L’umorismo di monsignor Galantino

Con sorprendente senso dell’umorismo monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, ha definita coraggiosa la scelta del direttore di “Avvenire” di sparare sulla Croce Rossa, cioè sul nostro povero Silvio Berlusconi, reo di essere stato assolto anche in Cassazione dalle imputazioni di concussione per induzione e prostituzione minorile, reati di cui era accusato nel cosiddetto processo Ruby, la pochade che ha preso il nome da Ruby Rubacuori, famosa Sventola del Marocco e famigerata nipote di Mubarak l’Egiziano. Tarquinio il Pedante, in perfetta omogeneità di vedute col suo collega de “La Repubblica”, il grigio fustigatore giacobino Ezio Mauro, nel suo editoriale aveva sottolineato con malcelato disappunto che «che un’assoluzione con le motivazioni sinora conosciute non coincide con un diploma di benemerenza politica e di approvazione morale». Proprio questa straordinaria scoperta dell’acqua calda ha trovata l’approvazione caldissima di monsignor Galantino, il quale ha voluto riformularla alla sua maniera per ben due volte, prima affermando che «la legge arriva fino a un certo punto, ma il discorso morale è altro», e poi ribadendo «se un fatto è legale non è detto che sia morale».

Andrebbe ricordato a monsignor Galantino che questa sacrosanta verità ha però un suo corollario, e cioè che, per parafrasare le sue stesse parole, «se un fatto è immorale non è detto che sia illegale». E la cosa straordinaria è che la scoperta dell’acqua calda è stata per anni uno dei cavalli di battaglia dei difensori di Berlusconi, sia di quelli togati sia di quelli che scribacchiano sui giornali. Tanto è vero che per una altrettanto straordinaria coincidenza il concetto è stato espresso dallo stesso avvocato di Berlusconi quasi in contemporanea con le accigliate osservazioni di Tarquinio, Galantino, Mauro e tutto il resto della compagnia cantante: «non bisognerebbe mai scambiare questioni di confessionale con questioni di diritto penale», ha detto infatti il valoroso Coppi. Non sembra che “Avvenire” e quel settimanale mezzo estremista che è diventato “Famiglia Cristiana”, accodandosi a quasi tutta la stampa italiana, abbiano avuta molta considerazione per la scoperta dell’acqua calda durante gli anni della pochade. Al contrario, il fatto che pur di impiccare Berlusconi a qualche stravagante fattispecie di reato si sia messo fuorilegge il buon senso, che per sputtanarlo si sia ricorso a mezzi degni di uno stato di polizia, e che nel farlo non si abbia tenuto nel minimo conto il nome dell’Italia, non ha mai turbato più di tanto queste anime belle: la macchina del fango, quella vera, ha funzionato per anni a pieni giri senza che loro avessero molto da eccepire.

In questo quadro le moralistiche puntualizzazioni di un certo partito bergogliano caricaturale, animato più dallo zelo ideologico o dall’opportunismo servile che dallo spirito di Francesco, e spesso in cordialissimi rapporti coi mammasantissima del mondo laicista, appaiono per quel che sono: meschine. Anche perché per dare giudizi morali bisognerebbe almeno avere qualche certezza sul contenuto delle cene eleganti di Arcore. D’altra parte gli sputtanatori non hanno mai l’intenzione di arrivare a qualche verità: l’importante è adombrare, evocare, suggerire l’innominabile. Nel caso in questione, molto dipende anche dai protagonisti e dal milieu: è così che il burlesque si trasforma dallo spettacolino erotico politicamente corretto e democraticamente responsabile proprio della migliore società civile, nell’anticamera del bordello proprio dell’inferiore umanità berlusconiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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