Piccola nota su gnosticismo e pelagianesimo

XJF359009Anche se non li respingo, personalmente rifuggo dall’uso di termini come gnosi (o gnosticismo) e pelagianesimo. Il primo (che già nell’antichità costituiva un fenomeno articolato e nebuloso, spesso esoterico) perché ha ormai raggiunto uno spettro semantico così vasto da permettere a chi voglia di trovarne le tracce – anche con ragionamenti legittimi e rigorosi – in qualsiasi moderno movimento religioso o filosofico anticattolico o anticristiano; il secondo in parte per lo stesso motivo e in parte perché, per quel che poco che si sa di lui, e quasi sempre per via indiretta, ho dei forti dubbi che Pelagio fosse effettivamente un pelagiano, e mi disturba pensare che un’indubbia eresia abbia preso il nome da uno che forse eretico non era.

Poniamo allora che per gnosticismo intendiamo un’intelligenza superba di se stessa, un’intelligenza che si sente autosufficiente, che si ritiene capace di trovare in se stessa l’alfa e l’omega, la scaturigine e il fine dell’esistenza. Da un punto di vista cristiano ciò può portare a queste conseguenze: il rifiuto della Grazia, in quanto non considerata necessaria; il rifiuto della Rivelazione, per lo stesso motivo; il rifiuto di Dio (almeno di quello cristiano) in quanto l’esistenza non cerca né riconosce un Padre nel quale trovare riposo e pienezza; la negazione del peccato originale giacché l’anima è capace di auto-guarigione o auto-realizzazione; il rifiuto del corpo quale ente inutile; il rifiuto della realtà fenomenica quale oggetto e strumento di conoscenza, e quale manifestazione della Rivelazione in senso lato.

Poniamo invece che per pelagianesimo intendiamo una virtù superba di se stessa, una virtù arida che si sente autosufficiente, che si ritiene capace di giungere alla salvezza coi propri mezzi e grazie alla propria volontà. Le conseguenze: anche qui, un rifiuto della Grazia, in quanto non considerata necessaria; un’assolutizzazione del libero arbitrio (non a caso l’eretico Lutero, padre dell’aberrante servo arbitrio, fu ferocemente anti-pelagiano); un sostanziale ridimensionamento della natura e delle conseguenze del peccato originale; un accento prevaricatore posto sull’importanza della volontà e delle opere, che conduce alla divisione delle opere dalla fede.

Che si possano trovare poi punti di contatto tra gnosticismo e pelagianesimo, o che si possa ugualmente condannare come gnostica o pelagiana la stessa dottrina, non deve sorprendere. La spiegazione sta nella natura dell’errore. Quando si dice che la verità sta nel mezzo, ciò non significa che essa stia a metà strada tra due errori, ma che stando su un altro piano è parimenti lontana da due errori. La verità è una ricca, coerente e stabile ricapitolazione: è un’infinità positiva, ancorché la sua ossimorica compiutezza potrà risplendere pienamente solo sullo sfondo di una nuova terra e di un nuovo cielo, al contrario di quanto pensano panteisti e immanentisti. Mentre l’errore è scisso in se stesso, e ciò conduce ad un’infinità negativa, cioè ad una congenita indefinitezza che per trovare un surrogato di requie e stabilità è costretta a saltare da un errore all’altro, percorrendo la strada tra i due senza trovare alcun giusto mezzo, perché nella strada che congiunge due errori ci sono solo errori. Cosicché si può dire che come in un gioco di specchi ogni errore rimanda giocoforza l’immagine riflessa di un altro errore, e così all’infinito: la menzogna è sfuggente per natura.

Fatte queste premesse, potremmo dire allora schematicamente che gnosticismo e pelagianesimo rappresentano gli esiti infecondi dell’incontro di due grandi filosofie precristiane col Cristianesimo: il platonismo, nel campo della filosofia teoretica; e lo stoicismo, nel campo della filosofia morale.

Ma ci sono anche quelli fecondi: non è possibile, per esempio, immaginare la teologia cattolica senza l’ausilio del linguaggio della filosofia greca. Anche la filosofia dei gentili attendeva una Grazia, una Rivelazione, una risposta divina, una conferma e un’integrazione da Chi aveva autorità a ciò che essa aveva intravisto, come già disse Platone: «Per quanto riguarda la trattazione sull’anima, su quanto essa abbia di mortale e quanto abbia di divino, e come e con quali altri elementi sia in relazione, e per quali ragioni sia stata collocata in sedi separate, saremmo sicuri di affermare la verità soltanto nel caso in cui il dio convenisse con noi: ma di aver però sostenuto delle affermazioni verosimili, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, tanto ora come dopo una riflessione più approfondita, e allora diciamolo.» Come avrebbe potuto restare insensibile un’anima filosofica naturalmente cristiana a questa assicurazione di Gesù: «lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa…»? e a questo suo invito: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»? O dovremmo forse condannare Gesù come gnostico nel primo caso e pelagiano nel secondo? Dico questo – provocatoriamente – perché oggi sembra andare di moda nel deprimente mondo cattolico condannare come altamente sospetta qualsiasi forma di eroismo che non sia quella allineata, coperta e devirilizzata della mezza cartuccia politicamente corretta che ha fatto della belante compiacenza il suo marchio ridicolo di umiltà.

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