Monthly Archives: April 2018

Piccola nota su gnosticismo e pelagianesimo

Anche se non li respingo, personalmente rifuggo dall’uso di termini come gnosi (o gnosticismo) e pelagianesimo. Il primo (che già nell’antichità costituiva un fenomeno articolato e nebuloso, spesso esoterico) perché ha ormai raggiunto uno spettro semantico così vasto da permettere a chi voglia di trovarne le tracce – anche con ragionamenti legittimi e rigorosi – in qualsiasi moderno movimento religioso o filosofico anticattolico o anticristiano; il secondo in parte per lo stesso motivo e in parte perché, per quel che poco che si sa di lui, e quasi sempre per via indiretta, ho dei forti dubbi che Pelagio fosse effettivamente un pelagiano, e mi disturba pensare che un’indubbia eresia abbia preso il nome da uno che forse eretico non era.

Poniamo allora che per gnosticismo intendiamo un’intelligenza superba di se stessa, un’intelligenza che si sente autosufficiente, che si ritiene capace di trovare in se stessa l’alfa e l’omega, la scaturigine e il fine dell’esistenza. Da un punto di vista cristiano ciò può portare a queste conseguenze: il rifiuto della Grazia, in quanto non considerata necessaria; il rifiuto della Rivelazione, per lo stesso motivo; il rifiuto di Dio (almeno di quello cristiano) in quanto l’esistenza non cerca né riconosce un Padre nel quale trovare riposo e pienezza; la negazione del peccato originale giacché l’anima è capace di auto-guarigione o auto-realizzazione; il rifiuto del corpo quale ente inutile; il rifiuto della realtà fenomenica quale oggetto e strumento di conoscenza, e quale manifestazione della Rivelazione in senso lato.

Poniamo invece che per pelagianesimo intendiamo una virtù superba di se stessa, una virtù arida che si sente autosufficiente, che si ritiene capace di giungere alla salvezza coi propri mezzi e grazie alla propria volontà. Le conseguenze: anche qui, un rifiuto della Grazia, in quanto non considerata necessaria; un’assolutizzazione del libero arbitrio (non a caso l’eretico Lutero, padre dell’aberrante servo arbitrio, fu ferocemente anti-pelagiano); un sostanziale ridimensionamento della natura e delle conseguenze del peccato originale; un accento prevaricatore posto sull’importanza della volontà e delle opere, che conduce alla divisione delle opere dalla fede.

Che si possano trovare poi punti di contatto tra gnosticismo e pelagianesimo, o che si possa ugualmente condannare come gnostica o pelagiana la stessa dottrina, non deve sorprendere. La spiegazione sta nella natura dell’errore. Quando si dice che la verità sta nel mezzo, ciò non significa che essa stia a metà strada tra due errori, ma che stando su un altro piano è parimenti lontana da due errori. La verità è una ricca, coerente e stabile ricapitolazione: è un’infinità positiva, ancorché la sua ossimorica compiutezza potrà risplendere pienamente solo sullo sfondo di una nuova terra e di un nuovo cielo, al contrario di quanto pensano panteisti e immanentisti. Mentre l’errore è scisso in se stesso, e ciò conduce ad un’infinità negativa, cioè ad una congenita indefinitezza che per trovare un surrogato di requie e stabilità è costretta a saltare da un errore all’altro, percorrendo la strada tra i due senza trovare alcun giusto mezzo, perché nella strada che congiunge due errori ci sono solo errori. Cosicché si può dire che come in un gioco di specchi ogni errore rimanda giocoforza l’immagine riflessa di un altro errore, e così all’infinito: la menzogna è sfuggente per natura.

Fatte queste premesse, potremmo dire allora schematicamente che gnosticismo e pelagianesimo rappresentano gli esiti infecondi dell’incontro di due grandi filosofie precristiane col Cristianesimo: il platonismo, nel campo della filosofia teoretica; e lo stoicismo, nel campo della filosofia morale.

Ma ci sono anche quelli fecondi: non è possibile, per esempio, immaginare la teologia cattolica senza l’ausilio del linguaggio della filosofia greca. Anche la filosofia dei gentili attendeva una Grazia, una Rivelazione, una risposta divina, una conferma e un’integrazione da Chi aveva autorità a ciò che essa aveva intravisto, come già disse Platone: «Per quanto riguarda la trattazione sull’anima, su quanto essa abbia di mortale e quanto abbia di divino, e come e con quali altri elementi sia in relazione, e per quali ragioni sia stata collocata in sedi separate, saremmo sicuri di affermare la verità soltanto nel caso in cui il dio convenisse con noi: ma di aver però sostenuto delle affermazioni verosimili, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, tanto ora come dopo una riflessione più approfondita, e allora diciamolo.» Come avrebbe potuto restare insensibile un’anima filosofica naturalmente cristiana a questa assicurazione di Gesù: «lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa…»? e a questo suo invito: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»? O dovremmo forse condannare Gesù come gnostico nel primo caso e pelagiano nel secondo? Dico questo – provocatoriamente – perché oggi sembra andare di moda nel deprimente mondo cattolico condannare come altamente sospetta qualsiasi forma di eroismo che non sia quella allineata, coperta e devirilizzata della mezza cartuccia politicamente corretta che ha fatto della belante compiacenza il suo marchio ridicolo di umiltà.

Advertisements

Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

Se l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a scomparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò l’appello di Agnelli e De Benedetti, fatto quando ormai la situazione stava precipitando. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega, che nella coalizione ha sempre svolto il ruolo di succhiaruote, mai volendo pagare dazio con scelte impopolari, stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra, a dispetto dei ferrei propositi  leghisti di segno contrario espressi in precedenza, si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato dal Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?

Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlunguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]