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Erri De Luca o l’estremismo politico di successo

L’estremismo politico si divide grosso modo in due categorie: quello di destra e quello di sinistra. Il secondo è un fenomeno di dimensioni fisiologiche molto superiori al primo. L’estremista politico di destra è quasi sempre destinato a una carriera fallimentare: a volte con esiti tragici perché lo sciagurato si lascia irretire dalla violenza, e finisce ammazzato o in gattabuia; ma molto più spesso perché politicamente finisce per vivacchiare rancoroso nel suo ghetto. Le possibilità di successo per l’estremista politico di sinistra sono invece molto superiori (e questo spiega le maggiori dimensioni fisiologiche del fenomeno sopramenzionate); non tanto o non solo dal punto di vista politico, ma in generale, qualsiasi carriera questo bel tipo finisca poi per intraprendere.

L’estremista politico di successo è perciò nella quasi totalità dei casi un furbacchione di sinistra. La ragione prima delle sue fortune sta nell’essere un prodotto tipico di quella società che lui chiama capitalista, cosa che il distratto uomo della strada non arriva mai a capire. Egli ne è infatti un interprete acuto, ancorché questa acutezza di visione non gli derivi da una particolare intelligenza, ma dalla disinvoltura morale. Di questa società che disprezza egli sa infatti gustare impunemente i frutti proibiti. Nel suo delizioso maramaldeggiare al di qua e al di là dei confini delle libertà civili, l’aspirante estremista politico di successo deve solo badare a non combinarla grossa, tipo ammazzare o sequestrare qualcuno, o rapinare una banca. Se ci riesce, se non è proprio un caso disperato, è in una botte di ferro: il servizio passato tra i ranghi degli scalmanati gli sarà computato come un valore aggiunto dalla confraternita della società civile, pronta a vedere nei suoi eccessi un segno di magnanimità, di sensibilità e perfino di cultura, mentre la nomenklatura lo riconoscerà immancabilmente come uno dei suoi. L’estremista politico di successo è perciò nella sua essenza uno spregiudicato conformista.

Erri De Luca rappresenta uno di questi penosi casi. Militante di Lotta Continua negli anni ruggenti del terrorismo, non ha mai condannata quella che lui continua a chiamare una guerra civile tra militanti rivoluzionari e regime democristiano. Anzi, per questa cima della nostra cultura, par di capire, tale scontro fu necessario alla democratizzazione della società italiana. Abbandonata l’attività politica, il materialismo dialettico che la ispirava e che tutto giustificava, si trasformò in una sorta di vitalismo proletario: in un certo senso De Luca non cambiò le sue idee, ma si mise in proprio. Si diede ai mestieri manuali per qualche lustro e infine divenne scrittore di successo. Basta leggerne qualche estratto qua e là per capire che la cifra filosofica della sua opera è di tipo immanentistico-panteista, e si manifesta in una specie di fedeltà para-religiosa e anti-intellettualistica alla Madre Terra in tutti i suoi aspetti, non solo quelli comunemente reputati piacevoli: è perciò anche una fedeltà alla corruzione e alla morte.

Di questo materialismo dialettico rivoluzionario (che è una forma d’immanentismo) condito di vitalismo ed ecologismo, e ridotto in pillole spesso sentenziose e di facile presa , Erri De Luca ha fatto la formula vincente dei suoi libri. Oggi è un cane sciolto perfettamente integrato (mentre prima, s’intende, lo era solo imperfettamente) e in tale veste recita da santone della società civile. Non gli mancava che il martirio. All’uopo è diventato fervente sostenitore della causa di quei noti fuori di testa conosciuti come No Tav (sorta di setta ereticale medievale del terzo millennio, piuttosto manesca) e si è distinto per dichiarazioni al confine tra il lecito e l’illecito, finché l’ha fatta fuori del vaso e una magistratura impietosita dal suo caso ha deciso d’indagarlo. Poi, per la gioia dei suoi fans, è finito sotto processo, accusato d’istigazione a delinquere. Oggi il trionfo è ormai vicino. Come previsto la procura di Torino ci è andata morbidissima richiedendo otto mesi di reclusione per il sobillatore. Adesso si prospettano due finali, ambedue bellissimi: Erri viene assolto, e con lui è la democrazia a vincere; Erri viene condannato a una pena irrisoria, e diventa un simbolo mondiale della dissidenza, un eroe dell’umanità, e si mette in tasca mezzo Nobel per la Letteratura.

Prossimo alla meta, da parte sua Erri gigioneggia magnanimo: «Non sono un martire, non sono vittima» dice, «sono un testimone della volontà di censura della parola». Io direi piuttosto – e penso d’esprimermi con l’equanimità e la misura che sempre mi contraddistinguono – la star di un’esemplare storia di regime.

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I consigli di Cazeneuve

Bernard Cazeneuve, ministro dell’interno dell’attuale governo socialista nel paese dei diritti umani, l’inimitabile Francia, ha rilasciato un’interessante – e interessantissima per noi italiani – intervista televisiva sul problema dei migranti bloccati alla frontiera di Ventimiglia. Eccone alcuni brani riportati da “Le Figaro”:

«Cosa succede a Ventimiglia? C’è la necessità di far rispettare le regole di Schengen e di Dublino. Quali sono queste regole? Quando in Francia arrivano dei migranti passati per l’Italia e registrati in Italia, il diritto europeo vuole che siano ricondotti in Italia. (…) Abbiamo avuto circa 8.000 ingressi dall’inizio dell’anno e abbiamo ricondotto più di 6.000 persone in Italia. Alcuni migranti che sono stati ricondotti in Italia vogliono rientrare in Francia (…) Non devono entrare e devono essere presi in carico dall’Italia. Non c’è un blocco della frontiera, perché siamo in uno spazio aperto; c’è semplicemente il rispetto alla frontiera franco-italiana delle regole di Schengen e Dublino. (…) Dall’inizio dell’anno 50.000 migranti sono arrivati in Grecia, 50.000 sono arrivati in Italia (…) Ci sono dei migranti irregolari per ragioni economiche, che vengono dall’Africa occidentale [in buona parte francofona, NdZ] che non sono sulla via dell’esodo a motivo di persecuzioni subite, ma per la volontà di vivere meglio in Europa. Non possiamo accoglierli, bisogna che siano ricondotti alla frontiera, in Africa.»

Parole di una chiarezza cristallina e sommamente ipocrita allo stesso tempo, come non di rado succede in politica: l’umanità e la fraternità vengono tranquillamente spazzate via dalla necessità di rispettare le regole, le stesse che quando fa comodo vengono a loro volta spazzate vie dal diritto di ingerenza umanitaria. Chissà cosa succederebbe se l’Italia seguisse davvero la “retta via” indicata da Cazeneuve. Probabilmente con lo strepito col quale riusciamo, o meglio, non riusciamo a fare le cose, passeremmo subito per carnefici agli occhi del mondo. Sì, perché tra le righe del discorso del ministro francese si può leggere anche l’irritazione verso un paese, il nostro, che non ha ancora imparato a stare il mondo. Un discorsetto che si può riassumere così:

«Cari italiani, sappiamo come stanno le cose: di questi cosiddetti migranti solo una piccola parte fugge davvero le persecuzioni, la guerra, la fame. La grande maggioranza è spinta dal sogno di una vita migliore che sembra loro a portata di mano. Lo vedete anche voi: nonostante i patimenti del viaggio, è quasi tutta gente in carne; pochissimi sono vestiti di stracci; c’è molta gioventù prestante, abile ed arruolabile. Noi umanamente li capiamo, ma – siamo seri – non possiamo mica assistere passivi a queste nuove invasioni barbariche. Quindi, cari italiani, non fate tanto casino. Datevi da fare, piuttosto. Organizzatevi. Rinchiudeteli in vari centri. Identificate chi veramente ha diritto all’asilo. Diciamo che il 10% è una percentuale credibile. Gli altri rispediteli senza tanto chiasso in Africa. Allora sulla base di quel 10% potremmo parlare di quote da sparpagliare nella nostra bella Europa. Se foste un paese serio, un paese con un minimo d’amor proprio, con un minimo di sentimento nazionale, fareste tutto ciò con la massima discrezione possibile. E parlo anche dei vostri giornalisti chiacchieroni. Mille anni di storia nazionale hanno insegnato ai nostri imbrattacarte a sapersi elegantemente autocensurare, o almeno a misurare le parole, quando ciò giova alla patria.»

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Perché Berlusconi non ha (ancora) un successore

Le reazioni di media e politici di area potenzialmente conservatrice ai risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria spiegano chiaramente perché Berlusconi è ancora il leader del centrodestra italiano: è infatti l’unico ad aver parlato schietto e con qualche grado di ragionevolezza; tutto il resto della ciurma si è abbandonato alla disperazione o al velleitarismo. Berlusconi ha ribadito ancora una volta la bontà del suo progetto politico originale: la riunione di tutto il centrodestra italiano, senza preclusioni di sorta. Primo: perché è sensato farlo; secondo: perché non c’è alcuna alternativa.

Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Ma sembra che a parte Berlusconi nessun altro abbia tratto le conseguenze di questa elementare verità; che nessuno abbia avuto veramente coscienza di cosa voglia dire affondare la piattaforma politica berlusconiana. Sembra invece prevalere l’insofferenza, l’incapacità di non farsi travolgere dalle delusioni, la voglia di far fruttare le rendite di posizione. Per andare dove? Verso l’irrilevanza, il nulla.

Qualcuno, ingenuamente, si è fatto perfino infinocchiare dalle lusinghe della grande stampa borghese, che all’elettorato conservatore aveva spedito questo messaggio gravido di promesse ineffabili: il berlusconismo è populismo; il berlusconismo è un’anomalia; ci si liberi di Berlusconi e finalmente anche l’Italia avrà un centrodestra perbene, normale, europeo. Si è ben visto, invece, cosa abbia significato l’indebolimento di Berlusconi: l’esplosione del populismo vero e proprio alla sua destra; e del perbenismo democristiano alla sua sinistra. Qualcuno, per frustrazione o per qualche altro meno nobile motivo, ha cominciato ad usare il linguaggio della sinistra, lagnandosi del padre-padrone Berlusconi. Ma dire che Berlusconi è (o è stato) il padre-padrone del centrodestra, oltre che una grossolana esagerazione, è anche un modo per dire che se Berlusconi è il perno attorno al quale ruota tutto il centrodestra, non lo è in virtù del suo, propriamente suo, progetto politico. Che così sia, invece, dall’altra parte l’hanno sempre capito benissimo, fosse solo per istinto.

E’ per questo che i media, che gli sono ostili quasi in blocco, hanno sempre amplificato non solo le divisioni all’interno del centrodestra, ma anche le avanzate elettorali dei leghisti a scapito (apparentemente) degli italo-forzuti. E’ assai divertente, per esempio, rileggere per l’ennesima volta, come se fosse la prima volta, e come se tutti l’avessero dimenticata, la storiella della Lega – il partito strutturato, legato al territorio e vicino alla mitica gente – destinata a mangiarsi Forza Italia, il partito di plastica. Quante volte abbiamo sentita questa profezia, poi puntualmente smentita dai fatti? Capisco benissimo che siano proprio i giornali ostili al centrodestra a lusingare Salvini in questa direzione. Sorprende, anche se non troppo, che anche in quelli vicini al centrodestra si flirti con quest’ipotesi, che farebbe la felicità del partito de La Repubblica.

Quali siano poi gli straordinari meriti della svolta lepenista, nazionale, di Salvini è difficile capire. Forse – ma è ancora tutto da vedere – quello di aver semplificato il quadro della politica identitaria a destra. La sua rimane comunque un’operazione di chi massimizza i vantaggi di una posizione di minoranza, infischiandosi del quadro generale. Non occorre intelligenza politica per fare una cosa del genere: basta l’istinto. Ma è la politica di un perdente, o meglio, di chi in cuor suo non pensa veramente in grande. In una parola, è ancora velleitarismo. Come quello di Fitto, la cui “rivolta” viene in questi giorni cantata dalla stessa stampa di sinistra che lusinga Salvini. E’ lo stesso Fitto che tempo fa metteva il broncio (il tipo è di una musoneria spaventosa) perché Berlusconi non era abbastanza brutale col traditore Alfano; mentre oggi, esattamente come Alfano, dice «mai con Salvini». Mentre Salvini dice «mai con Alfano». Dove vogliano arrivare queste cime, lo sa Iddio!

Ma non sono poi troppo diversi da loro i quattro gatti liberali che non hanno perdonato a Berlusconi – con tutti i suoi voti! – la mancata rivoluzione liberale. Dimenticano troppo facilmente la guerra a tutti i livelli che Berlusconi ha dovuto subire; il fatto che spesso la sua azione politica si è ridotta giocoforza al primum vivere (e che Berlusconi vivesse era …vitale); il fatto che spesso a remare contro erano gli stessi alleati e che le resistenze stavano anche dentro il suo partito; il fatto che spesso in realtà al popolo italiano (il popolo italiano vero, anche di centrodestra, non quello immaginato dai liberali) le ricette liberali in economia piacciono solo sulla carta; il fatto che lo stesso Berlusconi probabilmente non ha idee chiarissime e propositi ferrei, ma gli altri meno ancora di lui. Se anche fossero giustificate tutte le lagne dei liberali contro Berlusconi (e molte lo sono) ciò non significa che per dispetto bisogna cadere nell’irrazionalità, e cominciare a coltivare illusioni stranissime, a volte flirtando con soluzioni palingenetiche, come se dai cataclismi e dalle ceneri della vecchia Italia potesse spuntare all’improvviso quel paese d’elezione dove loro hanno sempre sognato di far politica; quel paese d’elezione che in realtà non esiste nemmeno in Europa.

E che dire di quei cattolici che adesso denunciano la svolta moderatamente libertina di Forza Italia, dopo che se sono andati lasciando il campo libero alla vecchia corrente liberal-socialista, e che fanno finta di non vedere che i partiti popolari europei cui dicono di rifarsi questo libertinismo moderato l’hanno abbracciato da anni, se non da lustri? Meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che se all’orizzonte non si vede alcun successore di Berlusconi è prima di tutto perché non si fa avanti nessuno che sia veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine; cioè che dimostri quell’ampiezza di visione politica che è il miglior retaggio del berlusconismo, al di là di quegli aspetti pittoreschi (e a volte anche ridicoli, se vogliamo) che catturano l’attenzione dei pedanti, dei faziosi e dei mediocri.

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[RISPOSTA AD UN COMMENTO SU LSBLOG – Il fatto è che “per essere veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine”, oltre a non avere, auspicabilmente, i difetti di Berlusconi, bisogna anche avere, in un contesto come quello italiano, e per parlar chiaro, “due palle così” (scusate). Cioè qualcuno che, oltre a fare bei discorsi, sappia anche resistere al fuoco delle polemiche politiche, a quello dei media, e magari alle attenzioni della magistratura, nel momento in cui dimostrasse di voler veramente incamminarsi verso il progetto di un centrodestra “fusionista” aperto anche alla destra “identitaria” (tranne ovviamente gli estremisti fatti e finiti). Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, è che il berlusconismo rappresenta un tentativo di “normalizzazione” della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un riflesso animalesco, la damnatio memoriae). Il successo definitivo del progetto berlusconiano costringerebbe anche il resto dello spettro politico a normalizzarsi; spettro politico oggi diviso, non a caso, tra l’anomalia Renzi, sempre più simile ad una specie di veltronismo muscolare, e l’anomalia di una sinistra massimalista (compreso Grillo) di proporzioni nient’affatto fisiologiche. Dietro queste anomalie c’è tutta la nomenklatura (e a tutti i livelli) di quell’Italia “antifascista” che i conti con la storia non ha ancora veramente fatti. Davvero pensa che i personaggi dai lei citati saprebbero e avrebbero saputo raccogliere questa sfida, non dalle sale ovattate del quartier generale, ma sotto il fuoco delle pallottole?]

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La commedia degli onesti

A Maurizio Landini sono sfuggite parole piuttosto sgradevoli nei confronti del Presidente del Consiglio: «Renzi», ha detto il leader della Fiom, «non ha il consenso delle persone oneste». La frasetta velenosa ha fatto rumore. A Landini hanno tirato le orecchie non solo esponenti del governo o della politica in generale, ma anche pezzi grossi di Confindustria, nonché tutte le gazzette della penisola, tranne quelle dei fanatici. Benché giustificata, c’è qualcosa di vagamente surreale in questa corale rampogna.

La potentissima mafia degli onesti assedia la repubblica italiana fin dalla sua nascita. Sui manifesti della campagna elettorale del 1953, ad esempio, si poteva leggere: «Votate P.C.I. – Per un governo di uomini onesti», oppure «Vota comunista – Per l’onestà contro la corruzione». Con il crollo del comunismo l’onestà (e la disonestà degli altri) è diventata l’unico argomento, l’unica ragione d’essere, l’unico messaggio politico della sinistra orfana del marxismo; anche se qualcuno osserverà, a ragione, che la politica dovrebbe essere connaturata proprio a quella società civile che ci ha fatto uscire dallo stadio belluino dei buoni contro i cattivi. Da noi la società civile è invece una sceltissima parte della società, è la Cassazione dell’opinione pubblica, e propugna esattamente questo: la lotta dei buoni contro i cattivi, la lotta della società civile contro la società incivile.

Ed è così che un po’ alla volta il minaccioso partito dell’onestà e La Repubblica hanno rimpiazzato il partitone comunista e L’Unità, finendo per guadagnare alla loro sbrigativa causa anche la grande stampa pantofolaia milanese e torinese. Mettere in dubbio l’onestà, ed anzi proclamare la disonestà genetica di democristiani, socialisti craxiani e berlusconiani è stato per decenni il passatempo preferito dell’autoproclamatasi società civile, dei suoi referenti politici e dei suoi organi di stampa, un vero e proprio segno di distinzione; e denunciare cricche e caste è diventata tutta la beata occupazione di un’armata di giornalisti, politici, e intellettuali di complemento.

Col tempo la malattia si è estesa a tutto un popolo: ad un certo punto in Italia non si trovava più neanche un povero cane pidocchioso che non si ritenesse onesto, offeso, umiliato e buggerato dalle cricche. Ma così, purtroppo, alla razza disonesta veniva a mancare il materiale umano. E’ stato dunque per un’impellente necessità organica che il corpo della nazione ha partorito la fazione vaffanculista (quella propriamente detta e quella di rincalzo) e il suo quotidiano di riferimento: è il partito degli onestissimi indispensabile a rimettere in moto la circolazione; il quale adesso usa il linguaggio degli onesti contro il partito degli onesti; i quali adesso si sentono mortalmente offesi da tanta grossolana volgarità. Mentre la sullodata stampa pantofolaia riscopre all’improvviso tutta la nefanda bruttezza del giacobinismo di piazza.

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Articoli LSblog, Bene & Male

Brittany, gli stoici e la Chiesa Cattolica

«“Il suicidio assistito è un’assurdità” perché “la dignità è altra cosa che mettere fine alla propria vita.” Le gravi parole di Mons. Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la vita, nel severo commento alla vicenda di Brittany Maynard, meritano qualche riflessione. Innanzitutto, definire un’assurdità il suicidio significa ignorare deliberatamente un’illustre tradizione filosofica – la stoica – che rivendica il suicidio razionale come scelta doverosa da parte del saggio che non si sente più all’altezza del suo compito.» Così inizia un articolo apparso su Il Secolo XIX, peraltro nient’affatto oltranzista nei toni e nel contenuto, di Luisella Battaglia, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, dall’eloquente titolo “Perché il suicidio di Brittany non è indegno come dice il Vaticano”. Articolo sul quale voglio fare delle brevi osservazioni, in merito al pensiero degli stoici sul suicidio e alla posizione della Chiesa Cattolica sulla vicenda in questione.

Nelle due grandi correnti filosofiche che dominavano la scena nel mondo greco-romano all’avvento del cristianesimo, lo stoicismo e l’epicureismo, c’era dentro, come si usa dire oggi, tutto e il contrario di tutto; anche molto “cristianesimo”, soprattutto nella riflessione sui beni materiali e su quelli spirituali: in una parola, nella riflessione sul “vero bene” o sul “sommo bene”. In ciò il miglior stoicismo aveva molti punti in comune col miglior epicureismo; il quale ultimo si riduceva poi sostanzialmente all’opera di Epicuro, il cui pensiero andò presto incontro a quel generale travisamento grossolanamente materialista che tuttora ben conosciamo. Su questa nascosta vicinanza fra le due scuole di pensiero certi passi, quasi apologetici, dello stoico Seneca sopra la figura del filosofo del “piacere” risultano assai eloquenti.

E’ alla luce della più ampia riflessione sul “vero bene” che si capisce meglio quella sul suicidio degli stoici, la quale in realtà nel suo nocciolo è intimamente contraria a quella degli attuali sostenitori dell’eutanasia. La possibilità del suicidio, o del “lasciarsi morire”, negli stoici (e certo in Seneca, per esempio) viene generalmente contemplata quale segno di virile accettazione della morte e di disdegno verso l’attaccamento carnale alla vita. Il suicidio – quale extrema ratio, s’intende, – diventa così un’altra occasione per ribadire che il “vero bene”, incorruttibile e pieno, rimane nella “virtù”; che esso cioè è spirituale. Se in questo contesto la “qualità della vita” viene evocata è solo per significare che il suo deterioramento non intacca affatto ciò che è essenziale e che perdendo la vita in realtà nulla si perde. Nei sostenitori dell’eutanasia la prospettiva è diversa: il “vero bene” rimane chiuso nel cerchio della materia, anche quando intesa nel senso più largo del termine, comprensivo perciò delle sue proprietà intellettuali. Col deterioramento della “qualità della vita” è il “vero bene” a deteriorarsi: il suicidio assistito diventa in questo caso l’ultimo atto “ragionevole”, o “sensato”, prima dello spegnersi dell’autocoscienza.

Nella riflessione stoica sul suicidio c’è molto più pudore, più ubbidienza ad un fato o ad una volontà superiore che affermazione di libertà; e non è difficile scorgere in essa un embrione di speranza, un embrione di provvidenzialismo pre-cristiano: «libertà è ubbidire a Dio», scrive Seneca nel “De vita beata”. Sarà la risposta della Rivelazione, ossia il cristianesimo, ossia Dio, a completare questa riflessione e a dire a quest’uomo sull’orlo del sacrificio di se stesso, Abramo ed Isacco racchiusi in una sola persona: «non temere, abbi fiducia in me fino in fondo, non ti chiedo questo: farò tutto io, al momento dovuto».

Brittany Maynard, non si sa con quale grado di consapevolezza o di intima convinzione – ed è per questo che anche nel suo caso, come in tutti gli altri casi di suicidio, e come d’altra parte in tutti casi di “peccato”, la Chiesa Cattolica non ha giudicata, cioè “condannata”, la persona – si è proposta invece come esempio e “segno di contraddizione”, e allo scopo di conferire pubblicamente “dignità” ad un atto che la Chiesa giudica “intrinsecamente cattivo” ha cercato l’aiuto dei media. Tutte cose legittime, s’intende. Ma i media di tutto il mondo hanno trasformato il messaggio di Brittany in una campagna soffocante dal sapore semi-totalitario a favore dell’eutanasia. E’ a questa valanga che la Chiesa Cattolica assediata ha risposto, mettendo i puntini sulle “i”, non a Brittany. Ed è per questo che ora gli stessi media vogliono trasformare questa risposta al loro assedio nell’arcigno rimbrotto rivolto da una Chiesa senza cuore ad una giovane donna sfortunata.

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MIEI COMMENTI AL MIO E AD ALTRI ARTICOLI APPARSI SU LSBLOG SULLA VICENDA BRITTANY

Ripeto che mi sono limitato a delle brevi osservazioni su due punti dell’articolo della Battaglia. 1) L’accenno alla tradizione filosofica stoica, che (pur nella sua varietà) a mio parere non è pertinente (mentre lo è certamente quello a Hume, per esempio). 2) Le parole di Mons. Carrasco de Paula, che, sempre a mio parere, vanno intese, oltre che nella loro interezza, come una risposta, e direi pure un minimo di risposta, alla impressionante campagna mediatica a favore dell’eutanasia veicolata dal caso Brittany. In fondo non si aspettava altro: che qualche “prete” –  finalmente – dicesse qualche parolina non in linea con questa rappresentazione sciropposa del dramma di Brittany per parlare di una Chiesa senza cuore. Mi sembra che l’articolo della Battaglia – che, ripeto, non è affatto “oltranzista nei toni e nel contenuto” – sotto questo aspetto abbia un pagato un piccolo dazio all’isteria generale. Sono poi bel lontano dal pensare che a chi si trovi di fronte a scelte drammatiche che riguardano la propria persona sia per forza necessario l’ausilio della cultura. Non lo credo affatto. Non parlo di “consapevolezza” o “intima convinzione” da un punto di vista intellettuale, ma morale. Lo voleva, o non lo voleva? Lo voleva veramente? I cristiani non possono non farsi questa domanda, anche se si trattasse di Hume in persona… Non mi sfugge poi il fatto che l’insistenza della Chiesa sulla distinzione tra peccato (da condannare) e peccatore (verso il quale usare misericordia) possa sembrare una furbizia “gesuitica” compiacente ma nel fondo offensiva. A questo posso solo rispondere che non è così.

Primo. Quello di Seneca non è buon senso. Il “vivere bene” si riferisce alla vita morale, non a quella fisica. Una vita “virtuosa” è una vita interamente compiuta, che duri venti anni o che duri cento. “Egli pensa sempre quale sarà la vita, non quanto essa debba durare.” Perciò è pronto a lasciarla ogni giorno. (Esattamente come insegna il Cristianesimo). Come in tutta la sua opera egli attacca chi è schiavo dei beni materiali: perciò anche chi è attaccato “carnalmente” alla vita. E’ da questo punto di vista che bisogna intendere le sue parole. Ho scritto l’articolo proprio perché ho una lunga consuetudine con l’opera di Seneca. Secondo. La “povertà di spirito” (o “in spirito”) evangelica significa la “povertà nello spirito”, cioè la “non schiavitù delle ricchezze”, cioè la “non schiavitù dei beni materiali”. Il “povero nello spirito” è colui che non è “ricco” nel senso evangelico, cioè colui che non è schiavo dei beni di questa terra (che sono buoni, come tutta buona è la creazione, ma che possono essere occasione di corruzione morale). Il “povero nello spirito” è assai ambizioso: non mira ai beni di questa terra, ma al sommo bene: di lui sarà il regno dei cieli. E si dice “povero nello spirito” appunto perché questa “povertà” deve essere spirituale, non materiale. Anche chi è “benestante” può essere “povero nello spirito”. Lo stesso discorso vale per il “ricco”. Il “ricco” condannato dal Vangelo è il “ricco nello spirito”. Anche un miserabile può essere “ricco nello spirito”, cioè schiavo dei beni materiali. Insomma: “povero di spirito” significa “povero secondo lo spirito” (da elogiare) non “povero secondo la lettera”, e per converso, “ricco” significa “ricco secondo lo spirito” (condannabile, schiavo di Mammona) non “ricco secondo la lettera”. E’ stupefacente la confusione che si continua a fare, anche dentro la Chiesa Cattolica, su questi termini evangelici.

Giova poi ricordare che Seneca ebbe salute cagionevole fin da bambino, e più volte anche in età adulta lo dettero per spacciato. Molte volte avrebbe potuto “ragionevolmente” suicidarsi. Comunque basta leggersi il “De Providentia” (si fa presto, e lo si trova su Internet), nel quale tratta del significato della sofferenza e dell’atteggiamento di Dio, per capire che la prospettiva del “buon senso eutanasico” è del tutta estranea alla sua filosofia. D’altra parte, a ben guardare, quel conformismo mediatico che oggi contegnosamente celebra il precipitoso suicidio di Brittany, è lo stesso che in altri casi celebra il grossolano vitalismo di chi dice di “aver sconfitto il cancro”, o peggio ancora, “la bestia”, quasi che soccombere alla malattia fosse una vergogna. Nel primo e nel secondo caso, che sono le due facce di una stessa medaglia, io vedo solo un triste esorcismo collettivo. Se poi vogliamo parlare di “buon senso” in termini puramente umani, mi sembra strano che non si veda , che non si senta, come il gesto di Brittany abbia qualcosa di esagerato nella sua fretta, qualcosa che stride, per così dire, con la ragionevolezza dei sentimenti.

E allora mi si perdonerà se chiudo anch’io con una …citazione, metafore militari comprese, di quel Seneca seguace dello stoicismo che si è tirato in ballo per il caso Brittany – e non solo qui su LSblog, naturalmente – senza coglierne, a mio avviso, il vero spirito. “E cosa c’è di più precario dell’attesa di eventi accidentali e della mutevolezza delle condizioni fisiche e di quello che sul corpo influisce? Come è possibile che quest’uomo possa obbedire a Dio, accettare di buon animo ogni evenienza, non lamentarsi del suo destino e trovare il lato positivo in ogni situazione se anche il più piccolo stimolo piacevole e doloroso può sconvolgerlo? E non può essere neppure un buon difensore o salvatore della patria né proteggere gli amici se tende al piacere. Dunque, il sommo bene deve salire fino a un luogo da cui nessuna forza possa farlo precipitare e a cui non abbiano accesso dolore speranza e timore né alcuna altra emozione che possa intaccare il valore del sommo bene. Ma soltanto la virtù può salire fin là. Dovrà vincere questa salita col suo passo, terrà duro e sopporterà ogni evento non con rassegnazione ma di buon grado, ben sapendo che le avversità della vita sono una legge di natura e, da buon soldato, sopporterà le ferite, conterà le cicatrici e, anche in punto di morte, trafitto dalle frecce, amerà il comandante per cui è caduto. Avrà sempre in mente l’antica massima: segui Dio. Invece chi si lamenta, piange e si dispera è costretto a forza a eseguire gli ordini ed è obbligato lo stesso a obbedire, anche controvoglia. Ma che sciocchezza è questa di farsi trascinare invece di seguire? Così, per Ercole, è stupidità e incoscienza della propria condizione affliggerti se qualcosa ti manca o ti è difficile da sopportare e stupirsi o indignarsi di quanto capita ai buoni come ai malvagi: intendo malattie, lutti, infermità e tutte le altre traversie della vita umana. Affrontiamo dunque, con grande forza d’animo, tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. E’ un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: libertà è ubbidire a Dio.” (De vita beata)

Che Dio non voglia la sofferenza degli uomini mi sembra pacifico, visto che li vuole in paradiso. E visto che Cristo invita tutti ad esser “lieti”. “Accettare” la sofferenza non significa certo “ricercare” attivamente la sofferenza – cosa che denoterebbe quantomeno uno stato patologico – non fosse altro perché significherebbe presumere di saperne più della Provvidenza, ossia più di Dio. Ma la sofferenza esiste in questo mondo. L’uomo in qualche misura “soffre” anche quando è perfettamente sano. Il Cristianesimo ci dà una risposta sul perché e sul come affrontare – la croce di Cristo – spiritualmente questa sofferenza. E ci dice – sorridendoci, per così dire – che questo male, che non può venire direttamente da ciò che è Sommo Bene, cioè Dio, Dio stesso lo trasforma in bene, modulandolo ai fini della nostra salvezza. In altre parole è Dio che nella sofferenza lega le mani al Diavolo, che non mira (o non mira solo) alla nostra rovina fisica, se noi da Lui ci facciamo guidare. Naturalmente ciascuno è libero di considerare queste considerazioni delle solenni corbellerie… però ci tengo che siano ortodosse (nel senso di cattoliche)…

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I voltagabbana neo-occidentalisti

Lo so: è antipatico dire «l’avevo detto». Ma mi preme far luce su un importante rivolgimento culturale che sta completamente sfuggendo all’occhio del nostro mondo conservatore-liberale e che è il vero motivo per cui da qualche tempo ci stiamo dividendo in quella materia della politica estera che tradizionalmente ci ha invece sempre visti uniti: i progressisti si stanno impadronendo dell’idea dell’Occidente. Per quale motivo? Perché l’Occidente in realtà sta vincendo. E questo durerà fino a quando una qualche Cina o India si ergerà minacciosa contro di esso: allora gli opportunisti torneranno pacifisti.

Ne scrissi per esempio qualche giorno fa: «… con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del “patriottismo costituzionale”?»

Ma di questo fenomeno scorsi i primi sintomi già nel 2011: «Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. (…) Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.»

Il voltagabbanismo nel nostro paese ha una tradizione gloriosa: per cui non sorprende che il manifesto dei neo-occidentalisti italiani appaia ora sulle pagine de La Repubblica, per la firma del direttore Ezio Mauro. Dobbiamo stare attenti. Dobbiamo fermare questo imbroglio. Ricordiamoci, per esempio, che nella nostra bella Italia, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale su nessun manuale di storia si può leggere che le roccaforti del fascismo si trasformarono nel giro di qualche mese nelle roccaforti del comunismo; che il cuore del consenso fascista divenne poi quello del consenso antifascista. Il radicalismo islamico è un falò che può bruciacchiare il mondo, non farlo suo. E’ un mondo che muore. Quando ciò apparirà chiaro i laico-progressisti non avranno più remore. Saranno loro che si dimostreranno i più sprezzanti verso gli islamici. E subito dopo cominceranno a scomunicare e ad accusarci di essere – noi – anti-occidentali.

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Lo stupido conflitto ucraino

Per quanto incerta, ondivaga e diciamo pure sgangherata, sembra che mai come oggi la politica estera di Stati Uniti ed Europa sia stata così concorde. Lo è però per un fattore di debolezza oggettiva (ed incolpevole). Viene comunque smentita la diffusa convinzione che col crollo del comunismo nel nuovo mondo multipolare, che si profilava all’orizzonte, Europa e Stati Uniti sarebbero andati ciascuno per la sua strada. Nel mio piccolo contestai questa predizione già nel 2007, parlando provocatoriamente di inevitabile alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La mia convinzione era che proprio in un mondo caratterizzato da potenze emergenti di stazza continentale (ed alcune di consistenza demografica perfino sgomentevole), nelle quali la crescita economica si sarebbe accompagnata fatalmente a richieste crescenti di libertà individuale, la tentazione di risolvere gli squilibri interni attraverso la politica di potenza (una sorta di proiezione su scala mondiale, mutatis mutandis, dei traumi vissuti nella vecchia Europa all’apparire del novecento dopo la grande corsa del XIX secolo), questa tentazione, dicevo, sarebbe stato il vero pericolo globale (più ancora di un Islam che si sta fragorosamente suicidando) che il vecchio Occidente avrebbe dovuto affrontare, tanto da spingerlo, volente o nolente, a fare quadrato. Tra queste potenze citavo anche la Russia (benché non la considerassi, e non la consideri affatto, la più pericolosa): «La Russia “semidemocratica e neozarista”», scrivevo, «ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale.» Tale sbagliata predizione sulla rottura dell’asse occidentale era figlia del realismo politico, che riesce ad essere la più ottusa delle dottrine politiche quando manca di temperanza. In fin dei conti l’ultra-realista politico ha una visione meramente orizzontale, quantitativa, spaziale della geopolitica. Eccolo lì a compulsare le sue tre mappe del mondo: quella geografica, che illustra la posizione e la consistenza territoriale dei singoli paesi; quella demografica, che disegni scenari molto diversi; e quella economica, che ne disegna di più diversi ancora. Su questo sfondo composito fa agire l’uomo hobbesiano, in tutta la sua astrattezza deterministica.

Vi è infatti anche una dimensione verticale, culturale, temporale della geopolitica. Il 2014 in Europa equivale al 2014 in India solo per la statistica e per la superficie delle cose, non certo per i movimenti che agitano gli strati profondi della società. Nello scritto sopra richiamato identificavo, per mera comodità dialettica, nella Zivilisation il fattore dinamico, libertario, universalista, progressivo che vivifica la società: la sua anima (la perversione rivoluzionaria confonde l’anima col corpo); e nella Kultur il fattore statico, identitario, conservatore che ne attesta l’esistenza: il suo corpo (la perversione reazionaria confonde il corpo con l’anima). In fin dei conti anche le nazioni sono fatte di corpo e di anima: un paese che si chiude in se stesso, nel suo corpo, prepara il suo sarcofago e finisce logicamente nella polvere, non prima magari di aver eliminato qualche corpo estraneo; un paese che corre dietro ai soli bisogni dello spirito finisce invece per rinnegare il suo corpo, e non è un caso che gli auto-genocidi siano una specialità giacobina. Un paese che trova un equilibrio tra le istanze democratiche e civilizzatrici e le resistenze culturali e quelle delle classi dominanti è un paese che trova il suo passo, è un paese in continuo movimento, ma senza strappi. Un paese che perde questo equilibrio diventa instabile, aggressivo, pericoloso. La Francia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo delle idee inglesi? Eppure essa divenne il nemico numero uno della Gran Bretagna. La Russia rivoluzionaria non segnava forse il trionfo dell’occidentalismo? Eppure essa divenne il nemico numero uno dell’Occidente.

Ciò detto, facciamoci la seguente domanda: la Russia di Putin rappresenta forse una patologia o è un paese che ha trovato un suo accettabile equilibrio? La mia risposta è che la Russia putiniana non rappresenta affatto una patologia. Posso capire il nervosismo di baltici o polacchi, ma pensare che Putin abbia mire su di loro non sta né in cielo né in terra. In realtà la stabilità ritrovata dalla Russia putiniana rappresentava la situazione ideale per l’Occidente: i paesi europei propriamente detti dell’ex Patto di Varsavia o dell’ex Unione Sovietica avevano ritrovato la propria casa, ed erano entrati nella Nato; i paesi non propriamente europei o per niente europei, a vario grado russificati, che facevano parte dell’ex Unione Sovietica, avevano trovato o ritrovato la loro indipendenza e costituivano una vastissima zona cuscinetto tra la Russia e l’Europa e tra la Russia e l’Asia; ciò consentiva all’Occidente di concentrare le proprie forze nella lotta al radicalismo islamico e di monitorare attentamente, e con agio, la crescita di potenze asiatiche semplicemente ciclopiche dal punto di vista demografico. In questo quadro la Russia, anche quella putiniana, era già, almeno in parte, e sicuramente in prospettiva, Occidente.

Invece, stoltamente, si scelse di risvegliare l’orso dal letargo. Quale necessità avesse l’Occidente di patrocinare l’entrata di Georgia e Ucraina nella Nato è un mistero. Non capire poi quale tasto delicato si andasse a toccare nel cercare di strappare l’Ucraina alla storia russa per collocarla artificialmente in quella europea è un mistero ancora più grande. Non un rozzo fanatico qualsiasi, ma un “reazionario” (rigorosamente tra virgolette) come Solzhenitsyn pensava che Russi, Bielorussi e Ucraini costituissero un solo popolo che l’invasione mongola e la colonizzazione polacca avevano separato. Per lo scrittore russo, sotto il dominio lituano e polacco «i Russi Bianchi [Bielorussi] e i Piccoli Russi [Ucraini] si consideravano Russi e combattevano contro la polonizzazione e il cattolicesimo». Eppure Solzhenitsyn non era affatto un imperialista: auspicava anzi la la pronta separazione dalla Russia delle altre nazioni che furono sotto il giogo sovietico, quelle baltiche, quelle caucasiche, quelle centro-asiatiche. Bisognava inoltre tenere in debito conto che la nuova Ucraina indipendente era nei fatti una grande Ucraina che aveva poco a che fare con l’Ucraina storica, un paese nel quale ad una popolazione in parte culturalmente russificata si aggiungeva una popolazione genuinamente russa; che in vent’anni d’indipendenza il processo di ucrainizzazione del paese, nonostante le mene moscovite, aveva camminato con passo spedito nei media e nelle scuole; e che tutto ciò costituiva un crescente motivo di tensione all’interno del paese. Ciononostante, l’Occidente scelse non solo di appoggiare ma di sponsorizzare una linea rivoluzionaria fondata sul sentimento anti-russo: che il paese si spaccasse era inevitabile.

Un grande, inutile errore. Anche per il popolo ucraino. La cui spiegazione è questa: che con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del patriottismo costituzionale? Puntualmente sfoderata quando si tratta di metterla al servizio dell’Onu, o di patrocinare rivoluzioni frivole e insensate contro ragionevolissimi despoti alla camomilla come Mubarak, e puntualmente rinfoderata quando si tratta di far fronte all’Islam puro e duro, questa ideologia democratica non poteva non riconoscere in Putin il diavolo per eccellenza, e nella sua Russia quell’Impero del Male che al tempo del comunismo, nonostante l’immane carneficina e gli arcipelaghi Gulag, i suoi attuali interpreti non vollero mai riconoscere.

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Vitalità dell’Islam? No, convulsioni

Nel web gira una mappa che rivelerebbe i grandiosi progetti del nuovo Califfato che ha visto la luce recentemente tra Siria e Iraq. In essa è compresa buona parte dell’Africa (da quella mediterranea in giù fino all’altezza, circa, del Camerun sull’Oceano Atlantico e del nord della Tanzania su quello Indiano); la penisola arabica, la Mesopotamia, l’Iran, il Pakistan, l’Afghanistan, la Turchia, il Caucaso e parte della Russia fino al limite settentrionale del Mar Caspio, e tutta la vastissima regione turco-asiatica, fin dentro l’attuale territorio cinese; la penisola iberica; i Balcani e l’Austria. In sostanza, con l’eccezione dei paesi musulmani dell’Estremo Oriente, essa non è tanto la mappa dell’Islam al momento della sua massima espansione, ma piuttosto la somma virtuale di tutte le conquiste territoriali dell’Islam di tutti i tempi. Faremmo un errore perciò nel vedere in essa solo un folle progetto, o un sogno di Reconquista: per i fanatici dell’Isis, in profonda sintonia però con lo spirito islamico, questa mappa prima di tutto corrisponde già ora al Califfato. Se una zolla di terreno entra nel recinto dell’Islam non può più uscirne: è terra consacrata una volta per tutte. Dalla dār al-Islām non si torna indietro. Questo perché l’universalismo e il monoteismo cristiano non servirono a Maometto per distinguere la sfera civile da quella religiosa, come accadde nel pagano mondo greco-romano, ma per legarle definitivamente, per assolutizzare e rendere sacra la sfera civile, cioè la terra. Maometto ha legato i destini della Gerusalemme Terrena e di quella Celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

Invece il Cristianesimo, proprio perché ha purificato il concetto di sacro, ha una forte carica dissacratoria. Nell’antichità questa cosa era sentita istintivamente, e probabilmente anche oggi fuori del mondo cristiano-occidentale. Col Cristianesimo compare un Dio finalmente personale e perciò universale. Ciò implica la desacralizzazione di qualsiasi autorità terrena, e insieme di ciò che essa rappresenta, un popolo, una tribù, uno stato. Il politeismo e i sacrifici di animali (frutti di un oscuro senso di colpa) furono un percorso di avvicinamento a questa purificazione. Nello stesso tempo il monoteismo del popolo cui parlò il Dio della Rivelazione era ancora rinchiuso – come nel grembo di una madre, per così dire – nel pregiudizio etnico. La comparsa del Dio-Uomo non rinnega, ma perfeziona, completa, compie questo percorso e perciò ne abolisce i caratteri. L’uomo viene restituito alla divinità. Ancorché in esilio, egli si riconcilia con l’Essere, cui appartiene. Rimane soggetto al Divenire, alla dimensione del tempo e dello spazio, ma non ne è più schiavo. Da esso non è più assorbito. Non c’è più né Giudeo né Greco: ma questo, in senso lato, riguarda tutti i popoli, non solo Israele.

Questo non vuol dire che il Cristianesimo abbia abolito i popoli: semplicemente li ha consegnati al secolo. Il Cristianesimo non rifiuta la storia, ma dà al secolo ciò che è del secolo. La secolarizzazione (quella vera e buona) è figlia sua. E solo con la secolarizzazione si può parlare di una Legge Positiva vera e propria (anche se essa già veniva adombrata nella Legge Mosaica intesa in senso stretto, distinta dal Decalogo). L’elastico rapporto tra la Legge Morale e la Legge Positiva definisce il campo delle libertà civili della civiltà cristiana/occidentale. L’espandersi della libertà individuale, che è naturale, tende sempre ad accompagnarsi alla trasgressione e alla negazione della Legge Morale; ma lo spirito di autoconservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva (e in ultima analisi liberticida): non si torna indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà civile ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire – in coscienza – la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati.

Se vogliamo chiamare questo processo col vago nome di modernità, ebbene esso non potrà mai abbattere il Cristianesimo, perché è figlio suo, e perché solo il Cristianesimo lo può sostenere in prospettiva. Il popolo appartiene al secolo, l’individuo a Dio: essi camminano insieme nella storia. Ma l’Islam, come succede ai totalitarismi, terre promesse terrene, rifiuta la storia. La modernità lo sta piano piano uccidendo: quelle cui stiamo assistendo non sono manifestazioni di vitalità, ma le convulsioni di un mondo in agonia.

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L’Islam alle strette

Ma insomma: può esistere un Islam “moderato”, compatibile con la “modernità”, o l’Islam è costituzionalmente condannato al fanatismo integralista? Lo stesso fatto che ci poniamo questa domanda dimostra che involontariamente noi tutti, in Occidente, abbiamo assimilato un concetto di “religione” mutuato dalla natura del Cristianesimo, e che la nostra, nel più largo senso del termine, è una civiltà cristiana. Direi che i caratteri salienti di questa civiltà sono due: l’universalismo e la distinzione tra l’ambito pubblico e quello religioso, ambedue conseguenze del fatto che l’individuo, riconosciuto come figlio di Dio, viene dogmaticamente, per così dire, sottratto alla completa sottomissione a qualsiasi tipo di comunità o autorità terrena: egli non rinnega il suo clan, la sua tribù, la sua polis, il suo popolo, la sua “cultura”, ma non vi si identifica più. Ciò significa, inoltre, che l’uomo non può più trovare sulla terra la sua “compiutezza”, il suo “Essere”, per usare il linguaggio dei filosofi, ma deve necessariamente sperare in un destino ultraterreno, sperare di trovare la sua compiutezza in una comunità divina che nella Chiesa ha la sua ombra nel “Divenire” di questo mondo. L’Occidente non ancora cristiano aveva già conosciuto questo dialettica nella “profetica” figura di Socrate, esemplarmente ubbidiente alle leggi ed esemplarmente ubbidiente al suo “demone”. E non è un caso che il sogno impossibile (o l’incubo) della Repubblica di Platone trovi sfogo alla fine in una grandiosa visione escatologica. Ma alle indagini di Socrate e Platone mancava ancora la risposta della Rivelazione, la conferma divina.

Già nell’Antico Testamento, invece, troviamo i semi della civiltà cristiana propriamente detta. Il Decalogo già si distingue dalle “leggi di giustizia”, e ne costituisce una specie di prologo morale, scritto nella pietra dallo stesso “dito di Dio”, a differenza della Legge Mosaica vera e propria, che viene dettata. E’ Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele. E’ solo alla “stirpe di Aronne” che viene riservato l’officio sacerdotale. E la tribù dei Leviti, alla quale Aronne appartiene e che si occupa della gestione del culto religioso, è l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non vengano assegnati territori. E’ poi a Mosè stesso che Dio annuncia che non metterà piede nella Terra Promessa: a significare che essa è solo il pegno di quella vera Terra Promessa cui non si accede coi piedi ma attraverso la morte. Ed è così che appena un secolo dopo la morte di Gesù, Giustino Martire può scrivere, in una “Apologia per i cristiani” indirizzata all’imperatore Antonino il Pio, parole di una chiarezza sorprendente: «Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui. In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.»

Ma nell’Islam non c’è niente di tutto questo. Maometto fu per certi versi più un rivoluzionario che un profeta. Nel secolo scorso i vari Lenin, Mao, o Pol Pot, si servirono dell’idea di uguaglianza, figlia dell’universalismo cristiano, per conquistare il potere. E per certi versi il comunismo è stata una specie di eresia millenaristica. Il Corano di Maometto, non per caso sentito nel Medioevo come eretico, fu una confusa sistemazione di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento. Anche il mercante Maometto, come i rivoluzionari dei tempi moderni, fece, per così dire, le sue scuole in Occidente. Gli Arabi apparivano allora come l’etnia culturalmente meno indicata all’impiantarsi del monoteismo. Fra loro dominava il vincolo tribale. L’arabista Francesco Gabrieli descrive così la loro religione: «La religione della maggior parte di questi Arabi […] è un elementare polidemonismo, con elementi di feticismo e animismo. Gli Arabi adoravano uno svariato pantheon di divinità, nessuna delle quali ha però mai assunto forme sviluppate e personali, né è mai arrivata a sormontare decisamente sulle altre dando luogo a un enoteismo.» Maometto ebbe il genio di capire che appropriandosi dell’irresistibile ideale dell’universalismo cristiano e facendo leva sugli scontenti (e sugli ambiziosi), poteva rompere il vincolo tribale e assicurarsi il potere in una società così frazionata: l’unico profeta dell’unico Dio diventava l’unico capo …della tribù universale. Non bisogna perciò stupirsi che l’Islam abbia attecchito in tanti parti del mondo: esso porta con sé, seppur distorta da un afflato millenaristisco e settario, un’idea di uguaglianza e fratellanza.

Se il monoteismo fu la scala che portò Maometto al potere, il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; il Corano riflette la storia di questo consolidamento. Non avendo mai distinto Dio da Cesare, l’Islam è una “religione” senza una Chiesa, una religione fatta molto più di precetti che di dogmi. Precetti che si confondono con la legge. Dalla Sunna agli Hadith questa precettistica si è andata ampliando fino all’abuso, comprese le provvidenziali scappatoie che l’incontrollata legiferazione introduce allo scopo di annullare se stessa. Per cui non è del tutto sorprendente che nell’Europa di qualche secolo fa, specie nelle lettere e nelle arti, si potesse affermare l’immagine di un Islam accomodante e sensuale. Ma coi trucchi non si avanza all’infinito.

Il Cristianesimo si stende invece sul corso della storia e sul corpo del mondo modellandolo con dolcezza e costanza. Le accelerazioni provocano disastri e costituiscono delle perversioni terrene del suo spirito universalistico. Il Cristianesimo riconosce la relatività di questo mondo, la sua insufficienza, la sua soggezione alle leggi del tempo e dello spazio. Riconosce, ad esempio, la realtà delle nazioni, concetto alieno allo spirito dell’Islam. Accetta le imperfezioni del mondo, e predica pazienza. Al contrario dei millenarismi. E dei totalitarismi moderni. E un po’ alla volta forma la civiltà cristiana, anche se non bisogna confondere la civiltà cristiana col Cristianesimo o col numero dei cristiani. La civiltà cristiana rivela se stessa anche quando assume caratteri anti-cristiani. Di essa si può dire ciò che Tocqueville scrisse a proposto della democrazia: «Ovunque i vari incidenti di un popolo tornarono a vantaggio della democrazia; tutti gli uomini l’hanno aiutata con i loro sforzi: quelli che ebbero come scopo di concorrere al suo successo e quelli che non ebbero alcuna intenzione di servirla; quelli che combatterono per essa e quelli che le si dichiararono nemici; tutti insieme furono spinti sulla stessa via e lavorarono in comune, gli uni contro se stessi, gli altri a loro insaputa: ciechi strumenti nella mano di Dio.»

Nonostante l’Occidente prenda insulti da tutte le parti, noi osserviamo che in realtà il mondo si sta sempre più occidentalizzando. Anche il riposto revanscismo dei nuovi giganti del globo assume spesso, a ben vedere, forme occidentali. Ciò significa che il mondo, volente o nolente, in senso lato, culturale, non religioso, si sta sempre più cristianizzando. Anche se non lo dirà mai. E l’Islam sente questa enorme pressione, tanto più che il suo irrisolto monoteismo aspetta da un millennio e mezzo il suo inevitabile destino: dissolversi e risolversi nel Cristianesimo. E sente che l’ora si avvicina: il furore perfino caricaturale di certe sue manifestazioni si spiega così.

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