Pensierino su Platone e Aristotele

Platone era figlio di una città che era la luce di una civiltà mai vista in passato e che sembrò realizzare il sogno di una compiuta perfezione. Nonostante le delusioni seguite al disastro della guerra del Peloponneso, la sua filosofia – non avendo ancora il conforto della Rivelazione, e quindi la perfetta consapevolezza che la compiuta realizzazione dell’uomo è concepibile solo in una prospettiva ultraterrena – costituisce ancora il massimo tentativo di conciliare pienamente la vita dell’uomo della polis con quella dell’uomo fedele alla sua coscienza, e già in cuor suo ubbidiente a un Dio unico e purificato; di conciliare pienamente le leggi della città con quelle di Dio; e allo stesso tempo, testimonia la chiara coscienza del fallimento di questo tentativo e della necessità di superare l’impasse. Come fu possibile che il perfetto cittadino Socrate fosse stato messo a morte dalla sua città dopo aver obbedito alle leggi della sua città? Ecco allora che si aprono le porte di una giustizia ultraterrena: « …se io non credessi di andare anzitutto presso altre divinità sagge e buone e presso uomini morti, migliori però che quelli di qui, sbaglierei a non rammaricarmi della morte. Ora voi ben sapete che io ho speranza di giungere presso uomini buoni – su questo non potrei essere sicuro del tutto, ma invece di giungere presso gli dèi, padroni assolutamente buoni, voi sapete bene che se c’è qualcosa su cui sarei pronto a insistere senz’altro è proprio questo. Tanto che io non mi rammarico come chi non ha questa speranza, anzi io nutro una precisa speranza che per i morti esista un qualcosa e, come anche si dice da tempo, che esso sia migliore per i buoni che non per i cattivi.» (Socrate nel “Fedone”). Giustino Martire tracciò perfino un ardito paragone tra la figura di Socrate e quella di Gesù: «Quando Socrate, secondo la vera ragione e criticamente, si è sforzato di portare alla luce queste realtà, e di allontanare gli uomini dai demoni, gli stessi demoni, attraverso uomini assoggettati al male, si adoperarono per farlo condannare a morte come ateo e empio, dicendo che lui introduceva nuove divinità; allo stesso modo operano contro di noi» (Prima Apologia per i cristiani ad Antonino il Pio). Lo stesso schema vale per l’auspicata perfezione della Città dell’Uomo: La Repubblica, dopo che i protagonisti del dialogo ammettono che il loro è un sogno, si chiude, quasi per una necessità fisiologica, con una grande visione escatologica. Io vedo nella filosofia platonica un grandioso tentativo di tenere tutto insieme e di compenetrare il divino con l’umano. Io vedo invece in Aristotele un filosofo orizzontale, che scompone, che analizza, che individua, che ordina. Mi sembra che Aristotele sia il vero inventore del linguaggio filosofico, che io non amo; mi sembra, sparandola grossa, che sostanzialmente l’aristotelismo della scolastica consista nell’adozione di questo suo linguaggio, inteso nel senso più largo del termine; e mi sembra ancora che di fatto (di qui le sue contraddizioni) Aristotele rinunci al tentativo platonico. Più che una posizione equilibrata la sua è una posizione rinunciataria; una specie, per così dire, di moderata dissociazione tra conoscenza del divino ed etica. Se in Platone, negli stoici e perfino negli epicurei vi è un modello di perfezione da seguire, una specie di uomo divino nella sua rotonda perfezione, un uomo-Dio che prefigura il Dio fatto uomo, questo è proprio quello che manca in Aristotele.

Pensierino su etica e intelligenza

Se fossimo solo corpo, solo materia, se fossimo solo figli del Divenire l’esigenza di un’etica, cioè di qualcosa che guidi e governi questa materia, risulterebbe assurda, inconcepibile. Dovremmo solo e puramente vivere, la natura ci insegnerebbe tutto senza insegnarci niente, essendo puramente natura noi stessi. L’unico panteista possibile e l’unico Superuomo possibile è l’animale, che riesce a vivere perfettamente il presente e che non muore mai perché muore senza conoscere la morte: nessun uomo potrà raggiungere la sua perfezione. Il Divenire è l’Essere dell’animale: ecco l’Eden. Se noi invece sentiamo il bisogno di regole di comportamento significa che la nostra vera natura è diversa (in quanto superiore, non perché la materia sia intrinsecamente malvagia). L’etica può esistere solo quando esiste un rapporto tra due realtà, una convivenza tra due nature, o, per meglio dire, tra due stati di natura. Altrimenti non ha senso. Come non avrà senso quando saremo riassorbiti, insieme alla Creazione, nell’Essere: lì vivremo compiutamente la nostra vera natura in un corpo divino che fonderà finalmente l’anima col corpo; lì, nell’eterno, troveremo quel presente che oggi ci sfugge tra le mani, e lì troveremo, senza annullarci, la nostra pienezza nella comunità; questo è l’unico panteismo o immanentismo possibile per l’uomo. Dio è l’Essere dell’uomo: ecco il Regno di Dio. Qualcuno dirà che l’etica è un prodotto della cultura, della storia, della civiltà. Ma la cultura e la civiltà esistono proprio perché l’uomo soffre, perché l’uomo non riesce a vivere come un animale su questa terra. La sua capacità di speculazione, fonte della sua capacità di operare e costruire, nasce, come l’etica, dal rapporto tra due realtà, come detto sopra, dalla convivenza tra due stati di natura. Se fosse figlio del Divenire, il suo cervello girerebbe a vuoto: solo specchiandosi nell’Essere può speculare. Anche l’animale, a suo modo, è in grado di fare il confronto tra due cose; anche l’animale, a suo modo, conosce il comparativo di maggioranza; ma solo l’uomo conosce il superlativo assoluto: è il suo modo di proiettare, anche a livello inconscio, la sua sofferenza esistenziale, cioè la sua partecipazione all’Essere, sulle cose. Solo opponendo l’ideale al reale può speculare e modificare il reale.

La vera storia di “1992”

La vera storia di “1992” inizia l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente del tutto secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinsero le beghine cattoliche, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 62 anni fa, significava votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta anche alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. E anche in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea. Alla minaccia del nuovo la sinistra rispose con la berlingueriana questione morale: da marxista-giacobina la sinistra si ridusse a giacobina, sic et simpliciter.

Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite. Lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Tangentopoli non colpì solo il mondo politico (peraltro con esemplare parzialità: c’è chi poteva non sapere, c’è chi non poteva non sapere), ma anche il mondo imprenditoriale. Sotto le forche caudine di Mani Pulite caddero un po’ tutti, compresa la Fiat e De Benedetti. Ma non Berlusconi, come qualcuno ha forse dimenticato, e come tanti giovanotti ignari forse immaginano. La verità è che Tangentopoli doveva essere propedeutica al trionfo della sinistra e a quello della democrazia compiuta. Avendoli infranti bisognò poi vedere in Berlusconi lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta. Ed è solo per questo, cioè in piena obbedienza alla ridicola vulgata di regime (e come avrebbe potuto essere altrimenti?) che Stefano Accorsi nella serie “1992” indossa i panni di un esperto di marketing di Publitalia che viene coinvolto da Dell’Utri nel progetto che porterà alla nascita di Forza Italia. Della serie: balle ultra-spaziali.

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Don Ciotti, il demagogo

Le fortune dell’antifascismo di professione si sono basate su un trucco da quattro soldi: sottrarre il fascismo alla storia e quindi spogliarlo delle sue peculiarità per elevarlo a qualcosa di simile ad una categoria dello spirito, ad una delle patologie fondamentali della natura umana. E’ così che il fascismo è potuto entrare trionfante nella metafisica del male, e trasformarsi in un concetto nebuloso quanto maneggevole, almeno quel tanto che bastava per poterlo poi usare come clava retorica sulla testa dei tiepidi verso il verbo resistenziale e i suoi cascami ideologici o su quella degli avversari politici. Tanto più il fascismo eterno si dimostrava capace di penetrare, a detta della propaganda antifascista, che poi era semplicemente marxista, il tessuto della nazione, tanto più i profili dei sacerdoti dell’antifascismo acquistavano in grandezza e prestigio. E potere, naturalmente.

Le fortune dell’antimafia di professione si stanno oggi progressivamente sostituendo a quelle dell’antifascismo di professione, grazie anche al fatto che col crollo del comunismo sovietico in Italia la questione morale ha sostituito la lotta di classe quale campo di battaglia tra i sostenitori del bene e del male. Oggi il male non è più rappresentato dai fascisti, ma dai corrotti, contro i quali si muove il partito della legalità incarnato dal popolo degli onesti. S’intende che la lotta per la rappresentanza di questo fariseismo di massa ha acceso rivalità sotterranee ma feroci. Alla bisogna, gli antimafiosi di professione si stanno servendo dello stesso trucco degli antifascisti di professione: sottrarre la mafia alla storia ed elevare la mafiosità a categoria dello spirito. In quanto tale il concetto di mafiosità, con grande sprezzo del ridicolo, si può perciò applicare a qualsiasi genere di malaffare. Più l’ombra delle mafie (al plurale) si allunga sul corpo della nazione, più giganteggia l’immagine dei sacerdoti dell’antimafia.

Ed è stato proprio un sacerdote come Don Ciotti, a trasformare in un dogma, finalmente, questo miserabile teorema da pataccari fin qui solo adombrato attraverso suggestive allusioni. Alla Giornata contro le mafie svoltasi a Bologna questo demagogo grossolano ha detto infatti a chiare lettere che «corruzione e mafia sono due facce della stessa medaglia, lo dicono qui migliaia di giovani. Siamo qui non per commemorare ma per graffiare dentro le coscienze di tutti». Gli ha fatto eco un codazzo di politici di livello locale e nazionale che ha ritenuto suo dovere ripetere le solite frasi fatte in uso nel circo legalitario, e ostentare nel contempo l’osceno compiacimento moralistico di cui s’inebria quotidianamente l’Italia Migliore. Il corteo di questo popolo degli onesti era aperto da uno striscione con la scritta “La verità illumina la giustizia”: stravagante slogan per un calderone populistico nel quale sono state ficcate a forza persino le vittime delle “stragi dei terrorismi”.

Le cronache parlano di 150.000 o addirittura 200.000 persone partecipanti alla manifestazione. Voglio credere che gran parte di questa gente sia in buona fede. Ma la verità è che essa, se ne renda conto o no, rappresenta la cara vecchia plebe di tutti i tempi, un partito dell’odio giacobino manovrato dai demagoghi di turno per intimorire e condizionare il potere politico e l’opinione pubblica; e naturalmente anche i vertici della Chiesa Cattolica. Riuscendovi pure, a quanto si può constatare, visto che l’altro giorno persino il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, si è appellato a questo popolo degli onesti cui l’umiltà cristiana risulta perfettamente estranea. Cose turche.

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L’umorismo di monsignor Galantino

Con sorprendente senso dell’umorismo monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, ha definita coraggiosa la scelta del direttore di “Avvenire” di sparare sulla Croce Rossa, cioè sul nostro povero Silvio Berlusconi, reo di essere stato assolto anche in Cassazione dalle imputazioni di concussione per induzione e prostituzione minorile, reati di cui era accusato nel cosiddetto processo Ruby, la pochade che ha preso il nome da Ruby Rubacuori, famosa Sventola del Marocco e famigerata nipote di Mubarak l’Egiziano. Tarquinio il Pedante, in perfetta omogeneità di vedute col suo collega de “La Repubblica”, il grigio fustigatore giacobino Ezio Mauro, nel suo editoriale aveva sottolineato con malcelato disappunto che «che un’assoluzione con le motivazioni sinora conosciute non coincide con un diploma di benemerenza politica e di approvazione morale». Proprio questa straordinaria scoperta dell’acqua calda ha trovata l’approvazione caldissima di monsignor Galantino, il quale ha voluto riformularla alla sua maniera per ben due volte, prima affermando che «la legge arriva fino a un certo punto, ma il discorso morale è altro», e poi ribadendo «se un fatto è legale non è detto che sia morale».

Andrebbe ricordato a monsignor Galantino che questa sacrosanta verità ha però un suo corollario, e cioè che, per parafrasare le sue stesse parole, «se un fatto è immorale non è detto che sia illegale». E la cosa straordinaria è che la scoperta dell’acqua calda è stata per anni uno dei cavalli di battaglia dei difensori di Berlusconi, sia di quelli togati sia di quelli che scribacchiano sui giornali. Tanto è vero che per una altrettanto straordinaria coincidenza il concetto è stato espresso dallo stesso avvocato di Berlusconi quasi in contemporanea con le accigliate osservazioni di Tarquinio, Galantino, Mauro e tutto il resto della compagnia cantante: «non bisognerebbe mai scambiare questioni di confessionale con questioni di diritto penale», ha detto infatti il valoroso Coppi. Non sembra che “Avvenire” e quel settimanale mezzo estremista che è diventato “Famiglia Cristiana”, accodandosi a quasi tutta la stampa italiana, abbiano avuta molta considerazione per la scoperta dell’acqua calda durante gli anni della pochade. Al contrario, il fatto che pur di impiccare Berlusconi a qualche stravagante fattispecie di reato si sia messo fuorilegge il buon senso, che per sputtanarlo si sia ricorso a mezzi degni di uno stato di polizia, e che nel farlo non si abbia tenuto nel minimo conto il nome dell’Italia, non ha mai turbato più di tanto queste anime belle: la macchina del fango, quella vera, ha funzionato per anni a pieni giri senza che loro avessero molto da eccepire.

In questo quadro le moralistiche puntualizzazioni di un certo partito bergogliano caricaturale, animato più dallo zelo ideologico o dall’opportunismo servile che dallo spirito di Francesco, e spesso in cordialissimi rapporti coi mammasantissima del mondo laicista, appaiono per quel che sono: meschine. Anche perché per dare giudizi morali bisognerebbe almeno avere qualche certezza sul contenuto delle cene eleganti di Arcore. D’altra parte gli sputtanatori non hanno mai l’intenzione di arrivare a qualche verità: l’importante è adombrare, evocare, suggerire l’innominabile. Nel caso in questione, molto dipende anche dai protagonisti e dal milieu: è così che il burlesque si trasforma dallo spettacolino erotico politicamente corretto e democraticamente responsabile proprio della migliore società civile, nell’anticamera del bordello proprio dell’inferiore umanità berlusconiana.

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Tosi e Salvini, la brevissima ma veridica storia di due cime della politica

Fino a qualche anno fa Flavio Tosi era considerato uno dei capifila dell’ala più ruspante della Lega Nord. In tale veste aveva scalati i vertici del partito in Veneto, guadagnandosi nel contempo la fama di orco fra le anime belle del giornalismo progressista, le quali rappresentano, com’è universalmente noto, oltre che scientificamente provato, il novanta per cento dell’informazione. Flavio Tosi cominciò a scoprire le delizie del politicamente corretto quattro-cinque anni fa, quando la poderosa macchina del fango de La Repubblica, per nobilissimi e democratici motivi, si acconciò graziosamente ad usare contro Berlusconi la bomba nucleare dello sputtanamento puro e semplice, nobile esempio di giornalismo subito seguito diligentemente dalle illustri gazzette dell’Italia dell’ex triangolo industriale. Fu allora che Tosi cominciò a pensare veramente in grande, cioè ad immaginare se stesso come il futuro leader del centrodestra, e alla bisogna seppe agire come un democristiano di sinistra dei bei tempi andati, viscido furbacchione che allo scopo di conquistare il potere in casa sua era uso accreditarsi come politico aperto, responsabile e lungimirante presso la sinistra. Ed è così che in breve tempo Tosi divenne la faccia presentabile della Lega Nord. Di lui piaceva soprattutto l’intransigenza verso Berlusconi e il Pdl, caduti nell’ignominia. Nell’ignominia di lì a breve tempo cadde anche la Lega di Bossi, grazie all’intervento dell’artiglieria pesante della nostra solerte magistratura. Tosi ne approfittò per rafforzare il suo potere nel Veneto quale nuovo segretario della Liga Veneta, già pregustando il trono della Lega Nord tutta intera.

Senonché ai militanti puri e duri l’inusitato perbenismo di Tosi era diventato sospetto: Flavio riusciva a parlare con rispetto perfino di Monti, e con Passera, altro esemplare di fauna politica antropologicamente indigeribile per qualsiasi leghista ancora in salute, era in ostentati, cordialissimi rapporti. A ciò si aggiungeva l’ostilità dei lombardi, ai quali neanche la fratellanza padana avrebbe potuto far mandar giù l’amaro boccone di farsi fare le scarpe dai veneti. Cosicché al trono leghista s’insediò un lumbard ruspantissimo come Matteo Salvini, l’ex leader dei comunisti padani, la lista che alle prime elezioni del Parlamento della Padania nel 1997 prese la bellezza di 5 seggi su 210: ennesima conferma che in Italia la conquista del potere inizia quasi sempre con la militanza nei ranghi dell’estremismo di sinistra. Essere stato comunista, ancorché padano, fu per Matteo un vantaggio decisivo: primo, perché ogni comunista è un populista fatto e finito, ancorché faccia mostra di schifare il populismo, e questo gli consentì, sparata dopo sparata, di conquistare il cuore del popolo statalista-conservatore; secondo, perché il comunismo è per sua natura universalista, e questo lo agevolò nel buttarsi a corpo morto nel suo progetto di costruire una Lega Nazionale.

Bisogna riconoscere che la stampa di sinistra, compresa quella che passa per motivi sempre più misteriosi per centrista (come La Stampa, ad esempio), nel trattare queste vicende ha fatto con maestria il proprio dovere: prima ha lusingato Tosi, facendogli credere di essere una cima, come fece con geni quali Follini, Tabacci, o Fini; poi, vista la mala parata, allo scopo di annichilire il berlusconismo una volta per tutte, ha fatto a gara per dare al fenomeno Salvini, pur dicendone peste e corna, il massimo della pubblicità possibile; ed adesso, gongolando, si è rimessa a tifare per lo scissionista Tosi, nella speranza di vedere la sinistra vincere clamorosamente le regionali nelle ostiche terre della Serenissima. Le divisioni leghiste hanno però fatta la felicità anche di Berlusconi, non per il fatto in se stesso, che è negativo, ma a motivo del sempre più scoperto sconcerto del potenziale elettorato di centrodestra di fronte allo spappolamento dei partiti a destra del Partito Democratico; il quale Berlusconi ha preso perciò la palla al balzo per auspicare con forza, di nuovo, dopo tanto tempo, quell’unità del centrodestra che è il suo cavallo di battaglia dal momento della sua discesa in campo. Vuoi vedere che a forza di dividerlo e frammentarlo si finirà per ricompattare il centrodestra?

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Berlusconi, ovvero la normalità in politica

Il berlusconismo è stato, ed è ancora, a dispetto delle apparenze, un grande tentativo di normalizzazione della politica italiana, dopo che la guerra fredda aveva condannata l’Italia per quasi mezzo secolo ad essere rappresentata politicamente dal più grosso partito comunista d’Occidente e da una Democrazia Cristiana che, pur prendendone i voti, si rifiutò sempre di ascoltare la voce della parte più conservatrice del suo elettorato.

Il primo impulso alla normalizzazione in realtà venne da sinistra con l’ascesa del socialismo craxiano negli anni in cui la crisi dei paesi marxisti si faceva sempre più manifesta. Oltre che dai comunisti, Craxi fu odiato dalla gran parte della classe politica democristiana, in quanto una sinistra maggioritariamente socialista o socialdemocratica, sulla scia degli esempi che venivano dai grandi paesi dell’Europa continentale, con Mitterand in Francia, Schmidt in Germania Ovest o Gonzales in Spagna, avrebbe costretto la balena bianca ad uscire dalla sua indeterminatezza e ridefinirsi come partito di centrodestra; vocabolo, quest’ultimo, lo ricordiamo agli smemorati, che al momento della discesa in campo del Cavaliere non aveva ancora cittadinanza politica in Italia.

Non potendo opporre argomenti politici ad uno sviluppo storico tanto lineare e naturale, la sinistra conservatrice mise allora in soffitta la politica, e la sostituì col moralismo giacobino, che è la negazione di ogni politica. Gli effetti devastanti di questa scelta sciagurata li vediamo ancor oggi; anzi, soprattutto oggi, dopo che un’intera generazione è cresciuta respirando a pieni polmoni i veleni di quelle suggestioni palingenetiche che non a caso furono proprie anche del fascismo.

La strada verso la normalizzazione politica a sinistra fu brutalmente stroncata al tempo di Mani Pulite. Il repulisti lasciò in piedi solo il blocco politico dei moralisti, e i suoi compiacenti comprimari. Ma non poteva uccidere completamente il bisogno di modernizzazione della politica italiana. Perciò quest’impulso verso la normalizzazione riemerse come un fiume carsico a destra. A farsene interprete fu Berlusconi.

Berlusconi volle porre le basi per la costruzione di un grosso partito di centrodestra, agendo in due direzioni contrapposte: verso il centro, allo scopo di liberarlo dallo stato di dipendenza culturale nei confronti della sinistra; e verso la nuova destra leghista ed ex-missina, allo scopo di sottrarla a un giustizialismo infecondo e di riportarla alla politica. Si trattava, storicamente parlando, di un processo di europeizzazione della destra italiana nel senso più largo del termine; processo che in caso di successo avrebbe costretto questa volta i post-comunisti a fare i conti con la storia e ridefinirsi come partito socialdemocratico. E proprio perché si trattava, anche questa volta, di uno sviluppo storico perfettamente lineare e naturale, che si volle propagandarlo come l’anomalia Berlusconi, venendo facile spostare l’attenzione sul suo stato di magnate dei media.

Oggi la politica italiana è dominata da formazioni politiche anomale o portatrici di patologie: a sinistra un blocco montagnardo di vaffanculisti; in mezzo un grosso partito con aspirazioni egemoniche che si chiama democratico, che però ha dentro di sé gente che guarda con simpatia a Tsipras che non è nemmeno socialdemocratico, e che in Europa fa parte del gruppo socialista; più in là un partitino neo-centrodestrista che in Europa fa parte del gruppo popolare, mentre in Italia fa da stampella ad un partito che in Europa fa parte del gruppo socialista; e infine, al di là della creatura politica berlusconiana, una destra leghista-nazionale che si sta saldando nel nome del più becero identitarismo. Questi sono i risultati dell’attuale indebolimento di Berlusconi e della lunga guerra fatta al Cavaliere: cioè alla normalità e alla ragionevolezza.

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