Perché un governo giallo-rosso sarebbe un governo rosso-rosso

Costituendo la trama e l’ordito con cui è tessuta la cara, vecchia propaganda di tutti i tempi, le fake news sono sempre esistite. L’enfasi con la quale oggi vengono denunciate deriva sostanzialmente dal timore del mondo progressista di vedere scalfita la propria egemonia in materia, che si era perfino accentuata con l’avvento dell’era di internet. Quest’accentuazione si spiega con due ragioni: la prima è che di per sé internet rappresenta oggettivamente una forma di democratizzazione nel mondo dell’informazione, per quanto disordinata e maleodorante possa apparire; la seconda che i fenomeni di democratizzazione premiano sempre, in un primo tempo, l’avanzata del giacobinismo.

Il giacobinismo è una patologia connaturata alla democrazia che non sarà mai possibile completamente estirpare. E’ la modalità con cui si esprime e si organizza uno spirito settario, senza veri valori ma costituzionalmente finalizzato alla conquista del potere, in tempi di democrazia. La sua strategia, in breve, consiste nell’aggirare la democrazia in nome della salvaguardia della democrazia. Tra i suoi mezzi: la creazione di un clima emergenziale; la demonizzazione degli avversari politici; una solidarietà senza comunione, in negativo, di tipo mafioso, tra i propri adepti; l’occupazione delle piazze.

L’occupazione delle piazze è la forma concreta con la quale la setta esercita il suo potere d’intimidazione. Il successo pieno arriva quando effettivamente essa riesce a irretire psicologicamente la vera società civile, cioè quella di tutti i cittadini, mettendola quasi di fronte a un fatto compiuto che compiuto però ancora non è, ma lo prepara. E’ per questo che da noi la setta giacobina si fa chiamare società civile, mentre non ne rappresenta che una specie di frazione armata incaricata di mettere in riga quella più ampia di cui ha usurpato il nome. Ed infine bisogna considerare che, oltre alle piazze propriamente dette, vi sono anche le piazze mediatiche, fin dal tempo delle gazzette settecentesche.

Da qualche tempo – diciamo pure da qualche decennio – si assiste a una malcelata insofferenza del mondo progressista nei confronti della democrazia – diciamo pure degli esiti non graditi della democrazia – sotto forma di tartufesca preoccupazione per i segnali di una sua presunta degenerazione populista. Questa dinamica, più recentemente, ha avuto una replica nel mondo dell’informazione in generale e in quella che emana da internet in particolare. Cos’è successo? E’ successo semplicemente che il mondo non progressista si è riorganizzato nel campo della propaganda e ha cominciato a rispondere, come sempre succede in tempi democratici se gli avversati politici non vengono annientati dalla setta giacobina e con loro muore anche la democrazia. A tal riguardo si fa notare che i totalitarismi neri del passato, nel loro uso massiccio, e giacobino, a modo loro, della propaganda, furono aiutati da una forma mentis che nasceva e rimaneva per molti aspetti socialista-radicale.

Ecco allora la ragione del fuoco che le artiglierie della propaganda progressista hanno aperto, quasi senza soluzione di continuità, contro le cosiddette fake news, per definizione di destra. Solo che per il momento le fake news, accertate o meno che siano, non sono altro che la propaganda dei poveri, se non proprio degli sprovveduti. Le fake news all’ennesima potenza sono ancora le narrazioni che la propaganda progressista impone al mondo, che s’impongono alla nostra vista come le grandi navi nel bacino di S. Marco a Venezia: troppo grandi per dubitare della loro veridicità.

Il fraintendimento, più o meno voluto, sulla vera natura del movimento fondato da Beppe Grillo, non nasce solo dal furbo vaffanculismo palingenetico, camaleontico, scagliato contro tutto e tutti e perciò atto a raccogliere voti a destra e a manca, ma anche dal bisogno di non offendere, da parte della sinistra, la narrazione della storia dell’Italia repubblicana da essa stessa veicolata. Infatti, era lampante fin dall’inizio dell’avventura grillina che il nucleo duro, militante del movimento era perfettamente in linea con le fondamenta ideologiche del radicalismo di sinistra italiano del dopoguerra, aggiornate al nuovo millennio: antifascismo vetero-resistenziale, antimafiosità da professionisti dell’antimafia, giustizialismo, statalismo statolatrico, laicismo radicale sui temi etici, pauperismo, terzomondismo, ecologismo apocalittico, se non proprio cripto-religioso. Era una manifestazione di un giacobinismo montagnardo che nasceva a sinistra di quello berlingueriano-scalfariano rappresentato dal partito de La Repubblica e dai post-comunisti, del quale era figlio.

I grillini e Il Fatto Quotidiano, loro giornale di riferimento, hanno usate per un decennio verso i post-comunisti del PD le stesse pratiche d’infamia usate dai comunisti del PCI e de La Repubblica verso Craxi e i socialisti negli anni ottanta del secolo scorso: la riduzione dei primi e dei secondi a una cricca di ladri e corrotti. Solo che denunciare correttamente il fenomeno da parte della sinistra ufficiale rappresentata da PD e satelliti, avrebbe implicato per questi ultimi fare veramente mea culpa e fare veramente quei conti col passato che la sinistra post-comunista non ha mai fatti. E quindi diventava impossibile riconoscere nel Movimento 5 Stelle un fenomeno di sinistra. E così, anche per la grande stampa, sempre al rimorchio dell’agenda culturale progressista, divenne d’uopo qualificare tale movimento – con gran sprezzo del ridicolo – come populista, ma inclassificabile, se non addirittura cripto-fascista.

La decisione di Salvini di presentare una mozione di sfiducia contro Conte ha avuto almeno il merito involontario di fare chiarezza svelando l’affinità elettiva fra le due sinistre del PD e del M5S, ora anche nella base elettorale, visto che l’esperienza di governo ha fatta scomparire quella di destra del M5S, turlupinata dal vaffanculismo erga omnes di Grillo. Fine degli imbrogli, almeno sul punto in questione. Salvini ha agito da scaltro animale politico inebriato dai successi finora conseguiti; e ha agito anche da figlio di questo mondo, per dirla con le parole del Vangelo: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce». Ma quel tipo di scaltrezza non è vera intelligenza della realtà e delle forze che si muovono sotto la superficie delle cose e che spesso legano gli uomini fra loro senza che essi se ne rendano conto. Di questa realtà l’avevo messo – nel mio immaginario – sull’avviso un anno fa, ai tempi della formazione del governo giallo-verde.

Salvini era certo di ottenere le elezioni contando sulle divisioni all’interno del PD e su quelle tra PD e M5S, apparentemente insanabili. Certo è stato un gran spettacolo, a suo modo, vedere il PD del segretario Zingaretti, il più vicino alla temperie grillina, puntare di primo acchito alle elezioni con l’obbiettivo di far fuori la classe dirigente renziana, e l’atterrito PD renziano, il più lontano dai grillini, mostrarsi disposto quasi a tutto pur di impedirle. Ma la forza di una realtà più profonda, come se il copione fosse già scritto, ha preso un po’ alla volta il sopravvento sulle velleità degli attori in scena e sugli interessi di bottega particolari e tutto sembra ormai pronto per la formazione di un governo giallo-rosso. Cioè rosso-rosso. Benedetto dal presidente della repubblica Mattarella, l’ennesimo di una serie che da Scalfaro a Napolitano, passando per Ciampi, ha sempre lavorato indecentemente al servizio della sinistra. E benedetto pure dalla grande stampa, dall’Europa e dalla Chiesa Rivoluzionaria dell’Italia nata dalla Resistenza, da Antonio Spadaro a Luigi Ciotti, passando per la tremebonda, quando non complice, truppa dei vescovi. Io spero in un miracolo, soprattutto per far restare questi ultimi con un palmo di naso. Impari intanto Salvini che per fronteggiare le sedimentate forze che ha davanti ha bisogno di tutte le alleanze possibili – possibili, credibili e compatibili, e non solo politiche – e non faccia come quella cima esaltata del suo sodale Bitonci – espressione di una Lega attratta dal settarismo fascio-comunista, e quindi in qualche modo anche dal mondo grillino,  e caduta nella trappola della rozza, schematica e fallacissima contrapposizione globalizzazione versus sovranismo –  il quale, avendo gli alleati in gran dispitto, finì per perdere quella Padova su cui pensava di regnare splendidamente.

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