Ncd, l’ultimo capitolo della saga centrista

Uno dei grandi privilegi che la politica italiana offre impunemente ai suoi protagonisti è quello dell’inversione di marcia: nessuno ve ne chiederà la ragione; potrete anzi presentarla all’opinione pubblica come un esempio di coerenza – che solo i disonesti potranno fraintendere – con le vere, profonde ragioni dell’impegno politico di tutta una vita: il vostro. Così non vi è nulla di strabiliante nel fatto che un campione di garbata amabilità come il capogruppo Ncd alla Camera Maurizio Lupi abbia il fegato di prodursi in questa strabiliante affermazione in merito alle elezioni comunali milanesi del prossimo anno: «Credo che Milano – ma non solo io, credo che tutti noi lo condividiamo – possa essere la grande opportunità, la grande occasione storica per dimostrare che ci si può rimettere insieme, non dimenticando le nostre diversità, ma anzi facendo diventare le nostre diversità una ricchezza.»

Il Nuovo Centrodestra si chiama così non perché al momento della sua fondazione fosse nuovo, ma perché intendeva distinguersi da quel centrodestra volgare che infatti il volgo ha continuato imperterrito a preferire, nonostante le patenti di affidabilità democratica rilasciate dalla sinistra e dai grandi giornali agli alfaniani. Era l’ennesimo capitolo della saga infinita del centrismo italiano perbene aperta dal Partito Popolare di Martinazzoli nei giorni di Mani Pulite, destinato con ogni probabilità a finire come tutti i precedenti: nella sparizione tranquilla nella bocca del nulla o in quella della sinistra della truppa centrista.

Ora, è a tutti noto che il Nuovo Centrodestra nacque, a detta dei suoi campioni, sulla base della definitiva presa di coscienza del fatto che il vecchio centrodestra berlusconiano si era ormai ridotto ad un’alleanza impresentabile – populista e antisistema – tra Forza Italia e dei partiti – in primis la Lega Nord – sempre più attratti dalle sirene lepeniste. Oggi che la Lega Nord si presenta come il partito forte (ancorché io non lo dia affatto per scontato) di una nuova eventuale coalizione di centrodestra (o addirittura la corrente egemonica di un futuro grande partito conservatore) una parte del Ncd pare aver cambiato completamente idea, e una natura maliziosa potrebbe vedere in ciò solo l’effetto dell’Italicum nella sua versione attuale.

Tuttavia nelle disperate acrobazie dei neo-centrodestristi pentiti si avverte oggi qualcosa di nuovo: una certa stanchezza, i sintomi incipienti di una resa di fronte alle dure e ostinate repliche di una storia ormai ultraventennale; che va di pari passo con l’ammorbidimento guardingo verso Berlusconi di una Lega Nord che proprio nel momento in cui i sondaggi la danno ai massimi si sta rendendo conto che da sola non potrà mai diventare un partito nazionale. Insomma, è il vecchio disegno berlusconiano che torna a galla, più forte di tutto: della vecchiaia, degli errori e dell’indebolimento del Cavaliere; delle persecuzioni giudiziarie; delle demonizzazioni; dei capricci e degli egoismi dei suoi alleati; e dei petulanti giudizi liquidatori che oggi la grande stampa riserva, con qualche grado di condiscendenza, alle sue fortune politiche.

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La strana razza degli amici dei migranti

In attesa che l’umanità migliore ci informi ufficialmente sulla nuova denominazione che andrà a sostituire quella neutra di migranti da essa stessa imposta qualche anno fa, e in attesa che l’infatuazione per i futuri ex-migranti faccia il suo breve e prevedibile corso, cerchiamo di vederci un po’ più chiaro sull’insostenibile leggerezza di quest’umanità emotivamente programmata per essere sempre dalla parte sbagliata della storia e sempre dalla parte giusta delle smanie del momento.

C’è in giro qualcuno che ricorda ancora le facce attonite dei giornalisti del TG3 al tempo della caduta del Muro di Berlino? Ho qualche dubbio. Fu una faccenda altamente istruttiva. Lo stato d’istupidimento non durò molto, giusto il tempo di capire quale tornitura dare alla mitica Narrazione. Fu così che il simbolo della bancarotta economica, civile e morale del comunismo si trasformò in quello del dissolvimento dell’odiosa Cortina di Ferro che aveva diviso l’Europa per quarant’anni: anche l’Italia migliore potè allora, nel giorno della caduta fisica del Muro, partecipare pienamente alla festa degli ex-compagni della DDR liberati dal giogo, e spedire commossa fino alle lacrime i suoi inviati speciali incontro a masse di crucchi in marcia alla scoperta del paradiso occidentale. Certo, ciò accadde in un paese dove il voltagabbanismo ha toccato a volte vertici artistici, ma resta indicativo di un tratto caratteristico e poco lusinghiero dello spirito liberal in generale.

Comunque c’è sicuramente, o almeno ci dovrebbe essere, qualcuno che ricorda ancora la fregola salottiera con la quale l’Occidente inondò di simpatia i ragazzi di Piazza Tahrir, i protagonisti di quella rivoluzione al tempo di Twitter di cui si favoleggiò con incredibile frivolezza. Molti di loro erano, con tutta evidenza, i figli di una borghesia urbana abbiente e profondamente occidentalizzata per i parametri egiziani e costituivano una fragilissima avanguardia liberale sostanzialmente estranea al corpo della nazione: in una parola, furono gli inevitabili utili idioti di cui ogni rivoluzione si serve per coprire i suoi veri scopi. L’Occidente, sedotto dall’opportunismo, abbandonò vigliaccamente Mubarak e rinunciò a qualsiasi tentativo di mediazione. A quattro anni di distanza il popolo egiziano, saggiamente, si fa piacere un autocrate di ferro come il generale Al-Sisi e un regime che condanna alla pena capitale in maniera generosamente collettiva pur di non ritornare ad un paese governato dai Fratelli Musulmani. E i giovanotti di Piazza Tahrir, come quei cagnolini dei quali ci s’incapriccia nella stagione cattiva per poi abbandonarli al loro destino al momento di andare in vacanza, sono intanto scivolati nel dimenticatoio in religioso silenzio.

E che dire della fregola guerresca che s’impadronì dell’umanità migliore, fino alla presidenza di George Bush Jr prigioniera di un pacifismo tetragono senza se e senza ma, al momento dello scoppio dell’inesistente primavera libica, per il solo gusto di correre in soccorso dei rivoluzionari e nella convinzione che la campagna di Libia sarebbe stata una passeggiata? Che dire di quest’umanità che non volle immischiarsi negli affari libici nei lunghi decenni durante i quali la Libia di Gheddafi fu un centro nevralgico del terrorismo internazionale e il Rais la bestia nera del guerrafondaio Reagan, mentre lo volle fortissimamente quando lo scatolone di sabbia si era ormai ridotto ad un satellite dell’Occidente? Quattro anni di completa anarchia, di macelli e distruzioni – conditi dall’arrivo in Libia dei simpaticoni del Califfato, e dallo sbarco sui nostri lidi di centinaia di migliaia di profughi ma soprattutto di gente che non fugge né la fame né la guerra ma cerca semplicemente una vita migliore scommettendo sul fatto che l’enorme numero di morti inghiottiti dalle acque del canale di Sicilia è pur sempre una piccolissima percentuale di quelli che ce l’hanno fatta – non sono bastati a spingerla a un timido atto di contrizione.

Per la stessa umanità migliore Bashar al-Assad divenne un tiranno sanguinario solo quando si stagliò all’orizzonte qualcuno peggiore di lui, gli integralisti islamici finanziati da Arabia Saudita e Qatar che monopolizzarono il fronte delle forze avverse al regime non appena Al Jazeera e i media occidentali decisero di dare ufficialmente avvio alla primavera siriana; nel momento, cioè, nel quale il destino del dittatore siriano sembrava segnato, e ci si poteva accodare idealmente ai liberatori; mentre per lustri la stessa truppa umanitarista fu completamente indifferente alle sorti di quello stato canaglia fieramente anti-occidentale e legato all’Iran che sponsorizzava il terrorismo, destabilizzava il Libano e si ergeva a nemico per eccellenza d’Israele. Le prime centinaia di morti tra la popolazione civile bastarono a fare perdere completamente la tramontana alle diplomazie e ai media occidentali, e a sposare – non solo per ingenuità, s’intende – la causa dei ribelli. Oggi alcune fonti arrivano a parlare di 300.000 vittime della guerra civile in Siria (un numero non lontano da quello dei caduti italiani durante la seconda guerra mondiale) e di 4 milioni di profughi, mentre le forze del Califfato sono ormai vicine a Damasco. E con tutto ciò, proprio ieri l’ineffabile Hollande, nell’annunciare l’invio di aerei militari francesi in Siria in vista di eventuali raid contro l’Isis, ha rimarcato ancora una volta che ogni soluzione di pace in Siria si fonda sul presupposto della cacciata di Bashar Al-Assad dal potere: insistendo, cioè, in quell’atteggiamento ambiguo e opportunista (e oggi semplicemente immorale) che ha guastato tutto fin dall’inizio.

Questi, in buona parte, sono quelli che oggi vanno idealmente incontro con lo sguardo ebete dei figli dei fiori, al solo scopo di distinguersi dai perplessi o dai senza cuore o dai razzisti tout-court, alle fiumane di profughi musulmani in fuga dalle follie dell’Islam verso le terre degli Infedeli senza per questo sentirsi meno islamici di ieri; e non si capisce bene se siano più confusi e reticenti i primi o i secondi.

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Stati di alterazione antimafiosa

E’ veramente un peccato che l’Italia antimafiosa (quella che prima era, soprattutto, antifascista) non abbia apprezzato a dovere il funerale dell’ottavo Re di Roma Vittorio Casamonica. Quel magnifico tiro di cavalli in ghingheri; quella carrozza barocca fino alla nausea; quella banda musicale che piangeva sulle note del Padrino con molto sentimento ma con evidente soddisfazione, quasi sorridendo tra le lacrime; quella marea di corone; quell’elicottero che lanciava petali di rosa, straordinario aggiornamento tecnologico di ancestrali e sempre vive pratiche indiane; e per ultimo quell’aristocratico pezzo di automobile chiamato Rolls Royce; tutti questi elementi andavano a rappresentare una versione magniloquente e un po’ megalomane di una liturgia funebre zingaresca: un pezzo di cultura, secondo la cultura dominante. E allora perché disprezzarlo? Forse per ignoranza? Ma ciò sarebbe comprensibile in un berlusconiano o in un leghista, non in chi fa parte dell’Italia plurale ed inclusiva, esperta ed appassionata di ethnos e di gender. Ci è parso inoltre scarsamente elegante e pochissimo democratico scagliare con leggerezza l’anatema antimafioso contro questa famiglia potente e facoltosa di etnia Sinti, sospettata di malaffare di piccolo cabotaggio su vasta scala più che di attività criminale in grande scala, quasi che, come per un Salvini qualsiasi, zingaro fosse sinonimo di poco di buono.

Insomma, anche il politicamente corretto è andato a farsi friggere di fronte alla priorità delle priorità: rafforzare quella narrazione dell’Italia antropologicamente mafiosa e corrotta da ripulire dalla testa ai piedi che si sta sostituendo a quella un po’ ammuffita dell’Italia antropologicamente sempre corrotta ma in primo luogo fascista. Facendo leva sulla carica intimidatoria di quest’ultima la sinistra ha costruito le sue fortune, occupando passo dopo passo tutto l’occupabile durante i regimi democristiani, pentapartitici e berlusconiani. Facendo leva sulla prima la sinistra della sinistra spera ora di riuscire a replicare il misfatto. E così oggi tutto è mafia, perfino il bullismo a scuola, vedrete, grazie soprattutto all’indefessa predicazione dei sacerdoti dell’antimafia.

Pure il Vaticano, dopo qualche titubanza, si è adeguato allo spirito dei tempi e così l’Osservatore Romano ha tuonato fuori tempo massimo contro lo scandalo delle sontuose e pacchiane esequie del boss Sinti. D’altro canto una parte influente più che consistente del cattolicesimo italiano fa da tempo l’occhiolino al populismo giustizialista, giungendo ad usare perfino la figura di De Gasperi per servirne gli scopi, come ha fatto nei giorni scorsi l’ineffabile monsignor Galantino, contrapponendo la figura integerrima (fino alla caricatura, a dire il vero) dello statista trentino all’odierno serraglio di cooptati e furbi che popolerebbe il nostro parlamento, finendo però per incappare in una significativa contraddizione. Infatti, rievocando le vicende della legge truffa, il disinvolto Galantino scrive: «Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria, il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!» Ma Galantino omette di dire che la campagna denigratoria che affondò la benedetta legge truffa fu portata avanti soprattutto da quel Pci che di De Gasperi e della Dc pensava esattamente quello che oggi il sedicente neo-degasperiano Galantino pensa dei politici attuali. Durante la campagna elettorale del 1953, per esempio, sui manifesti elettorali comunisti si potevano leggere slogan di questo tenore: «Allontaniamo dalla greppia profittatori democristiani e gerarchi fascisti»; «La Forchettoni Associated Films presenta: “L’ultima truffa”, distribuito dalla Premiocrazia Grattiana, diretto da Aspide de Capperi»; oppure, con l’originalità dei falsi moralizzatori di sempre, «Per l’onestà contro la corruzione vota comunista», in un manifesto raffigurante i forchettoni De Gasperi, Gonella e Scelba, tovagliolo al collo, rispettivamente con una forchetta, un cucchiaio e un coltello in spalla, in trepida attesa del magna-magna.

Ho sempre pensato che il soffocante antifascismo militante che avvelena l’Italia da 70 anni non sia dovuto solo a ragioni di opportunismo, ma serva anche a tacitare sensi di colpa e a mimetizzare una segreta fascinazione per il fascismo. Lo stesso fenomeno avviene ora con l’antimafia militante. La compulsiva, traboccante ed infine mortalmente noiosa mediatizzazione (anche artistica) di fascismo e mafia è sostanzialmente figlia della stessa ambigua pseudo-cultura che nutre l’antifascismo e l’antimafia militante: fascismo e mafia vengono sottratti alla storia per venire imposti come eterne categorie dello spirito, sennò il baraccone s’affloscia, e le carriere si bloccano. E grazie a questi incoscienti, intanto, ci facciamo disprezzare dagli stranieri. Per due motivi: perché ci dipingiamo come una stirpe antropologicamente fascista e mafiosa; e per la ridicola e servile mancanza di amor proprio che dimostriamo.

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Galantino, il populista di Dio

Facendo qualche generoso sforzo potrei anche essere d’accordo col segretario generale della Cei, monsignor Galantino, quando dice – sostanzialmente – che la presunta invasione dei migranti – lo scrivo tra virgolette perché non mi sono ancora abituato a questa espressione equivoca, poetica e sognante, che mi fa pensare a ombre puntinate proiettate sull’ampia distesa del mare da nuvole leggiadre di uccelli migratori – che questa presunta invasione, dicevo, si fonda sull’allarmismo, su numeri percepiti più che reali. A dire il vero, quando si faranno i conti si scoprirà che nel biennio 2014-2015 gli arrivi sulle nostre coste saranno stati non meno di 300.000, una cifra pari cioè allo 0,5% della popolazione italiana, il che mi sembra un risultato di tutto rispetto; tuttavia ammetto un certo grado d’isteria, causato più dalle incognite dell’avvenire – non solo di tipo economico, ma anche culturali, come quelle relative, per esempio, alla temuta importazione di patologie da un mondo islamico in preda alle convulsioni – che dai numeri nudi e crudi, almeno per il momento.

Il partito di Galantino, per così dire, è emanazione di quel cattolicesimo adulto e maneggione che con la complicità dei media si è assunto il compito di formare una specie di guardia pretoriana intorno a Papa Francesco, filtrandone il magistero e riducendolo ad una caricatura pauperistica attraverso la ben nota e sfatta retorica del ritorno al Vangelo autentico, la quale, nonostante lo sguardo compunto rivolto alle mitiche origini, ha la rara capacità di essere sempre straordinariamente in sintonia con lo spirito del tempo, se non proprio con le mode dell’oggi; e i cui corifei, nonostante l’umanesimo sciropposo che ostentatamente contrappongono alla durezza del mondo e ai potenti della terra, hanno tuttavia il privilegio di essere regolarmente ospitati sulle prime pagine di tutti i grandi giornali in qualità di ermeneuti di regime del cristianesimo illuminato, oltre a quello non meno dilettevole di collezionare premi dalla società civile in quantità industriale.

Ciò detto, questa presa di posizione verso «quattro piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!» risulta irritante, oltre che per i toni sarcastici che il partito di Galantino riserva solo ad alcune formazioni politiche, quando su altri temi sensibili si mostra sommamente riguardoso verso lidi politici di diverso colore, anche per la reticenza intrisa d’insofferenza nell’affrontare il problema dei migranti nel suo complesso e con un minimo di ragionevolezza: in genere si passa disinvoltamente dalla negazione del problema, fino a trasformarlo in un’opportunità per le nostre senescenti società che nel nostro cieco egoismo non sapremmo cogliere, alla constatazione che ci troviamo di fronte a dinamiche colossali cui non resta che adeguarsi, quasi scorgendo in esse, con una sorta di fatalismo malsano più che alla luce del provvidenzialismo cristiano, un segno del disegno divino. E risulta irritante, inoltre, che non appena il popolo duro di cervice manifesta coi suoi modi notoriamente non troppo forbiti preoccupazioni di ordine pubblico, gli amici della pace e dei poveri, invece di operare con paziente pedagogia, si esibiscano in subitanee geremiadi, e la mistica del dialogo ad ogni costo che li contraddistingue si trasformi nelle loro bocche nella pratica sbrigativa dell’anatema.

D’altra parte è singolare notare come Galantino e i suoi amici usino toni apocalittici quando parlano dei problemi che attanagliano il nostro paese: la crisi economica è di proporzioni inaudite, la disoccupazione è inaccettabile, le famiglie non arrivano adesso neanche alla terza settimana del mese, e le mafie (rigorosamente al plurale) hanno ormai colonizzato anche la Carnia e il Parco Nazionale del Gran Paradiso conquistando alla loro causa pure gli stambecchi e le marmotte, mentre per Roberto Saviano il sud è talmente messo male che perfino le mafie (rigorosamente al plurale) stanno ormai pensando di abbandonare la madrepatria. A sentir loro, insomma, l’Italia è un paese alla fame; prendendo le loro farneticazioni alla lettera, insomma, si dovrebbe dedurne che proprio l’italiano, fra tutti i disgraziati dell’orbe terracqueo, avrebbe tutte le carte in regola per richiedere asilo in un qualsiasi paese appena un po’ civile, magari anche africano, senza fare tanto lo schizzinoso.

Anzi, la crisi economica italiana sarebbe la vera causa dell’esplodere dell’odio ingiustificato verso lo straniero. «In Italia e in Europa» diceva qualche mese fa monsignor Galantino «a far paura sono i drammi dell’economia, l’inefficienza e la corruzione politica e non i migranti disperati che arrivano sulle nostre coste. Guardando all’Italia la paura è figlia di una politica debole che crea instabilità. La disoccupazione o la non occupazione è il primo problema che in Italia i cittadini sentono in famiglia» ai quali rimediare attraverso «modelli economici che, oltre a garantire i beni comuni (salute, scuola, previdenza) consentano un reddito minimo». Come si vede, populismo della più bell’acqua: giustizialismo alle vongole, statalismo alle vongole, e redditi minimi garantiti; le solite ricette egoistiche e farisaiche che il partito di Galantino condivide, in tutto o in parte, coi populismi ai quali si contrappone. Sono le contraddizioni della demagogia, anche quando è politicamente corretta e dice corbellerie in odio a quella politicamente scorretta che gli fa concorrenza.

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[P.S. Quando ho scritto l’articolo non ero ancora al corrente della nuova sparata di Galantino “sul puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi”. Ma ciò conferma in pieno quanto ho scritto sul populismo e sul giustizialismo alle vongole di questo personaggio, che parla il linguaggio tanto grossolano quanto prevedibile del donciottismo.]

Renzi tra partito e setta

La nascita del partito della nazione, secondo la felpata propaganda di quella grande stampa sempre un po’ vile che se ne faceva paladina qualche anno fa, doveva essere la conseguenza inevitabile (ma anche costruttiva) della presa d’atto che il ventennale tentativo di bipolarismo politico all’italiana era ormai abortito e che gli opposti populismi al quale invece si era ridotto necessitavano di un argine poderoso. La sua prima versione, quella montiana, si risolse però in un prodigioso fallimento, molto simile a quello di certe squadre che nella partita decisiva della stagione non sembrano neanche scendere in campo. Si pensò allora di arrivare allo stesso risultato attraverso la trasformazione, di nome o di fatto, del Partito Democratico nel partito della nazione. Più tardi l’energica figura di Renzi sembrò ridare corpo al progetto.

Tuttavia proprio in questi giorni abbiamo potuto vedere ancora una volta come questa idea sia nata da ragioni di opportunismo e si porti dietro insanabili contraddizioni. Non esiste, infatti, in Italia un populismo più diffuso, pericoloso e grossolano di quello giustizialista; eppure anche nei giorni del caso Azzollini, com’è sempre accaduto quando Renzi si è dovuto scontrare con la setta della questione morale, né il Corriere, né la Stampa, né il Sole 24 Ore hanno fatto sentire la loro voce in sostegno del premier.

Ciò è dovuto al fatto che anche l’idea del partito della nazione nacque nel solco dell’antipolitica: ne era la versione paludata, compunta, propria delle sale ovattate. Era il modo perbenista, istituzionale, di cedere al conformismo vaffanculista. Ciò che essa denunciava era pur sempre l’insufficienza della politica; ciò che essa perorava era pur sempre la necessità di un suo superamento; e ciò che essa incarnava era in ogni caso una sorta di palingenesi dai tratti rassicuranti e perfino borghesi. Ma nel profondo, senza ostentazioni, quest’idea contribuiva tuttavia ad alimentare quelle correnti populiste che diceva di voler neutralizzare.

Ecco perché quando si tocca una questione dirimente, anzi identitaria, come quella della giustizia, prima ancora sul piano culturale che su quello meramente tecnico, legioni di autorevoli e sagaci editorialisti, di solito prodighi di consigli, invece di buttare il cuore oltre l’ostacolo, fanno i pesci in barile. Ma allora come si può pretendere di porre le basi di un partito votato virtuosamente all’interesse nazionale, e perciò supremamente politico, nel miglior senso del termine, venendo nello stesso tempo a patti con ciò che ne rappresenta la negazione, l’incivile caricatura, cioè la setta?

Questa contraddizione interna è la stessa che agita il Partito Democratico vero e proprio. E non vi è modo di uscirne in modo indolore. Se Renzi decidesse di tagliare il cordone ombelicale con la setta giustizialista per davvero, il Pd andrebbe incontro ad un drammatico ridimensionamento. Non solo: si può star sicuri che questa svolta non avrebbe l’appoggio della grande stampa sopramenzionata. E il presidente Mattarella, che non è certo un cuor di leone, e che dimostra ogniqualvolta apre la bocca di essere fedele in maniera perfino comica ai frusti e tristissimi codicilli della vulgata della repubblica nata dalla Resistenza, gli si rivolterebbe contro. Sotto altre forme, il caso Berlusconi verrebbe a riproporsi. E sarebbe la dimostrazione che non è Berlusconi la vera anomalia della politica italiana.

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Ombre siciliane

Sembrerebbe quasi che la mafia siciliana sia andata in coma. Non se ne sente più parlare, l’avete notato? Parlo di mafia in senso stretto, s’intende, non del barocco corollario dell’antimafia, perché quest’ultima ha ormai da qualche anno letteralmente soppiantata la cara e vecchia mafia d’un tempo nell’accaparrarsi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Sembrerebbe anche che nel rubare la scena alla mafia l’antimafia ne abbia acquisito certi spiacevoli tratti distintivi. Questo suo straripare, infatti, è stato dal punto di vista dell’affabulazione giornalistica fecondo come quello del Nilo per le aride distese del basso Egitto: oscuri intrighi, misteri, derivazioni, deviazioni, diramazioni, avvertimenti, gerghi stravaganti, parole d’ordine ossessive, gustosi personaggi in cerca d’autore, lotte sotterranee fra cosche antimafiose, mappe occulte del potere, rapporti col terzo livello, regolamenti di conti. Insomma, tutto quello sfondo pittoresco che la mafia non sembrava più in grado di offrirci a parziale risarcimento delle proprie scelleratezze, adesso ce lo regala lo spettacolo spassoso dell’antimafia. In un certo senso, almeno quello estetico, si può dire che l’antimafia è diventata la nuova frontiera della mafia, un po’ come l’antifascismo lo è stato per il fascismo.

Questo quadro paradossale potrebbe replicarsi nella parte continentale dello Stivale nella sciagurata eventualità che la cosiddetta cultura della legalità dovesse trionfare definitivamente in Italia. Tre decenni e mezzo di questione morale, che fu la maniera cinica e immorale con la quale il marxismo sconfitto avvelenò i pozzi della politica italiana, hanno distrutto perfino il concetto stesso di una ben circoscritta autonomia della politica. Spaventa pensare che un’intera generazione di italiani sia stata costretta a vivere la politica se non come lotta tra onesti e disonesti, e forse ora non sappia nemmeno immaginare qualcosa di diverso da questo squallido schema.

Oggi sono proprio gli eredi del partito della questione morale a sentire sul collo il fiato dei fanatici che hanno tirati su nel culto caricaturale della legalità. Questi ultimi giustificano l’incontrollato protagonismo della magistratura col fatto che essa sarebbe stata costretta ad un ruolo di supplenza democratica a causa delle deficienze della politica. Ma se la politica si riduce a lotta fra onesti e disonesti, così come vuole la rozza filosofia giacobina che si è cercato d’imporre agli italiani con la complicità vile e colpevole della grande stampa, semplicemente annulla se stessa annullando il suo campo d’azione. E se per converso la politica cercasse di riprendersi le proprie prerogative sarebbe immediatamente accusata di autoritarismo e complicità col malaffare. Oggi che la sinistra è al governo, in quella grande sinistra che oltre ai democratici comprende idealmente grillini, vendoliani e altra minutaglia, la questione morale viene agitata periodicamente come un manganello sopra la testa di chi vorrebbe uscire da questa logica imbecille. Ma lo scontro tra questione morale e politica è nelle cose. E non potrà essere rimandato all’infinito. Altrimenti gli scenari siciliani di lotta per bande tra i trionfanti campioni della legalità diventeranno sempre più plausibili.

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La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

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Gli errori dell’Occidente in Bosnia-Erzegovina

Nei giorni scorsi abbia avuto un’altra prova della fatuità con la quale l’Occidente si muove nello scacchiere internazionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che evidentemente non ha altro di meglio da fare che pontificare, in occasione del ventennale del massacro di Srebrenica, nel quale almeno 8.000 musulmani bosniaci inermi furono trucidati dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladić, ha messo ai voti una risoluzione che condannava tale avvenimento come genocidio. La risoluzione è stata respinta in forza del veto della Russia, che fin dall’ottocento si è ritagliata il ruolo di protettrice dei fratelli ortodossi serbi, mentre altri paesi, fra cui la Cina, si sono astenuti. Ragionando con cinismo, non si può dire che la Russia abbia tutti i torti: 8.000 vittime sembra un numero davvero troppo esiguo per parlare sensatamente di genocidio; ed inoltre un genocidio non dovrebbe fare distinzioni di sesso e di età, quando invece il massacro di Srebrenica vide la meticolosa separazione degli uomini dalle donne, gli anziani e i bambini. Naturalmente queste fredde considerazioni nulla tolgono all’enormità del crimine.

Ci si chiede, tuttavia, quale sia il senso della ricerca continua di queste stucchevoli e burocratiche sentenze sulla storia recente o meno recente, se non forse una fuga dalla storia stessa e dalla realtà. Si ha quasi l’impressione, infatti, che per l’Occidente sollevare confusamente (e spesso contraddittoriamente) questioni di principio ogniqualvolta c’è da affrontare una grossa rogna in qualche punto caldo del globo, sia diventato un modo per nascondere la propria impotenza.

La Bosnia-Erzegovina è un caso esemplare di questa erratica politica. L’Occidente prese atto della dissoluzione della ex-Jugoslavia ma poi non ebbe il coraggio di prendere davvero in mano la situazione portando a termine e rifinendo sotto il suo controllo, dove era possibile, quel processo di partizione che le reciproche pulizie etniche avevano quasi condotto a termine (ciò può sembrare immorale, ma molto meno che lasciare attivi i focolai della malattie, dopo che il disastro è ormai accaduto); oppure, là dove non era possibile, congelando la situazione, senza però cristallizzarla dal punto di vista statuale-amministrativo. Sballottato tra gli opposti (e falsi) dogmi dell’autodeterminazione dei popoli e dell’integrità territoriale degli stati, finì per dare la sua benedizione a tutta una serie di stravaganti indipendenze, che replicavano su scala minore l’eterogeneità ex-jugoslava. Lo stesso Occidente che accettò serenamente la divisione tra Serbia e Montenegro per questioni etniche di lana caprina, si spese molto per la nascita del più grande e internamente diviso di questi nuovi stati: la Bosnia-Erzegovina, appunto. La nuova era democratica – questo era il tacito assunto – doveva assicurare la pacifica convivenza delle tre comunità principali (etnie mi sembra un vocabolo troppo forte per delle genti che parlano sostanzialmente la stessa lingua): quella bosgnacca (bosniaco-musulmana) costituente quasi metà della popolazione, quella serba (cristiano-ortodossa), e quella croata (cristiano-cattolica).

Due decenni circa di indipendenza invece hanno quasi istituzionalizzato la divisione comunitaria nel nuovo stato balcanico; di fatto il patriottismo bosniaco è diffuso solo tra la popolazione bosgnacca, e spesso si confonde con un identitarismo musulmano rispuntato quasi a sorpresa da qualche profonda ed inquietante piega della storia; di fatto, vista l’estraneità di serbi e croati al sentimento patrio bosniaco, la Bosnia-Erzegovina ha oggi al suo centro un nucleo musulmano che potrebbe anche resistere ad una sua eventuale disgregazione. Ciò che era da molto tempo ormai considerato un retaggio culturale, in sé ricco, interessante, e anche fecondo, come testimoniano le opere di Andrić o Selimović, è ritornato ad essere contro ogni pronostico una realtà religiosa sommamente problematica.

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Banche e popoli pari sono

Da Atene, nel giorno del trionfo vagamente funereo di Tsipras, Beppe Grillo ha lanciato il suo non troppo originale grido di guerra: Potere al popolo, non alle banche! Nonostante ciò il capo dei vaffanculisti, come tanti amanti del popolo di destra e di sinistra, è un fanatico della mitica sovranità monetaria. Sennonché la presunta efficacia miracolosa della sovranità monetaria riposa tutta sulla presenza di una banca centrale nazionale che fa il bello e cattivo tempo, nei confronti del buon senso e del mercato, manipolando la moneta in obbedienza ai desiderata di un potere politico che per compiacere il popolo fa il suo male a medio-lungo termine. Pensateci bene: i media considerati più vicini all’Europa tecnocratica non erano quelli che fino a poco tempo fa magnificavano la potenza di fuoco del bazooka di Draghi? Non era quello un esempio della stessa fiducia nel potere taumaturgico di una moneta capace secondo alcuni belli spiriti di creare – nientepopodimeno – ricchezza? Questa segreta affinità elettiva dimostra che, così come per gli odiati tecnocrati, anche per Beppe Grillo il popolo è sostanzialmente un gregge. Perché il popolo dovrebbe fidarsi del Comitato di Salute Pubblica nostrano più che di quello europeo?

D’altra parte i nuovi capipopolo sembrano avercela con le banche per lo stesso motivo per cui ce l’hanno a volte con lo stato o col palazzo: il dispetto di non averle alle proprie dipendenze. E infatti fra il classico statalismo e il banco-centrismo degli ultimi tempi c’è un legame assai stretto: la mungitura. La mungitura dei redditi nel primo caso; la mungitura dei risparmi nel secondo caso. Decenni di statalismo crescente hanno consegnato le economie occidentali al circolo vizioso di aumenti di tasse e debiti pubblici sempre più difficili da sostenere. Non essendoci più margini per alimentare una crescita malsana attraverso i debiti pubblici, si è ricorsi alle banche e alle bombe di liquidità, le quali ultime, come dovrebbe essere ovvio per qualsiasi persona pensante, in se stesse non rappresentano alcuna ricchezza, visto che non è che moltiplicando il denaro si moltiplichino anche i beni. Ma esse danno l’illusione della ricchezza, spingono ad indebitarsi allegramente, nel momento stesso in cui svalutano i sempre più magri tesoretti dei risparmiatori, giacché qualcuno alla fine della giostra deve pur sempre pagare: è la mammella bancaria che si sostituisce a quella dello stato, anche se in sostanza lavora per quest’ultimo. E infatti poi arrivano le bolle, coi relativi scoppi, e i salvataggi bancari, e tutto viene infine inghiottito dalla marea montante dei debiti pubblici.

Quindi il banco-centrismo non è altro, in fondo, che un surrogato dello statalismo classico, una sua continuazione con altri mezzi: dallo stato nasce, allo stato ritorna. Se lo statalismo è una forma strisciante di socialismo, il banco-centrismo, ossia la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia prodotta dal famigerato turbo-capitalismo, è una forma strisciante di socialismo finanziario, che un po’ alla volta crea le sue nomenklature. Il prossimo passo sulla via dell’inferno non può essere che l’attacco diretto ai patrimoni. Sembra che Tsipras ci stia pensando. Non sappiamo invece cosa stiano pensando i nostri confusi capipopolo. Ci troviamo, non solo in Italia, ma in quasi tutte le economie mature dei paesi ricchi, nel bel mezzo di un pantano che sembra non avere fine: dovremmo tornare indietro, un passo alla volta, ubbidendo più alla costanza e alla determinazione che alla fretta. Ci vorranno decenni. Bisognerà tenere lo sguardo fermo in una direzione nel lungo termine, e mostrare realismo e duttilità nel breve.

Tutto ciò che è mancato nella pessima gestione della crisi greca: in un quadro nel quale l’italianizzazione (dal punto di vista del debito pubblico) di molte economie occidentali è ormai un dato di fatto; in un quadro nel quale i famosi parametri di Maastricht sono saltati come tappi di bottiglia in tutta Europa; in un quadro nel quale i paesi occidentali riescono al massimo a pagare gli interessi sui propri debiti; si pretendeva che un paese tecnicamente fallito e povero di risorse come la Grecia cominciasse a pagare i suoi debiti. Al moralismo astratto non poteva che rispondere la demagogia nazionalista.

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L’implosione dell’Islam

La recente ondata di attentati terroristici in Kuwait, Tunisia e Francia (anche se sulla vera natura di quest’ultimo rimangono ancora dei dubbi) hanno riaperto il dibattito sulla natura e sulla pericolosità dell’integralismo islamico. Siccome, a nostro immodesto avviso, c’è in giro un sacco di confusione e reticenza, abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo, sgombrando drasticamente il campo da vari equivoci. Il primo: la presunta debolezza cristiana-occidentale e la presunta forza islamica, o, se volete, la presunta identità debole dell’Occidente e quella forte dell’Islam. Quest’opinione, che ha largo seguito, è frutto di una grandiosa illusione ottica. In realtà, la secolarizzazione sta stritolando a poco a poco un Islam in preda a convulsioni mortali. La secolarizzazione, infatti, è figlia del Cristianesimo. Senza di esso è inconcepibile. E’ il Cristianesimo ad aver distinto lo stato dalla chiesa (e così la politica dalla religione, e il diritto positivo dal diritto naturale). Li ha distinti (ma non separati [1], in quanto essi agiscono nello stesso universo morale, e una doppia morale non esiste) a ragione dei fini diversi ai quali mirano: la conservazione e il benessere della società l’uno, la salvezza dell’anima l’altra. Così, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le libertà civili dell’occidente, e fra queste sono comprese molte cose che il Cristianesimo moralmente condanna. La civiltà cristiana – sul piano sociale – non si contrappone alla libertà dei costumi in quanto tale, ma ad una libertà orgogliosa di sé, una libertà tesa ad emanciparsi dalla morale, e a negare la verità. E se è fatale che la secolarizzazione avanzi in genere attraverso la trasgressione e lo spirito anticristiano, è anche inevitabile che prima o dopo, pena l’autodistruzione della società, la civiltà al decalogo ritorni. Questo ritorno, che è un ritorno inconfessato al Cristianesimo, purifica, senza per questo necessariamente assolverle dal punto di vista morale, le libertà conquistate obbedendo a pulsioni trasgressive. E in realtà tanto maggiore sarà il grado di consapevolezza della civiltà cristiana – civiltà che non sarà mai, neanche imperfettamente, e spesso neanche prevalentemente, una società di cristiani – tanto maggiore sarà la sua capacità di tollerare la libertà dei costumi al suo interno, e allo stesso tempo di neutralizzarne la carica nichilistica.

Il tradizionalismo cattolico, qui inteso nella sua espressione ereticale, non ha mai voluto capire o accettare il fatto, indiscutibile, che la secolarizzazione – perimetro delle libertà civili – è figlia del Cristianesimo. Per la forma mentis tradizionalista la secolarizzazione è sempre un male; un male che la civiltà cristiana può sopportare, corrompendosi via via, fino ad un certo punto di rottura, oltre il quale essa non può più esistere. (Naturalmente il progressismo cattolico, sempre inteso nella sua espressione ereticale, fa il ragionamento inverso: l’accettazione della secolarizzazione implicherebbe una revisione dei dogmi, cioè la loro distruzione, cioè la distruzione della Chiesa). Curiosamente, anzi, significativamente, questa interpretazione si attaglia perfettamente alla crisi dell’Islam. L’Islam è una religione-società che si sostanzia nella precettistica, e che sa essere elastica non nella misericordia, ma solo attraverso un armamentario di scappatoie religiose-legali di stampo farisaico. Ma a lungo andare ciò non può bastare al sentimento di libertà (libertà anche di peccare, ossia di piegarsi al peccato) che è innato nell’uomo proprio perché prima di tutto figlio di Dio, e non di una tribù, di una razza, o di una società. La secolarizzazione cristiana offre la soluzione, non la scappatoia, che permette alla società di respirare, cioè di vivere, senza per questo rinnegare la religione: oggi essa, insensibilmente e senza premeditazione, ma per la forza ineluttabile delle cose, sta assediando un Islam che con essa può venire a patti solo riconoscendo la propria fine. E qui veniamo al secondo equivoco: il terrorismo islamico come espressione di un integralismo che tradisce i principi dell’Islam. La verità è che moderatismo o integralismo non intaccano la sostanza dell’Islam, né lo definiscono. E’ vano, infatti, chiedersi quale sia il vero Islam al riguardo di una religione-società che non conosce veri dogmi, ma che appunto si sostanzia in una precettistica variamente e limitatamente modulabile, ma non per nobili motivi. La ferocia quasi caricaturale di certe sue espressioni odierne è la forma parossistica di una vitalità che sta venendo meno.

E’ corretto dire, piuttosto, che questo Islam in fase violentemente agonica si trova di fronte ad un Occidente (inteso in senso lato come civiltà cristiana, non identificabile col Cristianesimo in quanto tale, dotata di una carica universalistica che la trascende e che ne esalta le capacità assimilatrici) che oggi vive una delle sue periodiche fasi d’indocilità nei confronti di Dio e della ragione, manifestantesi attraverso un assurdo e capriccioso universalismo dei diritti (scimmiottatura anticristiana dell’universalismo cristiano), protervo nelle sue stravaganze, comprese quelle linguistiche (tipiche dei fenomeni rivoluzionario-millenaristici tesi a ri-definire la verità), e che trova appoggio nell’opinione pubblica, oltre che per l’attivismo di minoranze militanti e dei media, anche per l’istinto alla ribellione sempre latente nell’uomo, ma non per un vero senso di solidarietà verso le categorie interessate da questi nuovi presunti diritti: è la secolarizzazione anticristiana, contraddizione vivente che può durare solo durante il caos della breve stagione rivoluzionaria, prima di venire piegata alle inflessibili esigenze del nuovo ordine, incardinato su un nuovo decalogo di principi laici (sempre aggiornabile) che però, disconoscendo quella morale che per natura non può che incardinarsi su principi di verità, non conosce distinzione fra legge e morale, e quindi non conosce la secolarizzazione, e quindi il perimetro delle libertà civili. Per ritrovarle la società dovrà per forza di cose – non fosse altro che per istinto di autoconservazione – tornare alla secolarizzazione cristiana, e ri-piegarsi al diritto naturale: lo farà nei fatti, anche se con la bocca e col cuore per una sua larga parte non si ri-piegherà a Dio. In questo quadro la malattia mortale dell’Islam ha di buono (e di provvidenziale) che agisce da pungolo sull’Occidente, costringendolo a ritrovare le sue veri radici.

Passiamo ora al terzo equivoco: il fatto che spesso i terroristi islamici siano persone apparentemente ben integrate in Occidente, o apparentemente occidentalizzate, quantunque provenienti da paesi islamici, dimostrerebbe l’impermeabilità dell’uomo islamico alla cultura occidentale. Ma ciò non è esatto. Se è vero che l’Islam non può sopravvivere a lungo in tempi di democrazia (come scrisse Tocqueville 170 anni fa), non bisogna tuttavia sopravvalutare il significato di questi casi. L’uomo sente per natura il bisogno di assoluto, anche se molto spesso trasforma questo bisogno in una molto più meschina voglia di protagonismo, nella voglia di sentirsi in qualche modo qualcuno, o nella ricerca di gratificazione nella cieca obbedienza al branco o alla setta, in un annullamento di sé disumanizzante ma anche totalizzante e quindi, per un certo verso morboso, appagante. Oggi, per esempio, il giovanotto italiano ha a disposizione la No-Tav; il giovanotto islamico ha la Jihad: che sia un brillante studente universitario, o un deficiente modaiolo maniaco del rap (entrambi, a loro modo, esempi di conclamato occidentalismo), non fa alcuna differenza.

Il quarto equivoco è che l’instabilità del mondo islamico (a parte quello dell’estremo oriente) sarebbe in buona misura la conseguenza degli interventi militari occidentali in Afghanistan e in Iraq. Ma ciò non è vero. Essa dipende, come detto sopra, in primo luogo da un problema strutturale interno all’Islam, da un suo difetto costitutivo ed ineliminabile, che la modernità mette impietosamente a nudo.

Il quinto equivoco è che l’insipienza della politica americana di Obama sarebbe la continuazione di quella di Bush, lo stesso tipo di maldestro interventismo, ancorché molto meno massiccio e pianificato. Ma anche questo non è vero. L’interventismo obamiano è stato dominato dall’opportunismo, mentre quello di Bush, più che una risposta diretta al terrorismo globale, fu un progetto strategico di presenza militare a lungo termine che aveva un senso, se portato avanti con la necessaria determinazione, e rappresentò inoltre la volontà di rispondere alla passività occidentale. Ci ricordiamo bene, infatti, di come la guerra in Iraq fece scorrere fiumane di pacifisti in tutto il mondo occidentale, e di come l’intervento in Libia, o i minacciati interventi in Siria, non abbiano invece spinto in strada neanche i fanatici della pace. E questo perché in teoria si trattava di mettere il cappello sulle apparentemente trionfanti primavere arabe, senza correre molti rischi. Cosicché fu generale l’appoggio conformistico alla folle ed erratica politica occidentale verso il mondo islamico, della quale vogliamo elencare brevemente i misfatti: il tradimento dei propri amici Mubarak e Ben Alì (dittatori solo per gli standard occidentali, non certo per quelli mediorientali) quando invece sarebbe stato saggio esercitare un ruolo di mediazione fra i governi al potere e le istanze di primavere arabe che spesso erano solo figlie di microscopiche avanguardie liberali urbane pronte ad essere fagocitate da forze ben più grandi di loro; il tradimento di una canaglia, per lunghi anni terrorista su scala mondiale, come Gheddafi, dopo che questi si era di fatto arreso all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo proprio paese e dopo che l’Occidente aveva siglato – di fatto – la pace con lui, mostrando nello stesso tempo di voler credere ad una primavera araba che in Libia non è mai scoppiata; aver dato prova di mollezza per decenni nei confronti del regime di Assad e di aver aspettato a demonizzarlo solo nel momento in cui un’ambigua primavera araba siriana scoppiava, e poi di aver chiuso gli occhi dinanzi agli sviluppi di questa ambigua primavera araba, completamente in mano in brevissimo tempo a fanatici sunniti sponsorizzati dalle monarchie del Golfo (Assad è alawita, cioè scita, e il suo regime è alleato con l’Iran scita), e poi ancora di non aver avuto il coraggio di scegliere il male minore (cioè Assad); aver dimenticato altre primavere scomode della penisola arabica, pur di non disturbare le monarchie del Golfo, come quella in Bahrein; o come quella nello Yemen, che ora si è trasformata in una specie di guerra civile tra i ribelli sciti e i sunniti sostenuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che sta spingendo il conflitto verso esiti catastrofici.

E infine il sesto equivoco, che li riassume tutti: l’Islam starebbe vivendo uno dei suoi periodi di aggressiva espansione. L’Islam sta invece grandiosamente implodendo: gli attentati terroristici non sono altro che le schegge e i detriti che questa incontrollata implosione produce e in parte fa piovere sulle nostre teste.

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[1] Il concetto di separazione tra stato e chiesa viene spesso ipocritamente inteso come se si avesse a che fare con sfere appartenenti a mondi diversi, come se per l’appunto l’universo morale fosse diverso per le due sfere. Ma non è così. Se fosse così lo stato potrebbe assurdamente proporsi come entità a-morale. Ad un livello inferiore, per un fare un’analogia forse non del tutto pertinente ma abbastanza indicativa, lo stesso concetto di separazione dei poteri del costituzionalismo liberale non implica che questi poteri possano andare ciascuno per i cavoli propri. E’ una separazione che va intesa come distinzione delle funzioni, collegata ad una ben circoscritta autonomia, all’interno di uno stesso stato.