La “situazione oggettiva di peccato” non è un peccato

Questo post costituisce una (amichevole) risposta a un articolo di Stefano Fontana pubblicato dalla Nuova Bussola Quotidiana.

La Veritatis Splendor più che condannare rotondamente la teologia dell’opzione fondamentale, condannava l’eventuale dissociazione tra l’opzione fondamentale e gli atti della persona (insomma: tra la fede e le opere). Essa ribadiva che una scelta fondamentale ostile nei confronti di Dio s’incarnava inevitabilmente in atti contrari alla volontà di Dio. Così come, dico io, il peccato contro lo spirito s’incarna inevitabilmente in peccati che portano alla morte. L’enciclica ribadiva, inoltre, che “è peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso”. Questa “piena consapevolezza ecc. ecc.” è dunque condizione necessaria all’attuarsi del peccato mortale. Ma essa non è altro che una manifestazione di quella scelta fondamentale sulla quale l’ultimo giudizio spetta a Dio. Di qui la prudenza della Chiesa.

Vi è poi la questione della situazione oggettiva di peccato. A me personalmente l’espressione non piace, come non piace l’espressione situazione irregolare. Nel primo caso, se male intesa, potrebbe far pensare ad una situazione che di per sé inficia negativamente qualsiasi atto compiuto dalla persona che in tale situazione si trova, quasi che il libero arbitrio venisse meno: in quel caso, cioè, solo uscendo da tale situazione la persona sarebbe in grado di fare il bene. Ma ciò è palesemente assurdo. Qui si confonde la situazione con un atto intrinsecamente cattivo, il quale è sempre condannabile anche se fatto, a detta di coloro che lo giustificano, in vista del bene (come se non esistesse la Provvidenza, come se Dio fosse così sadico da costringerci a fare il male in vista del bene!). Il peccato è un atto che ha delle conseguenze, potenzialmente anche mortali: sono queste a individuare la situazione di peccato. Ma la situazione di peccato di per sé non è un peccato; non è un atto; non è un atto intrinsecamente cattivo che si trascina nel tempo (al contrario delle sue conseguenze, le quali sì predispongono a ulteriori atti intrinsecamente cattivi) e che rende incapace la persona di fare il bene: l’atto, per sua natura, non può essere permanente. Nel secondo caso l’espressione situazione irregolare potrebbe far pensare ad una situazione alla cui origine o base non ci sia un peccato, una trasgressione, ma una condotta imperfetta.

Questa nebulosità lessicale (alla quale tuttavia non si potrà mai porre perfettamente rimedio, stante la natura del linguaggio) si riflette nel passo incriminato di Amoris Laetitia: “è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa”. Così espresso, il concetto in questione sembra adombrare ambiguamente una sintesi dialettica tra oggettivo e soggettivo di stampo hegeliano che non è affatto pertinente e che genera sconcerto (anche perché, forse, chi l’ha materialmente steso non è esente da certe influenze) [1]. Ma in realtà esso può benissimo essere inteso come il corollario di quanto detto dalla Veritatis Splendor in materia di peccato mortale, volendo semplicemente affermare che in una situazione conseguente all’attuarsi di un peccato formalmente mortale, se questo peccato non è stato commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso, si può vivere in grazia di Dio ecc. ecc.. A mio parere la verbosità e l’ambiguità di Amoris Laetitia sono il frutto di un lavoro a più mani a volte eterodosse. Ma la Provvidenza spesso si muove in maniera assai discreta. E’ proprio l’ambiguità a salvare l’enciclica dall’accusa di eterodossia. E non mi stupirei se fosse stata proprio la mano del Papa a salvare il tutto in fase di revisione generale. Ciò a prescindere, naturalmente, dalle interpretazioni che ne possono dare Schönborn e soprattutto padre Antonio Spadaro.

[1] Vedo peraltro che questa dialettica tra tra soggettivo e oggettivo – espressa però in termini meno ambigui, ma a mio avviso sempre fuorvianti – si trova pure nella “Familiaris consortio”(84): «Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.» e «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia.» 

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