Una citazione senechiana nel “Re Lear” di Shakespeare

Qualche lustro fa mi capitò di leggere un passo delle Lettere a Lucilio di Seneca talmente peculiare ed espressivo da risvegliare immediatamente in me il ricordo di qualcosa che già conoscevo: si trattava di alcuni versi shakespeariani, che ritrovai dopo breve ricerca e senza troppe difficoltà nel King Lear. Questa relativa facilità si spiega con la mia consuetudine di riprendere in mano periodicamente qualche lavoro di questi due autori. Sul momento mi limitai ad adulare me stesso per esser riuscito a inserirmi telepaticamente in questa corrispondenza d’amorosi sensi tra geni; solo in seguito mi resi conto, prendendo in mano edizioni annotate inglesi ed italiane del dramma shakespeariano, che a questa citazione senechiana nessuno faceva alcun riferimento. Echi stoici, attraverso Seneca e Montaigne, di cui fu di fondamentale importanza la traduzione di John (Giovanni) Florio degli Essais in inglese nel 1603, non sono infrequenti in Shakespeare. Però il passo in questione delle Epistulae senechiane ci dà la certezza che Shakespeare ebbe sotto gli occhi, in versione originale ma molto più probabilmente in qualche traduzione, magari non ancora pubblicata, quell’opera di Seneca.

La cosa ha sua spiegazione. Durante la vita di Shakespeare la quasi totalità del corpus filosofico senechiano rimaneva ancora in latino. Mentre le tragedie di Seneca, che sono oggi la parte di grandissima lunga più trascurata della sua opera, ebbero un’influenza enorme sul teatro elisabettiano. In un suo saggio del 1927, intitolato Seneca nelle traduzioni elisabettiane, Thomas Stearns Eliot, scrive:

«Nessun autore ha esercitato più vasta e profonda influenza sul pensiero e la forma della tragedia elisabettiana di quanto abbia fatto Seneca. (…) La maggior parte delle traduzioni più note sono di autori di indiscutibile qualità, e queste traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni in prosa hanno uno stile così puro e sciolto da colpire anche il lettore più sprovveduto. (….) Le “Tenne Tragedies” furono tradotte e pubblicate separatamente nell’arco di circa otto anni, eccezion fatta per “Thebais” che fu tradotta da Newton nel 1581, per completare la sua edizione di tutte le opere di Seneca. L’ordine e la cronologia delle svariate traduzioni sono interessanti. Il primo e il migliore dei traduttori fu Jasper Heywood: il suo “Troas” fu stampato nel 1559, il suo “Tyestes” nel 1560, il suo “Hercules Furens” nel 1561. L’”Œdipus” di Alexander Neviyle (tradotto nel 1560) fu pubblicato nel 1563. Nel 1566 apparvero l’”Octavia” di Nuce, e l’”Agamennon”, la “Medea” e l’”Hercules Œtaeus” di Studley. Probabilmente l’”Hippolytus” di Studley fu pubblicato nel 1567. Passarono poi quattordici anni prima che Newton realizzasse la sua edizione completa, e si può supporre che “Thebais” sia stata tradotta a tal fine.» (T.S. Eliot, Opere 1904-1939, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani).

Invece per quanto riguarda l’opera filosofica di Seneca sappiamo che nel 1546-1547 Robert Whittington tradusse tre presunte opere di Seneca: The Forme and Rule of Honest Lyvynge, 1546; The Myrrour or Glasse of Maners, 1547; and De remediis fortuitorum, 1547; le prime due però sono in realtà opere di Martino di Braga; la terza, nel titolo, non corrisponde al alcuna opera di Seneca. Nel 1578 Arthur Golding tradusse il De Beneficiis: The Woorke of Lucius Annaeus Seneca concerning Benefyting, that is to say, the dooing, receyving, and requyting of good turnes, translated out of Latin by A. Golding. J. Day, London, 1578.

Clare Byrne scrisse in An early translation of Seneca :

«…a small volume published apparently in 1577, containing selections from his “Epistolae”, his “De Tranquillitate Animi”, “De Brevitate Vitae”, “De Consolatione”, and “De providentia”. It is, so far as I can discover, not only the earliest English translation of a volume of selections from Seneca, but representes also the earliest English version of these five moral treatises; and after “De Remediis Fortuitorum” translated in 1547, ranks as the second “Englishing” of Seneca as a moral philosopher. Possessing non independent title-page, and masquerading as an appendix to “The Defence of Death”, a translation of Philippe de Mornay’s Excellent “Discours de la Vie et de la Mort” these selections seem hitherto to have escaped notice…»

Il prof. Ben R. Schneider, da parte sua, ha scritto :

«Something called *Seneca’s Morals*, probably a compendium of excerpts, was published in English in 1607».

Il 1606 e il 1607 sono gli anni delle prime rappresentazioni del King Lear di Shakesperare. La cui prima edizione stampata, in-quarto, è del 1608. Lasciamo la parola ad un esperto come Giorgio Melchiori:

«Q1-1608. M. William Shakespeare: “His True Chronicle Historie of the Life and Death of King Lear ecc.”; editore Nathaniel Butter. Questa edizione viene generalmente chiamata Pied Bull Quarto dal nome dell’insegna Butter (il Toro Pezzato) indicato sul frontespizio. Nonostante la registrazione, si tratta probabilmente di edizione abusiva di un testo dettato sulla base del copione da attori infedeli; contiene perciò molti errori e sostituzioni di parole, ma il testo è sostanzialmente completo.» (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori).

Infine nel 1614, e quindi solo due anni prima della morte di Shakespeare, Thomas Lodge pubblicò – ma erano anni e anni che ci lavorava – la prima vera organica traduzione dell’opera filosofica senechiana: The Workes both Morall and Natural of Lucius Annaeus Seneca. La figura di Thomas Lodge può avere giocato una parte importante nel piccolo enigma che stiamo investigando in quanto Lodge è l’autore di Rosalynde, la novella che offrì a Shakespeare l’intreccio per il suo As you like it. Gli si attribuisce inoltre una collaborazione con Shakespeare nella stesura di Henry VI; la possibile influenza di una sua opera poetica, Glaucus and Scilla, sul Venus and Adonis di Shakespeare; una qualche sua mano nella stesura del dramma The True Chronicle of King Leir and his three Daughters del 1594, pubblicato anonimo nel 1605 (proprio negli anni di gestazione del King Lear shakespeariano) nel quale però non c’è traccia del passo in questione. Che è ispirato dalla più famosa opera senechiana, le Lettere a Lucilio (Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX), nella quale, alla Lettera 119, troviamo questo brano (10-11):

LATINO «10 At hic qui se ad quod exigit natura composuit non tantum extra sensum est paupertatis sed extra metum. Sed ut scias quam difficile sit res suas ad naturalem modum coartare, hic ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui. 11 At excaecant populum et in se convertunt opes, si numerati multum ex aliqua domo effertur, si multum auri tecto quoque eius inlinitur, si familia aut corporibus electa aut spectabilis cultu est. Omnium istorum felicitas in publicum spectat: ille quem nos et populo et fortunae sudduximus beatus introsum est.»

ITALIANO «10 Chi, invece, si conforma a ciò che la natura esige, non solo si ritrova libero dalla sensazione della povertà, ma anche dal timore di essa. Ma affinché tu ti renda conto di come sia difficile limitare le proprie sostanze alla misura voluta dalla natura: ebbene, sappi che proprio colui cui tutto togliamo, che tu chiami povero, possiede ancora qualcosa di superfluo. 11 Ma lo spettacolo della ricchezza acceca e seduce la gente, quando da una qualche ricca dimora viene portato fuori un gran mucchio di denaro, quando anche i suoi soffitti sono ricoperti d’oro, quando la stessa servitù spicca per la bellezza fisica e si fa ammirare per le vesti. La felicità di tutti costoro mira sta nell’ostentazione: l’uomo che abbiamo sottratto al condizionamento della pubblica opinione e della fortuna, invece, è felice dentro.»

INGLESE (nella traduzione di Thomas Lodge) «10 But he that hath composed himselfe to that which Nature requireth at his hands, is not only without the sense, but also without the feare of povertie. But to the end thou mayest know how hard a thing it is to restraine a mans affaires according to the measure of Nature: this man whom we suppose to be moulded and fashioned according to his will, and whom thou callest poor, hath something which is superflous. 11 But riches attract and blind the common sort, when great summes of money are carried out of any mans house, when his roofes are enriched and garnished with gold, when his family are either comely in body, or courtly in apparell. All these mens felicitie is in publike ostentation: but he whom we have exempted both from the eye of the people, and the hand of Fortune, is blessed inwardly.»

E’, questo, un tema virtuoso diabolicamente e pretestuosamente ripreso in King Lear dalle sue due prima adulatrici e poi irriconoscenti figlie, Gonerill e Regan, cui ha ceduto il regno (loro contraltare è la figura tragica dell’altra figlia, Cordelia) le quali si rifiutano di mantenere un seguito adeguato di cavalieri al vecchio Re. In un crescendo di stupefazione ed amarezza da una parte, e di spudoratezza dall’altro, si arriva a questo momento cruciale (King Lear, II, 4):

GONERILL: Hear me, my lord;/ What need you five-and-twenty, ten, or five/ To follow, in a house where twice so many/ Have a command to tend you? REGAN: What need one? LEAR: O, reason not the need! Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./ Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s. Thou art a lady;/ If only to go warm were gorgeous,/ Why, nature needs not what thou gorgeous wear’st,/ Which scarcely keeps thee warm. But for true need…

GONERILL: Sentite mio signore;/ che bisogno avete di venticinque, o di dieci o di cinque con voi,/ in una casa ove due volti tanti/ hanno ordine di servirvi? REGAN: Che bisogno avete sia pur d’uno soltanto? LEAR: Non cavillate sul “bisogno”! Gl’infimi mendicanti/ Nella loro miseria hanno qualcosa di superfluo./ Se si concede alla natura nulla più dello stretto indispensabile/ La vita dell’uomo vale meno di quella della bestia./ Tu sei una gentildonna; se tutta l’eleganza consistesse/ Nell’andar caldi, la natura non avrebbe bisogno/ Di codesti tuoi abiti sontuosi, che non ti tengon caldo./ Quanto ai veri bisogni… (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori)

Si possono osservare tre cose in comune nei due brani, partendo da quella meno importante: 1) Accenni alla servitù e allo splendore delle vesti. 2) Le parole di Lear: «O, reason not the need! (…) Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s.» che stravolgono in forma paradossale il ragionamento senechiano illustrato da quel «Chi, invece, si conforma a ciò che la natura esige, non solo si ritrova libero dalla sensazione della povertà, ma anche dal timore di essa. Ma affinché tu ti renda conto di come sia difficile limitare le proprie sostanze alla misura voluta dalla naturaebbene, sappi che proprio colui cui tutto togliamo, che tu chiami povero, possiede ancora qualcosa di superfluo.», non per negarlo, ma per arricchirlo con la puntualizzazione che tale debolezza (o presunta tale) è pur sempre un segno della sua umanità e della sua grandezza. 3) Ma soprattutto quel: «Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./» che è quasi una traduzione in forma di condensazione poetica del «hoc ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui.» di Seneca. Osserviamoli tutti e due da vicino, in una mia traduzione che cerca di avvicinarsi il più possibile alla lettera:

Seneca (latino): HIC IPSE QUEM CIRCUMCIDIMUS  – (italiano): PROPRIO COLUI CUI TUTTO TOGLIAMO

Shakespeare (inglese): OUR BASEST – (italiano): I NOSTRI PIU’ INDIGENTI

Circumcidere in latino significa tagliare tutt’intorno, limitaretogliere via, ridurre radicalmente. Questa riduzione ad uno stato elementare viene riecheggiata dall’aggettivo shakespeareano basest. Così come il verbo alla prima persona plurale in Seneca ha un’eco nel pronome possessivo our in Shakespeare.

Seneca (latino): QUEM TU VOCAS PAUPEREM – (Italiano): CHE TU CHIAMI POVERO

Shakespeare(inglese): BEGGARS – (italiano): MENDICANTI

Seneca (latino): HABET ALIQUID ET SUPERVACUI – (italiano): POSSIEDE ANCORA QUALCOSA DI SUPERFLUO

Shakespeare (inglese): ARE IN THE POOREST THING SUPERFLUOUS (italiano): CON LA PIU’ POVERA DELLE LORO COSE GIUNGONO AL SUPERFLUO

«Habet aliquid et supervacui» si potrebbe rendere con «possiede pur qualcosa e in quel qualcosa, per quanto insignificante sia, c’è perfino il superfluo». Shakespeare, che non si nega mai nulla, s’inventa – credo – un superfluous riferito alla persona del possessore di cose superflue. In una edizione Penguin del dramma, commentata da George Hunter, il passo è spiegato così: «”Our basest beggars are in the poorest thing superfluous”: even the most deprived of men have among their few possessions something that is beyond their basic needs» ossia «anche i più indigenti degli uomini tra i loro pochi averi possiedono qualcosa che va al di là dei bisogni elementari» che è quasi una traduzione involontaria del passo senechiano.

E per chiudere dal lato filosofico-religioso, bisogna comunque notare che Shakespeare riprende finemente il passo senechiano da una diversa prospettiva: nello stoico ma già mezzo cristiano Seneca il superfluo del povero è visto più come l’evangelico motivo di scandalo, come l’occhio o la mano di cui si parla nel Vangelo; nel cristiano Shakespeare, in questo caso particolare,  il superfluo è visto più come debolezza e perciò come segno di umanità: «Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s». Non c’è contraddizione: è vera la debolezza come segno indiretto della nobiltà dell’uomo, è vera la possibilità che essa diventi motivo di scandalo.

[Si tratta di una versione sfrondata e riveduta di questo vecchio post.]

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