Perché la destra è ancora Berlusconi

Le parole d’ordine da spedire all’opinione pubblica italiana si originano a sinistra, passano per il centro e poi arrivano anche a destra. Prendiamo questa fregnaccia, oramai elevata a dogma: la rinascita del centrodestra comincia dal giorno del pensionamento di Berlusconi. Sulla carta sembra ragionevole: Silvio è un vecchietto, di battaglie ne ha combattute perfino troppe, e i sondaggi, che nel caso delle recenti elezioni britanniche hanno fatto furore, danno il suo partito ai minimi storici; anche se, converrete, è già un fatto straordinario (e rivelatore) che Forza Italia, il partito più spernacchiato del mondo, sia ancora in vita dopo una campagna di denigrazione di durata ventennale.

Ciò avrebbe senso se l’Italia fosse un paese normale, dove un normale partito di destra potesse avere cittadinanza. Sappiamo invece bene cosa intenda per destra perbene il giornalista collettivo perbene: una specie di sinistra democristiana del nuovo millennio, inodore ed insapore, alla quale è vietato di parlare al popolo di destra nella sua terragna complessità e varietà, sotto minaccia di anatema e relative persecuzioni.

Che sia così, l’hanno dimostrato palpabilmente gli sviluppi immediatamente successivi alla dimissioni di Berlusconi e alla nascita del governo Monti nel 2011. Pareva che Berlusconi avesse già un piede nella tomba politica, ma non ci fu nessuno capace di proporre una rifondazione della sua piattaforma politica sulla base di una visione complessiva – cioè berlusconiana – della destra. Non era una semplice questione d’intelligenza: era anche una questione di fegato. Non vi ricordate il caso del riformatore Segni? Ci fu un momento, al tempo di Mani Pulite, nel quale il politico sardo, sì democristiano ma forte della sua immagine di uomo nuovo, avrebbe potuto far suo quel progetto. Berlusconi, prima di scendere in campo, lo propose quale leader del centrodestra, di un centrodestra, cioè, che prima non esisteva nemmeno come sostantivo nel dizionario della politica italiana. Ma Segni rifiutò. E perché? Perché ebbe paura.

E così, dopo l’insediamento di Monti, invece della rinascita della destra perbene pronosticata dai begli spiriti de “Il Sole 24 Ore”, magari con lo stesso improbabilissimo Monti alla sua testa, l’indebolimento di Berlusconi ha prodotto solo una serie di nuovi capetti intenti a presidiare il loro territorio di competenza e a farsi la guerra fra di loro: molto più facile (nonché tollerato ed incoraggiato obliquamente da quella grande stampa che poi farisaicamente lamenta la mancanza di una destra moderna) rinchiudersi nella ridotta della destra responsabile, cioè del nulla centrista; oppure in quella della destra identitaria; che buttare il cuore oltre l’ostacolo con un disegno di largo respiro.

Lo si è visto anche in questi giorni: solo l’ostinato Berlusconi ha avuta la presenza di spirito di trarre immediatamente le conseguenze del varo della nuova legge elettorale, rispolverando la vecchia idea di un partito repubblicano che non sia l’espressione astratta, settaria e perdente di un nobile consesso di happy few anglofili, ma la casa dei conservatori italiani; e solo l’ostinato Berlusconi ha saputo trovare parole pacate di dissenso dalla politica occidentale verso la Russia, senza per questo cadere nell’ambiguità anti-occidentale. E’ colpa di questo personaggio pittoresco se gli altri restano muti, quando si arriva al dunque?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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2 thoughts on “Perché la destra è ancora Berlusconi

  1. “È” significa che esiste. Ho l’impressione che non esista più. Ciò non significa che non ci sia un elettorato di destra, ma che Berlusconi non lo intercetta più.

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