Le origini della crisi del governo M5S-Lega

Se volessimo cercare di veder chiaro nella crisi politica che stiamo vivendo, e nel comportamento di Salvini, potremmo partire da Berluschino. Il nomignolo velenoso venne affibbiato a Renzi dalla sinistra anti-renziana dentro il PD, dalla sinistra a sinistra del PD, e dalla setta a parole né di destra né di sinistra, ma in realtà palpabilmente neo-comunista del M5S. Essendo Berlusconi – per la sinistra italiana che già aveva condannati alla damnatio memoriae i democristiani e i socialisti che si erano ribellati alla dhimmitudine, culturale prima ancora che politica, imposta dai sempre più potenti Pasdaran dell’Ideologia Resistenziale – essendo Berlusconi, dicevo, l’ennesima personificazione di Satana, ovvero l’ennesima incarnazione politica dell’italiano antropologicamente fascista, il nomignolo equivaleva a una scomunica, o meglio, a una fatwa.

In realtà, politicamente parlando, Renzi non aveva e non ha nulla a che vedere con Berlusconi, come invece professano legioni di mezze cartucce radicalizzate di sinistra e anche di destra. Berlusconi aveva sdoganato la destra per fondare il centrodestra e dare all’elettorato conservatore italiano un contenitore politico non ambiguamente centrista ma allo stesso tempo immune da tentazioni nazionaliste. Era un tentativo – non velleitario perché obbediva a un impulso magari inconsapevole ma profondo del corpo della nazione – di normalizzazione e modernizzazione della politica italiana, analogo a quello fatto per l’elettorato progressista da Craxi nei tre lustri che precedettero Mani Pulite: con la differenza che il leader socialista tentò di spostare in terra socialdemocratica, ossia verso il centro, il baricentro di una sinistra fin lì comunista, settaria e giacobina; mentre Berlusconi cercò di smuovere verso un baricentro liberal-conservatore,  ossia verso destra, un centrismo democristiano sempre più remissivo nei confronti della sinistra. Ciò significava però riscrivere, in omaggio alla verità, la storia dell’Italia repubblicana veicolata dalla vulgata giacobino-comunista e terremotare le rendite di posizione di poteri ben sedimentati. L’odio profondo, fanatico, per Craxi e Berlusconi nasce da qui, non dalle loro particolari personalità.

Renzi, sulla scia di Veltroni, cui non assomiglia per nulla, pensò di trasformare il PD in un partito superficialmente liberal senza mettere in discussione nulla del passato della sinistra, e anzi usando, al di là della messa in scena gioviale e giovanilistica, la retorica sostanzialmente giacobina della rottamazione. Ragion per cui: 1) nemmeno la trasformazione socialdemocratica si è mai veramente realizzata in una sinistra italiana che ancora venera Berlinguer; 2) al richiamo della foresta del giacobinismo puro e duro il PD è sempre pronto a rispondere.

Questa mancata normalizzazione della politica italiana – al di là dell’influenza dovuta ai sommovimenti della storia recente europea e mondiale, che pure hanno avuto una grande importanza, generando effetti simili fuori d’Italia – ha preparato il terreno sia all’emergere di neo-radicalismi politici a destra e sinistra, sia all’emergere di un centrismo tecnocratico antidemocratico, sorta di dirigismo politico-economico igienizzato che si contrappone a quello sudaticcio e puzzolente dei sovranisti: sono fenomeni collegati tra loro, anzi, sono le due facce della stessa sciagurata medaglia.

Il binomio Renzi-Berlusconi quale simbolo d’infamia nasce quindi a sinistra, ma è stato recuperato dall’estremismo politico di destra – sia in quello duro e cupo di un certo nazionalismo ateo; sia in quello acido e incattivito di un certo malinteso tradizionalismo cattolico – per una affinità illiberale di fondo col giacobinismo statalista di sinistra, alla quale la fazione salviniana della Lega ha dimostrato di essere recettiva (come lo fu, peraltro, la Lega di Bossi al tempo del ribaltone del 1995), un sentire politico che però si scontra antropologicamente con una parte importante dell’elettorato leghista settentrionale. D’altra parte, per quanto goliardica tale denominazione potesse essere, qualcosa dove aver pur spinto Salvini a far parte dei Giovani Comunisti Padani ai tempi in cui era ancora un attacchino.

Questa malsana affinità, per quanto residuale, venne fuori un anno fa durante le consultazioni di Mattarella che poi sfociarono nella formazione del governo M5S-Lega. Mattarella, con grave scorrettezza, non diede l’incarico esplorativo a Salvini, quale rappresentante della coalizione arrivata in testa alle elezioni, ma lasciò che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella che il galateo istituzionale avrebbe dovuto imporre. Quando per forza di cose si arrivò finalmente ad essa, espresse la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili: non volle nemmeno correre il rischio che il centrodestra potesse trovare in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza di sostegno. Questo fu l’alto e riconosciuto senso di responsabilità di Mattarella, cioè l’insulsa fotocopia di quello posticcio e compuntamente fazioso ostentato da Scalfaro, Ciampi e Napolitano.

Il vero peccato originale di Salvini fu quello di non perorare la propria causa quale candidato alla presidenza del consiglio dei ministri del centrodestra emerso dalla contesa elettorale, e di non mettere il presidente della repubblica davanti alle proprie vere responsabilità, non tanto o non solo per averne ragione, ma per una questione di trasparenza sottoposta al giudizio dell’opinione pubblica. Non lo fece perché fin dal primo momento gli sorrise l’idea di un governo coi grillini che l’esito del voto rendeva possibile. Perché in questo connubio innaturale – ma con qualche affinità residuale, ripetiamo – vide il mezzo non per fagocitare parte dell’elettorato grillino, come scrivono certi dietrologi cortigiani o faziosi, ma per rottamare le altre formazioni politiche, a cominciare dal PD e da FI, presentando il nuovo governo M5S-Lega quale incarnazione politica della Nuova Italia destinata a liquidare la Vecchia Italia corrotta, maneggiona, incapace e servile con lo straniero, in attesa del momento opportuno per i nuovi padroni della politica italiana di scontrarsi fra loro in un campo ripulito dalla concorrenza. Tale patto era in qualche modo facilitato dalla retorica del né di destra né di sinistra comune, anche se in misura alquanto diversa, oltre che al qualunquismo tecnocratico centrista alla Monti o à la Macron, anche al M5S e alla Lega, nonostante la realtà dei fatti dimostrasse clamorosamente il contrario: è per reticenza, infatti, che nella bocca dei maggiorenti della Lega abbonda il sovranismo, ma la parola destra quasi mai viene articolata. Tale patto, inoltre, costituiva una ferita allo spirito democratico del sistema elettorale vigente, per quanto pessimo lo si possa giudicare, in quanto siglato tra una coalizione (cioè tra un partito che faceva coalizione a sé) e un partito che faceva parte di un’altra coalizione, e non tra due coalizioni. Salvini ritornò a tale idea dopo lo stop del presidente della repubblica all’opzione naturale sopramenzionata; e Mattarella, con lo spettro davanti di nuove elezioni a breve che vedevano il centrodestra in ascesa, vi si piegò vedendo in essa il male minore.

Per Salvini ciò significava agire da animale politico spregiudicato, ma culturalmente sprovveduto. Al momento di governare per davvero, lo stentoreo vaffanculismo né di destra né di sinistra dei grillini si afflosciò passo dopo passo, lasciando scoprire la vera natura neo-comunista del M5S. Il movimento fondato da Beppe Grillo non seppe prendere il toro per le corna, cioè gettare la maschera, confessare la propria natura, perdere il sostegno di una parte cospicua del proprio bacino elettorale, e ricostituirlo gettando un’OPA sul PD e sul resto della sinistra italiana, conquistandone l’egemonia e guadagnando in compattezza: fare cioè quello che andava fatto subito dopo il voto rinunciando ad ogni ipotesi di innaturale connubio coi leghisti. Prevalse il tatticismo. Ragion per la quale la parte cospicua fu perduta lo stesso a beneficio di Salvini e il PD ritornò a nuova vita radicalizzandosi.

Non c’è una visione politica di fondo che davvero divida irreparabilmente PD e M5S. La guerra mossa dai grillini ai democratici è tutta interna alla sinistra; somiglia, alla sua maniera incruenta, più a un tentativo di purga di stampo rivoluzionario, la modalità con la quale i compagni vincenti massacrano i compagni perdenti accusandoli di pratiche controrivoluzionarie. Ma per causa di forza maggiore o per convenienza tale guerra può essere anche messa da parte. Anche il contesto internazionale aiuta: la sinistra, che fu ostile al processo di costruzione dell’Unione Europea (chi se lo ricorda, e chi glielo ricorda alle giovani ignare generazioni?) fino quasi agli anni ottanta del secolo scorso, quando il Moloch Sovietico cominciò a dare segnali preoccupanti di cedimento; e che fino al crollo del Muro di Berlino considerava lo stesso concetto di Occidente come un barbaro frutto dell’oscurantismo anticomunista; ebbene, la sinistra si è convertita poco a poco prima a quell’europeismo antecedentemente considerato come creatura amerikana, e poi allo stesso occidentalismo, pervertendo i contenuti di entrambi i concetti per poi imporli, così sfigurati e pena la scomunica, a liberali sempre più liberal e popolari sempre più remissivi se non complici, alla stregua dei democristiani suicidi di casa nostra.

Cosa sia oggi l’Europeismo ciascun lo vede: il ricettacolo di tutte le patologie progressiste, dal burocratismo invadente alla fissazione di tutto prevedere, programmare, standardizzare e tener sotto controllo; dalle politiche gender al nichilismo multiculti; dall’ideologia del politicamente corretto per la quale tutti possono avere la propria opinione a patto che ci si adegui all’unica permessa, giacché i suoi sacerdoti non credono a nulla ma sui principi non transigono, all’odio per l’identitarismo cristiano-nazionalista – certamente spesso molto equivoco – nato nelle terre dell’Europa orientale un tempo soggette all’ex-Impero Sovietico, Russia compresa, la stessa Russia oggetto di tante simpatie da parte della sinistra quando ancora si chiamava URSS e spediva gli oppositori nell’Arcipelago Gulag; dall’ecologismo apocalittico e millenaristico al dirigismo tecnocratico sul quale tutti vogliono mettere le mani a dispetto dell’ostentato liberalismo anti-nazionalista. Il Super-Glospan della transizione energetica è la concreta esemplificazione di questo spirito: ecco il Grande Balzo in Avanti, coi suoi folli corollari dirigistici, in forza del quale tutti gli agenti economici, a cominciare dall’irregimentato consumatore, dovranno concorrere al moto che ci trasporterà nella Nuova Era quando l’Uomo Nuovo vivrà finalmente in pace con la Natura scoprendo in essa quel Giardino dell’Eden dal quale pensava di essere stato scacciato a causa del peccato originale. Insomma: The Age of Aquarius evocata da una magnifica canzone degli anni sessanta; oppure il mondo cantato, o meglio, belato da Imagine, la melensissima sbobba composta da John Lennon, verosimilmente dopo essersi fumato una canna, se non un cannone, visto l’effetto oppiaceo e molesto insieme che provoca sul povero ascoltatore con ancora l’orecchio sano. E perché mai il movimento fondato da Grillo e dal guru Casaleggio, dopo una bella levigata ai suoi propositi più estremistici o bizzarri, dovrebbe essere ostile a tutto questo? Non erano loro che proposero la saccente e sempre aggiornatissima maestrina di citoyenneté Milena Gabanelli, che ora pontifica dalle colonne del Corriere della Sera, alla presidenza della repubblica?

In questo europeismo si stanno pian piano ritrovando e saldando, sia pur disordinatamente e in chiave negativa, sia la sinistra diciamo classica, sia la sinistra diciamo antagonista alla Podemos o alla Syriza, alla quale appartiene di fatto il M5S, sia il centrismo tecnocratico liberal che fa capo a Bruxelles. E a questa convergenza, che somiglia sempre più a un’offensiva contro i controrivoluzionari, non manca la benedizione delle comunità protestanti e di una Chiesa Cattolica sempre più allineate ad una religione civile animata da una sorta di esprit républicain su scala europea.

Salvini non ha visto niente di tutto questo, o meglio, ha visto solo gli effetti, ma non le cause, i nessi, i processi, in questo perfettamente in linea con la rozzezza settaria del pensiero sovranista, che si è ridotto a schematiche e insulse contrapposizioni senza senso, non arrivando o non volendo arrivare a capire, per esempio, che di per sé non c’è nulla di male nella globalizzazione o nell’europeismo. Cosicché, nella loro insipienza, ciò che i sovranisti ci propongono in buona sostanza è di buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca, e di replicare su scala nazionale gli errori di coloro che dicono di combattere; e basti come esempio a questo riguardo la fede ingenua nei miracoli promessi dai giochi di prestigio di natura monetaria o finanziaria ideati per rimediare ai problemi debitori del paese e dare slancio alla sua economia, dopo aver per anni denunciati i mali causati dalla cosiddetta finanziarizzazione alla cosiddetta economia reale.

Il machiavellismo leghista non è riuscito a tenere insieme ciò che non poteva stare insieme fin da principio, e nemmeno è riuscito a farlo il tempo necessario a far maturare i progetti sopramenzionati. Il guaio è che ciò che non era concepibile un anno fa, nelle settimane seguite al voto, ora lo è: malgrado le vicendevoli scomuniche, piddini e grillini hanno avuto un anno di tempo per esplorare le proprie affinità elettive, e il clima emergenziale antipopulista, cioè antifascista, ha fatto da tacito mediatore, tanto più che il ricorso alle elezioni appare suicida in questo momento, senza una qualche forma di coalizione a sinistra.

Salvini, toccato nell’amor proprio, ha parlato confusamente di un «tutti contro la Lega». Si noti: contro la Lega, non contro il centrodestra. Non poteva infatti farlo senza implicitamente ammettere l’errore e la rinuncia alle velleità sue e della Lega di primeggiare in perfetta solitudine. E’ scontato che nel caso di un possibilissimo governo M5S-PD o di un acrobatico governo tecnico o di garanzia o di tregua che dir si voglia, egli continuerà a giocare da solo, presentando se stesso e la Lega come soli vittime del ribaltone e soli rappresentanti della vera opposizione di popolo. Nel caso si andasse invece alle elezioni la tentazione sarebbe ancora più grossa, ma si scontrerebbe con il fatto, pressoché certo, che malgrado le divisioni interne alla sinistra si formerebbe sul ricomposto asse M5S-PD un vasto Fronte Popolare con l’appoggio di tutte le nomenklature italiane ed europee. Andando da solo le probabilità di vittoria sarebbero ridotte al lumicino; e per Salvini un disastro personale forse definitivo in caso di sconfitta. Il problema è che per il leader della Lega, e per certo leghismo che lui impersona, non si tratta solo di una questione di amor proprio o di far bene i conti: alla base c’è una messa in discussione dell’essenza stessa del sovranismo e del suo rapporto col liberalismo, discussione che non condurrà mai a nulla se si limiterà a una vuota contrapposizione tra “ismi” di vaghissimo significato, buona soltanto per alimentare opposte demagogie, invece di mirare a una corretta e feconda definizione di concetti quali libertà e identità. E siccome tale alata discussione mai si farà, c’è solo da sperare in un onesto buon senso, o in una resa alla ragionevolezza per sfinimento.

E se per qualche stranissimo scherzo del destino un disperatissimo Salvini dovesse riuscire a ricucire coi grillini – ammesso e non concesso che un presidente della repubblica organico alla sinistra, che già aveva disinvoltamente boicottato il centrodestra alle consultazioni dello scorso anno, possa lasciare via libera a tale farsesca soluzione – vista la mala parata e il ritorno a cuccia da sconfitto, non sarebbe più lui il dominus della situazione. Se dovesse tirare la corda, i grillini non gli baderebbero più lasciando che sia lui a fare la figura di chi rompe il giocattolo. Anzi, ora sarebbero piuttosto i grillini, usciti vincitori dal braccio di ferro, a tirare la corda e a saggiarne la lealtà. In ogni caso, una riconciliazione sarebbe talmente clamorosa da togliere credibilità a tutti e due i partiti, ma soprattutto a una Lega ridotta nei fatti a partner di minoranza di un governo con priorità di sinistra; situazione che metterebbe a pericolo di crollo l’ampio consenso che i sondaggi elettorali ora le attribuiscono.

Più in generale ancora, e per concludere, lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi è quello di una pochade in cui tutti gli attori in scena, in qualsiasi maniera si muovano, restano come intrappolati nelle proprie contraddizioni e nella tela di ragno che si sono costruiti addosso con le furbizie del passato: una politica sull’orlo di una crisi di nervi, dalla quale si può uscire solo con un onesto, limpido e temperato bipolarismo, con tanti saluti allo sprovveduto e demagogico modernismo politico che con infantile presunzione proclama il definitivo superamento dei vecchi concetti di destra e sinistra. Tali etichette convenzionali certo non designano alcuna verità metafisica o assoluta, ma nel percorso accidentato della storia individuano delle tendenze politico-culturali ben reali per quanto informi; tendenze che però spesso a verità metafisiche, o alla loro negazione, indirettamente e anche confusamente rimandano. E con ciò non intendo dire che la ragione stia sempre da una parte, soprattutto quando questa parte attraversa una fase di involuzione ideologica. Ma tali considerazioni di natura prudenziale non devono arrivare a negare la realtà delle cose: il pragmatismo né di destra né di sinistra non è che l’altra faccia dell’ideologia, e il superamento di tali etichette non sottende altro che la millenaristica e insieme nichilistica fine della politica.

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Perché un governo giallo-rosso sarebbe un governo rosso-rosso

Costituendo la trama e l’ordito con cui è tessuta la cara, vecchia propaganda di tutti i tempi, le fake news sono sempre esistite. L’enfasi con la quale oggi vengono denunciate deriva sostanzialmente dal timore del mondo progressista di vedere scalfita la propria egemonia in materia, che si era perfino accentuata con l’avvento dell’era di internet. Quest’accentuazione si spiega con due ragioni: la prima è che di per sé internet rappresenta oggettivamente una forma di democratizzazione nel mondo dell’informazione, per quanto disordinata e maleodorante possa apparire; la seconda che i fenomeni di democratizzazione premiano sempre, in un primo tempo, l’avanzata del giacobinismo.

Il giacobinismo è una patologia connaturata alla democrazia che non sarà mai possibile completamente estirpare. E’ la modalità con cui si esprime e si organizza uno spirito settario, senza veri valori ma costituzionalmente finalizzato alla conquista del potere, in tempi di democrazia. La sua strategia, in breve, consiste nell’aggirare la democrazia in nome della salvaguardia della democrazia. Tra i suoi mezzi: la creazione di un clima emergenziale; la demonizzazione degli avversari politici; una solidarietà senza comunione, in negativo, di tipo mafioso, tra i propri adepti; l’occupazione delle piazze.

L’occupazione delle piazze è la forma concreta con la quale la setta esercita il suo potere d’intimidazione. Il successo pieno arriva quando effettivamente essa riesce a irretire psicologicamente la vera società civile, cioè quella di tutti i cittadini, mettendola quasi di fronte a un fatto compiuto che compiuto però ancora non è, ma lo prepara. E’ per questo che da noi la setta giacobina si fa chiamare società civile, mentre non ne rappresenta che una specie di frazione armata incaricata di mettere in riga quella più ampia di cui ha usurpato il nome. Ed infine bisogna considerare che, oltre alle piazze propriamente dette, vi sono anche le piazze mediatiche, fin dal tempo delle gazzette settecentesche.

Da qualche tempo – diciamo pure da qualche decennio – si assiste a una malcelata insofferenza del mondo progressista nei confronti della democrazia – diciamo pure degli esiti non graditi della democrazia – sotto forma di tartufesca preoccupazione per i segnali di una sua presunta degenerazione populista. Questa dinamica, più recentemente, ha avuto una replica nel mondo dell’informazione in generale e in quella che emana da internet in particolare. Cos’è successo? E’ successo semplicemente che il mondo non progressista si è riorganizzato nel campo della propaganda e ha cominciato a rispondere, come sempre succede in tempi democratici se gli avversati politici non vengono annientati dalla setta giacobina e con loro muore anche la democrazia. A tal riguardo si fa notare che i totalitarismi neri del passato, nel loro uso massiccio, e giacobino, a modo loro, della propaganda, furono aiutati da una forma mentis che nasceva e rimaneva per molti aspetti socialista-radicale.

Ecco allora la ragione del fuoco che le artiglierie della propaganda progressista hanno aperto, quasi senza soluzione di continuità, contro le cosiddette fake news, per definizione di destra. Solo che per il momento le fake news, accertate o meno che siano, non sono altro che la propaganda dei poveri, se non proprio degli sprovveduti. Le fake news all’ennesima potenza sono ancora le narrazioni che la propaganda progressista impone al mondo, che s’impongono alla nostra vista come le grandi navi nel bacino di S. Marco a Venezia: troppo grandi per dubitare della loro veridicità.

Il fraintendimento, più o meno voluto, sulla vera natura del movimento fondato da Beppe Grillo, non nasce solo dal furbo vaffanculismo palingenetico, camaleontico, scagliato contro tutto e tutti e perciò atto a raccogliere voti a destra e a manca, ma anche dal bisogno di non offendere, da parte della sinistra, la narrazione della storia dell’Italia repubblicana da essa stessa veicolata. Infatti, era lampante fin dall’inizio dell’avventura grillina che il nucleo duro, militante del movimento era perfettamente in linea con le fondamenta ideologiche del radicalismo di sinistra italiano del dopoguerra, aggiornate al nuovo millennio: antifascismo vetero-resistenziale, antimafiosità da professionisti dell’antimafia, giustizialismo, statalismo statolatrico, laicismo radicale sui temi etici, pauperismo, terzomondismo, ecologismo apocalittico, se non proprio cripto-religioso. Era una manifestazione di un giacobinismo montagnardo che nasceva a sinistra di quello berlingueriano-scalfariano rappresentato dal partito de La Repubblica e dai post-comunisti, del quale era figlio.

I grillini e Il Fatto Quotidiano, loro giornale di riferimento, hanno usate per un decennio verso i post-comunisti del PD le stesse pratiche d’infamia usate dai comunisti del PCI e de La Repubblica verso Craxi e i socialisti negli anni ottanta del secolo scorso: la riduzione dei primi e dei secondi a una cricca di ladri e corrotti. Solo che denunciare correttamente il fenomeno da parte della sinistra ufficiale rappresentata da PD e satelliti, avrebbe implicato per questi ultimi fare veramente mea culpa e fare veramente quei conti col passato che la sinistra post-comunista non ha mai fatti. E quindi diventava impossibile riconoscere nel Movimento 5 Stelle un fenomeno di sinistra. E così, anche per la grande stampa, sempre al rimorchio dell’agenda culturale progressista, divenne d’uopo qualificare tale movimento – con gran sprezzo del ridicolo – come populista, ma inclassificabile, se non addirittura cripto-fascista.

La decisione di Salvini di presentare una mozione di sfiducia contro Conte ha avuto almeno il merito involontario di fare chiarezza svelando l’affinità elettiva fra le due sinistre del PD e del M5S, ora anche nella base elettorale, visto che l’esperienza di governo ha fatta scomparire quella di destra del M5S, turlupinata dal vaffanculismo erga omnes di Grillo. Fine degli imbrogli, almeno sul punto in questione. Salvini ha agito da scaltro animale politico inebriato dai successi finora conseguiti; e ha agito anche da figlio di questo mondo, per dirla con le parole del Vangelo: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce». Ma quel tipo di scaltrezza non è vera intelligenza della realtà e delle forze che si muovono sotto la superficie delle cose e che spesso legano gli uomini fra loro senza che essi se ne rendano conto. Di questa realtà l’avevo messo – nel mio immaginario – sull’avviso un anno fa, ai tempi della formazione del governo giallo-verde.

Salvini era certo di ottenere le elezioni contando sulle divisioni all’interno del PD e su quelle tra PD e M5S, apparentemente insanabili. Certo è stato un gran spettacolo, a suo modo, vedere il PD del segretario Zingaretti, il più vicino alla temperie grillina, puntare di primo acchito alle elezioni con l’obbiettivo di far fuori la classe dirigente renziana, e l’atterrito PD renziano, il più lontano dai grillini, mostrarsi disposto quasi a tutto pur di impedirle. Ma la forza di una realtà più profonda, come se il copione fosse già scritto, ha preso un po’ alla volta il sopravvento sulle velleità degli attori in scena e sugli interessi di bottega particolari e tutto sembra ormai pronto per la formazione di un governo giallo-rosso. Cioè rosso-rosso. Benedetto dal presidente della repubblica Mattarella, l’ennesimo di una serie che da Scalfaro a Napolitano, passando per Ciampi, ha sempre lavorato indecentemente al servizio della sinistra. E benedetto pure dalla grande stampa, dall’Europa e dalla Chiesa Rivoluzionaria dell’Italia nata dalla Resistenza, da Antonio Spadaro a Luigi Ciotti, passando per la tremebonda, quando non complice, truppa dei vescovi. Io spero in un miracolo, soprattutto per far restare questi ultimi con un palmo di naso. Impari intanto Salvini che per fronteggiare le sedimentate forze che ha davanti ha bisogno di tutte le alleanze possibili – possibili, credibili e compatibili, e non solo politiche – e non faccia come quella cima esaltata del suo sodale Bitonci – espressione di una Lega attratta dal settarismo fascio-comunista, e quindi in qualche modo anche dal mondo grillino,  e caduta nella trappola della rozza, schematica e fallacissima contrapposizione globalizzazione versus sovranismo –  il quale, avendo gli alleati in gran dispitto, finì per perdere quella Padova su cui pensava di regnare splendidamente.