Pensierino su scienza, politica e teologia

Per Aristotele la scienza era, per così dire, la più astratta e la più nobile delle arti. Grazie a essa si arrivava a una conoscenza certa partendo da verità di per sé evidenti dette principi. Era l’attività massimamente deduttiva. Questo schema metafisico, integrato però dalla fede e dalla rivelazione, può essere applicato anche alla teologia, per cui si può pure parlare – con una certa prudenza, direi io, per evitare interpretazioni riduzionistiche del concetto – di scientificità della teologia o di teologia come scienza.

Oggi chiamiamo scienza una cosa diversa e quasi contraria, cioè un’esplorazione rigorosa, sottoposta al vaglio sperimentale, di tutto ciò che entra nel campo del relativo e dell’opinabile, cioè di ciò che costituiva la doxa nel tempo antico. Tuttavia ogni branca della scienza moderna, quando cerca i suoi principi, finisce fatalmente per bussare alla porta della filosofia (e quindi anche delle verità cristiane). Lo scientismo moderno pretende di annullare, con conseguenze a lungo termine disastrose, questa relazione necessaria e vivificante. La Chiesa entra legittimamente a volte nel campo della scienza per difendere e ribadire questa relazione. Oggi lo fa in modo confusionario, invadendo invece proprio il campo della doxa, con esiti purtroppo ridicoli.

Cosicché ciò che oggi chiamiamo sapere scientifico con le sue varie branche costituisce per sua natura una materia vastissima in continuo cambiamento e perfezionamento, tanto maggiori quando dal piano astratto delle sue leggi e della ricerca pura si scende verso il piano delle applicazioni pratiche. Il fatto che questa materia sia in continuo movimento non significa che essa si smentisca in continuazione e che perciò si trovi continuamente in contrasto con la verità; significa piuttosto, auspicabilmente, che essa si avvicina insensibilmente e sempre imperfettamente alla verità senza contraddirla nella sua essenza nei vari stadi del suo avvicinamento ad essa. E’ questo che dovrebbe stare a cuore alla Chiesa, invece di avventurarsi imprudentemente nel campo dell’opinabilità e sposare addirittura tesi che odorano molto più di ideologia che di scientificità (vedi il climate change di origine antropica).

Il rapporto tra scienza (nel senso moderno del termine) e religione (nel senso di Cristianesimo) è analogo a quella tra politica e religione. Come ho scritto in passato, il fatto che la politica sia solo un fine intermedio ordinato ad un fine ultimo che è il Sommo Bene, cioè Dio, significa nondimeno che questo fine intermedio determina la sua specificità: se il fine intermedio fosse interamente assorbito dal fine ultimo esso perderebbe la sua specificità e non sarebbe più un fine intermedio. Se la politica e lo stato fossero assolutamente assorbiti dal fine ultimo essi perderebbero la loro specificità. Per converso è sempre latente (e anche maggiormente presente) il pericolo di un’assolutizzazione di un fine intermedio, e quindi quello di piegare il Cristianesimo alle ragioni del mondo; il quale errore, però, ripeto, sarebbe soltanto speculare (e con esiti similari, per eterogenesi dei fini) a quello di chi non si limita di ordinare il fine intermedio al fine ultimo, ma assorbe completamente il fine intermedio nel fine ultimo negandogli perciò la sua specificità, ragione ed esistenza.

Lo scopo della teologia, invece, non è quello di scoprire nuove verità, anche relative o parziali. La Verità intravista al lume naturale (che in ogni caso proviene sempre da Dio) dai filosofi antichi, è stata rivelata compiutamente con l’Incarnazione: «Tutto è compiuto», dice Gesù morendo sulla croce nel Vangelo secondo Giovanni; ma quello di esplorarla nel tentativo di approfondirla o di metterne in luce aspetti ancora nell’ombra: cioè di rischiarare quello che oggi vediamo senza inganno ma imperfettamente sul fondamento della Rivelazione e col contributo della ragione. Infatti il nostro impulso naturale (nel senso proprio di secondo natura, o secondo verità, opposto a quello di contro natura) è quello, secondo l’espressione paolina, di cercare di vedere faccia a faccia la Verità un giorno: in quel giorno Vedere, Conoscere, Vivere ed Essere saranno la stessa cosa. Ma tutti, nel loro piccolo, anche in questa vita dovrebbero naturalmente sentire il bisogno di avvicinarsi alla visione beatifica.

Ne consegue che da un lato – diciamo conservatore – la teologia non può essere un’attività speculativa puramente intellettuale o un’avventura erudita anche rigorosa: essa impegna la volontà ed è guidata dalla fede quale certezza di cose che si sperano, sempre per riprendere un’altra espressione paolina; e che dall’altro lato – diciamo progressista – essa ha come conseguenza che certe definizioni dogmatiche potrebbero un giorno, almeno teoricamente, per quanto sembri arduo anche solo immaginarlo, e sempre se un’esplorazione teologica profonda ed ortodossa lo consentisse, essere riviste (non nell’essenza) e riformulate (non nell’essenza) senza sconfessare una sola virgola di quelle precedentemente in essere. Parliamo di possibilità, ripetiamo, non di necessità o, al momento, di motivata opportunità: ma lo diciamo in un orecchio a quei campioni di un malinteso tradizionalismo che per combattere nominalismo e idealismo riducono il loro realismo al feticismo delle formule.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.