L’accordo sulle nomine UE: cronaca semiseria di un disastro ancora evitabile

Aveva aperte le danze Macron, annunziando, papale papale, che la candidatura Weber non aveva una maggioranza alle spalle, che Manfred era troppo di destra, e che inoltre non aveva l’esperienza sufficiente per ricoprire il ruolo di Presidente della Commissione. Mezzo storditi dalla sciolta e secca cafonaggine del bulletto francese, e mezzo intimiditi dal silenzio eloquente e tranquillo della Merkel, i popolari, invece di esplodere, erano andati a cuccia, dove però, com’è naturale, non avevano tardato a concepire confusi disegni di rivalsa.

Alla Merkel in realtà la bocciatura di Weber non dispiaceva affatto. L’aveva fatta sua a malincuore, la candidatura, per dare uno zuccherino ai bavaresi della CSU (e a parte della CDU) che di Angela e del suo centro-sinistrismo politicamente corretto ne hanno pieni gli zebedei. Similmente la Cancelliera aveva agito al momento della formazione del suo attuale governo, con la nomina a ministro dell’interno di Seehofer, ex Presidente della Baviera.

Così quando il duo Macron-Merkel ha tirato fuori dal cilindro il nome del socialista Timmermans, il malumore dei popolari, spronati dalla loro celebre pecora nera, il magiaro Viktor Orbàn – che senza chiamarli senz’altro utili idioti, come aveva fatto in passato, aveva però rispolverato lo stesso concetto usando termini più urbani – si è trasformato in rivolta. La Merkel, figlia di Eva ma astuta come il serpente, ha battuto in ritirata da brava scolaretta prendendo atto della situazione e meditando in cuor suo nuovi inganni.

Che hanno prese le sembianze di una sua protetta, Ursula von der Leyen, gentile signora che di destra, di centrodestra e forse anche di centro, nonostante i sette figli, non ha un bel nulla, a parte la tessera della CDU. Ursula è l’esatto contrario di Manfred Weber, e non solo perché è femmina. Lei è luterana, cosmopolita, poliglotta (è vissuta in Belgio da ragazzina e negli Stati Uniti da sposata), estranea alla vita di partito, ed è apertamente favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso tanto da aver votato (con successo) al Bundestag per la sua legalizzazione. In obbedienza alla moda recente e strana (nel senso affine a contronatura, se non fosse abbastanza chiaro) che vuole femmine a capo dei dicasteri della difesa, anche se a loro manifestamente non piace, nel 2013 è stata nominata Bundesministerin der Verteidigung, con lo scopo non dichiarato ma evidente di smantellare definitivamente la Wehrmacht e trasformare i marmittoni teutonici in signorine politicamente corrette: umiliazione cocente che impedirà probabilmente a parecchi generali teutonici di lunghissimo corso di tirare le cuoia serenamente tra qualche lustro o decennio.

Lui invece è cattolico, è bavarese, parla bavarese e forse anche tedesco. Prima di andare a Bruxelles e diventare capogruppo del PPE, l’ingegner Weber è vissuto solo in Baviera dove è arrivato ai piani alti del partito partendo dalla qualifica onoraria di attacchino. In materia economica Manfred è un liberal-conservatore con fama di falco, ma non alla maniera fraudolenta e melliflua dei tecnocrati, bensì a quella terragna dei suoi compatrioti che molto hanno conservato di campagnolo. Da cattolico, merita di essere sottolineato, ha avuto il fegato di votare, in minoranza anche nel suo partito, contro una mozione sui diritti umani del Parlamento Europeo, poi approvata a stragrande maggioranza, che conteneva fra l’altro la condanna delle cosiddette terapie riparative gay.

La mossa della Merkel (e di Macron, che nonostante la sua megalomania di più oggettivamente non poteva sperare) ha avuto un successo persino insperato. E’ bastato usare l’arma gender e proporre astutamente il nome di una donna per mettere la museruola a tutte le destre europee e fare cappotto.

Ma per spiegare questo sorprendente corso degli eventi, bisogna fare un salto all’indietro nel recente passato, e precisamente all’affaire Strache, scoppiato come un fulmine a ciel sereno alla vigilia delle elezioni europee. In un video diffuso da Der Spiegel e dalla Süddeutsche Zeitung e realizzato nell’estate del 2017 in una villa di Ibiza, il Vice-cancelliere austriaco, leader del partito di destra FPÖ, in un contesto più di serata scollacciata che di lavoro, discuteva, assieme al suo braccio destro, con la sedicente figlia di un oligarca russo di eventuali affari e favori reciproci, tra i quali la presa di controllo del più diffuso quotidiano austriaco. Gli organizzatori di questa trappola avevano scelto come esca una lolita nella versione classica di una bionda sventola russa (o finta russa), a dimostrazione che quando si fa sul serio neanche i nemici della destra credono alle bubbole della letteratura gender e all’appeal della recchioneria – pardon, della gayezza –  bensì, piuttosto, all’infallibile e non guasto senso estetico del camionista.

Il modo in cui la notizia fu confezionata costituì un perfetto esempio di disinformazione per omissione da parte dei giornaloni tutti ben allineati. Infatti, di per sé la registrazione non dimostrava alcun legame coi russi: anzi, il dilettantismo di Strache e compagni casomai dimostrava l’assenza di qualsiasi esperienza in tal senso. Inoltre, il fatto che il video fosse stato girato prima delle elezioni austriache del 2017 allo scopo evidente di screditare il politico austriaco, fa pensare che i giornali tedeschi, che un anno dopo l’hanno diffuso alla vigilia delle europee, avessero il video da tempo, ma dubitassero dell’opportunità di renderlo pubblico in quanto tale atto avrebbe potuto configurarsi come complicità in comportamenti illeciti di cui Strache era vittima; giacché, fino a prova contraria, filmare indebitamente a sua insaputa un’altra persona in una dimora privata è un illecito penale; e cercare attivamente di indurre quest’altra persona ad atti, gesti o dichiarazioni che di per sé non hanno rilevanza penale ma che compromettono la sua immagine pubblica costituisce un’aggravante; e diffondere quanto ottenuto coi modi sopramenzionati è un altro illecito penale, anche se commesso da chi non si è reso responsabile del primo illecito. Inoltre ancora, che tale video fosse rivelatore (non conclusivo, perché uno può anche dire corbellerie sapendo di dirle e fare il gradasso per una vasta serie di ragioni diverse) di certe idee e di certi tratti della personalità di Strache, non poteva giustificare pratiche giustizialiste in ultima analisi antidemocratiche e illiberali.

E’ straordinario ma non sorprendente che il giornalista collettivo democratico & progressista non vedesse l’enormità di tutto ciò. D’altra parte, come oggi testimoniano le avventure della Capitana Carola, per legioni di magistrati e giornalisti impegnati ogni mezzo è lecito quando si combatte in nome dell’antifascismo. Fatto sta che Strache e il suo braccio destro si dimisero perché la loro posizione era diventata politicamente  insostenibile agli occhi dell’opinione pubblica, e che l’ostentatamente schifato e un po’ paraculo cancelliere Kurz sciolse senza alcun indugio la coalizione di governo.

La cosa sospetta è che Kurz non parve minimamente sorpreso da una vicenda che avrebbe dovuto in qualche misura scuotere il pur gelido, compostissimo, ben pettinato, elegante e occhiceruleo giovanottone. Mentre mi avevano personalmente sorpreso, nelle settimane antecedenti al caso Strache, certe dichiarazioni trancianti sull’impossibilità di qualsiasi collaborazione coi populisti, dopo il voto delle europee, da parte di alcuni politici del mondo germanico. Pazienza per la Merkel, che comunque aveva usati accenti esagerati per un tipo guardingo come lei; ma anche Söder, leader della conservatrice CSU bavarese, che pure in Baviera governa coi liberali ma semi-populisti Freie Wähler; la Karrenbauer, nuova leader della CDU, cattolica e più a destra della Merkel, e a volte poco politicamente corretta; e infine lo stesso cancelliere austriaco Kurz, che coi populisti governava, ci avevano dato dentro. E adesso niente mi toglie dalla testa il sospetto che tutta questa improvvisa intransigenza fosse in realtà dovuta al fatto che del caso Strache erano già perfettamente a conoscenza.

In questo clima Manfred Weber cadde vergognosamente in un errore fatale. Manfred, figlio dell’orgoglioso Freistaat Bayern, cattolico e conservatore, è stato in questi ultimi anni in genere uno dei membri più concilianti verso i variegati populismi dell’Europa orientale. A facilitare tale disposizione d’animo c’è anche il fatto che questi stati non hanno, per il momento, grossi problemi sul fronte della spesa pubblica, sui quali egli non ha mai dimostrato molta elasticità, benché lontano dalla stupidità ragionieristica dei tecnocrati. Ma, alla vigilia delle elezioni europee, nel tentativo smaccato di compiacere le altre famiglie politiche, l’ambizione spinse sciaguratamente e vigliaccamente lo spitzenkandidat del PPE a dichiarare pubblicamente di non voler contare sull’appoggio del partito di Orbàn. Il quale, furibondo, anche perché si sentì tradito, lo prese talmente in parola da dipingerlo come una specie di nemico pubblico del mortalmente offeso popolo ungherese.

Questa attitudine falsamente schietta, ma in realtà obliqua, gli alienò tutte le possibili simpatie del gruppetto di Visegrád, che nello spappolato, imprevedibile e confuso panorama politico attuale avrebbero potuto venirgli utili, in un modo o nell’altro. Cosicché, ringalluzziti dalla bocciatura di uno dei loro più spietati fustigatori, il socialista Timmermans, colti da un improvviso accesso di masochismo, e forse timorosi di accrescere la loro fama di trogloditi reazionari dicendo no a una signora tanto ammodo, alcuni paesi dell’ex Patto di Varsavia, invece di vincere virilmente l’amor proprio offeso e riproporre provocatoriamente in faccia alla Merkel e soprattutto a Macron la candidatura di Weber, cogliendo così l’occasione per mettere i peones del popolarismo di fronte all’ambiguità di boss centristi che si piegano sempre più a sinistra, hanno pensato bene, cioè male, di chiudere in fretta la partita da presunti semi-vincitori esplicitando il loro parere favorevole sulla nomina della Von der Leyen, e quindi a cascata sul resto. Il quale resto, anche dal loro punto di vista, è piuttosto terrificante.

Dunque, la Von der Leyen, che già appartiene ad honorem al centro-sinistrismo europeo, ha annunciato che come Vice-presidenti nominerà il socialista olandese Timmermans e la liberale danese Vestager. Il primo proviene da una famiglia cattolica, è l’attuale Commissario Europeo per la Migliore Legislazione ecc. ecc., ed è un campione del progressismo colto (detto senza ironia: non è ignorante come Veltroni, che del tipo colto è la contraffazione) e fatuo (come Veltroni): cosmopolita (è vissuto in Belgio, Italia, Francia, Russia), poliglotta, e tetragonamente in linea con lo Zeitgeist sinistrorso, inclusivo, equo e solidale. Narra Wikipedia, che cita il nostro Corrierone, che Franciscus Cornelis Gerardus Maria detto Frans si definisce «ecologista e femminista» e appoggia politicamente «la transizione verso la green economy, salario minimo, lotta al cambiamento climatico che può essere combattuta solo a livello Ue, una tassa sul carbone, una giustizia sociale che sia anche giustizia fiscale»: un liceale impegnato, cioè di allevamento, non avrebbe saputo sintetizzare meglio.

Sembrava invece scritto nel destino della seconda, figli di ministri luterani, che dovesse diventare membro di un partito chiamato Sinistra Radicale. Di primo acchito parrebbe perciò strano che tale partito sia affiliato ai liberali europei e che la Vestager sia l’attuale Commissaria Europea per la Concorrenza, se non fosse che nella denominazione del partito di provenienza l’accento va posto sul radicalismo molto più che sul sinistrismo. Ed è noto che i radicali possono arrivare spesso a sposare un loro liberalismo arci-liberal attraverso la via a loro connaturata del libertinismo settario. Ciò detto, nel suo ruolo di Commissario, a torto o a ragione a seconda dei casi, la Vestager ha dimostrato non trascurabili attributi.

Alla BCE va Christine Lagarde, attuale direttrice generale del FMI, che è una liberal-tecnocrate di altissimo bordo e quindi per definizione progressista, benché non passi assolutamente per tale. Il grande pubblico, senza ricordarsene il nome e la funzione, la conosce soprattutto per averla vista non di rado spuntare dai teleschermi mettendo vistosamente in mostra, sotto il bianco compatto e metallico dei capelli, quel tipo di abbronzatura simile a cuoio che un muratore si guadagna come una croce di guerra solo dopo una vita di duro lavoro, al centro della quale, con sapiente effetto cromatico, splendono all’occasione zanne poderose e bianchissime degne di un erculeo figlio dell’Africa equatoriale. La Lagarde in politica ha passato solo sei anni della sua carriera (2005-2011) chiamata da governi di centrodestra francesi per dicasteri legati a economia e finanza. Non è mai stata un personaggio politico prima e non lo è stata dopo, se non indirettamente per il peso politico che certe cariche implicano. E non ho mai visto tecnocrati della sua fatta navigare contro lo Zeitgeist sopramenzionato: se Macron la vuole alla BCE ci sarà pur un motivo, oltre a quello sciovinista.

Alla presidenza del Consiglio Europeo, al posto di Donald Tusk, va, o ci dovrebbe andare, Charles Michel, primo ministro belga, dimissionario e in carica per gli affari correnti. Charles è figlio e fotocopia di Louis, politico di area centrista-liberale di lungo corso e già Commissario Europeo, ed è presidente del partito chiamato Movimento Riformatore, come lo fu un tempo – indovinate un po’ – suo padre. Questo pedigree da notabile democristiano in salsa nordica ha fatto di lui un politico che veleggia guardingo sempre sul sicuro, alla Prodi tanto per capirci, così da resistere seraficamente anche ai malumori della piazza, come gli capitò con la politica di austerità intrapresa dal suo governo qualche anno fa. Il suo conformismo antropologico fa di lui perciò un liberal al cento per cento, ma moderatissimo nei toni, perché non si sa mai. Questo spiega perché Charles, sentendosi in quel particolarissimo frangente in una botte di ferro, visse un solo giorno da leone nella sua vita quando definì «allucinanti, scandalose, irresponsabili» alcune affermazioni di Benedetto XVI sui preservativi.

A prima vista pare pochissimo opportuna la scelta di nominare Josep Borrell quale rappresentante della politica estera, se non forse per impedirgli d’immischiarsi negli affari interni dell’Europa, perché Josep, membro del PSOE da poco meno di mezzo secolo, è un catalano contrario all’indipendenza della Catalogna. Già Presidente del Parlamento Europeo nella prima decade del nuovo millennio, si distinse soprattutto per l’astio verso il protopopulista governo Berlusconi e soprattutto contro il povero Buttiglione, che fu bocciato nel suo tentativo di diventare Commissario alla giustizia nel 2004, quando s’immolò in fase di esame dicendo ai suoi torturatori democratici di considerare l’omosessualità un peccato, ma non un crimine, anche se personalmente ho dei dubbi sul fatto che si trattasse di vera virtù, perché da politico si è sempre comportato con l’insopportabile ambivalenza della schiatta maneggiona dei centristi democristiani.

Dulcis in fundo, è arrivata la notizia ferale, almeno da un punto di vista del morale, dell’elezione del democratico nostrano David Sassoli come Presidente del Parlamento Europeo. Sassoli, come suo padre, è il classico giornalista mezzo politico, o politico mezzo giornalista, che popola le redazioni sinistrorse dei media di casa nostra. Nasce democristiano di sinistra: parliamo dell’ala dura, tosco-emiliana, dossettiana, lapiriana, antifascista, resistenziale, tutta Vangelo e Costituzione, a parole innamorata fino al piagnucolio sentimentale dei poveri e degli ultimi, come belano oggi greggi sempre più poderose di pecore, ma nei fatti adusa a mettere in funzione mascelle d’acciaio per strappare brani sempre più grossi di potere dalla carcassa dello stato e della società civile. Con questi presupposti da rampollo dell’autoproclamatasi Italia Migliore risulta del tutto normale che la carriera di Sassoli abbia cominciato a prendere il volo al TG3, ai tempi indimenticabili di Telekabul, il megafono del PCI.

Insomma un disastro. E la conferma che a sinistra sanno giocare sporco con spregiudicatezza mentre posano con affettazione da democratici responsabili e a destra domina la coglionaggine soprattutto tra chi passa il tempo a spararle sempre più grosse con aria di sfida, invece di lasciar funzionare con un minimo di tranquillità il cervellino. Tuttavia non tutto è ancora perduto. Tra le nomine e l’insediamento dei nominati c’è il voto del Parlamento di Strasburgo. Tra i popolari regna la perplessità, i socialisti – chissà perché – si ritengono buggerati dal risultato provvisorio, i verdi sono verdi di rabbia, e i populisti stanno solo ora realizzando di non aver ottenuto una bella minchia. Aggiungiamoci che con queste nomine i terroni mediterranei, gli slavi e i balcanici sembrano siano stati espulsi dall’Unione. Speriamo. Magari nell’impasse. Anni fa il Belgio restò un anno e mezzo senza governo, e senza grandi timonieri navigò alla grande. Senza contare che in ogni caso quello europeo non è (ancora) un governo vero.

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