Esteri

Una domanda sull’Islam

Si può ben dire che in questo momento quasi tutto l’Islam è lacerato da conflitti interni. A occidente solo il Marocco e l’Algeria sono rimasti sostanzialmente immuni dalle violenze generalizzate che hanno recentemente sconvolto il mondo arabo; ma pure lì le tensioni sono latenti, e ricordiamoci che vent’anni fa fu proprio l’Algeria a sperimentare una spaventosa guerra civile sviluppatasi sullo sfondo di una crescita impetuosa dell’integralismo religioso, favorita nei suoi esiti politici dal processo di democratizzazione in atto, esattamente com’è successo nelle recenti primavere arabe: fu il preludio della malattia che oggi divora l’Islam. La situazione è (ancora) precariamente tranquilla anche in estremo oriente – in Malesia, in Indonesia, ad esempio – e nel vasto e piuttosto spopolato cuore turco (ed ex-sovietico) dell’Asia centro-settentrionale.

Nel resto del mondo islamico regna il caos: nella zona sahariana e sub-sahariana in Nigeria, Niger, Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sudan, Somalia; in quella araba-mediterranea in Tunisia, Libia, Egitto; nel medio-oriente in Siria, Irak, Libano, Yemen, Bahrein, e perfino in Arabia Saudita dove il terrorismo su grande scala ha fatto di recente capolino, mentre la Turchia, oltre a vivere un momento assai delicato di tensione tra le tradizionali istanze laico-nazionaliste e quelle islamiste oggi rappresentante dal neo-ottomanismo di Erdogan, è sempre più invischiata nei disordini dei paesi confinanti, anche a causa dei problemi con la minoranza curda; e più in là è sempre il braccio violento del fanatismo integralista a rendersi protagonista in Afghanistan, in Pakistan, nel Bangladesh. In Iran regna invece la calma apparente propria di un regime totalitario. L’irrequietudine islamica anima inoltre secessionismi o indipendentismi nel Caucaso, nelle Filippine, e in parte anche nel Sinkiang cinese. Per completare il quadro si aggiungano gli effetti destabilizzanti di tali sconvolgimenti su paesi limitrofi musulmani non ancora in subbuglio.

Le cause di queste convulsioni, almeno in superficie (di quelle profonde ho già scritto fino alla noia) sono sostanzialmente due: l’avanzata di un estremismo islamico nella sua ferocia e rozzezza dai tratti perfino grotteschi; e la tradizionale conflittualità tra sciiti e sunniti. Limitatamente al mondo arabo spunta timidamente anche quella derivante da quel suo originario sostrato tribale, che millequattrocento anni di Islam non sono riusciti mai ad eliminare del tutto. Le tensioni interne all’Islam si scaricano infine contro l’Occidente: attraverso il terrorismo, e attraverso le migrazioni di massa verso l’Europa cui assistiamo da anni.

E’ degno di nota che questi migranti non cerchino affatto di trovare una nuova patria nei ricchi (solo grazie al petrolio) paesi arabi del golfo, quelli che per esempio finanziano a colpi di centinaia di milioni di euro illustri (e anche meno illustri) club calcistici europei. Né d’altra parte si notano particolari segni di solidarietà verso questi profughi e confratelli nella fede nel mondo musulmano: quelli che si trovano in Giordania, in Turchia o in Libano sono in sostanza genti assiepate ai confini della Siria, in attesa di poter rientrare. Tristemente noto, poi, è il caso dei profughi Rohingya, minoranza musulmana discriminata in Birmania, respinti al largo delle coste malesi o indonesiane. Eppure, sulla carta, la solidarietà reciproca tra le genti islamiche, specie nel mondo arabo, dovrebbe essere più naturale di quella fra le genti cristiane: per questioni linguistiche e culturali; e per il fatto che l’Islam è una società di tipo monista, società politica e religiosa allo stesso tempo e nella sua essenza, e ciò ha impedito la sedimentazione di sentimenti nazionali di tipo occidentale.

Vi è infine da sottolineare come la risposta della società islamica alle nefandezze del fanatismo sia in genere ambigua e debole. E quando è forte assume i tratti energicamente autoritari del laicismo del partito dei militari, come successe vent’anni fa in Algeria e com’è successo ultimamente in Egitto.

Ho dipinto velocemente questo piccolo affresco che illustra un mondo scosso fin dalle sue fondamenta, e quasi in disfacimento, allo scopo di fare una domanda semplice e provocatoria: perché quando si parla dei problemi dell’Islam e con l’Islam non si parte mai dall’elementare, ovvia e preliminare constatazione di un universo in crisi nelle sue fibre più intime e di una civiltà in irreversibile crisi strutturale? Perché tutti questi inequivocabili segni di debolezza – compresa l’erratica, folle violenza che li contraddistingue – vengono in Occidente spesso confusi, addirittura, come manifestazioni di vitalità? E’ mai possibile essere così ciechi?

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3 thoughts on “Una domanda sull’Islam”

  1. Ci piace troppo dipingerci come civiltà decadente e colpevole, che dagli altri ha solo da imparare o chiedere scusa. È questo, per me, che ci rende ciechi e ottusi.

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