Einaudi, intitolato “La sapienza del cuore” e sottotitolato “Omaggio a Enzo Bianchi”. Sono più di cento gli intellettuali, i filosofi, gli studiosi, i biblisti, i giornalisti, le teste d’uovo che hanno tributato un omaggio al sommo: tra questi Eugenio Scalfari, Ferruccio De Bortoli, Ezio Mauro, Massimo Cacciari, Barbara Spinelli, Umberto Galimberti, Michele Serra. In una parola: la solita compagnia di giro. Per fare un confronto, quando Heminge e Condell, qualche anno dopo la morte di Shakespeare, curarono la prima edizione completa delle opere del Bardo, riuscirono a mettere insieme ben quattro omaggi in versi: quello famoso di Ben Johnson, e quelli brevi di Leonard Digges, John Mabbe e Hugh Holland; senza neanche contare, poi, che l’anima del grande William era ormai al riparo da qualsiasi vanità.

Sempre sul sito web, oltre all’elenco di tutti gli incarichi e le collaborazioni del priore (fa l’opinionista, per esempio, su “La Stampa”, “La Repubblica” e “Avvenire”), troverete scritto, con pedantesca precisione: «Nel 2000 l’Università degli Studi di Torino gli ha conferito la laurea honoris causa in “Scienze Politiche”. Nel 2007 ha ricevuto il “Premio Grinzane Terra d’Otranto”, nel 2009 il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”, nel 2013 il “Premio internazionale della pace”, nel 2014 il “Premio Artusi”. Dal 2014 è cittadino onorario della Val d’Aosta e di Nizza Monferrato.» E se i duri di comprendonio non avessero ancora capito chi-è-lui, troviamo nella stessa pagina dedicata al priore una significativa carrellata di foto: Enzo Bianchi e l’Abbé Pierre; Enzo Bianchi e il patriarca ecumenico Bartholomeos; Enzo Bianchi e il patriarca Athenagoras; Enzo Bianchi e il compositore Arvo Pärt; Enzo Bianchi e Rowan Williams, primate della Chiesa d’Inghilterra; Enzo Bianchi e papa Giovanni Paolo II; Enzo Bianchi e papa Benedetto XVI; Enzo Bianchi e papa Francesco.

Questo sfoggio di medagliette e credenziali è insieme comico e penoso, e fa il paio col diluvio di rimandi e citazioni bibliche che popolano i suoi scritti. Dovete sapere che il nostro Enzo viaggia sempre scortato dalle parole di qualche profeta, apostolo o evangelista, le quali compongono un concerto di echi biblici che un po’ alla volta, insensibilmente, vi stordisce e vi induce a dire che sì, avete capito, anche se non avete capito assolutamente un cacchio. Infatti non si sa mai bene dove Enzo voglia andare a parare coi suoi sermoni o i suoi articoli, anche se, s’intende, io capisco benissimo dove voglia andare a parare. A me non la si fa. E sapete perché? Perché «la sete insaziabile di potere rende colui che vi cede capace di diffamare e calunniare gli altri sui giornali e sui blog tramite giornalisti compiacenti, abili persino a odiare su commissione». Lo scrive lui, Enzo, nell’articolo citato, alludendo a quelli come me, cioè ai pochi che non la bevono. Neanche questi quattro gatti sopporta. Ma quanto è permaloso!

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Confutazione di Benigni

Questa è una rotonda confutazione del telepredicatore Benigni, delle sue chiacchiere e del fenomeno in sé. Per cimentarmi nell’impresa non mi sono premurato di assistere alle due serate sui Dieci Comandamenti, ma solo di leggere qua e là i resoconti giornalistici e di guardare qualche estratto del programma. «Eh? Come?», dirà qualcuno, «Ti metti a criticare una cosa che non hai neanche guardato? Questa sì che è una bella novità!» Vorrei rispondere: prego, circolare. Ma più urbanamente rispondo: dovrei forse mettere a dura prova la mia pazienza senza alcun frutto e offendere la mia intelligenza, la quale dopo tre decenni e passa di goliardate benigniane non sarebbe ancora in grado di figurarsene in anticipo l’ultima versione? Perciò concludo: prego, circolare. E aggiungo: tranquilli, è solo umorismo.

Benigni trent’anni fa sulle cose di Dio diceva il contrario di quello che dice adesso. Non lo diciamo per contestargli una conversione o un riavvicinamento al Cristianesimo, ma per far notare che lui è sempre lo stesso: concitato, enfatico e gioviale, e nella sostanza perfettamente allineato a quel conformismo progressista che è tutt’uno con la vera nomenklatura del nostro paese. Adesso Benigni dice cose per metà vere, attingendo dalla sapienza cristiana e aiutato da gente ferrata in materia, ancorché politicamente correttissima, cioè allineata al secolo, che lo ha illuminato sugli aspetti “liberatori” della dottrina cristiana, e gli ha suggerito certe parolette strategiche: robe vecchie come il cucco, che dette da lui sembrano però liete scoperte oltre che per la sua verve affabulatoria anche perché il pubblico è ben disposto verso di lui e perché lui è pappa e ciccia con l’establishment culturale e mediatico: un’istituzione, cioè. Ma naturalmente tutto resta furbescamente a metà.

Intendiamoci: qui non si tratta di vagliare l’ortodossia di Benigni – che peraltro lui non rivendica e nessuno gli chiede – o di leggere con malizia espressioni spregiudicate o battute un po’ ardite; è un metodo che non m’appartiene, non fosse altro perché anch’io ho la tendenza a scherzare col sacro. Qui si tratta di dimostrare che le tripudianti, esuberanti eccentricità di Benigni tracciano in realtà un disegno coerente e che Benigni si fa strumento di un’operazione culturale ben precisa.

Cominciamo, però, con un colpo basso: la questione del compenso. Premetto: io sono liberale (non liberal) in economia. E’ un’etichetta impropria e riduttiva ma oggi l’accetto di gusto proprio perché marcata d’infamia o quasi. Lo sono perché sono un fautore della libera economia fondata sulla proprietà privata e su un retto concetto di libertà, non sulla licenza. Capitalismo o mercato sono parole insufficienti a rendere il concetto di libera economia in quanto evocano sistemi, i quali a loro volta evocano meccanismi avulsi da qualsiasi fondamento etico. Capitalismo, anzi, è un termine da respingere in toto: è un “ismo” di conio marxista, con tutte le storture interpretative e propagandistiche del caso. E’ per questo che posso storcere il naso, ma non mi scandalizzo per i compensi milionari che toccano a personaggi dello spettacolo, dello sport o ai pezzi grossi del mondo economico-finanziario. Non solo, sono anche contrario a tetti salariali fissati per legge dallo stato, perché penso siano un rimedio peggiore del male, un altro esempio di quell’interventismo statale che ha ormai storicamente debordato, per motivi tutt’altro che nobili, dai suoi veri scopi, fino a trascurarli per correre dietro a tutto. Il mercato dovrebbe trovare un limite naturale nei diritti della persona, non nella sovra-regolamentazione distorsiva. E in realtà il mercato muore quando il diritto non lo sostiene, in quanto è esso stesso espressione di diritti naturali.

Ciò detto, vi è una stridente contraddizione tra l’entusiasta cantore di Dio e l’oculato artista che contratta compensi milionari per due serate televisive sui Dieci Comandamenti. E’ difficile immaginare un artista riverito e di successo di sessantadue primavere, detentore di un patrimonio presumibilmente calcolabile in svariate decine di milioni di euro, il quale, sopraffatto dalla felicità di aver trovato in Dio un tesoro maggiore di tutti i tesori del mondo, e quindi spinto irresistibilmente a comunicare questa gioia al prossimo, invece di farlo gratuitamente esiga di venir pagato con cifre a sei zeri. Sorridete? Sbagliate. E’ infatti Benigni a presentarsi come tale. E allora delle due l’una: o non crede troppo in quello che dice, oppure considera l’esibizione, legittimamente, una normale, ancorché strapagata, prestazione professionale. Ed ancora: è conciliabile l’immagine di quest’uomo sopraffatto da una gioia missionaria, dal bisogno insopprimibile di farci partecipi di altissimi tesori di spiritualità – ancora, non sorridete: è lui, ripeto, che si presenta come tale – con le meschine e ruffiane allusioni all’attualità e ai suoi scandali, allusioni naturalmente tutte in linea col sentimento apocalittico-giustizialista che avvelena il nostro paese? Fin dai tempi del suo amore per Berlinguer, Benigni si è mosso artisticamente dentro il cono d’ombra del partito della “questione morale”. Lo ha fatto a suo modo, naturalmente: da simpaticone, da mattacchione, lontanissimo dalla seriosità dei sacerdoti del Sinedrio patriottico-costituzionale, se non proprio giacobino. E tuttavia, nella sostanza, sempre allineato e coperto. E continua a farlo.

La parte più efficace dello show di Benigni è stata quella dedicata ai primi tre comandamenti, incentrati su Dio e sull’osservanza del giorno festivo. Se trent’anni fa Benigni aveva irriso, sempre al suo modo iperbolico, raramente velenoso, alla terribilità e cupezza del Dio veterotestamentario, questa volta ha fatta l’operazione inversa. Un Dio finalmente cordiale e sorridente è diventato una specie di guru. Suo scopo: insegnare a quel testone di uomo come vivere rettamente i grandi doni che gli ha fatti, la vita e il creato; e in primo luogo a liberarsi da affanni spesso meschini e ingiustificati in modo da aprire finalmente gli occhi su quello che di veramente prezioso c’è nella vita e per… per conciliarsi definitivamente col creato nel giorno del riposo, in una specie di estasi panteistica. Un immanentismo confermato dal “colpo di genio” dell’inclusione nella creazione del giorno del riposo, quando invece il giorno del riposo è anticipazione, pegno e metafora del paradiso. Al quadro dipinto da Benigni manca l’essenziale: la prospettiva eterna, la morte e la resurrezione. Attraverso la morte – per usare il linguaggio biblico – «entreremo nel riposo di Dio», atteso dalla stessa creazione, come spiega il poeta S. Paolo: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.» Per il poeta Benigni, invece, tutto si risolve dentro questo mondo: manca l’attestazione di una trascendenza e di una verità.

Stesso schema interpretativo per il quarto comandamento: onora il padre e la madre. Presupposto di questo comandamento dovrebbe essere che ci siano un padre, una madre, e una discendenza che li riconosca: cioè una famiglia naturale, non un genitore uno e un genitore due, nel rispetto di un ordine naturale voluto da Dio, nel quale la genitorialità è intesa come una custodia. Infatti i figli non sono di proprietà dei genitori: sono prima di tutto figli di Dio. Nel custodire i figli di Dio essi diventano (o dovrebbero diventare) ministri di Dio e perciò vanno onorati. Per Benigni, invece, onorando i genitori (e notate, i nonni: piccolo allargamento “panteistico”) si onora «la vita». «E quando penso a me se mi dedico a loro? La risposta è nel comandamento, c’è più vita nelle nostra vita, quindi più piena, quindi più lunga. Dando più senso alla nostra vita ed a quella degli altri». Ma cos’è questa vita? La via, la verità, la vita, che nella persona di Cristo s’incarnano, e che a un Dio e a una realtà ultraterrena rimandano? No, è un sintonizzarsi col cosmo. Anche qui, tutto si risolve dentro questo mondo.

Un umanitarismo enfatico ha caratterizzata la lettura del quinto comandamento: non uccidere. Il “non uccidere” riassume in sé la condanna morale di tutte le forme possibili di violenza e di prevaricazione contro il prossimo, delle quali l’omicidio è solo l’esito radicale. Tra esse però non viene compresa la legittima difesa, intesa nel senso più largo del termine, a livello personale, sociale, nazionale. Ciò significa che sia la pena di morte sia la guerra, a determinate condizioni, senza secondi fini e come extrema ratio, sono moralmente ammissibili. Oggi la Chiesa Cattolica auspica l’abolizione della pena di morte, in quanto ritiene che – oggi – la società ne possa sopportare l’assenza senza pregiudizio per la sua tenuta. La ragione e la carità ci spingono perciò a rinunciare – oggi – a ciò che per millenni in tutto il mondo è stata considerata una crudele necessità. Ma la pena di morte – in se stessa – non si contrappone alla dottrina cristiana. Ne deriva che la pena di morte non entra affatto nel campo del “non uccidere”. Benigni invece ha centrato il suo intervento sul quinto comandamento proprio su questi temi cari a quell’umanitarismo sfatto e senza fondamenta che nella storia si è dimostrato tante volte assai proclive a diventare disumano con sconcertante facilità. «La pena di morte», ha detto Benigni, «rimane perché si vuole mantenere nelle persone un fondo di crudeltà, di aberrazione, è come se dicessero “siete assassini anche voi”». Avrebbe potuto aggiungere: «omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà», parole usate contro la pena di morte da Robespierre all’Assemblea Costituente due anni prima di dare inizio alla mattanza a legittimi colpi di ghigliottina. Per dire dell’ubriacatura generale, Umberto Folena, su “Avvenire”, è arrivato a dire: «È coraggioso, Benigni, nel negare ogni legittimità alla pena di morte, senza eccezione alcuna, perché non è pacifico né scontato, in Italia dove non c’è come negli Usa dove c’è». Cioè, fatemi capire, sarebbe “coraggioso” da parte di un ricco artista del ricco Occidente parlare contro la pena di morte? No, scusate, rido, perché questa è veramente troppo forte. Se facesse il contrario, piuttosto, magari non lo si potrebbe apprezzare, ma certo non gli si potrebbe negare una certa dose di fegato. In compenso, da parte di Benigni non abbiamo avuta nemmeno una piccola, sorridente, amichevole, non conflittuale, non confessionale, non provocatoria, non truce, allusione alle questioni dell’aborto e dell’eutanasia. Notate che aborto e eutanasia riguardano l’entrata e l’uscita da questo mondo di esseri non ancora nati e di esseri che si considerano “già morti”. Ma se tutto si risolve dentro questo mondo essi restano fuori dalla sospirosa “vita” benigniana, e quindi, per Benigni, non entrano nel campo del “non uccidere”. Si capisce benissimo, invece, l’insistenza di Benigni sul carattere irrimediabile dell’omicidio, sul fatto che una vita non può più essere ridata, sul pericolo dell’auto-estinzione a causa di una guerra mondiale: costituiscono tout-court la fine della sospirosa “vita” benigniana, di quella del singolo e di quella del cosmo. Manca, anche qui, la trascendenza, manca un porto, manca una verità su cui tutto s’incardini.

Il sesto comandamento, il “non commettere adulterio” riassume in sé, invece, la condanna morale di tutte le disordinate condotte sessuali. Calma. State allegri. Qui non siamo talebani. Per dirla con Woody Allen, e parlando al maschile, tutti quanti noi – anche se non metto limiti alla Provvidenza, e anche se faccio fatica ad immaginare un simile fenomeno di innata morigeratezza, tranne appunto un malato o …Lui – tutti quanti noi, dicevo, prima di trasformarci in stalloni formidabili ci siamo allenati molto da soli. Tuttavia un disordine è un disordine, e dietro di sé lascia sempre nell’anima ancora presente a se stessa una piccola o grande traccia di disgusto, a seconda di cosa abbiamo combinato. Noi non scantoniamo e registriamo con teutonica precisione questo fatto. Invece della stucchevole e semi-scherzosa polemica con la Chiesa Cattolica per la riformulazione del sesto comandamento in “non commettere atti impuri”, polemica fuori luogo proprio per quanto sopra espresso, Benigni avrebbe potuto – con sorridente levità, s’intende, per amor di Dio! – battere su questo tasto: che il peccato è il peccato. Invece niente. E dobbiamo ancora parlare della cosa più importante! Il comandamento ci ricorda, infatti, il caso più classico di disordine nella condotta sessuale, alla luce della ben temprata dottrina cristiana: il tradimento del coniuge. Ma qual è il presupposto di questo comandamento? Il presupposto di questo comandamento è che ci siano un marito e una moglie: un uomo di sesso maschile e una donna di sesso femminile, per dirla ancora con teutonica precisione; un maritino e una mogliettina, per dirla con epicurea complicità; in una parola, lo schema classico e vincente: io Tarzan, tu Jane. Ma quanta poesia in quel “io Tarzan”! E quanta poesia in quel “tu Jane”! Non esiste combinazione superiore a questa divina corrispondenza d’amorosi sensi: solo i bruti o i depravati non ci arrivano. Essa significa elevazione, unione e completamento, e ogni superata divisione è un avvicinamento a Dio. Benigni invece sceglie di menare a lungo il can per l’aia. Alla fine sembra ne faccia una questione di civile consapevolezza, nella quale il rispetto per la donna, la responsabilità verso la progenie, la protezione dell’amore («non del matrimonio») fra due persone, tutto questo trova una confusa composizione.

Poi tutto sia fa più scalcagnato e piatto. Arrivato al settimo comandamento, il “non rubare”, Benigni si piega addirittura all’idolo del giorno: populismo giustizialista della più bell’acqua: corruttori, evasori, disoccupazione e tutto il resto della sbobba. L’ottavo comandamento, il “non dire falsa testimonianza” viene declinato in salsa civile. Si parla di onestà e verità, ma sembra di sentire Zagrebelsky, non Dio. Il nono e il decimo comandamento, il “non desiderare la donna e la roba d’altri”, serve a Benigni per chiudere il cerchio della sua riflessione: è un invito rivolto all’uomo a non farsi accecare dall’invidia, a cercare dentro di sé la via per la propria realizzazione. E qual è questa via? Quella che porta all’amore cosmico, hic et nunc: così Benigni (o chi per lui) interpreta l’ “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ecc.” e l’ “Amerai il prossimo come te stesso”. Ed infatti dice: «Saltate dentro all’esistenza ora. Perché se non trovate niente ora, non troverete niente mai più. E’ qui l’eternità, non ce n’è altra!» Il Decalogo di Benigni non prevede nessuna vita ultraterrena, il che implica che un Dio vero non esiste e che Gesù non è il Figlio di Dio. E dice ancora Benigni: «Non bisogna avere paura di morire ma di non vivere, dobbiamo dire sì alla vita. La vita è molto di più di quello che noi capiamo…». Cioè: la vita – questa vita – conta molto di più di una verità irraggiungibile. E poi conclude citando il grande poeta panteista Walt Whitman: «Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita? Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso». Ancora una volta tutto si risolve dentro questo mondo. Di Cristianesimo nel Decalogo di Benigni non è rimasto un bel nulla. E’ stata un’operazione di svuotamento.

Non stupisce che il santone preferito dalla potente cricca della società civile, il priore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, abbia salutato su “La Stampa” quasi con entusiasmo la performance del suo amico Roberto: «Il lavoro di chi come Benigni presenta come fresche, pronunciate oggi, per noi qui e ora, norme che risalgono a più di tremila anni fa consiste non tanto nel fare esempi più o meno efficaci o divertenti, ma nel togliere l’accumulo di pesantezze depositatosi su un distillato di sapienza che, una volta liberato, sprigiona da solo tutta la sua ricchezza.» E si noti come anche nell’esegesi di Bianchi tutto si risolva ancora una volta dentro questo mondo: «Queste regole solo apparentemente provengono dall’esterno: in realtà sono ridestate a partire dal nostro intimo, da quello che la coscienza ci fa percepire come bene e male. In questo senso Dio non ci impone una legge estranea e ostile, ma ci conferma che quanto di nobile abita il cuore umano è degno di divenire la norma di comportamento, la via regale alla felicità, la risposta agli aneliti più profondi. Così l’essere umano si ritrova paradossalmente a compiere tanti atti di libertà, di scelta adulta, di consapevole responsabilità quanti sono gli atti di obbedienza a “regole” più grandi di lui, regole che mirano all’autentico ben-essere non di un singolo ma di una comunità, regole che creano e alimentano condizioni di pace interiore ed esteriore, regole che riconducono tutti e ciascuno a una giustizia reale, concreta, quotidiana.»

Bianchi comunque pone un problema giusto: «Perché uomini religiosi che hanno per funzione e servizio quello di spiegare la legge di Dio e far riconoscere in essa la libertà, risultano invece così noiosi, pedanti, esperti nel caricare pesi sulle spalle degli altri e così incapaci di farsi ascoltare?» E’ un problema che si pone anche il presidente del Pontificio della Nuova Evangelizzazione, monsignor Rino Fisichella, pure lui, come molti altri alti esponenti cattolici, travolto dall’infatuazione generale: «Sono anni che continuo a dire che la Chiesa ha bisogno di una nuova apologia della fede, ovvero di una nuova presentazione della fede. Benigni ha dato un segno concreto di come la fede può essere presentata». Il problema, però, caro monsignor Fisichella, è che a questo problema se ne accompagna un altro: quella di Benigni è aria fritta che non dà fastidio a nessuno, tranne forse gli anticlericali più tetragoni, ed è funzionale ad un’operazione culturale ben precisa; mentre un Benigni che fosse ortodossa “pietra di scandalo e sasso d’inciampo” non lo manderebbero in onda neanche alle tre di notte.

Ma qual è, alla buonora, questa fantomatica operazione culturale? Questa: la sinistra laico-progressista, che un giorno fu comunista, e che ha sempre dettato l’agenda culturale nella nostra epoca repubblicana, col tempo si è convertita a ciò che prima disprezzava, dal tricolore al Festival di Sanremo, ma solo per impadronirsene e piegarlo al patriottismo-costituzionale, cioè alla religione nata dalla Resistenza: ora è il momento di impadronirsi della Chiesa cattolica italiana, sogno ineffabile che si può raggiungere solo trasformandola in una di quelle accomodanti confessioni protestanti del Nord Europa che ormai, non avendo più nulla da dire, si sono trasformate in santuari del politicamente corretto. Di questa nomenklatura i Benigni, o i Saviano, sono gli alfieri istituzionali. Ascoltare questi predicatori di regime diventa un dovere civico. La suggestione fa il resto.

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Roberto Benigni, l’idolatra

Roberto Benigni, ovvero l’arte di lisciare il pelo al conformismo progressista con l’aria del mattacchione controcorrente che dice: «il re è nudo!». Dev’essere dura andare avanti per un vita a recitare questa farsa però il nostro sembra non stancarsene mai. Non credo sia per il vil denaro. O almeno non solo. Penso piuttosto a una brutta malattia dello spirito, all’impossibilità di uscire dal personaggio senza sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Voi direte che questa è psicologia da strapazzo da parte di un tizio – sarei io – che personaggio non è stato mai, un tizio che deve ancora fare un sacco di strada prima di raggiungere l’ambitissimo status di macchietta. Può essere, può essere, senza dubbio. Ciò non toglie che, a volte, anche la psicologia da strapazzo può cogliere nel segno.

Ma dicevamo di Benigni. L’ultima sua impresa al Tg1, dove è stato invitato per presentare il suo nuovo show sui Dieci Comandamenti. Penso che la scelta del Decalogo sia sintomatica dopo quella caduta sulla Costituzione più bella del mondo. E’ noto infatti che la Costituzione è diventata la Bibbia di una grande setta di fanatici… no, anzi, diciamo meglio, è diventata il Corano – giacché questa strabiliante Costituzione è oggetto di amore feticistico – è diventata il Corano, dicevamo, di una legione di pazzi che segue i dettami della religione del patriottismo costituzionale. Non è un caso che questa religione annoveri tra sue file dei preti veri e propri – preti cattolici, intendo – che col loro apocalittismo sospiroso danno al movimento quel tocco di pietà popolare che spesso manca ai freddi teorici della rigenerazione morale a tavolino.

E allora perché non continuare quest’opera di civile evangelizzazione con la rilettura patriottica-costituzionale del Decalogo? Questo deve avere pensato Benigni, con l’intuito dell’artista. Al Tg1 ci ha dato un assaggio della sua nuova fatica, e abbiamo potuto constatare, con sollievo, che Roberto è sempre lui: potremo risparmiarci la fatica di assistere alla mattonata televisiva e insieme sentirci liberi di scrivere che è una mattonata. Lo diciamo prima, per quel senso di lealtà e di correttezza verso il lettore che ci è sempre stato riconosciuto. Concitato, enfatico e gioviale allo stesso tempo – è il suo registro fisso da almeno un quarto di secolo – Roberto ha puntato subito il dito contro il non rubare, monito valido per tutti i secoli dei secoli e in tutte le lande del mondo, ma tanto, tanto d’attualità oggi nel nostro paese. Sprizzando allegria da tutti i pori, il nostro mattacchione moralista ha detto, con evidentissima soddisfazione, che «la corruzione è il punto più basso dell’umanità». E’ quello che sentiamo ogni giorno, con la differenza che gli arruffapopolo usano toni plumbei e minacciosi, e i maestrini della legalità preferiscono quelli sussiegosi.

Insomma, è demagogia bella e buona. Lo dico con l’aria del mattacchione controcorrente che dice: «il re è nudo!». La cosa più straordinaria, però, è che il nostro giullare di regime presenti il suo show sui Dieci comandamenti rendendo omaggio all’isterismo giustizialista di massa nel quale siamo piombati, cioè pagando docilmente tributo all’idolo del giorno. Secondo me è il punto più basso del servilismo. Chissà cosa ne pensa l’unico Dio. E’ veramente da ridere.

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Il paese mafioso della legalità

Strano fenomeno: in nessun paese del mondo la retorica della legalità – da decenni ormai – ha tanto successo come in Italia, e viene fatta propria da istituzioni, partiti, associazioni, enti, media, da tutti gli strati della società; allo stesso tempo, però, in nessun paese del mondo è tanto diffusa la sensazione che le mafie – suggestivamente al plurale – si stiano infiltrando sempre più estesamente dentro gli strati tutti di questa società. Altro strano fenomeno, ma parallelo: sono più di vent’anni che la nostra magistratura continua «a rivoltare l’Italia come un calzino per sradicare la corruzione dalla pubblica amministrazione»; eppure le radici della corruzione sembrano ricrescere più forti e tenaci che mai ogniqualvolta vengano strappate. Ci si aggira in una cacofonia plumbea; la mole immensa e farraginosa dei materiali processuali più che avvicinarci alla verità sembra addensare ogni giorno nuove ombre anche su quello che pareva accertato; e si ha come l’impressione di vivere in un paese di invasati, incapace di guardare con equilibrio dentro se stesso.

Ciò è dovuto a due ragioni, strettamente collegate fra loro. La prima è che il partito della legalità è tutt’altro che innocente; non nasce da disinteressato civismo, ma da interessi politici, o da motivazioni ideologiche. La seconda è che proprio quella magistratura che ostenta maggior protagonismo nella lotta ai fenomeni corruttivi, non solo non costituisce un esempio d’indipendenza, ma al contrario si muove su solchi già tracciati da qualcun altro. Dagli anni settanta in poi tutte le grandi inchieste giudiziarie sulla corruzione sono state precedute dall’attività febbrile della propaganda politica e delle inchieste giornalistiche, e dalla pubblicazione di libri. Tutto questo incessante lavorio, basato in genere su mezze verità, cioè su mezze menzogne, arbitrariamente messe insieme, è servito per scrivere in anticipo i vari capitoletti della storia dell’Italia repubblicana secondo il verbo dei seguaci della questione morale; sorta di messianismo politico la cui tesi di fondo è che l’Italia è un paese antropologicamente criminale e cripto-fascista fatto salvo un resto di buoni, di onesti e di democratici, destinato un giorno a guidare un paese purificato e rigenerato.

La magistratura entra sempre in azione dopo che ogni capitoletto di questa storia di regime sotto false spoglie democratiche si sedimenta per benino, ancorché infarcito di bubbole spaziali o di galattiche esagerazioni, nel cervello del popolo: non prima, perché sennò il rischio di cadere nel ridicolo agli occhi dell’opinione pubblica è troppo forte. Il compito della magistratura ha perciò qualcosa di sacerdotale, come ben si addice allo spirito settario: è quello di sacralizzare con le sentenze le superstizioni dogmatiche dei cultori della legalità.

Dove possono finire la misura, il discernimento, l’esatta valutazione della natura, della gravità e della vastità dei fenomeni corruttivi in tale contesto, se non nel novero delle cose inutili e fors’anche sospettabili di connivenza? E come può un paese fare un vero esame di coscienza, capire con chiarezza quali sono i suoi problemi, il suo posto e i suoi interessi nel mondo, se è costretto da queste legioni di guardiani della rivoluzione ad essere continuamente sospeso tra l’autoflagellazione e la voglia di ghigliottina?

Ecco perché, allora, la vera battaglia che attende chi ha ancora la testa sulle spalle, chi ha ancora conservati intatti la propria indipendenza di giudizio e perfino il proprio senso dell’umorismo, è quella contro l’isteria generalizzata di un paese che in questa agitazione farsesca e cieca sta perdendo ormai anche il puro e semplice istinto di autoconservazione.

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C’era una volta il prossimo

Si direbbe che “il prossimo” stia sparendo dalla bocca dei cattolici italiani. Ma da tempo è sparito in genere dalla penna degli intellettuali cattolici, preti compresi, che scrivono sui giornali o parlano in televisione. Adesso si dice “l’altro”; e si scrive “l’Altro” con l’iniziale maiuscola, per significare quel tono sospiroso, devoto, e anche misterioso, col quale si pronuncia “l’altro” come se si trattasse di un concetto particolarmente pregnante; con quell’aria sommamente ridicola, insomma, con la quale gli sciocchi si sentono in dovere di recitare le poesie.

Eppure nel passato usando la parola “prossimo” – e scrivendola coll’iniziale minuscola, come Dio comanda – ci si capiva benissimo. In quel “prossimo” era racchiusa tutta l’umanità: sapevi che in ogni uomo c’era un “altro” te stesso, che ogni uomo era un tuo simile e un tuo fratello. Oggi, a ben vedere, la prospettiva è sottilmente capovolta. L’invito non è più a vedere nel prossimo te stesso, e ad accoglierlo come tale, ma ad accettare il prossimo – non più prossimo, ma “altro” – come intimamente diverso da te. Questa specie di razzismo umanitario sarebbe la prova della tua maturità: l’umanitarismo è fatto anche di queste contraddizioni.

La triste teologia dell’Altro ha qualcosa di autopunitivo: essa insiste sulle nostre manchevolezze, soprattutto sulla nostra sciagurata impreparazione ad accogliere l’Altro in tutta la sua Alterità. Se fossimo all’altezza di questo compito, dicono gli Altruisti, non cercheremmo d’imporgli la nostra visione delle cose. Una volta, quando incontravamo il prossimo, nel nostro ingenuo, barbaro, e alla fin fine egoistico amore per lui, ci affrettavamo ad annunciargli la buona novella senza sentirci colpevoli, anzi, aspettandoci che il povero diavolo, cioè il prossimo, ci buttasse le braccia al collo. Non ci rendevamo conto della violenza che facevamo ad un Altro che magari da millenni adorava gli Dei o i Tuoni oppure un bel nulla.

Per la cara e vecchia teologia – quella del prossimo, per intenderci – l’amore di se stesso era autentico solo se era rivolto a Dio, nel senso che solo chi cercava il Sommo Bene poteva dire di amare veramente se stesso: “Amerai il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente”. E solo chi comunicava questo amore per il Sommo Bene al prossimo, chi lo invitava, anche solo con l’esempio, a cercare questo Sommo Bene, poteva dire di “amare il prossimo come se stesso”. In sintesi: solo chi amava Dio poteva amare se stesso e solo chi amava se stesso poteva amare il prossimo. Tutto si teneva: “In questi due comandamenti si compendia tutta la legge e i profeti.”

La lacrimosa teologia dell’Altro ha invece un nuovo comandamento, gravido di conseguenze: “ama l’Altro come Se Stesso”. Come un se stesso altro da te, diverso da te non solo nei tratti somatici, nella lingua, nei costumi, nelle condizioni materiali, ma anche nei suoi più intimi convincimenti. La catena dell’amore cristiano viene così spezzata. L’amore non discende più da una verità che ci affratella. Ed è questa mancanza di una Verità su cui tutto s’incardina che rende l’Altro un articolo così facile da smerciare. S’intende che nella sentimentale teologia dell’Altro tutto ciò non è esplicitato. Ma è adombrato. Aleggia nell’aria come una possibilità. E’ un segnale. E’ una strizzatina d’occhio al mondo. Perché in fondo “l’Altro” non è altro che “il prossimo” politicamente corretto.

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