Banche e popoli pari sono

Da Atene, nel giorno del trionfo vagamente funereo di Tsipras, Beppe Grillo ha lanciato il suo non troppo originale grido di guerra: Potere al popolo, non alle banche! Nonostante ciò il capo dei vaffanculisti, come tanti amanti del popolo di destra e di sinistra, è un fanatico della mitica sovranità monetaria. Sennonché la presunta efficacia miracolosa della sovranità monetaria riposa tutta sulla presenza di una banca centrale nazionale che fa il bello e cattivo tempo, nei confronti del buon senso e del mercato, manipolando la moneta in obbedienza ai desiderata di un potere politico che per compiacere il popolo fa il suo male a medio-lungo termine. Pensateci bene: i media considerati più vicini all’Europa tecnocratica non erano quelli che fino a poco tempo fa magnificavano la potenza di fuoco del bazooka di Draghi? Non era quello un esempio della stessa fiducia nel potere taumaturgico di una moneta capace secondo alcuni belli spiriti di creare – nientepopodimeno – ricchezza? Questa segreta affinità elettiva dimostra che, così come per gli odiati tecnocrati, anche per Beppe Grillo il popolo è sostanzialmente un gregge. Perché il popolo dovrebbe fidarsi del Comitato di Salute Pubblica nostrano più che di quello europeo?

D’altra parte i nuovi capipopolo sembrano avercela con le banche per lo stesso motivo per cui ce l’hanno a volte con lo stato o col palazzo: il dispetto di non averle alle proprie dipendenze. E infatti fra il classico statalismo e il banco-centrismo degli ultimi tempi c’è un legame assai stretto: la mungitura. La mungitura dei redditi nel primo caso; la mungitura dei risparmi nel secondo caso. Decenni di statalismo crescente hanno consegnato le economie occidentali al circolo vizioso di aumenti di tasse e debiti pubblici sempre più difficili da sostenere. Non essendoci più margini per alimentare una crescita malsana attraverso i debiti pubblici, si è ricorsi alle banche e alle bombe di liquidità, le quali ultime, come dovrebbe essere ovvio per qualsiasi persona pensante, in se stesse non rappresentano alcuna ricchezza, visto che non è che moltiplicando il denaro si moltiplichino anche i beni. Ma esse danno l’illusione della ricchezza, spingono ad indebitarsi allegramente, nel momento stesso in cui svalutano i sempre più magri tesoretti dei risparmiatori, giacché qualcuno alla fine della giostra deve pur sempre pagare: è la mammella bancaria che si sostituisce a quella dello stato, anche se in sostanza lavora per quest’ultimo. E infatti poi arrivano le bolle, coi relativi scoppi, e i salvataggi bancari, e tutto viene infine inghiottito dalla marea montante dei debiti pubblici.

Quindi il banco-centrismo non è altro, in fondo, che un surrogato dello statalismo classico, una sua continuazione con altri mezzi: dallo stato nasce, allo stato ritorna. Se lo statalismo è una forma strisciante di socialismo, il banco-centrismo, ossia la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia prodotta dal famigerato turbo-capitalismo, è una forma strisciante di socialismo finanziario, che un po’ alla volta crea le sue nomenklature. Il prossimo passo sulla via dell’inferno non può essere che l’attacco diretto ai patrimoni. Sembra che Tsipras ci stia pensando. Non sappiamo invece cosa stiano pensando i nostri confusi capipopolo. Ci troviamo, non solo in Italia, ma in quasi tutte le economie mature dei paesi ricchi, nel bel mezzo di un pantano che sembra non avere fine: dovremmo tornare indietro, un passo alla volta, ubbidendo più alla costanza e alla determinazione che alla fretta. Ci vorranno decenni. Bisognerà tenere lo sguardo fermo in una direzione nel lungo termine, e mostrare realismo e duttilità nel breve.

Tutto ciò che è mancato nella pessima gestione della crisi greca: in un quadro nel quale l’italianizzazione (dal punto di vista del debito pubblico) di molte economie occidentali è ormai un dato di fatto; in un quadro nel quale i famosi parametri di Maastricht sono saltati come tappi di bottiglia in tutta Europa; in un quadro nel quale i paesi occidentali riescono al massimo a pagare gli interessi sui propri debiti; si pretendeva che un paese tecnicamente fallito e povero di risorse come la Grecia cominciasse a pagare i suoi debiti. Al moralismo astratto non poteva che rispondere la demagogia nazionalista.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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