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Erri De Luca o l’estremismo politico di successo

L’estremismo politico si divide grosso modo in due categorie: quello di destra e quello di sinistra. Il secondo è un fenomeno di dimensioni fisiologiche molto superiori al primo. L’estremista politico di destra è quasi sempre destinato a una carriera fallimentare: a volte con esiti tragici perché lo sciagurato si lascia irretire dalla violenza, e finisce ammazzato o in gattabuia; ma molto più spesso perché politicamente finisce per vivacchiare rancoroso nel suo ghetto. Le possibilità di successo per l’estremista politico di sinistra sono invece molto superiori (e questo spiega le maggiori dimensioni fisiologiche del fenomeno sopramenzionate); non tanto o non solo dal punto di vista politico, ma in generale, qualsiasi carriera questo bel tipo finisca poi per intraprendere.

L’estremista politico di successo è perciò nella quasi totalità dei casi un furbacchione di sinistra. La ragione prima delle sue fortune sta nell’essere un prodotto tipico di quella società che lui chiama capitalista, cosa che il distratto uomo della strada non arriva mai a capire. Egli ne è infatti un interprete acuto, ancorché questa acutezza di visione non gli derivi da una particolare intelligenza, ma dalla disinvoltura morale. Di questa società che disprezza egli sa infatti gustare impunemente i frutti proibiti. Nel suo delizioso maramaldeggiare al di qua e al di là dei confini delle libertà civili, l’aspirante estremista politico di successo deve solo badare a non combinarla grossa, tipo ammazzare o sequestrare qualcuno, o rapinare una banca. Se ci riesce, se non è proprio un caso disperato, è in una botte di ferro: il servizio passato tra i ranghi degli scalmanati gli sarà computato come un valore aggiunto dalla confraternita della società civile, pronta a vedere nei suoi eccessi un segno di magnanimità, di sensibilità e perfino di cultura, mentre la nomenklatura lo riconoscerà immancabilmente come uno dei suoi. L’estremista politico di successo è perciò nella sua essenza uno spregiudicato conformista.

Erri De Luca rappresenta uno di questi penosi casi. Militante di Lotta Continua negli anni ruggenti del terrorismo, non ha mai condannata quella che lui continua a chiamare una guerra civile tra militanti rivoluzionari e regime democristiano. Anzi, per questa cima della nostra cultura, par di capire, tale scontro fu necessario alla democratizzazione della società italiana. Abbandonata l’attività politica, il materialismo dialettico che la ispirava e che tutto giustificava, si trasformò in una sorta di vitalismo proletario: in un certo senso De Luca non cambiò le sue idee, ma si mise in proprio. Si diede ai mestieri manuali per qualche lustro e infine divenne scrittore di successo. Basta leggerne qualche estratto qua e là per capire che la cifra filosofica della sua opera è di tipo immanentistico-panteista, e si manifesta in una specie di fedeltà para-religiosa e anti-intellettualistica alla Madre Terra in tutti i suoi aspetti, non solo quelli comunemente reputati piacevoli: è perciò anche una fedeltà alla corruzione e alla morte.

Di questo materialismo dialettico rivoluzionario (che è una forma d’immanentismo) condito di vitalismo ed ecologismo, e ridotto in pillole spesso sentenziose e di facile presa , Erri De Luca ha fatto la formula vincente dei suoi libri. Oggi è un cane sciolto perfettamente integrato (mentre prima, s’intende, lo era solo imperfettamente) e in tale veste recita da santone della società civile. Non gli mancava che il martirio. All’uopo è diventato fervente sostenitore della causa di quei noti fuori di testa conosciuti come No Tav (sorta di setta ereticale medievale del terzo millennio, piuttosto manesca) e si è distinto per dichiarazioni al confine tra il lecito e l’illecito, finché l’ha fatta fuori del vaso e una magistratura impietosita dal suo caso ha deciso d’indagarlo. Poi, per la gioia dei suoi fans, è finito sotto processo, accusato d’istigazione a delinquere. Oggi il trionfo è ormai vicino. Come previsto la procura di Torino ci è andata morbidissima richiedendo otto mesi di reclusione per il sobillatore. Adesso si prospettano due finali, ambedue bellissimi: Erri viene assolto, e con lui è la democrazia a vincere; Erri viene condannato a una pena irrisoria, e diventa un simbolo mondiale della dissidenza, un eroe dell’umanità, e si mette in tasca mezzo Nobel per la Letteratura.

Prossimo alla meta, da parte sua Erri gigioneggia magnanimo: «Non sono un martire, non sono vittima» dice, «sono un testimone della volontà di censura della parola». Io direi piuttosto – e penso d’esprimermi con l’equanimità e la misura che sempre mi contraddistinguono – la star di un’esemplare storia di regime.

[pubblicato su LSblog]

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