Galantino, il populista di Dio

Facendo qualche generoso sforzo potrei anche essere d’accordo col segretario generale della Cei, monsignor Galantino, quando dice – sostanzialmente – che la presunta invasione dei migranti – lo scrivo tra virgolette perché non mi sono ancora abituato a questa espressione equivoca, poetica e sognante, che mi fa pensare a ombre puntinate proiettate sull’ampia distesa del mare da nuvole leggiadre di uccelli migratori – che questa presunta invasione, dicevo, si fonda sull’allarmismo, su numeri percepiti più che reali. A dire il vero, quando si faranno i conti si scoprirà che nel biennio 2014-2015 gli arrivi sulle nostre coste saranno stati non meno di 300.000, una cifra pari cioè allo 0,5% della popolazione italiana, il che mi sembra un risultato di tutto rispetto; tuttavia ammetto un certo grado d’isteria, causato più dalle incognite dell’avvenire – non solo di tipo economico, ma anche culturali, come quelle relative, per esempio, alla temuta importazione di patologie da un mondo islamico in preda alle convulsioni – che dai numeri nudi e crudi, almeno per il momento.

Il partito di Galantino, per così dire, è emanazione di quel cattolicesimo adulto e maneggione che con la complicità dei media si è assunto il compito di formare una specie di guardia pretoriana intorno a Papa Francesco, filtrandone il magistero e riducendolo ad una caricatura pauperistica attraverso la ben nota e sfatta retorica del ritorno al Vangelo autentico, la quale, nonostante lo sguardo compunto rivolto alle mitiche origini, ha la rara capacità di essere sempre straordinariamente in sintonia con lo spirito del tempo, se non proprio con le mode dell’oggi; e i cui corifei, nonostante l’umanesimo sciropposo che ostentatamente contrappongono alla durezza del mondo e ai potenti della terra, hanno tuttavia il privilegio di essere regolarmente ospitati sulle prime pagine di tutti i grandi giornali in qualità di ermeneuti di regime del cristianesimo illuminato, oltre a quello non meno dilettevole di collezionare premi dalla società civile in quantità industriale.

Ciò detto, questa presa di posizione verso «quattro piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!» risulta irritante, oltre che per i toni sarcastici che il partito di Galantino riserva solo ad alcune formazioni politiche, quando su altri temi sensibili si mostra sommamente riguardoso verso lidi politici di diverso colore, anche per la reticenza intrisa d’insofferenza nell’affrontare il problema dei migranti nel suo complesso e con un minimo di ragionevolezza: in genere si passa disinvoltamente dalla negazione del problema, fino a trasformarlo in un’opportunità per le nostre senescenti società che nel nostro cieco egoismo non sapremmo cogliere, alla constatazione che ci troviamo di fronte a dinamiche colossali cui non resta che adeguarsi, quasi scorgendo in esse, con una sorta di fatalismo malsano più che alla luce del provvidenzialismo cristiano, un segno del disegno divino. E risulta irritante, inoltre, che non appena il popolo duro di cervice manifesta coi suoi modi notoriamente non troppo forbiti preoccupazioni di ordine pubblico, gli amici della pace e dei poveri, invece di operare con paziente pedagogia, si esibiscano in subitanee geremiadi, e la mistica del dialogo ad ogni costo che li contraddistingue si trasformi nelle loro bocche nella pratica sbrigativa dell’anatema.

D’altra parte è singolare notare come Galantino e i suoi amici usino toni apocalittici quando parlano dei problemi che attanagliano il nostro paese: la crisi economica è di proporzioni inaudite, la disoccupazione è inaccettabile, le famiglie non arrivano adesso neanche alla terza settimana del mese, e le mafie (rigorosamente al plurale) hanno ormai colonizzato anche la Carnia e il Parco Nazionale del Gran Paradiso conquistando alla loro causa pure gli stambecchi e le marmotte, mentre per Roberto Saviano il sud è talmente messo male che perfino le mafie (rigorosamente al plurale) stanno ormai pensando di abbandonare la madrepatria. A sentir loro, insomma, l’Italia è un paese alla fame; prendendo le loro farneticazioni alla lettera, insomma, si dovrebbe dedurne che proprio l’italiano, fra tutti i disgraziati dell’orbe terracqueo, avrebbe tutte le carte in regola per richiedere asilo in un qualsiasi paese appena un po’ civile, magari anche africano, senza fare tanto lo schizzinoso.

Anzi, la crisi economica italiana sarebbe la vera causa dell’esplodere dell’odio ingiustificato verso lo straniero. «In Italia e in Europa» diceva qualche mese fa monsignor Galantino «a far paura sono i drammi dell’economia, l’inefficienza e la corruzione politica e non i migranti disperati che arrivano sulle nostre coste. Guardando all’Italia la paura è figlia di una politica debole che crea instabilità. La disoccupazione o la non occupazione è il primo problema che in Italia i cittadini sentono in famiglia» ai quali rimediare attraverso «modelli economici che, oltre a garantire i beni comuni (salute, scuola, previdenza) consentano un reddito minimo». Come si vede, populismo della più bell’acqua: giustizialismo alle vongole, statalismo alle vongole, e redditi minimi garantiti; le solite ricette egoistiche e farisaiche che il partito di Galantino condivide, in tutto o in parte, coi populismi ai quali si contrappone. Sono le contraddizioni della demagogia, anche quando è politicamente corretta e dice corbellerie in odio a quella politicamente scorretta che gli fa concorrenza.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[P.S. Quando ho scritto l’articolo non ero ancora al corrente della nuova sparata di Galantino “sul puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi”. Ma ciò conferma in pieno quanto ho scritto sul populismo e sul giustizialismo alle vongole di questo personaggio, che parla il linguaggio tanto grossolano quanto prevedibile del donciottismo.]

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