Il genocidio come arma retorica

Ogni genocidio, in quanto complesso fenomeno storico, ha le sue peculiarità. Risulta impossibile perciò inchiodare il concetto di genocidio a qualche sua qualità intrinseca: il genocidio non è una mela o una pera, e nemmeno un dogma metafisico. Però lo diventa, se lo si vuol usare impropriamente come arma retorica per fini spesso tutt’altro che nobili. Tutti gli equivoci sui genocidi nascono da questa volontà, a volte con esiti perfino comici.

Ciò è dovuto al fatto che la pseudo-religione dei diritti umani ha bisogno di dogmi, di diavoli e di peccati mortali. Ma rifiutando la trascendenza è costretta a individuarli nelle cose di questo mondo, non nello spirito: ecco allora che i crimini contro l’umanità sono posti al centro di una specie d’idolatria in negativo; sostituiscono quelli contro Dio; diventano l’espressione del male assoluto; e chi li compie viene dipinto con fattezze sataniche o bestiali.

Il fenomeno del negazionismo deriva proprio da questa sbagliata impostazione della questione. E’ un suo effetto collaterale. Infatti, se un crimine contro l’umanità, un genocidio, diventa un dogma nel quale bisogna credere piuttosto che un fatto storico, allora risulta anche molto più agevole negarlo rotondamente, piuttosto che negare la realtà concreta e documentata del massacro sistematico di centinaia di migliaia o milioni di persone accomunate dall’etnia, dalla religione, dalla classe o da qualcosa di meno determinato. Il buon senso ci dice forse che cambia qualcosa di sostanziale se tale ecatombe umana prende o no ufficialmente il nome di genocidio? Il buon senso ci dice di no. Ma oggi come oggi, in un mondo imbevuto della retorica demagogica dei diritti umani, una nazione ancora capace di ammettere il suo coinvolgimento in un genocidio inteso nel senso comune del termine, assai difficilmente potrebbe però accettare di assere additata ufficialmente come colpevole di un genocidio inteso nel senso pseudo-religioso del termine: ciò costituirebbe un’onta insopportabile, uno stigma.

D’altra parte la retorica dei diritti umani non colpisce soltanto chi è più o meno colpevole, ma spessissimo anche l’innocente: chi vuole imporre un’ideologia, o una verità di regime, chiama negazionista chi gli resiste. Lo stesso Erdogan, che oggi ruggisce come un leone ferito quando si parla di genocidio armeno, e chiama in causa strumentalmente la storia, con la quale intende spudoratamente scusare tutto, qualche anno fa qualificava la cosiddetta islamofobia come crimine contro l’umanità. E non è un caso che il primo genocidio moderno, quello vandeano, sia stato perpetrato dai primi campioni della religione dei diritti umani. Bisognava adorare la nuova umanità, e chi si rifiutava si metteva fuori dall’umanità: nell’uccidere, nel liquidare questa feccia negazionista non si aveva più a che fare con uomini. Questa logica sta alla base di tutti i genocidi moderni, ne è la giustificazione, sia che a metterli in atto sia il nazionalismo (che sacralizza la nazione al posto dell’umanità, in una sorta di universalismo su scala ridotta) oppure l’universalismo pseudo-umanitario comunista o giacobino.

Storicizzare i genocidi non significa naturalmente sminuire il male commesso e le colpe degli agenti del male. La storia può cicatrizzarne gli effetti, ma non può rendere ragione al male. Ciò significherebbe cadere nell’errore opposto a quello di chi vuol proclamare i diritti umani senza ordinarli ad una verità trascendente, il quale finisce per assolutizzare ciò che è accidentale, e per guardare più alle parole che alla sostanza delle cose, al servizio non della verità ma della propaganda: la pseudo-religione dei diritti umani, i genocidi, i crimini contro l’umanità, quelli di fatto perpetrati ma giustificati e quelli giustamente condannati, e insieme i negazionisti, quelli innocenti e quelli colpevoli, nascono nello stesso momento e sono figli di una stessa cultura che ha messo da parte il Dio cristiano.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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