Ombre siciliane

Sembrerebbe quasi che la mafia siciliana sia andata in coma. Non se ne sente più parlare, l’avete notato? Parlo di mafia in senso stretto, s’intende, non del barocco corollario dell’antimafia, perché quest’ultima ha ormai da qualche anno letteralmente soppiantata la cara e vecchia mafia d’un tempo nell’accaparrarsi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Sembrerebbe anche che nel rubare la scena alla mafia l’antimafia ne abbia acquisito certi spiacevoli tratti distintivi. Questo suo straripare, infatti, è stato dal punto di vista dell’affabulazione giornalistica fecondo come quello del Nilo per le aride distese del basso Egitto: oscuri intrighi, misteri, derivazioni, deviazioni, diramazioni, avvertimenti, gerghi stravaganti, parole d’ordine ossessive, gustosi personaggi in cerca d’autore, lotte sotterranee fra cosche antimafiose, mappe occulte del potere, rapporti col terzo livello, regolamenti di conti. Insomma, tutto quello sfondo pittoresco che la mafia non sembrava più in grado di offrirci a parziale risarcimento delle proprie scelleratezze, adesso ce lo regala lo spettacolo spassoso dell’antimafia. In un certo senso, almeno quello estetico, si può dire che l’antimafia è diventata la nuova frontiera della mafia, un po’ come l’antifascismo lo è stato per il fascismo.

Questo quadro paradossale potrebbe replicarsi nella parte continentale dello Stivale nella sciagurata eventualità che la cosiddetta cultura della legalità dovesse trionfare definitivamente in Italia. Tre decenni e mezzo di questione morale, che fu la maniera cinica e immorale con la quale il marxismo sconfitto avvelenò i pozzi della politica italiana, hanno distrutto perfino il concetto stesso di una ben circoscritta autonomia della politica. Spaventa pensare che un’intera generazione di italiani sia stata costretta a vivere la politica se non come lotta tra onesti e disonesti, e forse ora non sappia nemmeno immaginare qualcosa di diverso da questo squallido schema.

Oggi sono proprio gli eredi del partito della questione morale a sentire sul collo il fiato dei fanatici che hanno tirati su nel culto caricaturale della legalità. Questi ultimi giustificano l’incontrollato protagonismo della magistratura col fatto che essa sarebbe stata costretta ad un ruolo di supplenza democratica a causa delle deficienze della politica. Ma se la politica si riduce a lotta fra onesti e disonesti, così come vuole la rozza filosofia giacobina che si è cercato d’imporre agli italiani con la complicità vile e colpevole della grande stampa, semplicemente annulla se stessa annullando il suo campo d’azione. E se per converso la politica cercasse di riprendersi le proprie prerogative sarebbe immediatamente accusata di autoritarismo e complicità col malaffare. Oggi che la sinistra è al governo, in quella grande sinistra che oltre ai democratici comprende idealmente grillini, vendoliani e altra minutaglia, la questione morale viene agitata periodicamente come un manganello sopra la testa di chi vorrebbe uscire da questa logica imbecille. Ma lo scontro tra questione morale e politica è nelle cose. E non potrà essere rimandato all’infinito. Altrimenti gli scenari siciliani di lotta per bande tra i trionfanti campioni della legalità diventeranno sempre più plausibili.

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La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

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Gli errori dell’Occidente in Bosnia-Erzegovina

Nei giorni scorsi abbia avuto un’altra prova della fatuità con la quale l’Occidente si muove nello scacchiere internazionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che evidentemente non ha altro di meglio da fare che pontificare, in occasione del ventennale del massacro di Srebrenica, nel quale almeno 8.000 musulmani bosniaci inermi furono trucidati dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladić, ha messo ai voti una risoluzione che condannava tale avvenimento come genocidio. La risoluzione è stata respinta in forza del veto della Russia, che fin dall’ottocento si è ritagliata il ruolo di protettrice dei fratelli ortodossi serbi, mentre altri paesi, fra cui la Cina, si sono astenuti. Ragionando con cinismo, non si può dire che la Russia abbia tutti i torti: 8.000 vittime sembra un numero davvero troppo esiguo per parlare sensatamente di genocidio; ed inoltre un genocidio non dovrebbe fare distinzioni di sesso e di età, quando invece il massacro di Srebrenica vide la meticolosa separazione degli uomini dalle donne, gli anziani e i bambini. Naturalmente queste fredde considerazioni nulla tolgono all’enormità del crimine.

Ci si chiede, tuttavia, quale sia il senso della ricerca continua di queste stucchevoli e burocratiche sentenze sulla storia recente o meno recente, se non forse una fuga dalla storia stessa e dalla realtà. Si ha quasi l’impressione, infatti, che per l’Occidente sollevare confusamente (e spesso contraddittoriamente) questioni di principio ogniqualvolta c’è da affrontare una grossa rogna in qualche punto caldo del globo, sia diventato un modo per nascondere la propria impotenza.

La Bosnia-Erzegovina è un caso esemplare di questa erratica politica. L’Occidente prese atto della dissoluzione della ex-Jugoslavia ma poi non ebbe il coraggio di prendere davvero in mano la situazione portando a termine e rifinendo sotto il suo controllo, dove era possibile, quel processo di partizione che le reciproche pulizie etniche avevano quasi condotto a termine (ciò può sembrare immorale, ma molto meno che lasciare attivi i focolai della malattie, dopo che il disastro è ormai accaduto); oppure, là dove non era possibile, congelando la situazione, senza però cristallizzarla dal punto di vista statuale-amministrativo. Sballottato tra gli opposti (e falsi) dogmi dell’autodeterminazione dei popoli e dell’integrità territoriale degli stati, finì per dare la sua benedizione a tutta una serie di stravaganti indipendenze, che replicavano su scala minore l’eterogeneità ex-jugoslava. Lo stesso Occidente che accettò serenamente la divisione tra Serbia e Montenegro per questioni etniche di lana caprina, si spese molto per la nascita del più grande e internamente diviso di questi nuovi stati: la Bosnia-Erzegovina, appunto. La nuova era democratica – questo era il tacito assunto – doveva assicurare la pacifica convivenza delle tre comunità principali (etnie mi sembra un vocabolo troppo forte per delle genti che parlano sostanzialmente la stessa lingua): quella bosgnacca (bosniaco-musulmana) costituente quasi metà della popolazione, quella serba (cristiano-ortodossa), e quella croata (cristiano-cattolica).

Due decenni circa di indipendenza invece hanno quasi istituzionalizzato la divisione comunitaria nel nuovo stato balcanico; di fatto il patriottismo bosniaco è diffuso solo tra la popolazione bosgnacca, e spesso si confonde con un identitarismo musulmano rispuntato quasi a sorpresa da qualche profonda ed inquietante piega della storia; di fatto, vista l’estraneità di serbi e croati al sentimento patrio bosniaco, la Bosnia-Erzegovina ha oggi al suo centro un nucleo musulmano che potrebbe anche resistere ad una sua eventuale disgregazione. Ciò che era da molto tempo ormai considerato un retaggio culturale, in sé ricco, interessante, e anche fecondo, come testimoniano le opere di Andrić o Selimović, è ritornato ad essere contro ogni pronostico una realtà religiosa sommamente problematica.

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Banche e popoli pari sono

Da Atene, nel giorno del trionfo vagamente funereo di Tsipras, Beppe Grillo ha lanciato il suo non troppo originale grido di guerra: Potere al popolo, non alle banche! Nonostante ciò il capo dei vaffanculisti, come tanti amanti del popolo di destra e di sinistra, è un fanatico della mitica sovranità monetaria. Sennonché la presunta efficacia miracolosa della sovranità monetaria riposa tutta sulla presenza di una banca centrale nazionale che fa il bello e cattivo tempo, nei confronti del buon senso e del mercato, manipolando la moneta in obbedienza ai desiderata di un potere politico che per compiacere il popolo fa il suo male a medio-lungo termine. Pensateci bene: i media considerati più vicini all’Europa tecnocratica non erano quelli che fino a poco tempo fa magnificavano la potenza di fuoco del bazooka di Draghi? Non era quello un esempio della stessa fiducia nel potere taumaturgico di una moneta capace secondo alcuni belli spiriti di creare – nientepopodimeno – ricchezza? Questa segreta affinità elettiva dimostra che, così come per gli odiati tecnocrati, anche per Beppe Grillo il popolo è sostanzialmente un gregge. Perché il popolo dovrebbe fidarsi del Comitato di Salute Pubblica nostrano più che di quello europeo?

D’altra parte i nuovi capipopolo sembrano avercela con le banche per lo stesso motivo per cui ce l’hanno a volte con lo stato o col palazzo: il dispetto di non averle alle proprie dipendenze. E infatti fra il classico statalismo e il banco-centrismo degli ultimi tempi c’è un legame assai stretto: la mungitura. La mungitura dei redditi nel primo caso; la mungitura dei risparmi nel secondo caso. Decenni di statalismo crescente hanno consegnato le economie occidentali al circolo vizioso di aumenti di tasse e debiti pubblici sempre più difficili da sostenere. Non essendoci più margini per alimentare una crescita malsana attraverso i debiti pubblici, si è ricorsi alle banche e alle bombe di liquidità, le quali ultime, come dovrebbe essere ovvio per qualsiasi persona pensante, in se stesse non rappresentano alcuna ricchezza, visto che non è che moltiplicando il denaro si moltiplichino anche i beni. Ma esse danno l’illusione della ricchezza, spingono ad indebitarsi allegramente, nel momento stesso in cui svalutano i sempre più magri tesoretti dei risparmiatori, giacché qualcuno alla fine della giostra deve pur sempre pagare: è la mammella bancaria che si sostituisce a quella dello stato, anche se in sostanza lavora per quest’ultimo. E infatti poi arrivano le bolle, coi relativi scoppi, e i salvataggi bancari, e tutto viene infine inghiottito dalla marea montante dei debiti pubblici.

Quindi il banco-centrismo non è altro, in fondo, che un surrogato dello statalismo classico, una sua continuazione con altri mezzi: dallo stato nasce, allo stato ritorna. Se lo statalismo è una forma strisciante di socialismo, il banco-centrismo, ossia la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia prodotta dal famigerato turbo-capitalismo, è una forma strisciante di socialismo finanziario, che un po’ alla volta crea le sue nomenklature. Il prossimo passo sulla via dell’inferno non può essere che l’attacco diretto ai patrimoni. Sembra che Tsipras ci stia pensando. Non sappiamo invece cosa stiano pensando i nostri confusi capipopolo. Ci troviamo, non solo in Italia, ma in quasi tutte le economie mature dei paesi ricchi, nel bel mezzo di un pantano che sembra non avere fine: dovremmo tornare indietro, un passo alla volta, ubbidendo più alla costanza e alla determinazione che alla fretta. Ci vorranno decenni. Bisognerà tenere lo sguardo fermo in una direzione nel lungo termine, e mostrare realismo e duttilità nel breve.

Tutto ciò che è mancato nella pessima gestione della crisi greca: in un quadro nel quale l’italianizzazione (dal punto di vista del debito pubblico) di molte economie occidentali è ormai un dato di fatto; in un quadro nel quale i famosi parametri di Maastricht sono saltati come tappi di bottiglia in tutta Europa; in un quadro nel quale i paesi occidentali riescono al massimo a pagare gli interessi sui propri debiti; si pretendeva che un paese tecnicamente fallito e povero di risorse come la Grecia cominciasse a pagare i suoi debiti. Al moralismo astratto non poteva che rispondere la demagogia nazionalista.

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L’implosione dell’Islam

La recente ondata di attentati terroristici in Kuwait, Tunisia e Francia (anche se sulla vera natura di quest’ultimo rimangono ancora dei dubbi) hanno riaperto il dibattito sulla natura e sulla pericolosità dell’integralismo islamico. Siccome, a nostro immodesto avviso, c’è in giro un sacco di confusione e reticenza, abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo, sgombrando drasticamente il campo da vari equivoci. Il primo: la presunta debolezza cristiana-occidentale e la presunta forza islamica, o, se volete, la presunta identità debole dell’Occidente e quella forte dell’Islam. Quest’opinione, che ha largo seguito, è frutto di una grandiosa illusione ottica. In realtà, la secolarizzazione sta stritolando a poco a poco un Islam in preda a convulsioni mortali. La secolarizzazione, infatti, è figlia del Cristianesimo. Senza di esso è inconcepibile. E’ il Cristianesimo ad aver distinto lo stato dalla chiesa (e così la politica dalla religione, e il diritto positivo dal diritto naturale). Li ha distinti (ma non separati [1], in quanto essi agiscono nello stesso universo morale, e una doppia morale non esiste) a ragione dei fini diversi ai quali mirano: la conservazione e il benessere della società l’uno, la salvezza dell’anima l’altra. Così, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le libertà civili dell’occidente, e fra queste sono comprese molte cose che il Cristianesimo moralmente condanna. La civiltà cristiana – sul piano sociale – non si contrappone alla libertà dei costumi in quanto tale, ma ad una libertà orgogliosa di sé, una libertà tesa ad emanciparsi dalla morale, e a negare la verità. E se è fatale che la secolarizzazione avanzi in genere attraverso la trasgressione e lo spirito anticristiano, è anche inevitabile che prima o dopo, pena l’autodistruzione della società, la civiltà al decalogo ritorni. Questo ritorno, che è un ritorno inconfessato al Cristianesimo, purifica, senza per questo necessariamente assolverle dal punto di vista morale, le libertà conquistate obbedendo a pulsioni trasgressive. E in realtà tanto maggiore sarà il grado di consapevolezza della civiltà cristiana – civiltà che non sarà mai, neanche imperfettamente, e spesso neanche prevalentemente, una società di cristiani – tanto maggiore sarà la sua capacità di tollerare la libertà dei costumi al suo interno, e allo stesso tempo di neutralizzarne la carica nichilistica.

Il tradizionalismo cattolico, qui inteso nella sua espressione ereticale, non ha mai voluto capire o accettare il fatto, indiscutibile, che la secolarizzazione – perimetro delle libertà civili – è figlia del Cristianesimo. Per la forma mentis tradizionalista la secolarizzazione è sempre un male; un male che la civiltà cristiana può sopportare, corrompendosi via via, fino ad un certo punto di rottura, oltre il quale essa non può più esistere. (Naturalmente il progressismo cattolico, sempre inteso nella sua espressione ereticale, fa il ragionamento inverso: l’accettazione della secolarizzazione implicherebbe una revisione dei dogmi, cioè la loro distruzione, cioè la distruzione della Chiesa). Curiosamente, anzi, significativamente, questa interpretazione si attaglia perfettamente alla crisi dell’Islam. L’Islam è una religione-società che si sostanzia nella precettistica, e che sa essere elastica non nella misericordia, ma solo attraverso un armamentario di scappatoie religiose-legali di stampo farisaico. Ma a lungo andare ciò non può bastare al sentimento di libertà (libertà anche di peccare, ossia di piegarsi al peccato) che è innato nell’uomo proprio perché prima di tutto figlio di Dio, e non di una tribù, di una razza, o di una società. La secolarizzazione cristiana offre la soluzione, non la scappatoia, che permette alla società di respirare, cioè di vivere, senza per questo rinnegare la religione: oggi essa, insensibilmente e senza premeditazione, ma per la forza ineluttabile delle cose, sta assediando un Islam che con essa può venire a patti solo riconoscendo la propria fine. E qui veniamo al secondo equivoco: il terrorismo islamico come espressione di un integralismo che tradisce i principi dell’Islam. La verità è che moderatismo o integralismo non intaccano la sostanza dell’Islam, né lo definiscono. E’ vano, infatti, chiedersi quale sia il vero Islam al riguardo di una religione-società che non conosce veri dogmi, ma che appunto si sostanzia in una precettistica variamente e limitatamente modulabile, ma non per nobili motivi. La ferocia quasi caricaturale di certe sue espressioni odierne è la forma parossistica di una vitalità che sta venendo meno.

E’ corretto dire, piuttosto, che questo Islam in fase violentemente agonica si trova di fronte ad un Occidente (inteso in senso lato come civiltà cristiana, non identificabile col Cristianesimo in quanto tale, dotata di una carica universalistica che la trascende e che ne esalta le capacità assimilatrici) che oggi vive una delle sue periodiche fasi d’indocilità nei confronti di Dio e della ragione, manifestantesi attraverso un assurdo e capriccioso universalismo dei diritti (scimmiottatura anticristiana dell’universalismo cristiano), protervo nelle sue stravaganze, comprese quelle linguistiche (tipiche dei fenomeni rivoluzionario-millenaristici tesi a ri-definire la verità), e che trova appoggio nell’opinione pubblica, oltre che per l’attivismo di minoranze militanti e dei media, anche per l’istinto alla ribellione sempre latente nell’uomo, ma non per un vero senso di solidarietà verso le categorie interessate da questi nuovi presunti diritti: è la secolarizzazione anticristiana, contraddizione vivente che può durare solo durante il caos della breve stagione rivoluzionaria, prima di venire piegata alle inflessibili esigenze del nuovo ordine, incardinato su un nuovo decalogo di principi laici (sempre aggiornabile) che però, disconoscendo quella morale che per natura non può che incardinarsi su principi di verità, non conosce distinzione fra legge e morale, e quindi non conosce la secolarizzazione, e quindi il perimetro delle libertà civili. Per ritrovarle la società dovrà per forza di cose – non fosse altro che per istinto di autoconservazione – tornare alla secolarizzazione cristiana, e ri-piegarsi al diritto naturale: lo farà nei fatti, anche se con la bocca e col cuore per una sua larga parte non si ri-piegherà a Dio. In questo quadro la malattia mortale dell’Islam ha di buono (e di provvidenziale) che agisce da pungolo sull’Occidente, costringendolo a ritrovare le sue veri radici.

Passiamo ora al terzo equivoco: il fatto che spesso i terroristi islamici siano persone apparentemente ben integrate in Occidente, o apparentemente occidentalizzate, quantunque provenienti da paesi islamici, dimostrerebbe l’impermeabilità dell’uomo islamico alla cultura occidentale. Ma ciò non è esatto. Se è vero che l’Islam non può sopravvivere a lungo in tempi di democrazia (come scrisse Tocqueville 170 anni fa), non bisogna tuttavia sopravvalutare il significato di questi casi. L’uomo sente per natura il bisogno di assoluto, anche se molto spesso trasforma questo bisogno in una molto più meschina voglia di protagonismo, nella voglia di sentirsi in qualche modo qualcuno, o nella ricerca di gratificazione nella cieca obbedienza al branco o alla setta, in un annullamento di sé disumanizzante ma anche totalizzante e quindi, per un certo verso morboso, appagante. Oggi, per esempio, il giovanotto italiano ha a disposizione la No-Tav; il giovanotto islamico ha la Jihad: che sia un brillante studente universitario, o un deficiente modaiolo maniaco del rap (entrambi, a loro modo, esempi di conclamato occidentalismo), non fa alcuna differenza.

Il quarto equivoco è che l’instabilità del mondo islamico (a parte quello dell’estremo oriente) sarebbe in buona misura la conseguenza degli interventi militari occidentali in Afghanistan e in Iraq. Ma ciò non è vero. Essa dipende, come detto sopra, in primo luogo da un problema strutturale interno all’Islam, da un suo difetto costitutivo ed ineliminabile, che la modernità mette impietosamente a nudo.

Il quinto equivoco è che l’insipienza della politica americana di Obama sarebbe la continuazione di quella di Bush, lo stesso tipo di maldestro interventismo, ancorché molto meno massiccio e pianificato. Ma anche questo non è vero. L’interventismo obamiano è stato dominato dall’opportunismo, mentre quello di Bush, più che una risposta diretta al terrorismo globale, fu un progetto strategico di presenza militare a lungo termine che aveva un senso, se portato avanti con la necessaria determinazione, e rappresentò inoltre la volontà di rispondere alla passività occidentale. Ci ricordiamo bene, infatti, di come la guerra in Iraq fece scorrere fiumane di pacifisti in tutto il mondo occidentale, e di come l’intervento in Libia, o i minacciati interventi in Siria, non abbiano invece spinto in strada neanche i fanatici della pace. E questo perché in teoria si trattava di mettere il cappello sulle apparentemente trionfanti primavere arabe, senza correre molti rischi. Cosicché fu generale l’appoggio conformistico alla folle ed erratica politica occidentale verso il mondo islamico, della quale vogliamo elencare brevemente i misfatti: il tradimento dei propri amici Mubarak e Ben Alì (dittatori solo per gli standard occidentali, non certo per quelli mediorientali) quando invece sarebbe stato saggio esercitare un ruolo di mediazione fra i governi al potere e le istanze di primavere arabe che spesso erano solo figlie di microscopiche avanguardie liberali urbane pronte ad essere fagocitate da forze ben più grandi di loro; il tradimento di una canaglia, per lunghi anni terrorista su scala mondiale, come Gheddafi, dopo che questi si era di fatto arreso all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo proprio paese e dopo che l’Occidente aveva siglato – di fatto – la pace con lui, mostrando nello stesso tempo di voler credere ad una primavera araba che in Libia non è mai scoppiata; aver dato prova di mollezza per decenni nei confronti del regime di Assad e di aver aspettato a demonizzarlo solo nel momento in cui un’ambigua primavera araba siriana scoppiava, e poi di aver chiuso gli occhi dinanzi agli sviluppi di questa ambigua primavera araba, completamente in mano in brevissimo tempo a fanatici sunniti sponsorizzati dalle monarchie del Golfo (Assad è alawita, cioè scita, e il suo regime è alleato con l’Iran scita), e poi ancora di non aver avuto il coraggio di scegliere il male minore (cioè Assad); aver dimenticato altre primavere scomode della penisola arabica, pur di non disturbare le monarchie del Golfo, come quella in Bahrein; o come quella nello Yemen, che ora si è trasformata in una specie di guerra civile tra i ribelli sciti e i sunniti sostenuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che sta spingendo il conflitto verso esiti catastrofici.

E infine il sesto equivoco, che li riassume tutti: l’Islam starebbe vivendo uno dei suoi periodi di aggressiva espansione. L’Islam sta invece grandiosamente implodendo: gli attentati terroristici non sono altro che le schegge e i detriti che questa incontrollata implosione produce e in parte fa piovere sulle nostre teste.

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[1] Il concetto di separazione tra stato e chiesa viene spesso ipocritamente inteso come se si avesse a che fare con sfere appartenenti a mondi diversi, come se per l’appunto l’universo morale fosse diverso per le due sfere. Ma non è così. Se fosse così lo stato potrebbe assurdamente proporsi come entità a-morale. Ad un livello inferiore, per un fare un’analogia forse non del tutto pertinente ma abbastanza indicativa, lo stesso concetto di separazione dei poteri del costituzionalismo liberale non implica che questi poteri possano andare ciascuno per i cavoli propri. E’ una separazione che va intesa come distinzione delle funzioni, collegata ad una ben circoscritta autonomia, all’interno di uno stesso stato.