Perché un governo M5S-Lega sarebbe una violazione dello spirito della democrazia

Uno degli argomenti principali dei sostenitori del governo M5S-Lega è che esso darebbe voce alla maggioranza degli italiani. Tale assunto viene espresso con la tranquilla protervia di chi annuncia verità auto-evidenti. Ma tale assunto è falso. Chi lo usa, consapevolmente o inconsapevolmente, fa demagogia.

La legge elettorale vigente è un sistema misto maggioritario-proporzionale con soglia di sbarramento che consente l’apparentamento delle singole liste in coalizioni. Di tale sistema, per come è congegnato, si può pensare tutto il male possibile, ma rimane democratico e ha un suo spirito, violando il quale si viola lo spirito più largamente democratico da cui è nato.

Prevedendo coalizioni, esso si basa fondamentalmente sulle stesse, perché anche le liste non apparentate acquisiscono, ai fini dell’esito elettorale, la forma di partiti/coalizioni. Per giudicare della correttezza dei passaggi istituzionali susseguenti al voto, bisogna sempre presumere che l’elettore valuti le conseguenze del suo voto in base al sistema elettorale in essere, anche se questo in realtà accade solo per una parte del corpo elettorale.

Chi vota con l’attuale sistema una lista che fa parte di una coalizione o una lista non apparentata, e quindi di fatto un partito/coalizione, ha davanti a sé vari scenari che rispettano lo spirito della legge elettorale, che gli piacciano o no:

  1. un governo formato dalla coalizione o dal partito/coalizione in caso di maggioranza assoluta dei seggi;
  2. un accordo di governo tra due coalizioni o tra una coalizione e un partito/coalizione;
  3. un governo di minoranza formato da una coalizione o da un partito/coalizione che s’insedia grazie all’astensione di una parte del parlamento;
  4. un governo di minoranza formato da una coalizione o da un partito/coalizione sfiduciato che traghetti il paese verso nuove elezioni.

E, a un livello meno cristallino di rispetto del sistema elettorale vigente, giudicabile in base contesto sociale, politico ed economico del paese, quali soluzioni in ultima istanza:

  1. un governo formato da una coalizione priva della maggioranza assoluta dei seggi che cerchi in parlamento l’appoggio di singoli deputati eletti in altre liste in numero sufficiente a raggiungerla;
  2. un governo del presidente che trovi la maggioranza in parlamento.

Tra queste varie possibilità non è lecito includere quella di un accordo tra una coalizione o un partito/coalizione e una lista di un’altra coalizione. In un sistema che prevede coalizioni o partiti/coalizioni, gli accordi post-voto si fanno tra coalizioni o tra coalizioni e partiti/coalizioni. In un sistema che non prevede coalizioni ma solo liste, gli accordi post-voto si fanno tra liste. Questo perché, ripetiamo, bisogna sempre presumere che l’elettore valuti le conseguenze del voto in base al sistema elettorale in essere. E nessuno può presumere che la Lega avrebbe ottenuto lo stesso numero di voti se si fosse presentata da sola alle elezioni del 4 marzo 2018. Magari ne avrebbe ottenuti di più (anche se ciò non si sarebbe affatto riflesso meccanicamente sui seggi, peraltro) ma ciò non cambia il nocciolo della questione. Inoltre, tutto l’elettorato di centrodestra, nonché gli altri partiti della coalizione, avrebbero dovuto ripianificare le proprie scelte.

Questa violazione dello spirito della legge elettorale, a ben vedere, è la stessa che il complottismo pentastellato e leghista imputava ai presunti futuri autori di una riedizione del defunto patto del Nazareno in chiave elettorale. Che essa in realtà fosse una mossa propagandistica senza fondamento lo dimostra un semplice ragionamento. I fini calcolatori che avevano congegnato il Rosatellum per non far vincere alcuna coalizione, avrebbero dovuto essere anche abbastanza fini da prevedere che lo stesso consentisse a PD (e satelliti) e FI di conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. Ma proprio la legge elettorale rendeva ciò praticamente impossibile, perché l’ipotesi implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli, un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse. I sondaggi davano, al momento della promulgazione del Rosatellum, il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20% il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

A rendere moralmente lecito e politicamente legittimo un governo M5S-Lega potrà essere, quindi, solo una nuova consultazione elettorale, sia che i due partiti si presentino in coalizione, sia che si presentino da soli.

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Il peccato originale di Mattarella, quelli che ne sono scaturiti, e quello commesso assieme al M5S e alla Lega

Prima ancora di un vero e proprio atto, il peccato originale commesso da Mattarella consiste in una riserva mentale negativa, per non dire peggio, nei confronti del centrodestra berlusconiano che lo accomuna ai suoi sciagurati predecessori. Tale riserva gli ha impedito di procedere, se vi è un’etica nelle procedure democratiche, per la via maestra istituzionalmente corretta, che era quella di dare l’incarico di formare un nuovo governo a Salvini, leader della coalizione di maggioranza relativa. Per impedirgli ciò, ha subordinato tale incarico alla formazione e alla verifica extraparlamentare di una maggioranza precostituita dai numeri certi. Cosa alquanto bizzarra, talmente bizzarra che ora, alla fine della giostra, Mattarella ha affidato l’incarico ad un tale che può godere solo dell’appoggio della certissima minoranza del parlamento.

Ora, è ben vero che il presidente di una repubblica non presidenziale non è un soprammobile ma, in una certa misura, anche un attore politico. Tuttavia, lo è solamente in maniera riflessa. Non spetta a lui determinare subdolamente o per via indiretta l’indirizzo politico di un governo, non limitandosi ai consigli ma ponendo veti di squisito sapore politico. La firma delle nomine del presidente del consiglio e dei ministri da parte del presidente della repubblica e la controfirma delle stesse da parte del presidente del consiglio nominato hanno significati diversi: la prima è garanzia di correttezza costituzionale delle nomine, la seconda implica responsabilità politiche. Non si può con un’interpretazione estensiva e capziosa trasformare il potere di nomina del capo dello stato da formale in sostanziale: portata alle estreme e logiche conseguenze allora anche le elezioni diverrebbero inutili, e il presidente di una repubblica, per di più non presidenziale, si trasformerebbe in sovrano.

Da questo peccato originale sono nati in successione tutti gli altri. Mattarella ha lasciato che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella naturale. Quando per forza di cose si è arrivati finalmente ad essa, cioè dare l’incarico a Salvini di formare un governo di centrodestra che cercasse in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza parlamentare di sostegno, ha espresso la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili. Esauriti tutti i tentativi di trovare maggioranze precostituite, l’unica via percorribile (e doverosa) era quella. Il governo Salvini avrebbe potuto avere tre esiti: 1) trovare la maggioranza in parlamento; 2) insediarsi come governo di minoranza grazie all’astensione di alcune forze politiche; 3) essere sfiduciato e gestire la nuova fase pre-elettorale. Ma al centrodestra è stato negato anche questo. Si pensi a quanto accaduto invece negli anni scorsi in Spagna: per due volte di seguito Rajoy ha vinto le elezioni ed è stato messo in minoranza; poi le terze elezioni di fila sono state evitate a seguito di rivolgimenti interni al Partito Socialista, per cui Rajoy ha potuto formare un terzo governo contando sull’astensione dei socialisti.

Fatta questa scelleratezza con la compunta incoscienza del democristiano di sinistra perfettamente addomesticato, Mattarella ha quindi perorato la causa di un tartufesco governo neutrale, di servizio, burocratico understatement che nella sua goffaggine pareva fatto apposta per imbestialire ancor di più le plebi italiche.

Ma prigioniero del suo gioco non ha saputo o potuto poi dire di no a Salvini quando il capo della Lega è tornato alla carica per tentare un accordo di governo in solitario coi pentastellati, questa volta quasi senza neanche fingere di rappresentare il centrodestra. Con ciò Mattarella ha avallato un’altra delle aberrazioni di queste consultazioni. L’accordo M5S-Lega costituiva una violazione dello spirito della legge elettorale e perciò un vulnus democratico. Chi ciancia di maggioranza degli italiani fa consapevolmente o inconsapevolmente demagogia. Un accordo rispettoso della legge poteva essere solo quello tra coalizioni (il M5S è un partito/coalizione) non quello tra una coalizione e un partito di una coalizione avversa. Quest’ultimo costituiva un tradimento di quell’elettorato che aveva votato una lista sapendo bene di averlo fatto (in buona o cattiva fede non cambia la questione) nella logica della coalizione. Senza neanche contare che l’elettorato si adegua sempre allo spirito della legge elettorale, per cui è falso e demagogico parlare di una maggioranza M5S-Lega come se parlassimo nella logica di un sistema perfettamente proporzionale o in ogni caso basato solo sul voto di lista. Nessuno può dire come sarebbe stato l’esito del voto in quei casi, giacché l’elettore valuta sempre le conseguenze del suo voto in base al sistema in essere. Anche se i sovranisti fanno finta di non vederlo, il patto M5S-Lega sarebbe stata proprio la copia sovranista di quell’elitista Patto del Nazareno post-elezioni denunciato con tanta foga dagli stessi sovranisti.

Per fermare l’accordo Mattarella è stato poi costretto a porre il suo veto a Savona con motivazioni tutte politiche che per non apparire tali hanno dovuto essere iscritte al senso supremo di responsabilità di un salvatore della patria cantato dalle più importanti gazzette della penisola.

E quindi ha conferito l’incarico a Cottarelli, forse con l’ambizioso obiettivo di gettare le fondamenta del governo più copiosamente sfiduciato della storia italiana. Che disastro, e che disastrosa pedagogia per la nostra già fin troppo avvelenata democrazia!

Il miope Salvini e l’irresponsabile Mattarella

Forse a causa dell’abitudine degli abitanti della penisola di fottersi a vicenda, una delle caratteristiche peggiori dello spirito italico è l’incapacità di pensare politicamente in maniera lineare; cosicché la barbara e stolida sensatezza dello straniero ha avuta spessissimo la meglio sul nostro genio contorto: è per questo che nel mondo si ride molto di noi. Salvini ha in mano la possibilità di diventare premier ma si sta facendo sfuggire l’occasione con scelte cervellotiche e contronatura, dettate in parte dall’impazienza e in parte dalla convinzione tutta italiota di essere il più furbo di tutti o dalla preoccupazione di non volerlo essere meno degli altri: chiare manifestazioni della sindrome tipica degli imbecilli nostrani di qualche ambizione.

Tutti i sondaggi, compresa l’aria che tira, danno il centrodestra in netta ascesa da quel già buon 37% (inimmaginabile solo qualche tempo fa, quando lo stesso centrodestra era dato per morto dai gazzettieri di regime) che gli ha permesso di ottenere la maggioranza relativa alle recenti elezioni. Ma lui niente. La tentazione dell’inciucio coi neo-giacobini grillini pur di metter mano sulla torta del potere e inconfessabilmente di liberarsi dei suoi alleati, o di fagocitarli, è troppo forte, anche a costo di fare il socio di minoranza della nuova compagine governativa, nella prospettiva di giocarsi poi coi grillini l’intera posta alla prossima tornata elettorale.

Alla via maestra suggerita dal buon senso e dalla correttezza istituzionale di chiedere l’incarico per formare un governo di centrodestra che andasse poi alla ricerca di una maggioranza in parlamento, via promossa da Berlusconi fin dall’inizio delle consultazioni, Salvini si è acconciato di mala voglia solo dopo che le altre vie esplorate erano fallite. Il tentativo era assai difficile ma la richiesta era assolutamente legittima e doveva essere esaudita. Mattarella, irresponsabilmente ma non del tutto sorprendentemente, vi si è opposto. Mattarella è un personaggio che brilla per una sua speciale non aurea mediocrità che gli mette in bocca stupefacenti banalità tratte dal bignamino del pensiero laico & repubblicano dell’Italia nata dalla Resistenza, biascicate con lo stile sommesso del democristiano di sinistra perfettamente irregimentato. Per queste rare qualità gli si tessono naturalmente molti elogi. Ricordate quella macchietta seriosa chiamata Monti? Arrivò fra di noi mortali salutato come l’Angelo della Sobrietà e della Competenza, ma quale uomo di governo si rivelò una schiappa memorabile. Mattarella per mediocrità e inadeguatezza invece si è già montato la testa, come provano i suoi recenti spropositi su Einaudi.

Del rifiuto di Mattarella Salvini non si è doluto più di tanto, al contrario di una Meloni che avrebbe dato furente un bel calcio sulle palle al presidente della repubblica, come ogni spirito fine e maschile può cogliere leggendo fra le righe di una lettera indirizzata dalla prima Sorella d’Italia al direttore del Giornale. Anzi, ringalluzzito dalla scorrettezza di Mattarella, si è rituffato nel tentativo di portare a compimento il malsano connubio contronatura leghista-pentastellato fallito in prima istanza, contando sul fragile collante sentimentale della comune credenza nei poteri taumaturgici della superstizione sovranista. Chi si mette in bocca espressioni come establishment globalista dovrebbe capire che in realtà parla di una forma di sovranismo di respiro internazionale, che conculca le libertà particolari e individuali. Credere di combattere questo sovranismo con forme nazionali di sovranismo è un errore che cambia solo le forme esteriori della malattia. Inoltre, sia i fautori del tanto odiato partito tecnocratico globalista sia i grillini, nonché certi nostrani tracotanti sostenitori del sovranismo, si servono abbondantemente della retorica qualunquista della fine della contrapposizione fra destra e sinistra, cioè alimentano quel caos e quella mancanza di chiarezza che sono funzionali ai disegni di chi vuole manovrare sudditi ed elettorato.

Un Salvini uscito dallo stato di ebbrezza dovrebbe invece capire che le strade da battere sono solo due: riformulare la richiesta dell’incarico per formare un governo di centrodestra; in caso di probabilissimo diniego chiedere nuove elezioni. Salvini, insieme al M5S e FdI, ha tutti i mezzi per sfiduciare l’ennesimo governo del presidente, tanto più che anche la FI del riabilitato Berlusconi avrebbe tutte le ragioni per vedere di buon occhio nuove elezioni. In ogni caso, per quanto volesse tirarla per le lunghe, anche un governo del presidente di scopo non potrebbe durare più di una manciata di mesi, utili solo, probabilmente, a rinforzare il sentimento anti-elitista e a cementare l’ipotesi di un nuovo bipolarismo M5S (ed eventuali satelliti) – Cdx.

Un Salvini sobrio e che pensi sanamente in grande dovrebbe capire che un Berlusconi vivo e vegeto con una FI in salute gli potrebbero fare da utile copertura in Europa e nella politica estera in generale. Si ricordi che il suo amico Orbán è a capo di un partito che fa nominalmente parte della famiglia popolare europea; che l’Ungheria anti-Soros, così come la Polonia, fanno parte dell’Unione Europea e della Nato perché a loro conviene moltissimo; che i suoi amici liberal-nazionali austriaci hanno fatto un governo coi popolari del neo-cancelliere Kurz; che la battaglia contro questa Europa e questo Occidente anticristiani e neo-giacobini, rinnegatori di se stessi, e contro il sovranismo globalista che passa per liberale, va fatta attraverso una fronda intelligente, che sappia tessere alleanze e creare massa critica, in nome della stessa Europa e dello stesso Occidente, non attraverso le rodomontate del sovranismo nazionalista tutto chiacchiera e distintivo che risponde alla malattia con la malattia; che l’Italia per il suo peso economico e demografico potrebbe diventare leader di fatto questa fronda costruttiva – se ben guidata- fondamentalmente cattolica che metterebbe insieme il nostro paese, l’Austria, l’Ungheria, la Cechia, la Slovacchia, la Polonia, con una testa di ponte germanica in Baviera; che l’europeista Berlusconi è un amico di Putin e uno dei pochi politici europei veramente amati in Russia, il che potrebbe regalare all’Italia un ruolo di mediazione fra Russia e Occidente. E lasci stare i pasticci col M5S che forse non sarà comunista ma che comunque rimane un partito statalista, giacobino, antimafioso di professione, pro gender, pro centri sociali, anticristiano, eco-pauperista; il che costituisce oggi il massimo del comunismo possibile senza essere marxisti.

 

Il connubio contronatura e il patto del Nazareno.

Il cosiddetto patto del Nazareno fu un accordo stretto alla luce del sole nel 2014 tra Renzi e Berlusconi al fine di portare a termine alcune riforme costituzionali. Non costituiva in alcun modo un’alleanza politica. La collaborazione in materia finì un anno dopo, ai tempi dell’elezione di Mattarella a presidente della repubblica, a causa della ben collaudata natura fedifraga e manipolatrice del politico Renzi. Su questo accordo ebbe occasione di esercitare la sua arte contorta e sospetta la mentalità complottistica propria delle sette e delle famiglie politiche ideologizzate. In primis, la legione grillina. Ma anche certi settori della destra più ottusa, la quale è notoriamente e tristemente adusa a credere, per affinità antropologiche, a metà dei miti della narrazione politica della sinistra giacobina. Si favoleggiò perciò di clausole segrete e di altre perle di paccottiglia complottistica.

Il patto del Nazareno conobbe una seconda vita, senza aver dismesso la prima, ai tempi del Rosatellum, la legge elettorale promulgata alla fine del 2017. La legge e la realtà tripolare illustrata dai sondaggi politici rendevano però quasi certo un esito elettorale senza vincitori assoluti. E allora si ricominciò a favoleggiare su un tacito accordo tra PD e FI per convolare a nozze dopo il voto al fine di costituire una maggioranza di governo. Tale ipotesi, però, a dispetto del bombardamento propagandistico dello svariato fronte anti-berlusconiano, non aveva nessun fondamento reale. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava in via preventiva al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli,  un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20% il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

Ma chi lo denunciava con cattiva coscienza adesso tenta di farlo: chi ha cattiva coscienza accusa sempre gli altri dei crimini che gli sono connaturati. Il leghismo professato dall’ala militante del partito – quello che oggi ha sposato per esempio i dogmi caricaturali del sovranismo alle vongole – ha sempre avuto la tentazione di scrollarsi di dosso Berlusconi e i forzisti. Ma mettendo – di fatto – in pratica ciò alla prima occasione tale leghismo dimostra la sua inadeguatezza a svolgere un ruolo di leadership capace di vedere le cose in prospettiva, e in sostanza, arrivato al crocevia decisivo della sua storia, sceglie di disertare, per mancanza di spessore culturale e politico, da quel ruolo di erede e definitivo artefice del conservatorismo politico italiano che il destino gli aveva offerto, finendo anzi nel suo miope e opportunistico settarismo per rinforzare le fondamenta della favolosa narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana.

Sull’opportunità sciaguarata di un connubio contronatura con una forza politica statalista, giacobina, anticristiana, la più vicina alle ideologie gender del progressismo liberal e cimiteriale allo stesso tempo, la più vicina alle ragioni dei teppisti dei centri sociali, e la più lontana dal popolo leghista meno politicizzato, Salvini dovrebbe riflettere bene. Tenga in conto quanto segue:

1) FdI pare si sfili dall’accordo. Se sarà così mezzo centrodestra non parteciperà al nuovo eventuale governo. 2) Con l’accordo che si profila si ritorna allo schema iniziale proposto dal M5S: grillini+leghisti. 3) Quindi è Salvini che si adegua nella sostanza a Di Maio. Chi glielo fa fare? 4) Con un rapporto di forze 2:1 a favore dei grillini come può Salvini pretendere di avere un leghista come presidente del consiglio? 5) Come può Di Maio, visto che di fatto il suo piano ha funzionato, concedere a un leghista la presidenza senza scatenare una rivolta fra i grillini? E una figura terza cosa sarebbe se non una specie di tecnico? 6) Il centrodestra ha vinto le elezioni, sia pure conquistando solo la maggioranza relativa, col 37% dei voti. I sondaggi lo danno oggi al 40% o quasi: Salvini vuole rischiare tutto questo ben di Dio del quale sarebbe leader per infognarsi in una dubbia avventura che fatalmente demoralizzerà l’elettorato di centrodestra preso nel suo complesso? 7) Vuole provare a fare una legge elettorale a doppio turno per scrollarsi di dosso gli alleati? Pensa forse che poi li riconquisterà tutti facilmente, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Le manovre machiavelliche sono tali appunto perché di rado hanno successo. I rischi si addicono ai disperati, non a chi ha il vento in poppa e le circostanze a suo favore. 8) Salvini è pazzo o è solo un mediocre inebriato dai suoi successi e dalla volontà di potere? 9) Si ricordi di Bitonci, la presunta nuova stella della galassia leghista, che grazie al suo stile «Io so’ io e voi non siete un cazzo», si è ridotto a fare opposizione nella città che aveva in mano, Padova. 10) La sola logica che può spiegare questo connubio contronatura è quella del patto Molotov-Ribbentrop, che com’è noto non portò bene a nessuno.