Le origini della crisi del governo M5S-Lega

Se volessimo cercare di veder chiaro nella crisi politica che stiamo vivendo, e nel comportamento di Salvini, potremmo partire da Berluschino. Il nomignolo velenoso venne affibbiato a Renzi dalla sinistra anti-renziana dentro il PD, dalla sinistra a sinistra del PD, e dalla setta a parole né di destra né di sinistra, ma in realtà palpabilmente neo-comunista del M5S. Essendo Berlusconi – per la sinistra italiana che già aveva condannati alla damnatio memoriae i democristiani e i socialisti che si erano ribellati alla dhimmitudine, culturale prima ancora che politica, imposta dai sempre più potenti Pasdaran dell’Ideologia Resistenziale – essendo Berlusconi, dicevo, l’ennesima personificazione di Satana, ovvero l’ennesima incarnazione politica dell’italiano antropologicamente fascista, il nomignolo equivaleva a una scomunica, o meglio, a una fatwa.

In realtà, politicamente parlando, Renzi non aveva e non ha nulla a che vedere con Berlusconi, come invece professano legioni di mezze cartucce radicalizzate di sinistra e anche di destra. Berlusconi aveva sdoganato la destra per fondare il centrodestra e dare all’elettorato conservatore italiano un contenitore politico non ambiguamente centrista ma allo stesso tempo immune da tentazioni nazionaliste. Era un tentativo – non velleitario perché obbediva a un impulso magari inconsapevole ma profondo del corpo della nazione – di normalizzazione e modernizzazione della politica italiana, analogo a quello fatto per l’elettorato progressista da Craxi nei tre lustri che precedettero Mani Pulite: con la differenza che il leader socialista tentò di spostare in terra socialdemocratica, ossia verso il centro, il baricentro di una sinistra fin lì comunista, settaria e giacobina; mentre Berlusconi cercò di smuovere verso un baricentro liberal-conservatore,  ossia verso destra, un centrismo democristiano sempre più remissivo nei confronti della sinistra. Ciò significava però riscrivere, in omaggio alla verità, la storia dell’Italia repubblicana veicolata dalla vulgata giacobino-comunista e terremotare le rendite di posizione di poteri ben sedimentati. L’odio profondo, fanatico, per Craxi e Berlusconi nasce da qui, non dalle loro particolari personalità.

Renzi, sulla scia di Veltroni, cui non assomiglia per nulla, pensò di trasformare il PD in un partito superficialmente liberal senza mettere in discussione nulla del passato della sinistra, e anzi usando, al di là della messa in scena gioviale e giovanilistica, la retorica sostanzialmente giacobina della rottamazione. Ragion per cui: 1) nemmeno la trasformazione socialdemocratica si è mai veramente realizzata in una sinistra italiana che ancora venera Berlinguer; 2) al richiamo della foresta del giacobinismo puro e duro il PD è sempre pronto a rispondere.

Questa mancata normalizzazione della politica italiana – al di là dell’influenza dovuta ai sommovimenti della storia recente europea e mondiale, che pure hanno avuto una grande importanza, generando effetti simili fuori d’Italia – ha preparato il terreno sia all’emergere di neo-radicalismi politici a destra e sinistra, sia all’emergere di un centrismo tecnocratico antidemocratico, sorta di dirigismo politico-economico igienizzato che si contrappone a quello sudaticcio e puzzolente dei sovranisti: sono fenomeni collegati tra loro, anzi, sono le due facce della stessa sciagurata medaglia.

Il binomio Renzi-Berlusconi quale simbolo d’infamia nasce quindi a sinistra, ma è stato recuperato dall’estremismo politico di destra – sia in quello duro e cupo di un certo nazionalismo ateo; sia in quello acido e incattivito di un certo malinteso tradizionalismo cattolico – per una affinità illiberale di fondo col giacobinismo statalista di sinistra, alla quale la fazione salviniana della Lega ha dimostrato di essere recettiva (come lo fu, peraltro, la Lega di Bossi al tempo del ribaltone del 1995), un sentire politico che però si scontra antropologicamente con una parte importante dell’elettorato leghista settentrionale. D’altra parte, per quanto goliardica tale denominazione potesse essere, qualcosa dove aver pur spinto Salvini a far parte dei Giovani Comunisti Padani ai tempi in cui era ancora un attacchino.

Questa malsana affinità, per quanto residuale, venne fuori un anno fa durante le consultazioni di Mattarella che poi sfociarono nella formazione del governo M5S-Lega. Mattarella, con grave scorrettezza, non diede l’incarico esplorativo a Salvini, quale rappresentante della coalizione arrivata in testa alle elezioni, ma lasciò che le parti esplorassero tutte le opzioni possibili tranne quella che il galateo istituzionale avrebbe dovuto imporre. Quando per forza di cose si arrivò finalmente ad essa, espresse la sua indisponibilità senza fornire spiegazioni plausibili: non volle nemmeno correre il rischio che il centrodestra potesse trovare in parlamento i voti necessari a costituire una maggioranza di sostegno. Questo fu l’alto e riconosciuto senso di responsabilità di Mattarella, cioè l’insulsa fotocopia di quello posticcio e compuntamente fazioso ostentato da Scalfaro, Ciampi e Napolitano.

Il vero peccato originale di Salvini fu invece quello di non perorare la propria causa quale candidato alla presidenza del consiglio dei ministri del centrodestra emerso naturalmente dalla contesa elettorale, e di non mettere il presidente della repubblica davanti alle proprie vere responsabilità, non tanto o non solo per averne ragione, ma per una questione di trasparenza sottoposta al giudizio dell’opinione pubblica. Non lo fece perché fin dal primo momento gli sorrise l’idea di un governo coi grillini che l’esito del voto rendeva possibile. Perché in questo connubio innaturale – ma con qualche affinità residuale, ripetiamo – vide il mezzo non per fagocitare parte dell’elettorato grillino, come scrivono certi dietrologi cortigiani o faziosi, ma per rottamare le altre formazioni politiche, a cominciare dal PD e da FI, presentando il nuovo governo M5S-Lega quale incarnazione politica della Nuova Italia destinata a liquidare la Vecchia Italia corrotta, maneggiona, incapace e servile con lo straniero, in attesa del momento opportuno per i nuovi padroni della politica italiana di scontrarsi fra loro in un campo ripulito dalla concorrenza. Tale patto era in qualche modo facilitato dalla retorica del né di destra né di sinistra comune, anche se in misura alquanto diversa, oltre che al qualunquismo tecnocratico centrista alla Monti o à la Macron, anche al M5S e alla Lega, nonostante la realtà dei fatti dimostrasse clamorosamente il contrario: è per reticenza, infatti, che nella bocca dei maggiorenti della Lega abbonda il sovranismo, ma la parola destra quasi mai viene articolata. Tale patto, inoltre, costituiva una ferita allo spirito democratico del sistema elettorale vigente, per quanto pessimo lo si possa giudicare, in quanto siglato tra una coalizione (cioè tra un partito che faceva coalizione a sé) e un partito che faceva parte di un’altra coalizione, e non tra due coalizioni. Salvini ritornò a tale idea dopo lo stop del presidente della repubblica all’opzione naturale sopramenzionata; e Mattarella, con lo spettro davanti di nuove elezioni a breve che vedevano il centrodestra in ascesa, vi si piegò vedendo in essa il male minore.

Per Salvini ciò significava agire da animale politico spregiudicato, ma culturalmente sprovveduto. Al momento di governare per davvero, lo stentoreo vaffanculismo né di destra né di sinistra dei grillini si afflosciò passo dopo passo, lasciando scoprire la vera natura neo-comunista del M5S. Il movimento fondato da Beppe Grillo non seppe prendere il toro per le corna, cioè gettare la maschera, confessare la propria natura, perdere il sostegno di una parte cospicua del proprio bacino elettorale, e ricostituirlo gettando un’OPA sul PD e sul resto della sinistra italiana, conquistandone l’egemonia e guadagnando in compattezza: fare cioè quello che andava fatto subito dopo il voto rinunciando ad ogni ipotesi di innaturale connubio coi leghisti. Prevalse il tatticismo. Ragion per la quale la parte cospicua fu perduta lo stesso a beneficio di Salvini e il PD ritornò a nuova vita radicalizzandosi.

Non c’è una visione politica di fondo che davvero divida irreparabilmente PD e M5S. La guerra mossa dai grillini ai democratici è tutta interna alla sinistra; somiglia, alla sua maniera incruenta, più a un tentativo di purga di stampo rivoluzionario, la modalità con la quale i compagni vincenti massacrano i compagni perdenti accusandoli di pratiche controrivoluzionarie. Ma per causa di forza maggiore o per convenienza tale guerra può essere anche messa da parte. Anche il contesto internazionale aiuta: la sinistra, che fu ostile al processo di costruzione dell’Unione Europea (chi se lo ricorda, e chi glielo ricorda alle giovani ignare generazioni?) fino quasi agli anni ottanta del secolo scorso, quando il Moloch Sovietico cominciò a dare segnali preoccupanti di cedimento; e che fino al crollo del Muro di Berlino considerava lo stesso concetto di Occidente come un barbaro frutto dell’oscurantismo anticomunista; ebbene, la sinistra si è convertita poco a poco prima a quell’europeismo antecedentemente considerato come creatura amerikana, e poi allo stesso occidentalismo, pervertendo i contenuti di entrambi i concetti per poi imporli, così sfigurati e pena la scomunica, a liberali sempre più liberal e popolari sempre più remissivi se non complici, alla stregua dei democristiani suicidi di casa nostra.

Cosa sia oggi l’Europeismo ciascun lo vede: il ricettacolo di tutte le patologie progressiste, dal burocratismo invadente alla fissazione di tutto prevedere, programmare, standardizzare e tener sotto controllo; dalle politiche gender al nichilismo multiculti; dall’ideologia del politicamente corretto per la quale tutti possono avere la propria opinione a patto che ci si adegui all’unica permessa, giacché i suoi sacerdoti non credono a nulla ma sui principi non transigono, all’odio per l’identitarismo cristiano-nazionalista – certamente spesso molto equivoco – nato nelle terre dell’Europa orientale un tempo soggette all’ex-Impero Sovietico, Russia compresa, la stessa Russia oggetto di tante simpatie da parte della sinistra quando ancora si chiamava URSS e spediva gli oppositori nell’Arcipelago Gulag; dall’ecologismo apocalittico e millenaristico al dirigismo tecnocratico sul quale tutti vogliono mettere le mani a dispetto dell’ostentato liberalismo anti-nazionalista. Il Super-Glospan della transizione energetica è la concreta esemplificazione di questo spirito: ecco il Grande Balzo in Avanti, coi suoi folli corollari dirigistici, in forza del quale tutti gli agenti economici, a cominciare dall’irregimentato consumatore, dovranno concorrere al moto che ci trasporterà nella Nuova Era quando l’Uomo Nuovo vivrà finalmente in pace con la Natura scoprendo in essa quel Giardino dell’Eden dal quale pensava di essere stato scacciato a causa del peccato originale. Insomma: The Age of Aquarius evocata da una magnifica canzone degli anni sessanta; oppure il mondo cantato, o meglio, belato da Imagine, la melensissima sbobba composta da John Lennon, verosimilmente dopo essersi fumato una canna, se non un cannone, visto l’effetto oppiaceo e molesto insieme che provoca sul povero ascoltatore con ancora l’orecchio sano. E perché mai il movimento fondato da Grillo e dal guru Casaleggio, dopo una bella levigata ai suoi propositi più estremistici o bizzarri, dovrebbe essere ostile a tutto questo? Non erano loro che proposero la saccente e sempre aggiornatissima maestrina di citoyenneté Milena Gabanelli, che ora pontifica dalle colonne del Corriere della Sera, alla presidenza della repubblica?

In questo europeismo si stanno pian piano ritrovando e saldando, sia pur disordinatamente e in chiave negativa, sia la sinistra diciamo classica, sia la sinistra diciamo antagonista alla Podemos o alla Syriza, alla quale appartiene di fatto il M5S, sia il centrismo tecnocratico liberal che fa capo a Bruxelles. E a questa convergenza, che somiglia sempre più a un’offensiva contro i controrivoluzionari, non manca la benedizione delle comunità protestanti e di una Chiesa Cattolica sempre più allineate ad una religione civile animata da una sorta di esprit républicain su scala europea.

Salvini non ha visto niente di tutto questo, o meglio, ha visto solo gli effetti, ma non le cause, i nessi, i processi, in questo perfettamente in linea con la rozzezza settaria del pensiero sovranista, che si è ridotto a schematiche e insulse contrapposizioni senza senso, non arrivando o non volendo arrivare a capire, per esempio, che di per sé non c’è nulla di male nella globalizzazione o nell’europeismo. Cosicché, nella loro insipienza, ciò che i sovranisti ci propongono in buona sostanza è di buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca, e di replicare su scala nazionale gli errori di coloro che dicono di combattere; e basti come esempio a questo riguardo la fede ingenua nei miracoli promessi dai giochi di prestigio di natura monetaria o finanziaria ideati per rimediare ai problemi debitori del paese e dare slancio alla sua economia, dopo aver per anni denunciati i mali causati dalla cosiddetta finanziarizzazione alla cosiddetta economia reale.

Il machiavellismo leghista non è riuscito a tenere insieme ciò che non poteva stare insieme fin da principio, e nemmeno è riuscito a farlo il tempo necessario a far maturare i progetti sopramenzionati. Il guaio è che ciò che non era concepibile un anno fa, nelle settimane seguite al voto, ora lo è: malgrado le vicendevoli scomuniche, piddini e grillini hanno avuto un anno di tempo per esplorare le proprie affinità elettive, e il clima emergenziale antipopulista, cioè antifascista, ha fatto da tacito mediatore, tanto più che il ricorso alle elezioni appare suicida in questo momento, senza una qualche forma di coalizione a sinistra.

Salvini, toccato nell’amor proprio, ha parlato confusamente di un «tutti contro la Lega». Si noti: contro la Lega, non contro il centrodestra. Non poteva infatti farlo senza implicitamente ammettere l’errore e la rinuncia alle velleità sue e della Lega di primeggiare in perfetta solitudine. E’ scontato che nel caso di un possibilissimo governo M5S-PD o di un acrobatico governo tecnico o di garanzia o di tregua che dir si voglia, egli continuerà a giocare da solo, presentando se stesso e la Lega come soli vittime del ribaltone e soli rappresentanti della vera opposizione di popolo. Nel caso si andasse invece alle elezioni la tentazione sarebbe ancora più grossa, ma si scontrerebbe con il fatto, pressoché certo, che malgrado le divisioni interne alla sinistra si formerebbe sul ricomposto asse M5S-PD un vasto Fronte Popolare con l’appoggio di tutte le nomenklature italiane ed europee. Andando da solo le probabilità di vittoria sarebbero ridotte al lumicino; e per Salvini un disastro personale forse definitivo in caso di sconfitta. Il problema è che per il leader della Lega, e per certo leghismo che lui impersona, non si tratta solo di una questione di amor proprio o di far bene i conti: alla base c’è una messa in discussione dell’essenza stessa del sovranismo e del suo rapporto col liberalismo, discussione che non condurrà mai a nulla se si limiterà a una vuota contrapposizione tra “ismi” di vaghissimo significato, buona soltanto per alimentare opposte demagogie, invece di mirare a una corretta e feconda definizione di concetti quali libertà e identità. E siccome tale alata discussione mai si farà, c’è solo da sperare in un onesto buon senso, o in una resa alla ragionevolezza per sfinimento.

E se per qualche stranissimo scherzo del destino un disperatissimo Salvini dovesse riuscire a ricucire coi grillini – ammesso e non concesso che un presidente della repubblica organico alla sinistra, che già aveva disinvoltamente boicottato il centrodestra alle consultazioni dello scorso anno, possa lasciare via libera a tale farsesca soluzione – vista la mala parata e il ritorno a cuccia da sconfitto, non sarebbe più lui il dominus della situazione. Se dovesse tirare la corda, i grillini non gli baderebbero più lasciando che sia lui a fare la figura di chi rompe il giocattolo. Anzi, ora sarebbero piuttosto i grillini, usciti vincitori dal braccio di ferro, a tirare la corda e a saggiarne la lealtà. In ogni caso, una riconciliazione sarebbe talmente clamorosa da togliere credibilità a tutti e due i partiti, ma soprattutto a una Lega ridotta nei fatti a partner di minoranza di un governo con priorità di sinistra; situazione che metterebbe a pericolo di crollo l’ampio consenso che i sondaggi elettorali ora le attribuiscono.

Più in generale ancora, e per concludere, lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi è quello di una pochade in cui tutti gli attori in scena, in qualsiasi maniera si muovano, restano come intrappolati nelle proprie contraddizioni e nella tela di ragno che si sono costruiti addosso con le furbizie del passato: una politica sull’orlo di una crisi di nervi, dalla quale si può uscire solo con un onesto, limpido e temperato bipolarismo, con tanti saluti allo sprovveduto e demagogico modernismo politico che con infantile presunzione proclama il definitivo superamento dei vecchi concetti di destra e sinistra. Tali etichette convenzionali certo non designano alcuna verità metafisica o assoluta, ma nel percorso accidentato della storia individuano delle tendenze politico-culturali ben reali per quanto informi; tendenze che però spesso a verità metafisiche, o alla loro negazione, indirettamente e anche confusamente rimandano. E con ciò non intendo dire che la ragione stia sempre da una parte, soprattutto quando questa parte attraversa una fase di involuzione ideologica. Ma tali considerazioni di natura prudenziale non devono arrivare a negare la realtà delle cose: il pragmatismo né di destra né di sinistra non è che l’altra faccia delle ideologie degli opposti estremismi, e il superamento di tali etichette non sottende altro che la millenaristica e insieme nichilistica fine della politica.

One thought on “Le origini della crisi del governo M5S-Lega

  1. Analisi con qualche elemento interessante ma fuori centro. Berlusconi è vero che ha, con una specie di opportunismo geniale, creato una area politica cogliendo il momento. Ma in tutta questa discussione manca in maniera pressoché completa il riferimento ai contenuti. L’Italia è stata ingessata per 20 anni in una lotta politica che a sinistra era “Berlusconi è il male”, e a destra era semplicemente la difesa della propria posizione. Dall’entrata nell’Euro ai vari trattati che ci vedono soccombere, l’Italia è stata man mano accompagnata in un declino nel quale Berlusconi non ha rappresentato alcuna idea nuova o coraggiosa, tant’è vero che nel 2011 ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha di fatto appoggiato i suoi nemici precedenti. C’è da scommettere che se un numero sufficiente di senatori grillini non votasse per il governo Conte II che stanno lanciando in queste ore, un appoggio verrebbe cercato in Forza Italia. Così completando la parabola, dopo tanti anni da nemico diventare alleato del PD. Bella fine. Berlusconi del resto negli ultimi anni ha inanellato sciocchezze, dal sostegno ad una UE che anche qui critichi, a scene di animalismo isterico. Forza Italia è sempre stata un partito personalistico ed anche adesso, trascurando quelli che abbandonano la nave, non fa che accompagnarlo nella sua fase senile, al tramonto. Potrà sì sorgere un soggetto che occupi quello spazio, ma la linea tracciata sembra proprio quella del liberalismo europeista, un partitino che faccia parte di ALDE e combatta per riuscire ad avere qualche deputato e senatore, sperando nel proporzionale puro per non essere bloccati da uno sbarramento al 4% o meno. Il resto è un equivoco, i voti “sicuri” rimanenti, in maggioranza non si sono ancora spostati da FI perché la gente ci mette del tempo ad abbandonare le posizioni assunte.

    Parliamo di una politica cialtrona, quella italiana, che non sa affrontare i problemi difficili, quindi sa fare solo due cose: essere autoreferenziale (30 anni di “riforme” promesse e ancora si parla di nuove leggi elettorali o di inutili riduzioni dei parlamentari) oppure (quasi solo a sinistra) lanciare iniziative di legge facili per chi le impone, pesantissime per chi le subisce, sia dal lato dell’imposizione di burocrazia e strapotere statale, sia nel distruggere il tessuto sociale (liberalizzare eutanasia, droghe, prostituzione, cancellare il matrimonio sotto pretesto di estensione…)
    In tutto questo Salvini è solo uno che ha capito due o tre cose importanti, e viene contestato proprio per quelle (sulle ricette economiche sì sarebbe fallimentare, e qui vi hai accennato).
    Rompere con il centrodestra non è una colpa, perché si trattava di un’alleanza molto difficile da tenere insieme in sé, e soprattutto che non avrebbe mai, in alcun modo, avuto modo di governare in base al risultato delle elezioni.
    A posteriori credo che aver “governato” per un anno con il Vortice Di Cao5S sia stata una mossa geniale: era necessario comunque, visti i seggi, trovare una maggioranza con un’alleanza tra forze contrapposte; qualunque soluzione attendistica tipo “governo tecnico” avrebbe consegnato l’Italia ad un commissariamento europeo, senza spostare rapporti di forza. Quindi rimanevano le due possibilità poi concretizzatesi: in nome del “cambiamento” ed in nome dell’anima sinistra dei 5S. Se Salvini si fosse tirato indietro il governo Renzi-Di Maio sarebbe oggi ancora solido, con un’appannamento dei 5S ma sempre più saldamente portati a sinistra anche nell’elettorato. Invece così ha visto il loro bluff, ne ha assorbito buona parte dell’elettorato ed ha reso l’alleanza PD-5S odiosa ed indigesta. Più di così da questo punto di vista non credo avrebbe potuto fare.

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