Renzi e la sinistra (tutta) alla resa dei conti

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata l’occasione per quell’Italia che della legalità ha fatto un feticcio ad uso meramente politico, e della quale una parte rumorosa della nostra magistratura si sente l’avanguardia sul campo di battaglia, di rispolverare il personaggio di Berluschino. Il presidente della Corte di Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, è arrivato a dire, papale papale: «Pensavo, finito un certo periodo, che le cose potessero cambiare», parole che esprimono uno schietto giudizio politico, e non un giudizio di politica giudiziaria. Renzi, col piglio giovialmente napoleonico che gli è consueto, ha risposto per le rime alle critiche, duro e beffardo come se avesse a che fare con dei bacucchi fuori della realtà. Se lo può ancora permettere, essendo, almeno nominalmente, di sinistra e al momento vincente. Quindi il fascismo non è alle porte, come invece sarebbe immancabilmente accaduto se al posto di Berluschino ci fosse stato Berlusconi.

Intanto però i cannoneggiamenti arrivano anche dalla corazzata di Repubblica. L’augusto fondatore Eugenio Scalfari l’ha scritto chiaro e tondo nel suo pezzo domenicale: «Renzi è l’autore della riabilitazione berlusconiana». L’articolo nella sostanza è una specie di ultimo avvertimento; il tono non ultimativo e quasi lepido è quello che si usa coi destinatari di tali messaggi quando li si vuole ancora recuperare alla causa. E un altro segnale non incoraggiante per Berluschino arriva dalle elezioni politiche in Grecia. Non tanto dal risultato, che era previsto, ma dalla reazione dell’italico popolo di sinistra alla vittoria di Tsipras: ostentatamente entusiasta nella sinistra che non si riconosce nel Pd (compresi i grillini, naturalmente) e pudicamente soddisfatta in una parte non trascurabile di quella che nel Pd si riconosce.

Questi fatti provano ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante i suoi successi politici Renzi non è riuscito a riformare la sinistra. Se il radicalismo di massa, che è la malattia endemica della sinistra italiana dai tempi della scissione di Livorno, attira ancora tanta parte dell’Italia rossa, significa che l’approccio liberal in un paese come il nostro (e in gran parte dell’Europa) a sinistra non funziona, non parla al cuore dell’elettorato, è fuori di quella storia con la quale la politica deve fare i conti. E’ solo nello sciocco e fatuo universo veltroniano, là dove tutto si compone in meravigliosa armonia, che Berlinguer e Blair possono andare a braccetto: nessuno di questi due personaggi, però, può essere una figura di riferimento per una sinistra italiana matura e pacificata. Ma ciò significa anche che la “terra di mezzo” socialista, suo naturale approdo, per la sinistra italiana è ancora taboo, per motivi che non elenco per non offendere l’intelligenza dei lettori.

Cosicché adesso, alla vigilia della grande partita politica che si giocherà intorno all’elezione del nuovo presidente della repubblica, per Renzi si aprono due scenari, che però lasciano congelati i problemi di fondo sopramenzionati: o riesce a tenere il partito insieme, rilanciando la posta come ha sempre fatto, sull’onda dei successi fin qui ottenuti, ottenendo così una vittoria dal sapore termidoriano sulla vecchia classe dirigente comunista; oppure si rassegna ad una scissione (l’ennesima della storia della sinistra italiana) che però farebbe del Pd un partito a caratterizzazione sempre più apertamente centrista: sogno segreto di Berlusconi, non perché miri anche lui al partito della nazione, ma perché un Pd “centrista” avrebbe scarso appeal fra gli elettori di sinistra e tuttavia incontrerebbe ancora la diffidenza del popolo di destra. Ce ne sarebbe anche una terza, dal vago sapore fantascientifico: che Berluschino si faccia prendere dal panico e cominci a correre dietro a Tsipras; e neanche questa follia forse dispiacerebbe a Berlusconi, pronto a quel punto ad accogliere come figlioli prodighi vagonate di elettori.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements

Con gli occhi dell’Islam

La pubblicazione su Charlie Hebdo di nuove vignette sul profeta Maometto ha provocata la prevedibile ondata di proteste nel mondo musulmano. Tra queste reazioni ne segnaliamo due, perché sono rivelatrici della natura dell’Islam e del travaglio (mortale) da cui è oggi è tormentato.

La prima riguarda i tumulti scoppiati in Niger, dove un numero imprecisato di chiese cristiane sarebbe stato dato alle fiamme. Questo scoppio di violenza anti-cristiana può sembrare strano, o quantomeno esagerato, visto che i cristiani (e la Chiesa Cattolica in particolare) hanno preso chiaramente le distanze da una rivista nota per bastonare il cristianesimo con molta più virulenza (e frequenza) di quanta ne usi di solito con l’islamismo. Spiegarla con la semplice ignoranza o col fanatismo cieco non convince affatto: il mondo è ormai veramente un villaggio globale, ed inoltre il Niger non solo ha rapporti strettissimi con la Francia, ma è anche un paese ufficialmente francofono. E allora perché in Niger gruppi di scalmanati attaccano le chiese a causa delle vignette di Charlie Hebdo? Perché vedono, con tutta naturalezza, senz’alcuna elaborazione intellettuale, quello che noi, con gli occhi dell’Occidente, non vediamo: vedono, cioè, che anche Charlie Hebdo è un prodotto della civiltà cristiana; vedono che la civiltà cristiana attesta se stessa anche nelle manifestazioni anti-cristiane che le si sviluppano in seno; vedono che l’Occidente è la civiltà del libero arbitrio dove è “permesso” peccare, e ciò in piena consonanza con la natura del Cristianesimo. Agli occhi dell’islamista radicale il giacobinismo libertino e il cristianesimo misericordioso sono le due facce della stessa medaglia, dello stesso tradimento di Dio.

La seconda reazione rivelatrice è quella dei talebani afghani, i quali hanno avuta l’alzata d’ingegno di condannare la pubblicazione delle vignette come “crimine contro l’umanità”. Ora, la “pseudo-religione” dei diritti umani non è altro che una parodia messianica del cristianesimo: messianica perché è una religione senza trascendenza, destinata a realizzare le sue promesse su questa terra, che dal Cristianesimo ha mutuato l’universalismo e l’altissimo rispetto (almeno a parole) per la dignità di ogni singolo uomo, ma che al posto di Dio ha messo una cosa non ben definita chiamata “umanità”, specie di “quidditas” dell’uomo e comunità umana insieme. Ancorché nato e spesso usato in funzione anti-cristiana, il linguaggio dei diritti umani è un prodotto culturale della civiltà cristiana. Il fatto che i talebani nel condannare le vignette usino, senza avvedersene, un linguaggio in senso lato cristiano è sintomatico dell’enorme pressione che la cultura occidentale sta esercitando sul resto del mondo.

Ma la “dār al-Islām” è una parte del mondo non assimilabile al resto del mondo. All’universalismo cristiano dell’Occidente l’Islam oppone un proprio universalismo, che il Corano ha succhiato dalla Bibbia. Non vi può essere spazio al mondo per due tipi di universalismo. Lo scontro perciò è frontale. Ma mentre in Occidente l’universalismo si coniuga con la libertà, nell’Islam questo non succede. E questo spiega perché quando non conquista e non si espande l’Islam cada nell’apatia, e come l’uomo islamico sembri oscillare continuamente tra abulia e fanatismo. E’ come una persona che non avendo una vita interiore per sentirsi vivere abbia il bisogno d’invadere la vita degli altri. Per una società questo equivale a surrogare l’industriosità e la creatività con l’attività di conquista e l’assimilazione di saperi altrui.

Oggi, però, il fanatismo islamico non è attizzato da una guerra di conquista. Le imprese sanguinare del terrorismo globale e le spacconate dell’Isis sono falsi segnali. Anzi, sono segnali di disperazione. L’Islam ha una guerra in casa sua. E’ l’universalismo occidentale che ha messo alle corde l’universalismo islamico e lo sta costringendo a ridefinirsi, avendo però il primo dalla sua un vantaggio decisivo: di parlare alla natura più intima dell’uomo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

L’equivoco del «vero Islam»

Partiamo però da un altro equivoco: la secolarizzazione, intesa solitamente come fenomeno contrario alla religione. La secolarizzazione, in realtà, è figlia del Cristianesimo. E’ stato il Cristianesimo a distinguere la religione dal secolo, la chiesa dallo stato, a dare a Cesare quel che è di Cesare: a dare, cioè, al secolo quel che è del secolo. Prima di Cristo (e anche dopo, al di fuori del mondo cristiano) questa distinzione poteva albergare incerta, proprio perché priva della risposta della Rivelazione, nella mente dei filosofi, ma era in genere inconcepibile. Ciò non significa che il connubio stato-religione avesse un’impronta totalitaria (ché anzi ciò può verificarsi solo in tempi post-cristiani) ma la sensibilità religiosa dell’individuo era come irretita in un cerchio chiuso, in un sistema di riti attraverso i quali una società o una tribù, onorando i propri dei, santificava se stessa. Un Dio universale che parlasse al singolo uomo (e quindi a tutti gli uomini di tutto il mondo) poteva stare, appunto, solo nella testa di qualche filosofo, magari sospettabile, proprio per questo, di empietà o ateismo.

Una verità che abbia coerenti ed universali implicazioni etiche non può che trovare fondamento nella metafisica. Altrimenti essa può essere solo la sempre mutevole figlia di un mondo – il nostro – fatto di tempo e di spazio e in continua mutazione; una precaria «verità» funzionale alla sopravvivenza di una determinata società. Con la Rivelazione questa verità metafisica si manifesta, «si fa carne», risponde alle domande che «sono iscritte nel cuore dell’uomo», e s’impone come dogma. E’ appunto il dogma che adesso marchia la natura della religione e la distingue da quella dello stato. Lo stato viene riconsegnato interamente al secolo e l’uomo acquisisce una doppia cittadinanza: una terrena dallo stato, una eterna dalla chiesa. Benché correlati, in quanto una società a-morale non può sostenersi, i fini dello stato e della chiesa sono diversi; così come l’organizzazione, sempre figlia dei tempi nell’uno, sempre piramidale, essenzialmente, nell’altra. E benché derivanti da un’unica fonte, legge positiva e legge morale cominciano a divergere, in quanto allo stato bastano norme che, pur senza andare contro la legge morale, siano sufficienti ad assicurare la sua esistenza: lo spazio disegnato da questa diramazione, tendenzialmente sempre più vasto, è il campo della secolarizzazione e delle libertà civili. L’avvento del Cristianesimo fu la grande chiarificazione che impostò la civiltà occidentale.

Se questa chiarificazione pone le libertà civili su un terreno più saldo e definito, e quindi, nel lungo termine, in una prospettiva di espansione ininterrotta, è anche vero che il suo venir meno porta in tempi post-cristiani a conseguenze catastrofiche, visto che non si può più tornare indietro all’irrisolta situazione precedente. Solo in un’epoca post-cristiana si possono avere fenomeni di totalitarismo. Le libertà civili scompaiono di conserva col restringimento del campo della secolarizzazione, e scompaiono del tutto quando la legge morale viene a coincidere con la legge positiva. Ciò può portare a due esiti, entrambi, a ben vedere, di tipo messianico: una teocrazia, o uno stato etico.

In questo quadro la Chiesa, il Cristianesimo sono presìdi della legge morale e dei diritti naturali, che nel dogma trovano un suggello divino. Naturalmente i diritti naturali non stanno nella coscienza viva solo dei cristiani, ma la storia dimostra che senza il Cristianesimo essi sembrano privi di difese naturali, perché anche chi si rende conto che la licenza e la trasgressione portano la società all’autodistruzione, ed invoca il ritorno al decalogo, spesso non chiude il cerchio della sua riflessione ammettendo la realtà di una verità trascendente. Chi vuole democratizzare la Chiesa, chi vuole una Chiesa senza dogmi, chi vuole conformare la Chiesa al secolo, chi vuole secolarizzare la Chiesa, in realtà distrugge la Chiesa, e distrugge anche la secolarizzazione, perché distrugge uno dei suoi baluardi: la legge dello stato diventa la sola fonte dell’etica; nessuno può più sindacare liberamente sui comportamenti altrui; la società viene privata della sua coscienza, e diventa un corpo senza anima.

Nell’Islam, che culturalmente è un figlio assai rozzo sia dell’Ebraismo che del Cristianesimo, Dio non si fa carne, non si fa uomo. Non è un Dio che si limita a confermare l’uomo nelle verità ultime, e ad invitarlo a custodirle, ad indagarle, a chiarirle, a definirle: «lo Spirito vi insegnerà ogni cosa», dice, invece, Gesù ai suoi discepoli. Non è un Dio che distingue i dogmi dai precetti e dalle leggi. E’ un Dio che detta tutto. E’ un Dio che nega la storia. E’, ancora una volta, un messianismo. Ed è vero che non c’è niente di più contraddittorio dell’interpretazione letterale di un testo. Ed è per questo che i musulmani non sono mai riusciti a mettere insieme un corpo dottrinario coerente ed uniforme e non hanno una Chiesa. Ma in tutte le sue versioni, moderate o integraliste che siano, l’Islam come religione rimane prigioniero della sua natura precettistica, fideistica e legalistica insieme. Non vi è distinzione tra legge morale e legge positiva, e quindi non vi è alcun spazio per la secolarizzazione e per le libertà civili. L’Islam può vivere solo nel suo tempo, mentre il Cristianesimo può vivere in tutti i tempi. Oggi viviamo in un mondo profondamente secolarizzato, perciò culturalmente cristiano, nonostante le apparenze, e nonostante sia scosso da profonde pulsioni anticristiane. E perciò è l’Islam ad essere sotto una pressione terribile, mortale, nonostante le apparenze: di qui le sue convulsioni.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[RISPOSTA AI COMMENTI – Definire quella di Teodosio una teocrazia non ha alcun senso. Teodosio mica era papa! Al contrario nell’Impero Bizantino successivamente si rafforzò la tendenza contraria: quella al cesaropapismo, debolezza storica di tutte le religioni ortodosse. La “secolarizzazione” è un processo. E’ una chiarificazione che si chiarifica sempre più. Faccio presente che questa distinzione fra stato e chiesa era già in embrione nell’Antico Testamento: lì troviamo i semi della civiltà cristiana propriamente detta. Il Decalogo già si distingue dalle “leggi di giustizia”, e ne costituisce una specie di prologo morale, scritto nella pietra dallo stesso “dito di Dio”, a differenza della Legge Mosaica vera e propria, che viene dettata. E’ Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele. E’ solo alla “stirpe di Aronne” che viene riservato l’officio sacerdotale. E la tribù dei Leviti, alla quale Aronne appartiene e che si occupa della gestione del culto religioso, è l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non vengano assegnati territori. E’ poi a Mosè stesso che Dio annuncia che non metterà piede nella Terra Promessa: a significare che essa è solo il pegno di quella vera Terra Promessa cui non si accede coi piedi ma attraverso la morte. Preferisco però parlare di “distinzione” tra stato e chiesa, piuttosto che “separazione”, non perché contesti quest’ultima, ma perché “separazione” fa pensare a due cose avulse una dall’altra, quasi che l’una e l’altra non partecipassero dello stesso universo morale. Sono la natura, e quindi i fini, che le distinguono.]

Che brutto il “Libiamo”!

Questo è uno sfogo e come tale va inteso. Cioè non va inteso alla lettera. Come quando nel dolore si impreca contro Dio, senza che a parlare sia il cuore. Dunque, immagino che ogni tanto capiterà anche a voi: un brutto motivetto, popolare grazie alla sua banalità, vi coglie impreparato e s’impossessa di voi per qualche giorno prima che vi riesca, a forza di potenti antidoti musicali, di scacciarlo dalla vostra testa. Sono rimasto vittima di questo supplizio nei primi giorni dell’anno, dopo essere incappato nel “Libiamo” verdiano del Concerto di Capodanno alla Fenice trasmesso dalla RAI. La musica di Verdi abbonda di questi terribili motivetti (di successo) che non citerò per non scandalizzare ancora di più il vasto pubblico e gli augusti critici musicali. Io non sono affatto insensibile (al contrario, anzi) alle melodie “facili” ed accattivanti, alla musica di immediata comunicatività. Tuttavia, prima ancora che per la fattura, queste melodie si distinguono per il nudo disegno: eccone una che brilla per freschezza, eccone una seconda che v’incanta per delicatezza, una terza che vi conquista per l’imperiosità, eccone una quarta dall’incedere felino, penetrante come una lama, ed eccone una quinta che ha dentro il fuoco e vi avvolge nelle sue spire; tutte queste belle qualità presuppongono però una naturale eleganza; la melodia goffa e grossolana, al contrario, nella sua impotenza ammiccante mi fa sempre l’effetto di un’oscena strizzatina d’occhio.

Perciò devo dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità: quando sento il “Libiamo” io lancio immancabilmente il mio maligno grido di dolore, da anni ridotto a formula fissa: «Aiuto! Il lissio!». Intendiamoci: io non niente contro il lissio; è musichetta senza grilli per la testa, che non pretende altro che essere quello che è: musichetta, appunto; gli spiriti giocondi che ballano il lissio li guardo perfino con simpatia; quelli che l’ascoltano diciamo che dimostrano di avere una fenomenale bocca buona, il che è sempre indizio di ottima e invidiabile digestione. So bene di non essere il solo, sotto sotto, a pensarla così, sul “Libiamo” intendo. E poi c’è tanta gente amante della musica la quale, suggestionata dall’approvazione generale e direi quasi istituzionale di cui gode questa bruttura verdiana, se lo fa piacere con una dolorosa smorfia di beatitudine dipinta sul volto.

In un articolo pubblicato sul Russkie Vedomosti nel 1872 il grande compositore russo Tchaikovsky scrisse: «Questo figlio del soleggiato sud ha peccato molto contro la sua arte inondando il mondo intero con le sue melodie da organetto di cattivo gusto, ma molto gli deve essere perdonato in grazia del suo indiscusso talento e del sentimento genuino che ogni opera di Verdi emana». Ah come, come, come, come, come, come, come lo capisco, il grande Pyotr Ilyich! Infatti, nonostante il suo cattivo gusto, anche Verdi sa essere grande: se la sua Musa non conosce mai veramente la grazia e la dolcezza, che egli surroga spesso con la sapiente, secca ed impassibile sublimazione del banale (prevengo il grande pubblico: il “Va pensiero” è un’altra di quelle bolsaggini verdiane immeritatamente famose che non digerisco), quando si tratta di mettere in musica il tormento e soprattutto il furore, Verdi è veramente nel suo elemento. Tutta questa materia bruta e corrotta viene rifusa in musica con un’energia selvaggia ma controllata. Ed ecco che da questo crogiolo nascono le gemme, come le due che ho nel cuore, tutte due tratte dall’Otello: l’inizio dell’opera, che vi si apre in faccia come una finestra sfondata dalle intemperie e la determinazione davvero marmorea di quel «Sì, pel ciel marmoreo giuro!» che chiude il secondo atto. Ah, che bello!