La Liberazione dalle bubbole

Se seguissimo la logica che sovrintende agli alati discorsi che accompagnano la festa sempre più becera del 25 aprile, dovremmo concludere che nell’immediato dopoguerra la vita democratica dell’ex Germania Ovest nacque sotto i peggiori auspici: il paese teutonico non aveva conosciuta nessuna mitica Resistenza, il recente passato nazista costituiva un’eredità ben più pesante di quella mussoliniana, e non c’era in giro nemmeno un partitone comunista che si ponesse come vero baluardo degli autentici valori antifascisti; in più, nel 1954, in piena guerra fredda, la Germania Ovest ebbe anche il cattivo gusto di mettere al bando qualsiasi partito comunista.

Eppure, nonostante questa partenza ad handicap, la Germania Ovest (e poi la Germania riunificata) dal culturame di scelbiana memoria, devoto al culto della Resistenza, è sempre stata indicata alle plebi nostrane come un paese che al contrario del Belpaese ha fatto esemplarmente i conti con la storia: la democrazia tedesca è compiuta, compiutissima dai tempi di Adenauer. Ammesso, e solo parzialmente concesso, in quanto la democrazia compiuta è una fesseria concettuale, che ciò sia vero, vediamo allora di spiegare la ragione dello strano ma fausto accadimento.

La causa fondamentale è che la Germania nazista e i tedeschi persero la guerra senza che nessun crucco abbia mai avuta l’idea balzana di metterlo in dubbio. Foss’anche stato per costrizione, foss’anche stato perché la Cortina di Ferro aveva fatto della Germania Ovest un avamposto amerikano che non poteva sopportare ombre, i tedeschi si ritrovarono uniti nel farsi un serio esame di coscienza, sul disastro militare e sulle vergogne del loro recente passato.

In quello strano paese che è il nostro, invece, niente di tutto questo. Per incredibile che possa sembrare al marziano appena sbarcato sulla penisola, se da noi c’è ancora un qualche generale consenso sul fatto che l’Italia abbia persa la guerra, ciò non vale per tutti gli italiani come popolo. Noi siamo il solo paese che festeggia giulivo una guerra persa, perché in fondo, grazie ai partigiani, quella guerra l’abbiamo moralmente vinta. L’ha vinta, cioè, l’Italia partigiana nel senso antropologico del termine. Ma ciò significa necessariamente che ci sono pure gli italiani che la guerra l’hanno persa anche dal punto di vista morale e che continuano a perderla dopo settant’anni non allineandosi al verbo resistenziale, decennio dopo decennio sempre più gravido d’implicazioni pedagogico-istituzionali.

Ciò spiega perché l’Italia dell’era repubblicana sia stata caratterizzata fin dalla sua nascita da una specie di guerra civile a bassa intensità che si può risolvere veramente solo in due maniere: o con la democrazia compiuta, cioè con la conversione di tutti gli italiani al verbo resistenziale e alle sue sopramenzionate implicazioni, che un sinedrio di sacerdoti del culto costituzionale saprà sempre aggiornare alla bisogna; progetto politico che peraltro, a ben vedere, alla loro maniera un po’ manesca, cioè all’originaria maniera rivoluzionaria, era anche quello delle Brigate Rosse, secondo le quali la Resistenza era stata tradita; oppure con l’abbandono del sogno cretino, illiberale, messianico ed infantile della democrazia compiuta, e con la smitizzazione della Resistenza.

Ma davvero la Resistenza ci ha data quella libertà che noi oggi prendiamo per scontata, come recitano in questi giorni alcuni commossi spot televisivi? No, non è vero. Se non ci fosse stata la Resistenza gli Anglo-americani avrebbero risalita e liberata l’Italia lo stesso. Ma davvero la Resistenza ha significato per l’Italia quel riscatto morale che ha cambiato tutto e che ha posate le fondamenta democratiche della repubblica? No, in Germania si sono arrangiati tranquillamente senza il portentoso riscatto morale resistenziale. Inoltre, una parte importante del mondo partigiano tifava per l’Italia Democratica nel vecchio senso tedesco-orientale, al cui confronto anche il fascismo puzzava di liberalismo. Ma non ci fu almeno una guerra civile, e chi in questa guerra fratricida stava dalla parte giusta e chi stava dalla parte sbagliata? Una vera guerra civile nemmeno per sogno, per il semplice fatto che guerra civile è una parola davvero troppo grossa per un paese allo sbando e per un popolo che aspettava passivamente che la nottata passasse e che gli anglo-americani arrivassero alle Alpi senza dover pagare troppo dazio alle operazioni militari: in questo quadro le azioni dei partigiani e della RSI facevano solo da contorno al dramma principale, e se certamente i partigiani erano dalla parte giusta, è anche vero che tanti non lo erano affatto per motivi nobili e disinteressati, come comprovarono le molte infamie dell’immediato dopoguerra, e che tanti furono i voltagabbana, specie tra i capetti più zelanti.

Si dice sovente che il 25 aprile dovrebbe unire tutti gli italiani: lo dicono i fanatici della Resistenza e della Costituzione dei miracoli; ma lo dicono anche coloro che vorrebbero la festa libera da ogni spirito settario. Ma è un’illusione: il 25 aprile può sopravvivere solo se serve per dividere l’Italia Migliore dall’Italia Peggiore. Se lo si svuota di questa sua funzione appare per quel che è: ridicolo, e spudorato.

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Il genocidio come arma retorica

Ogni genocidio, in quanto complesso fenomeno storico, ha le sue peculiarità. Risulta impossibile perciò inchiodare il concetto di genocidio a qualche sua qualità intrinseca: il genocidio non è una mela o una pera, e nemmeno un dogma metafisico. Però lo diventa, se lo si vuol usare impropriamente come arma retorica per fini spesso tutt’altro che nobili. Tutti gli equivoci sui genocidi nascono da questa volontà, a volte con esiti perfino comici.

Ciò è dovuto al fatto che la pseudo-religione dei diritti umani ha bisogno di dogmi, di diavoli e di peccati mortali. Ma rifiutando la trascendenza è costretta a individuarli nelle cose di questo mondo, non nello spirito: ecco allora che i crimini contro l’umanità sono posti al centro di una specie d’idolatria in negativo; sostituiscono quelli contro Dio; diventano l’espressione del male assoluto; e chi li compie viene dipinto con fattezze sataniche o bestiali.

Il fenomeno del negazionismo deriva proprio da questa sbagliata impostazione della questione. E’ un suo effetto collaterale. Infatti, se un crimine contro l’umanità, un genocidio, diventa un dogma nel quale bisogna credere piuttosto che un fatto storico, allora risulta anche molto più agevole negarlo rotondamente, piuttosto che negare la realtà concreta e documentata del massacro sistematico di centinaia di migliaia o milioni di persone accomunate dall’etnia, dalla religione, dalla classe o da qualcosa di meno determinato. Il buon senso ci dice forse che cambia qualcosa di sostanziale se tale ecatombe umana prende o no ufficialmente il nome di genocidio? Il buon senso ci dice di no. Ma oggi come oggi, in un mondo imbevuto della retorica demagogica dei diritti umani, una nazione ancora capace di ammettere il suo coinvolgimento in un genocidio inteso nel senso comune del termine, assai difficilmente potrebbe però accettare di assere additata ufficialmente come colpevole di un genocidio inteso nel senso pseudo-religioso del termine: ciò costituirebbe un’onta insopportabile, uno stigma.

D’altra parte la retorica dei diritti umani non colpisce soltanto chi è più o meno colpevole, ma spessissimo anche l’innocente: chi vuole imporre un’ideologia, o una verità di regime, chiama negazionista chi gli resiste. Lo stesso Erdogan, che oggi ruggisce come un leone ferito quando si parla di genocidio armeno, e chiama in causa strumentalmente la storia, con la quale intende spudoratamente scusare tutto, qualche anno fa qualificava la cosiddetta islamofobia come crimine contro l’umanità. E non è un caso che il primo genocidio moderno, quello vandeano, sia stato perpetrato dai primi campioni della religione dei diritti umani. Bisognava adorare la nuova umanità, e chi si rifiutava si metteva fuori dall’umanità: nell’uccidere, nel liquidare questa feccia negazionista non si aveva più a che fare con uomini. Questa logica sta alla base di tutti i genocidi moderni, ne è la giustificazione, sia che a metterli in atto sia il nazionalismo (che sacralizza la nazione al posto dell’umanità, in una sorta di universalismo su scala ridotta) oppure l’universalismo pseudo-umanitario comunista o giacobino.

Storicizzare i genocidi non significa naturalmente sminuire il male commesso e le colpe degli agenti del male. La storia può cicatrizzarne gli effetti, ma non può rendere ragione al male. Ciò significherebbe cadere nell’errore opposto a quello di chi vuol proclamare i diritti umani senza ordinarli ad una verità trascendente, il quale finisce per assolutizzare ciò che è accidentale, e per guardare più alle parole che alla sostanza delle cose, al servizio non della verità ma della propaganda: la pseudo-religione dei diritti umani, i genocidi, i crimini contro l’umanità, quelli di fatto perpetrati ma giustificati e quelli giustamente condannati, e insieme i negazionisti, quelli innocenti e quelli colpevoli, nascono nello stesso momento e sono figli di una stessa cultura che ha messo da parte il Dio cristiano.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Il lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi

Al momento dell’elezione di Sergio Mattarella scrissi che il nuovo presidente della Repubblica avrebbe potuto costituire un problema per Matteo Renzi. Il cattolico adulto Mattarella è uno di quei democristiani di sinistra di triste memoria che col tempo hanno accettata in toto la lettura progressista della storia dell’Italia repubblicana; premiati per questo con la cooptazione nella sinistra politica vera e propria, la loro ortodossia, anche se non sempre ostentata, è quella di ferro che contraddistingue chi è stato risparmiato. Se sembrano remissivi, la loro remissività è rivolta soprattutto verso quest’ordine di cose e chi lo rappresenta. Renzi invece è nato prodiano e margheritino, e quindi già a sinistra, e quindi senza complessi d’inferiorità nei suoi confronti: la vulgata può anche sposarla ma gli è anche più facile esserle infedele, o esserle fedele senza cadere in uno zelo ridicolo. Perciò previdi, in quell’articolo, che nei momenti topici Mattarella avrebbe ubbidito a Scalfari, il papa della chiesa giacobina, piuttosto che al Rottamatore.

Il primo di questi momenti è arrivato col pasticciaccio brutto del triplice omicidio al Tribunale di Milano, dove un forsennato ha ammazzato un magistrato, un suo ex-avvocato e un suo coimputato nel processo che lo vede coinvolto per il fallimento di un’immobiliare: un tragico fatto di cronaca, ovviamente, peraltro non dissimile da altri fattacci accaduti in passato in giro per il vasto mondo. La solita compagnia di giro giacobino-giustizialista, con una spudoratezza che solo in un paese profondamente malato come l’Italia non poteva provocare l’ilarità generale, ha messo in conto l’efferato delitto ad un presunto clima di delegittimazione nei confronti di una magistratura impegnata in uno sforzo titanico per ripulire l’Italia dai suoi mali. Il sobrio presidente della Repubblica ha pensato bene di dare una benedizione istituzionale a tale corbelleria. Non sappiamo quanto Renzi sia rimasto sorpreso da tanta sollecitudine, ma forse un pochettino sì, altrimenti non lo avrebbe insediato sull’alto scranno. Se Matteo in cuor suo era convinto di aver parcheggiato un soprammobile sul colle, ha sbagliato malamente i suoi conti, non foss’altro perché anche per fare il soprammobile in certi momenti ci vogliono gli attributi.

Eppure a Renzi, che passa per essere sveglissimo, qualcosa del genere era già accaduto con la nomina di Raffaele Cantone a presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione un annetto fa. Non che pensasse a costui come un soprammobile, ovviamente. Fatto sta, però, che anche sul piano politico, ancorché indirettamente, la presenza di Cantone si è rivelata sempre più ingombrante. Nel giro di un anno Cantone, grazie al suo protagonismo non sguaiato ma ossessivo e alla claque mediatica che accompagna ogni suo passo, è diventato agli occhi dell’opinione pubblica il poliziotto d’Italia, il controllore della legalità repubblicana, il prefetto della cittadella della politica. E nel contempo la magistratura, con qualche lustro di ritardo, ha scoperta l’acqua calda, cioè che anche a sinistra gli intrecci malsani tra politica ed economia sono all’ordine del giorno, tanto da svelare un po’ alla volta le fattezze di un sistema che tutta la farisaica cultura della legalità sbandierata in questi anni non ha minimamente scalfito.

Tuttavia tutto ciò costituisce più che altro un avvertimento rivolto a Renzi e al Pd di Renzi. La sinistra italiana può anche sopportare riforme o riformicchie vere o false, può anche sopportare l’impronta liberal che Renzi intende trasmetterle, ma non può accettare che la sua pretesa d’incarnare la migliore Italia, onesta e democratica, antifascista e antimafiosa, contrapposta all’Italia peggiore, venga messa in discussione, e non può rischiare che i nomi della Dc, del Pentapartito, di Craxi e di Berlusconi vengano riabilitati. E ciò non avviene per caso: Renzi non ha mai affrontati i nodi veri della questione socialista, che è la questione tout-court della sinistra italiana; ha preferito saltare nel futuro, pensando di poter costruire un futuro senza fare i conti col passato: sarà costretto a farli, invece, e a rompere il lento assedio che si sta profilando, se non vorrà che il renzismo rischi di passare alla storia come il jovanottismo in politica, cioè la fuffa all’ennesima potenza.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Il peccato contro lo Spirito

Questa è una libera riflessione sul peccato contro lo Spirito. Come tale deve essere intesa. Il tono assertivo di questo breve scritto solo in parte riflette un certo grado d’intima sicurezza nell’autore; per il resto è dovuto alla sua serrata e inevitabile concisione. Ciò detto, procediamo. I passi evangelici che nominano esplicitamente il peccato contro lo Spirito sono tre. Vediamoli insieme:

«Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.» (Matteo 12, 31-32)

«In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno; sarà reo di colpa eterna.» (Marco 3, 28-29)

«Inoltre vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato.» (Luca 12, 8-10)

Ho scritto sopra esplicitamente perché in realtà vi è nel Vangelo secondo Giovanni un passo che esprime lo stesso concetto illustrato dai tre Vangeli Sinottici, senza però nominare a chiare lettere il peccato contro lo Spirito. Lo vedremo poi. I passi di Matteo e di Marco ci portano ad una prima conclusione: tutti i peccati e le bestemmie sono perdonabili, tranne uno, il peccato contro lo Spirito. La Chiesa Cattolica parla di peccati contro lo Spirito, al plurale. A ben vedere, però, non c’è contraddizione: questi peccati sono solo forme diverse di uno stesso peccato; o, se si vuole, è sempre lo stesso peccato contro lo Spirito visto da angolazioni diverse, come vedremo in seguito.

Tra i peccati perdonabili vi è, dunque, anche il parlar male del Figlio dell’uomo, o il parlar contro il Figlio dell’uomo. Che, nel limitato contesto di questi passi, il Figlio dell’uomo non venga per qualche oscura (ed assurda) ragione distinto dal Figlio di Dio risulta chiaro dal passo di Luca: chi lo rinnega, infatti, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio; si tratta, dunque, proprio di Cristo, del Figlio di Dio. Il passo di Luca sembra però clamorosamente contraddittorio: prima afferma che chi rinnega Cristo sarà rinnegato davanti a Dio; e nella frase immediatamente successiva che chi parla male di Cristo sarà perdonato. Ora, ci sono molti modi, anche pittoreschi, di parlar male di Cristo; ma sostanzialmente si compendiano in uno: affermare che Cristo è un impostore. Ma ciò non equivale forse a rinnegare Cristo? Dobbiamo di necessità rispondere di no. Ma non solo: dobbiamo pure concludere che se rinnegare Cristo ci condanna inevitabilmente davanti a Dio, in ciò consiste quel solo peccato contro lo Spirito che non può essere perdonato. Non è un caso che poco prima dell’accenno al peccato contro lo Spirito Matteo scriva quel famoso «Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me disperde.» (Matteo 12, 30), che è un’esortazione ad una vera e propria scelta di campo. Abbiamo così raggiunto due certezze: che col rinnegamento di Cristo qui si intende proprio il peccato contro lo Spirito; e che parlar male di Cristo, dandogli finanche dell’impostore, non significa necessariamente rinnegare Cristo.

Ma chi è Cristo? Cristo è via, verità, vita; ed è figlio di quel Dio che s’identifica col sommo bene. Perciò rinnegare Cristo, prima ancora che rinnegare il nome di Cristo (questa distinzione verrà utile più in là), significa non credere in una verità che con la vita s’identifica perché si odia la verità e la vita; significa rinunciare a ricercare il sommo bene perché si odia il sommo bene. In una parola, significa non amare Dio. Credere, invece, in quella verità che è la vera vita e ricercare il sommo bene significano avere una fede attiva: quella che comunemente chiamiamo semplicemente fede. Il dono della fede, intesa come la capacità di avvertire la presenza di Dio e di una verità, è stato infatti dato a tutti: se così non fosse saremmo privi di quel libero arbitrio che è la caratteristica dei figli di Dio, nati a sua immagine e somiglianza. Il diavolo sa benissimo chi è Dio: eppure lo rifiuta. E i figli del diavolo fanno lo stesso:

«Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità.» (Giovanni, 8, 43-45)

Si noti bene: «a me voi non credete, perché dico la verità»; cioè: non perché non conoscete la verità, ma perché non volete conoscerla, e perché amate la menzogna. Si noti anche: «non potete dare ascolto alle mie parole»; questo non ascolto è dunque il peccato dei figli del diavolo, ed è ancora, necessariamente, il peccato contro lo Spirito. Abbiamo dunque due definizioni (o manifestazioni, o forme, o modi d’essere) del peccato contro lo Spirito: rinnegare Cristo; non ascoltare le sue parole. Veniamo allora a quel preannunciato passo del Vangelo secondo Giovanni che parla del peccato contro lo Spirito senza menzionarlo espressamente. E’ questo:

«Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno: perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.» (Giovanni 12, 47-48)

Alla luce di quanto detto sopra potremmo allora tradurre questo passo giovanneo con il linguaggio usato dai Vangeli sinottici all’incirca in questo modo: «Se qualcuno non mi rinnega [ascolta le mie parole] ma pecca [e non le osserva], io lo perdono [non lo condanno]: perché non sono venuto per condannare i peccatori [il mondo], ma per salvare i peccatori [il mondo]. Chi mi rinnega [mi respinge e non accoglie le mie parole] ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno [la parola che ho annunziato] lo condannerà nell’ultimo giorno.» E cioè: «Se qualcuno non pecca contro lo Spirito, ma pecca in tutti gli altri modi, io lo perdono: perché non sono venuto per condannare i peccatori, ma per salvare i peccatori. Chi pecca contro lo Spirito ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno lo condannerà nell’ultimo giorno.»

Il peccato contro lo Spirito, dunque, non dipende dalla fragilità umana: questo è il suo tratto peculiare e decisivo. Consiste nel rifiuto di Dio, della verità, dell’amore, e quindi anche della grazia. Chi pecca contro lo Spirito preferisce essere condannato piuttosto che riconoscere la paternità di Dio. Nel Catechismo di Pio X si può leggere:

(964) Quanti sono i peccati contro lo Spirito Santo? I peccati contro lo Spirito Santo sono sei: disperazione della salvezza; presunzione di salvarsi senza merito; impugnare la verità conosciuta; invidia della altrui grazia; ostinazione nei peccati; impenitenza finale. (965) Perché questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo? Questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo, perché si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.

Quantunque espresso con molto candore e domestiche parole, il concetto decisivo e terribile qui è quel «si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.» Pura malizia: questo è il peccato imperdonabile. E i peccati elencati non sono altro che distinte manifestazioni del medesimo rifiuto di Dio, del medesimo peccato imperdonabile.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (del Concilio Vaticano II) non dice diversamente:

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. (CCC 1864).

E’ a causa della radicalità di questo volontario allontanamento da Dio che S. Giovanni nella sua Prima Lettera scrive:

Se qualcuno vede suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; così a quelli che commettono un peccato che non conduce alla morte. Vi è un peccato che conduce alla morte; non è per questo che dico di pregare. Ogni iniquità è peccato; ma ci sono peccati che non conducono alla morte. (5, 16-17)

Pregare per questo peccato significherebbe impetrare un’ingiustizia, significherebbe chiedere a Dio di accogliere chi lo rifiuta. Nella realtà di tutti i giorni, non essendo nostra facoltà giudicare, cioè conoscere con certezza assoluta se un’anima sia buona o cattiva, nel senso di liberamente disposta al bene o al male, cosa che spetta a Dio, noi possiamo bensì chiedere a Dio di illuminarla, e di condurla sulla retta via se nel suo intimo è disposta al bene, ma non di trasformarla da cattiva in buona: Dio può tutto, ma non entra mai in contraddizione con se stesso.

Quindi peccare contro lo Spirito significa essenzialmente questo: non amare Dio. Tutti gli altri peccati – che tutti, nessuno escluso, si possono perdonare – quando s’innestano in questo peccato fondamentale, questo peccato fin da principio che è solo in attesa di maturazione, danno forma alle varie manifestazioni del peccato contro lo Spirito, alle sue personificazioni, per così dire. Quando S. Paolo, per esempio, scrive:

O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né gli impuri, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né i cupidi, né gli ubriaconi, né i maldicenti, né i rapaci erediteranno il regno di Dio. (1 Corinzi 6, 9-11)

parla appunto di queste personificazioni del peccato contro lo Spirito. Personificazioni nel senso di attuazioni, giacché il peccato propriamente detto è un atto, mentre il peccato contro lo spirito è qualcosa che precede l’atto, e che muove da una realtà metafisica: esso, per così dire, si nasconde dietro i peccati propriamente detti colorandoli di sé; presenza che noi possiamo scorgere o intuire, ma sulla quale solo Dio può porre il suo sigillo. Che sia così lo conferma anche un altro passo paolino:

Infatti voi la sapete: nessun fornicatore o depravato o avaro, cioè idolatra, ha parte nel regno di Cristo e di Dio. (Efesini, 5, 5)

Si noti, cioè idolatra: siamo ad uno stato, per così dire, di pienezza negativa nella volontà di peccare, dopo che il proprio talento è stato definitivamente sotterrato. Infatti, se le parole di S. Paolo fossero prese alla lettera, non molti davvero potrebbero scampare alla condanna di Dio. La ragione e la carità non ci possono far concludere, per esempio, che tutti gli ubriaconi di questo mondo saranno destinati alla Geenna. Qui S. Paolo parla di chi, dopo aver peccato, non prova un sincero pentimento nemmeno nell’angolo più riposto del cuore, in quel sacro recesso che è magari destinato nel turbine del disordine morale ad essere per lungo tempo non inteso. Ma chi non si pente non ama Dio. E non ama nemmeno se stesso, perché solo chi ama Dio ama veramente se stesso. Chi ama il bene in Dio, ama il bene anche in se stesso. Costui invece si condanna da solo. E’ una perversione? Sì. E’ un non-senso? Sì. Ma il male è anche perversione e non-senso. Il mistero d’iniquità è tale soprattutto perché coerente nella sua assurdità.

Queste considerazioni servono anche per rispondere ad un’obiezione tanto prevedibile quanto umana. Qualcuno infatti potrebbe dire: ma allora i peccati non contano nulla? Se solo il peccato contro lo Spirito è quello che decide la nostra condanna, e tutti gli altri sono perdonabili, non potremmo allora peccare continuamente in tutta tranquillità confidando nel sistematico perdono di un Dio infinitamente misericordioso? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché ciò significherebbe essere sleali con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. In secondo luogo, perché ciò significherebbe non pentirsi sinceramente; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. Chi non pecca contro lo Spirito non può peccare e poi non pentirsi.

Chiarito ciò, è il momento di tornare all’altro corno del problema: se non amare Dio è il peccato contro lo Spirito, il peccato non perdonabile; e se il parlar male del (o contro il) Figlio dell’uomo è un peccato perdonabile; occorre di necessità ammettere che si può amare Dio parlando male di (o contro) Cristo. Come si deve intendere questo? Ricordiamoci quanto detto sopra: Cristo è via, verità, vita; è ricerca del sommo bene nella verità e nella carità. Chi ha l’anima disposta al bene anche nel momento in cui è più lontano dal bene e da Dio, e offende Dio, in qualche modo infinitamente imperfetto continua ad amare Dio, e non se ne stacca mai definitivamente. Il caso classico, il più comune, di parlar male di Cristo senza bestemmiare lo Spirito, si realizza quando nella tribolazione, per malattia o per altri motivi, si cade nell’amarezza e si impreca contro Dio senza tuttavia accompagnare alla parola o al pensiero la parte più profonda del cuore. Questa è una cosa che in realtà, in una forma o nell’altra, da quella più indiretta a quella più schietta, da quella più larvata a quella più grave, avviene quasi ogni giorno. Oppure si può parlar male di Cristo indirettamente, per omissione, per viltà: il più famoso rinnegatore di Cristo, suo malgrado, è l’uomo su cui Cristo fondò la sua Chiesa, Pietro; tre volte lo rinnegò, misurando amaramente tutta la sua fragilità umana; egli peccò per debolezza; ma non peccò contro lo Spirito, sennò non sarebbe stato perdonato. Paolo, invece, non si limitò a parlar male di Cristo, a considerarlo un impostore, ma arrivò a perseguitare i cristiani; se Dio scelse S. Paolo è perché nell’anima di Saulo insieme alla cecità c’era un’autentica sete di verità e di bene; perché in Saulo all’errore, al peccato di confinare meschinamente l’amore di Dio nello zelo verso la Legge, non si accompagnava la menzogna del cuore; perché anche quando odiava Cristo non odiava in cuor suo la verità, e la ricercava, cioè ricercava Cristo; e perciò anche quando perseguitava i cristiani, gravemente peccando, Saulo non bestemmiava lo Spirito.

Bisogna inoltre considerare che nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale, ci sono sempre stati e forse ci saranno sempre uomini che non riconosceranno in Cristo quel bene che onoreranno con l’esempio della loro vita; uomini che in buona fede non onoreranno il nome di Gesù ma albergheranno nel loro cuore sentimenti di giustizia che saranno computati a loro giustificazione; uomini che per i misteriosi ma sapienti disegni della Provvidenza – che se vuole porta qualsiasi persona di buona volontà alla conoscenza di Gesù – ameranno la via, la verità, la vita ma saranno destinati a non amare o non conoscere durante la loro vita terrena il nome di Gesù. I motivi di questa incolpevole ignoranza possono essere infiniti[1].

E d’altra parte: forse che gli uomini che vissero prima di Gesù Cristo non conobbero il bene? Ma se lo conobbero, conobbero anche, senza conoscerlo, Gesù Cristo. E Mosè stesso, forse che non conobbe ed onorò Dio? Ma se lo conobbe, conobbe anche, senza conoscerlo, il Figlio dell’uomo. O forse che l’essenza del bene cambia a seconda dei luoghi e dei tempi? Bisogna sempre stare attenti a non giudicare secondo le apparenze, secondo la carne: anche le parole, in se stesse, sono carne. Il monito sul peccato contro lo Spirito ha un tacito ma importante corollario per i cristiani: si può peccare contro lo Spirito e parlare bene del Figlio dell’uomo, cioè si può rinnegare Cristo parlandone bene. Gesù ce lo fa capire ammonendo gli scribi e i farisei che parlano bene di Dio, proprio nei passi immediatamente successivi a quello sulla bestemmia contro lo Spirito nel Vangelo secondo Matteo:

«O ammettete che l’albero sia buono e allora il frutto sarà buono, oppure ammettete che l’albero sia cattivo e allora il frutto sarà cattivo. Dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere! Come potete dire cose buone voi che siete cattivi? Dalla pienezza del cuore parla la bocca. L’uomo buono da uno scrigno buono trae fuori cose buone, e così l’uomo cattivo da uno scrigno cattivo trae fuori cose cattive. Io vi dico che di ogni parola infondata [vana, insincera] gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato.» (Matteo 12, 33-37)

E’ come se dicesse: «Ho detto prima: chi parlerà male di Dio ma non bestemmierà contro lo Spirito sarà perdonato. Voi, invece, che parlate bene di Dio ma bestemmiate contro lo Spirito non potete fare il bene e non sarete perdonati.» Ed infatti nel Vangelo secondo Luca la medesima reprimenda riportata da Matteo è seguita da queste parole:

«Perché mi chiamate: Signore, Signore, e non fate quel che dico?» (Luca 6, 46)

Il medesimo concetto è illustrato nella Lettera di S. Giacomo:

Ma qualcuno potrà dire: «Hai la fede e io ho le opere». Mostrami la tua fede senza le opere e io ti mostrerò la fede partendo dalle opere. Tu credi che esista un solo Dio? Fai bene: anche i demoni credono e rabbrividiscono. (2, 18-19)

Dunque: anche i demoni credono, hanno la fede in un solo Dio, cioè sanno che esiste un solo Dio; ma rifiutando Dio, non hanno una fede attiva, cioè non hanno la vera fede, cioè non hanno la fede. Se la fede è mossa dalla speranza diventa carità, e vera fede; se l’innata consapevolezza dell’esistenza del Padre ubbidisce allo Spirito essa incontra il Figlio e diventa corpo di Cristo e vera fede; se l’acqua è mossa dallo Spirito diventa sangue. Chi non spera non ubbidisce allo Spirito: bestemmia lo Spirito e si condanna da solo.

Ne deriva che nessuno può fare il bene (il vero bene, s’intende, nel senso più ampio del termine, e se diretto a cose concrete, ben distinto dalla vaga filantropia) se non ha la fede. E nessuno può amare se non ha la fede. Quando Gesù ci dice:

«Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.» (Matteo 10, 37-38)

ci dice implicitamente proprio questo: che nessuno può amare se non ha la fede. Ed infatti, come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ma Cristo è la verità, la via e la vita: noi dunque dobbiamo amare la verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Chi sente di amare davvero ama la verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. Se non lo ama nella verità lo ama solo come oggetto, cioè non lo ama: questi famigliari diventano oggetti, cioè ricchezze nel senso evangelico del termine. Nel Vangelo secondo Luca l’evangelista inizia questo discorso così:

«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.» (Luca 14, 25)

Ma lo finisce così:

«Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.» (Luca 14,33)

«A tutti suoi averi»: famigliari, dunque, come averi. Ai quali, in quanto tali, bisogna rinunciare, come a tutte le ricchezze. Cioè bisogna rinunciare all’idolatria di mettere le ricchezze al posto di Dio; cioè bisogna considerare le cose per quello che sono: cose, che nella loro inferiore natura non potranno mai darci la pace dell’anima; e i famigliari per quello che sono: figli di Dio, non cose. Se l’amore per i famigliari non s’innesta in quella verità che è loro superiore, essi diventano oggetti, ed oggetto di un amore sempre pronto a tramutarsi in violenza, anche contro se stessi, in quanto chi mette Dio nelle proprie cose lo mette prima di tutto in quella cosa che è la propria persona: è una forma demoniaca della comunione di Dio coi propri figli, dove trionfa la morte.

Ne deriva però anche, da questo discorso, che chi fa il bene veramente e ama veramente deve avere necessariamente la fede, anche se non conosce il nome di Cristo o non si riconosce nel nome di Cristo:

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. (Lumen Gentium, Cap. II, 16)

Ma qualcuno potrebbe dire: e allora la Chiesa non conta nulla? Posso tranquillamente contare su Dio, per la salvezza, se faccio il bene? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché anche Abramo, Mosè e i Profeti si salvarono per mezzo di Gesù Cristo e del suo corpo, la Chiesa Cattolica, benché nella storia questi ultimi dovessero ancora comparire e il loro nome non potesse essere ancora conosciuto. E non solo loro, ma anche tutti gli uomini di buona volontà che fuori d’Israele conobbero la Rivelazione solamente attraverso quello Spirito di verità e quella Provvidenza che agiscono sopra la terra dal giorno della sua creazione, e dai quali furono istruiti, benché imperfettamente: essi – come coloro che oggi in buona fede non onorano perfettamente Gesù Cristo ma fanno il bene – come fratelli adottivi entrano a far parte del corpo di Cristo. In secondo luogo, perché chi pensasse di salvarsi al di fuori della Chiesa con le sole opere,

pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria (Lumen Gentium, Cap. II, 14)

dimostrerebbe di essere in cattiva fede, di essere sleale con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. E peccando contro lo Spirito non si può fare il bene, cioè le opere.

Resta inteso che discernere chi ignora il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa nel senso più largo del termine, comprendente «il parlar male del Figlio dell’uomo», con colpa o senza colpa – nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale – in ultima analisi è prerogativa di Dio. Lo sapremo anche noi quando il nuovo mondo verrà alla luce e tutto sarà svelato.

[pubblicato su Papalepapale]

[1] Nella sua famosa opera “Umanesimo integrale” (cioè l’umanesimo teocentrico opposto alla sua caricatura negativa, l’umanesimo antropocentrico) Jacques Maritain elabora lo stesso concetto nel seguente modo: «Tuttavia, le interferenze dello speculativo e del pratico, nell’ordine etico stesso, non devono indurci in confusione, e il rifiuto speculativo di Dio come fine e come regola suprema della vita umana non è necessariamente, per alcuni spiriti accecati, il rifiuto pratico d’ordinare la propria vita a quel medesimo Dio del quale non conoscono più il nome. Il cristiano sa che Dio ha molte risorse, e che le possibilità della buona fede vanno più lontano di quel che non si creda. Sotto nomi qualunque, che non sono quello di Dio, può darsi (e Dio solo lo sa) che l’atto interiore di pensiero prodotto da un’anima conduca su una realtà che di fatto sia veramente Dio. Perché, per il fatto della nostra infermità spirituale, può esserci discordanza tra ciò che noi crediamo in realtà e le idee mediante le quali esprimiamo a noi stessi ciò che crediamo e mediante le quali prendiamo conoscenza del nostro credere. A ogni anima, anche ignorante il nome di Dio, anche allevata nell’ateismo, nel momento in cui decide di se stessa e sceglie il suo fine ultimo, la grazia è libera di proporre come oggetto, come cosa da amare sopra tutto, sotto qualunque nome l’anima stessa se la rappresenti – ma allora (ed è qui tutta la questione, e Dio solo lo sa) pensando sotto questo nome “tutt’altra cosa” da ciò che il nome significa, andando al di là di questo nome d’idolo – la grazia è libera di proporre quella Realtà assolutamente buona, che merita ogni amore ed è capace di salvare la nostra vita. E se questa grazia non è ricusata, l’anima in questione, optando per questa realtà, crede oscuramente nel vero Dio e sceglie realmente il vero Dio, anche quando trovandosi in buona fede nell’errare e aderendo non per colpa sua, ma per colpa dell’educazione ricevuta, a un sistema filosofico ateo, nasconde questa oscura fede nel vero Dio con formule che la contraddicono. Crede negare Dio, e in realtà nega qualcos’altro che Dio. Un ateo in buona fede – in realtà un pseudo-ateo – contro la propria scelta apparente, avrà allora scelto realmente Dio come fine della sua vita.»

Il vero male italiano

Fino a qualche tempo fa il male italiano per antonomasia, secondo la dottrina del culto della legalità, erano le mafie al plurale. Qualche settimana fa l’ispirato e un po’ scalmanato Don Ciotti ha aperto gli occhi agli esaltati dello sbrigativo partito giustizialista confermandoli in quello che nel segreto del loro cuore avevano sempre saputo: mafia uguale corruzione. Perciò non è strano che l’ultimo libro del presidente dell’Anticorruzione – come quasi tutti i magistrati impegnati nella lotta contro le mafie al plurale, anche Raffaele Cantone è un grafomane: sette-otto libri scritti negli ultimi sette-otto anni, ad occhio: un cannone – non è strano, dicevo, che l’ultima sua fatica letteraria, scritta in collaborazione col giornalista Di Feo, si intitoli “Il male italiano. Liberarsi della corruzione per cambiare il Paese”. Anche il libro, possiamo ben dire, è il coronamento di un percorso.

La lotta alla corruzione è sempre stata la fissazione dei regimi comunisti: se il paradiso marxista non funzionava la colpa era delle cricche corruttrici e del rilassamento dei costumi. Anche le epurazioni al vertice dello stato, risultato di una vera e propria guerra fra cricche, venivano giustificate da questo genere di accuse. Ora, io onestamente non credo che Raffaele Cantone sia un bolscevico; però leggo nelle anticipazioni giornalistiche che secondo lui per combattere l’Anticristo, cioè la corruzione, oltre alla repressione e alla prevenzione «è indispensabile una presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale». Il che suona sinistramente maoista.

E’ preoccupante, piuttosto, che un po’ alla volta certe espressioni da sanculotti siano diventate moneta corrente in Italia, e che ormai nessuno ci faccia più caso. Pur di fare la guerra a Berlusconi, accusato – vien da ridere, oggi, considerati i pazzi a piede libero che si vedono in giro – di populismo, sia la sinistra sia la grande stampa per anni hanno solleticato il populismo più becero, che è appunto quello giustizialista-giacobino, il più vecchio, elementare e fallimentare del mondo. Il partito della palingenesi, per metà popolato da ingenui, per metà da furbacchioni senza scrupoli, è fortissimamente convinto che con la liquidazione dei corrotti tutti i problemi dell’Italia si risolveranno d’incanto. E tuttavia si osserva un fatto strano: quasi tutti i politici tuonano contro la corruzione, così come gli enti, le associazioni, gli ordini, la società civile, perfino la chiesa, tutti, tutti tuonano contro la corruzione; eppure il business della corruzione sembra essere più florido che mai.

Ed infatti tutto questo pigia pigia, questo sgomitare legalitario obbedisce più a logiche di potere ed opportunismo che a crescente civismo. E’ l’ennesima manifestazione del vero male italiano, di quel voltagabbanismo che ci spinge a lucrare sulle disgrazie dell’altro, facendo ridere lo straniero. Si capisce che in questo quadro lo spazio per la politica, che per natura è preposta a non dare mai risposte definitive, e tuttavia funzionali, ai problemi della convivenza civica, è ridotto al lumicino: fare cioè da ancella ai grandi sacerdoti della rivoluzione. Questo pericolo è sempre presente in tempi di democrazia. Il problema è che mentre in altri paesi europei il sentimento nazionale sembra ancora preservare un istinto di autoconservazione capace di evitare l’avvitamento fatale, nel nostro paese, dopo settant’anni di vita repubblicana fondata sulla divisione antropologica fra buoni e cattivi questo sentimento sembra invece molto indebolito.

[pubblicato su Giornalettismo.com]