La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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