Il vero male italiano

Fino a qualche tempo fa il male italiano per antonomasia, secondo la dottrina del culto della legalità, erano le mafie al plurale. Qualche settimana fa l’ispirato e un po’ scalmanato Don Ciotti ha aperto gli occhi agli esaltati dello sbrigativo partito giustizialista confermandoli in quello che nel segreto del loro cuore avevano sempre saputo: mafia uguale corruzione. Perciò non è strano che l’ultimo libro del presidente dell’Anticorruzione – come quasi tutti i magistrati impegnati nella lotta contro le mafie al plurale, anche Raffaele Cantone è un grafomane: sette-otto libri scritti negli ultimi sette-otto anni, ad occhio: un cannone – non è strano, dicevo, che l’ultima sua fatica letteraria, scritta in collaborazione col giornalista Di Feo, si intitoli “Il male italiano. Liberarsi della corruzione per cambiare il Paese”. Anche il libro, possiamo ben dire, è il coronamento di un percorso.

La lotta alla corruzione è sempre stata la fissazione dei regimi comunisti: se il paradiso marxista non funzionava la colpa era delle cricche corruttrici e del rilassamento dei costumi. Anche le epurazioni al vertice dello stato, risultato di una vera e propria guerra fra cricche, venivano giustificate da questo genere di accuse. Ora, io onestamente non credo che Raffaele Cantone sia un bolscevico; però leggo nelle anticipazioni giornalistiche che secondo lui per combattere l’Anticristo, cioè la corruzione, oltre alla repressione e alla prevenzione «è indispensabile una presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale». Il che suona sinistramente maoista.

E’ preoccupante, piuttosto, che un po’ alla volta certe espressioni da sanculotti siano diventate moneta corrente in Italia, e che ormai nessuno ci faccia più caso. Pur di fare la guerra a Berlusconi, accusato – vien da ridere, oggi, considerati i pazzi a piede libero che si vedono in giro – di populismo, sia la sinistra sia la grande stampa per anni hanno solleticato il populismo più becero, che è appunto quello giustizialista-giacobino, il più vecchio, elementare e fallimentare del mondo. Il partito della palingenesi, per metà popolato da ingenui, per metà da furbacchioni senza scrupoli, è fortissimamente convinto che con la liquidazione dei corrotti tutti i problemi dell’Italia si risolveranno d’incanto. E tuttavia si osserva un fatto strano: quasi tutti i politici tuonano contro la corruzione, così come gli enti, le associazioni, gli ordini, la società civile, perfino la chiesa, tutti, tutti tuonano contro la corruzione; eppure il business della corruzione sembra essere più florido che mai.

Ed infatti tutto questo pigia pigia, questo sgomitare legalitario obbedisce più a logiche di potere ed opportunismo che a crescente civismo. E’ l’ennesima manifestazione del vero male italiano, di quel voltagabbanismo che ci spinge a lucrare sulle disgrazie dell’altro, facendo ridere lo straniero. Si capisce che in questo quadro lo spazio per la politica, che per natura è preposta a non dare mai risposte definitive, e tuttavia funzionali, ai problemi della convivenza civica, è ridotto al lumicino: fare cioè da ancella ai grandi sacerdoti della rivoluzione. Questo pericolo è sempre presente in tempi di democrazia. Il problema è che mentre in altri paesi europei il sentimento nazionale sembra ancora preservare un istinto di autoconservazione capace di evitare l’avvitamento fatale, nel nostro paese, dopo settant’anni di vita repubblicana fondata sulla divisione antropologica fra buoni e cattivi questo sentimento sembra invece molto indebolito.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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