Con gli occhi dell’Islam

La pubblicazione su Charlie Hebdo di nuove vignette sul profeta Maometto ha provocata la prevedibile ondata di proteste nel mondo musulmano. Tra queste reazioni ne segnaliamo due, perché sono rivelatrici della natura dell’Islam e del travaglio (mortale) da cui è oggi è tormentato.

La prima riguarda i tumulti scoppiati in Niger, dove un numero imprecisato di chiese cristiane sarebbe stato dato alle fiamme. Questo scoppio di violenza anti-cristiana può sembrare strano, o quantomeno esagerato, visto che i cristiani (e la Chiesa Cattolica in particolare) hanno preso chiaramente le distanze da una rivista nota per bastonare il cristianesimo con molta più virulenza (e frequenza) di quanta ne usi di solito con l’islamismo. Spiegarla con la semplice ignoranza o col fanatismo cieco non convince affatto: il mondo è ormai veramente un villaggio globale, ed inoltre il Niger non solo ha rapporti strettissimi con la Francia, ma è anche un paese ufficialmente francofono. E allora perché in Niger gruppi di scalmanati attaccano le chiese a causa delle vignette di Charlie Hebdo? Perché vedono, con tutta naturalezza, senz’alcuna elaborazione intellettuale, quello che noi, con gli occhi dell’Occidente, non vediamo: vedono, cioè, che anche Charlie Hebdo è un prodotto della civiltà cristiana; vedono che la civiltà cristiana attesta se stessa anche nelle manifestazioni anti-cristiane che le si sviluppano in seno; vedono che l’Occidente è la civiltà del libero arbitrio dove è “permesso” peccare, e ciò in piena consonanza con la natura del Cristianesimo. Agli occhi dell’islamista radicale il giacobinismo libertino e il cristianesimo misericordioso sono le due facce della stessa medaglia, dello stesso tradimento di Dio.

La seconda reazione rivelatrice è quella dei talebani afghani, i quali hanno avuta l’alzata d’ingegno di condannare la pubblicazione delle vignette come “crimine contro l’umanità”. Ora, la “pseudo-religione” dei diritti umani non è altro che una parodia messianica del cristianesimo: messianica perché è una religione senza trascendenza, destinata a realizzare le sue promesse su questa terra, che dal Cristianesimo ha mutuato l’universalismo e l’altissimo rispetto (almeno a parole) per la dignità di ogni singolo uomo, ma che al posto di Dio ha messo una cosa non ben definita chiamata “umanità”, specie di “quidditas” dell’uomo e comunità umana insieme. Ancorché nato e spesso usato in funzione anti-cristiana, il linguaggio dei diritti umani è un prodotto culturale della civiltà cristiana. Il fatto che i talebani nel condannare le vignette usino, senza avvedersene, un linguaggio in senso lato cristiano è sintomatico dell’enorme pressione che la cultura occidentale sta esercitando sul resto del mondo.

Ma la “dār al-Islām” è una parte del mondo non assimilabile al resto del mondo. All’universalismo cristiano dell’Occidente l’Islam oppone un proprio universalismo, che il Corano ha succhiato dalla Bibbia. Non vi può essere spazio al mondo per due tipi di universalismo. Lo scontro perciò è frontale. Ma mentre in Occidente l’universalismo si coniuga con la libertà, nell’Islam questo non succede. E questo spiega perché quando non conquista e non si espande l’Islam cada nell’apatia, e come l’uomo islamico sembri oscillare continuamente tra abulia e fanatismo. E’ come una persona che non avendo una vita interiore per sentirsi vivere abbia il bisogno d’invadere la vita degli altri. Per una società questo equivale a surrogare l’industriosità e la creatività con l’attività di conquista e l’assimilazione di saperi altrui.

Oggi, però, il fanatismo islamico non è attizzato da una guerra di conquista. Le imprese sanguinare del terrorismo globale e le spacconate dell’Isis sono falsi segnali. Anzi, sono segnali di disperazione. L’Islam ha una guerra in casa sua. E’ l’universalismo occidentale che ha messo alle corde l’universalismo islamico e lo sta costringendo a ridefinirsi, avendo però il primo dalla sua un vantaggio decisivo: di parlare alla natura più intima dell’uomo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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