Articoli Giornalettismo

L’irrisolto Renzi e l’irrisolto Pd

Che la caratteristica più vistosa della politica e del giornalismo politico italiano sia l’isterismo, è cosa ormai risaputa. In questo il nostro paese conferma la sua secolare passione per il melodramma. Ricorderete certo che fino a qualche settimana fa il centrodestra era dato per morto: anche ai nemici oramai faceva più compassione che ribrezzo. Oggi è ritornato una minaccia. Mentre quel Renzi che fino qualche mese fa sembrava avviato ad una dittatura democratica ventennale, oggi viene quasi dato sulla via del tramonto. Sono bastati la botta alle elezioni regionali e i sondaggi in picchiata per il Pd a far cambiare canzone ai ragazzi del coro.

Il brusco ridimensionamento del renzismo merita invece una spiegazione razionale. La presunta popolarità di Renzi poggiava su un equivoco. Per capirlo bisogna ritornare ai tempi della deposizione di Berlusconi e dell’intronizzazione di Monti. Fu allora che si cominciò a parlare del partito della nazione. Il piano era semplice quanto pretenzioso: Super Mario, il tecnocrate europeo doc, personificazione un po’ caricaturale dell’autorevolezza e della competenza, grazie al successo della sua azione di governo, e grazie al discredito generale in cui erano precipitati i partiti politici, doveva coagulare intorno a sé il favore del mondo politico migliore, di destra e di sinistra, e farne il nucleo fondante di una nuova formazione politica, il partito della nazione, appunto, destinato a trionfare alla prima tornata elettorale.

Monti si rivelò una macchietta. Da grand commis prestato alla politica, non dimostrò né idee né leadership. In compenso incantò per la sua sobrietà, talmente ostentata da meritare le pernacchie delle persone con ancora qualche rimasuglio di spina dorsale. Il partito della nazione, nelle sue fredde mani, restò congelato. Invece di ritirarsi dignitosamente dalla scena politica, Monti decise di morire politicamente coprendosi di ridicolo e fondò Scelta Civica, partito che anche nel nome confessava le ambizioni rionali di una lista civica più che quelle di un partito della nazione.

I presunti poteri forti optarono allora per il piano B; ossia pensarono, nella loro impotenza, di fare dello stesso Pd il partito della nazione. Bersani stette al gioco, perché stimò che non gli potessero venire che vantaggi. Ma alle elezioni la rivitalizzazione del centrodestra da parte di quel diavolo del Berlusca e la concomitante esplosione del M5S combinarono il disastro: il Pd riuscì a vincere le elezioni per un soffio, ma non ottenne la maggioranza al senato. Il risultato morale fu un pareggio equivalente a una cocente sconfitta.

Le circostanze perciò giocarono per mantenere in vita l’idea balzana del partito della nazione. Nacque un governo delle larghe intese, centrato su un Pd che guardava al centro e che veniva guidato da un centrista per storia e temperamento, il democratico Letta. Il giovanotto neanche cinquantenne non si rivelò una macchietta ma nemmeno dimostrò la tempra churchilliana necessaria a tenere a bada nemici esterni ed interni, in un periodo difficilissimo per l’economia e in un contesto di montante insofferenza popolare per soluzioni politiche calate dall’alto, anche a sinistra (a cominciare dal guru Zagrebelsky) dove quelle stesse soluzioni qualche anno prima erano state invocate con molesta petulanza (sempre a cominciare dal guru Zagrebelsky, naturalmente) pur di liquidare Berlusconi.

Cosicché ai presunti poteri forti, quando il simpatico pirata Renzi abbordò con successo il bastimento Pd e mostrò, a forza di rassicurazioni, di voler fare le scarpe al suo grande amico Letta, sembrò che la figura del Rottamatore potesse riverniciare a nuovo un disegno vecchio. Il grande amico Letta fu esautorato e sulle prime il disegno sembrò avviarsi verso orizzonti di gloria. Alle elezioni europee il Pd stravinse. Ma proprio qui si cadde nell’equivoco. In realtà la straordinaria vittoria renziana era il segno di un paese sfinito che si arrendeva, dopo anni di lavoro ai fianchi, a una soluzione da partito degli ottimati cui Renzi offriva, suo malgrado, una faccia accattivante, più che l’esito di una franca adesione dell’elettorato al cosiddetto renzismo.

L’ascesa al potere di Renzi si caricava perciò di una doppia ambiguità: da un lato la scarsa legittimazione democratica, che il risultato delle europee non cancellava del tutto, e la natura opaca dei suoi rapporti col partito del partito della nazione, per così dire; dall’altro l’ambiguità di un partito democratico che si vergogna di farsi chiamare socialista ma sta coi socialisti in Europa e nel contempo onora Berlinguer, colui che per furbizia e per necessità rimpiazzò il marxismo col giacobinismo nel vecchio Pci.

Non avendo mai affrontato queste contraddizioni strutturali della sinistra il renzismo non riesce a darsi un minimo d’identità politica; identità che nemmeno il forsennato (e spesso cinico, nei confronti delle persone) attivismo del premier può surrogare all’infinito. Ed è così che un po’ alla volta il Pd sembra progressivamente subire la pressione di due identità politiche più forti: da una parte il M5S, vero erede del radicalismo di massa incarnato dal vecchio Pci, fortezza montagnarda in trepida attesa di liquidare i girondini piddini, a dimostrazione che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è mai avvenuta; dall’altra un centrodestra che pur nella sua frammentazione politica al momento buono riesce sempre a ritrovare una certa compattezza in virtù di un elettorato molto più coeso dei suoi rappresentanti politici, a dimostrazione che il berlusconismo, piaccia o non piaccia, non si esaurisce nella figura del Cavaliere, ma è anche un progetto politico sensato.

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Eco e gli imbecilli

C’è sicuramente molto di vero nelle parole pronunciate da Umberto Eco qualche giorno fa all’Università di Torino, in occasione dell’ennesima laurea honoris causa (sono ormai una quarantina, ed è proprio per questo che molti ormai sospettano – a ragione – che il merito non c’entri un bel nulla). «I social media», ha detto quest’arida e speciosa istituzione vivente della cultura italiana, «danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» Anch’io anni fa, per esempio, sentendomi prontissimo per la gloria imperitura, aprii un blog e cominciai fin dal primo giorno a spararle grossissime, senza mai poi pentirmene. C’è piuttosto da capire perché Eco abbia messo tanta enfasi nell’esprimere un concetto che in sé non è altro che una banalissima constatazione; insomma, per dirla con gli imbecilli: e allora?

Per molti versi la questione social media somiglia alla vecchia questione democrazia. Da una parte la democrazia viene vista come giusta in quanto espressione e sbocco politico inevitabile di diritti naturali universalmente riconosciuti. Dall’altra la democrazia spaventa per la sua volgarità. Non un bieco reazionario, ma uno spirito fine e liberale come Stendhal, senza averla mai vista di persona, già paventava 180 anni fa il clima gretto e soffocante della democrazia di tipo statunitense, da lui descritta come tirannia dell’opinione pubblica. Ed è un fatto che il suffragio universale ha dato la possibilità di voto non solo a milioni d’imbecilli ma perfino alle donne, disgrazia di cui nemmeno i lunghi anni di apprendistato del suffragio ristretto, vera e propria era di transizione tra i regimi aristocratici e quelli democratici propriamente detti, hanno potuto limitare i danni in maniera accettabile. Col senno di poi, agli occhi del saggio conservatore quest’era pedagogica di transizione non ha potuto che apparire troppo breve.

Ma Umberto Eco non è un saggio conservatore. Al contrario, come i suoi scalmanati sodali di “Libertà e Giustizia”, è un fanatico della democrazia. Il saggio conservatore non idolatra la democrazia, ma è capace di apprezzare quest’approdo con l’equilibrio interiore di chi arriva all’agiatezza e alle sue trivialità senza esserne sedotto. Il tanfo emanato dalla democrazia, che è la sua fragranza naturale, lo rassicura anzi sul suo buono stato; una democrazia perbene, parlando da un punto di vista sociologico, è come la bella politica invocata dagli sciocchi o dagli imbroglioni: una cosa contro natura e fortemente sospetta. Il democratico da operetta ama invece la democrazia come un padre-padrone ama il proprio figlio, ossia finché gli obbedisce, lo compiace o non lo delude: dopodiché lo ammazza o lo rinnega.

La verità è che i demiurghi alla Eco amano la democrazia immatura, l’amano fin quando s’immedesima in una piazza popolata da minoranze militanti, capace d’intimidire e di mettere il popolo variegato degli imbecilli davanti al fatto compiuto. E questo vale anche per le piazze mediatiche create dai social media, strumenti benedetti finché servono a raggruppare i firmaioli compulsivi tanto amati dal milieu democratico-progressista, e maledetti quando, con la forza primigenia della vegetazione equatoriale, l’Anonima Imbecilli viene a soffocare democraticamente gli impulsi oligarchici degli amici di Eco.

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Articoli LSblog, Esteri

I consigli di Cazeneuve

Bernard Cazeneuve, ministro dell’interno dell’attuale governo socialista nel paese dei diritti umani, l’inimitabile Francia, ha rilasciato un’interessante – e interessantissima per noi italiani – intervista televisiva sul problema dei migranti bloccati alla frontiera di Ventimiglia. Eccone alcuni brani riportati da “Le Figaro”:

«Cosa succede a Ventimiglia? C’è la necessità di far rispettare le regole di Schengen e di Dublino. Quali sono queste regole? Quando in Francia arrivano dei migranti passati per l’Italia e registrati in Italia, il diritto europeo vuole che siano ricondotti in Italia. (…) Abbiamo avuto circa 8.000 ingressi dall’inizio dell’anno e abbiamo ricondotto più di 6.000 persone in Italia. Alcuni migranti che sono stati ricondotti in Italia vogliono rientrare in Francia (…) Non devono entrare e devono essere presi in carico dall’Italia. Non c’è un blocco della frontiera, perché siamo in uno spazio aperto; c’è semplicemente il rispetto alla frontiera franco-italiana delle regole di Schengen e Dublino. (…) Dall’inizio dell’anno 50.000 migranti sono arrivati in Grecia, 50.000 sono arrivati in Italia (…) Ci sono dei migranti irregolari per ragioni economiche, che vengono dall’Africa occidentale [in buona parte francofona, NdZ] che non sono sulla via dell’esodo a motivo di persecuzioni subite, ma per la volontà di vivere meglio in Europa. Non possiamo accoglierli, bisogna che siano ricondotti alla frontiera, in Africa.»

Parole di una chiarezza cristallina e sommamente ipocrita allo stesso tempo, come non di rado succede in politica: l’umanità e la fraternità vengono tranquillamente spazzate via dalla necessità di rispettare le regole, le stesse che quando fa comodo vengono a loro volta spazzate vie dal diritto di ingerenza umanitaria. Chissà cosa succederebbe se l’Italia seguisse davvero la “retta via” indicata da Cazeneuve. Probabilmente con lo strepito col quale riusciamo, o meglio, non riusciamo a fare le cose, passeremmo subito per carnefici agli occhi del mondo. Sì, perché tra le righe del discorso del ministro francese si può leggere anche l’irritazione verso un paese, il nostro, che non ha ancora imparato a stare il mondo. Un discorsetto che si può riassumere così:

«Cari italiani, sappiamo come stanno le cose: di questi cosiddetti migranti solo una piccola parte fugge davvero le persecuzioni, la guerra, la fame. La grande maggioranza è spinta dal sogno di una vita migliore che sembra loro a portata di mano. Lo vedete anche voi: nonostante i patimenti del viaggio, è quasi tutta gente in carne; pochissimi sono vestiti di stracci; c’è molta gioventù prestante, abile ed arruolabile. Noi umanamente li capiamo, ma – siamo seri – non possiamo mica assistere passivi a queste nuove invasioni barbariche. Quindi, cari italiani, non fate tanto casino. Datevi da fare, piuttosto. Organizzatevi. Rinchiudeteli in vari centri. Identificate chi veramente ha diritto all’asilo. Diciamo che il 10% è una percentuale credibile. Gli altri rispediteli senza tanto chiasso in Africa. Allora sulla base di quel 10% potremmo parlare di quote da sparpagliare nella nostra bella Europa. Se foste un paese serio, un paese con un minimo d’amor proprio, con un minimo di sentimento nazionale, fareste tutto ciò con la massima discrezione possibile. E parlo anche dei vostri giornalisti chiacchieroni. Mille anni di storia nazionale hanno insegnato ai nostri imbrattacarte a sapersi elegantemente autocensurare, o almeno a misurare le parole, quando ciò giova alla patria.»

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Renzi e i giustizieri

Ero stato facile profeta, due mesi fa, nel parlare di «lento assedio della sinistra giustizialista a Renzi». La vera battaglia per la riforma della sinistra Renzi non l’ha nemmeno cominciata. Renzi è stato bravo a presentarsi come l’uomo che rompe gli schemi e parla una lingua nuova, ma tutto questo suo accattivante agitarsi nascondeva una reticenza di fondo. Era un modo di far finta di prendere il toro per le corna, quando invece si prendeva per le corna una capretta. A sinistra il vero toro da rispedire in stalla era il giustizialismo, non quel vetero-socialismo che peraltro, col perdurare della crisi, sta tornando di moda anche fra chi in questi anni si era politicamente accampato fra i democratici con veltroniana fatuità.

D’altra parte anche la filosofia della rottamazione, a ben vedere, costituiva una specie di giustizialismo giocoso, che permetteva a Renzi di essere allo stesso tempo dirompente ed ambiguo. Ciò gli ha conservato in qualche modo, e per qualche tempo, le simpatie di ampie schiere del popolo di sinistra, ma gli anche assicurato l’appoggio di quella grande stampa dell’ex triangolo industriale che da anni ormai si è piegata al verbo giacobino, nell’illusione di potersene servire per patrocinare disegni politici tecnocratici o centristi. Il risultato è però che il Pd di Renzi ha sfondato al centro conquistando i voti di un certo elettorato moderato sfiancato dalla pedagogia ossessiva del circo mediatico-giudiziario, elettorato che ha scelto di arrendersi a Renzi piuttosto di non votare; ma non ha affatto ridimensionato quella specie d’identitarismo di sinistra costituito dalla mistica della questione morale, credo politico che dopo il crollo del Muro di Berlino ha occupati nel mondo post-comunista gli spazi lasciati vuoti dalla dottrina marxista.

Era inevitabile, perciò, che con la fine della luna di miele fra Renzi e gli italiani – fine che non gli si può imputare più di tanto in quanto nell’attuale situazione anche a un santo o a un genio sarebbe capitato lo stesso – l’anima giustizialista della sinistra in generale e del suo partito in particolare cominciasse a prendere per il bavero il condottiero fiorentino e a chiedergli sempre più insistentemente una confessione di fede. Ed è così che sono saltate fuori le liste di proscrizione della Bindi a mettere brutalmente sul tappeto la questione sulla natura del Partito Democratico: qual è il vero Pd? Il partito entrato nella famiglia dei socialisti europei o il partito giacobino di massa del quale, sulla fine degli anni settanta del secolo scorso, partendo da lidi diversi, Scalfari e Berlinguer posero le basi?

Singolari, ed eloquenti, le ragioni che hanno spinto uno dei guru del partito della legalità, Roberto Saviano, a criticare le liste bindiane. E significativo il fatto che tali ragioni nella sostanza siano state fatte proprie, dopo qualche dichiarazione ambigua, dal presidente dell’Anticorruzione Cantone, la cui nomina è stato il primo vistoso segno di cedimento di Renzi alle istanze giacobine. Secondo Saviano, il peccato commesso dalla Bindi starebbe in questo: inchiodando pubblicamente alcuni personaggi alle loro presunte colpe, avrebbe di fatto assolto tutti gli altri. Infatti, l’essenza politica del giustizialismo, al quale della legalità e dei modi lungimiranti di mettere un freno al malaffare non importa in realtà un bel nulla, non sta tanto, o non sta solo, nel far rotolare un certo numero di teste, piccolo o grande che sia; sta piuttosto nel tenere tutti quanti sotto scacco, esercitare un sempre più ampio potere di veto, imporre un nuovo linguaggio – come quello che, oggi, mira demagogicamente e spudoratamente ad assimilare alla mafia qualsiasi tipo di malaffare – e infine puntare al potere tout-court.

Intanto, per la prima volta, Renzi, sul tema della giustizia, sembra quasi costretto a dare spiegazioni. Ma non può illudersi più di tanto: per i giacobini il compromesso dura solo un giorno, e costituisce una piattaforma sulla quale erigere nuove torri d’assedio.

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Articoli Giornalettismo, Bene & Male

Una commedia che sta per finire

Non credo che le inequivocabili parole di rincrescimento espresse dal segretario di stato cardinale Parolin circa l’esito del referendum irlandese sui matrimoni omosessuali abbiano veramente sorpreso il mondo. Non credo nemmeno che fossero in molti a scommettere che l’atteggiamento di apertura di Papa Francesco verso gli sviluppi della secolarizzazione si sarebbe trasformato in una messa in questione della dottrina cattolica. Sui cosiddetti temi eticamente sensibili è stato proprio il papa argentino a parlare spesso in maniera singolarmente sanguigna, almeno per i canoni riguardosi adottati dalla Chiesa Cattolica negli ultimi decenni, anche se su questa sua ruspante durezza i media hanno steso sistematicamente un velo spesso; quei canoni riguardosi Jorge Mario Bergoglio li ha invece riservati alle persone, mettendoci in più quel suo naturale calore umano, a volte quasi sconfinante nella trascuratezza: in breve, il papa descamisado è un papa che effettivamente si proponeva di rompere gli steccati, ma al quale non passava nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di uscire dal recinto cattolico, ammesso e non concesso che lo potesse veramente fare.

D’altra parte la bolla del bergoglismo mediatico ha avuto sin dall’inizio un doppio scopo: agire come formidabile mezzo di pressione sui cattolici e sul clero in modo tale da rendere impensabile un qualsiasi passo indietro da una rivoluzione che si dava retoricamente per già iniziata; oppure, in caso d’insuccesso, farla scoppiare in faccia ad un mondo deluso, in modo tale da rendere plasticamente evidente la congenita irriformabilità della Chiesa Cattolica, anche a dispetto delle buone intenzioni dei suoi massimi pastori. E’ questa la commedia cui stiamo assistendo.

Che sia così, lo provano anche le reazioni isteriche all’espressione usata da Parolin per definire il successo del “sì” nel referendum irlandese: «una sconfitta dell’umanità», ha detto il mitissimo segretario di stato. Tra la vastissima schiera degli scandalizzati molti hanno reagito condannando la brutalità o l’insensibilità di Parolin; altri, ironicamente, hanno fatto notare che ben altre sono le sconfitte dell’umanità che oggi il nostro mondo patisce. Ma in quest’ultima considerazione vi è una contraddizione: infatti, sono stati proprio l’universo liberal-progressista in generale e l’Occidente più fatuo in particolare, tra lo sbigottimento delle plebi del terzo mondo, a mettere la strampalata cultura di gender al centro di una nuova antropologia, e a sbandierare il matrimonio gay alla stregua di un diritto umano, tanto che enti sovranazionali e capi di stato di grandi potenze se ne sono fatti paladini.

La dichiarazione di Parolin suona quindi involontariamente beffarda, proprio perché coerente con tale scenario di battaglia epocale. In più, agli occhi del mondo, il segretario di stato ha commesso un peccato capitale: ha sottratto l’umanità al monopolio linguistico degli adepti della pseudo-religione dei diritti umani. Ed è questa serafica ma ostinata rivendicazione di rappresentanza dell’umano da parte cattolica, soprattutto, che ha fatto salire il sangue alla testa ai portavoce dell’umanitarismo sfatto e senza radici.

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