Che razza di amici

E’ giunta notizia che l’ex giocatore dell’Inter ed ex campione del mondo Andreas Brehme sarebbe completamente sul lastrico: un uomo assediato dai debiti, in procinto ormai di perdere anche la casa di proprietà. Franz Beckenbauer ha lanciato un pubblico appello al mondo del pallone teutonico: «Abbiamo la responsabilità di venire in aiuto ad Andreas Brehme. Egli ha dato tanto al calcio tedesco ecc. ecc….». Mentre un vecchio compagno di squadra di Andreas, Olivier Straube, ha pubblicamente offerto all’ex campione un impiego nella sua azienda: «così saprà cosa vuol dire pulire i bagni e i servizi igienici. Gli farà imparare come è la vita e potrà migliorare la sua immagine», così ci ha fatto sapere Straube.

Franz Beckenbauer è, con tutta probabilità, un milionario oculato che vanta tra le sue conoscenze un sacco di milionari non meno di lui oculati. Se invece di fare un pubblico appello avesse fatto un sondaggio molto riservato tra le sue illustri conoscenze, siamo sicuri che lui e i suoi facoltosi amici avrebbero risolto con eleganza e discrezione, almeno per un certo periodo, il problema di Andreas nel breve corso di una simpatica cena. Quanto al probo Straube, se davvero credeva al valore educativo della sua offerta, poteva parlarne a quattr’occhi con Andreas, magari offrendogli in amicizia un sostanzioso anticipo sugli emolumenti.

Non pare che nella loro fraterna sensibilità i due aspiranti samaritani abbiano intuito che – forse – al già piuttosto abbacchiato Andreas l’idea di essere sbattuto in prima pagina come un uomo rovinato e incapace di badare a se stesso potesse apparire come la bastonata definitiva. No, hanno voluto farselo pagare carissimo, l’aiutino. Bisognava mettere Andreas alla gogna affinché la loro graziosa o virtuosa magnanimità risplendesse meglio sulla pubblica piazza.

E’ da un po’ di tempo che, quando si tratta di aiutare qualche collega caduto in disgrazia, nel nostro bel mondo ultra-connesso vige un comandamento ferreo: «Quando aiuti qualcuno di questi poveretti anche solo a parole, non solo sappia bene la tua sinistra cosa fa la tua destra, che è il minimo se non sei un deficiente, ma fai dell’oggetto della tua generosità un bellissimo trofeo di caccia».

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E allora tifo Tavecchio

E’ andata com’è andata: ha vinto il brutto, sporco e cattivo. D’altronde aveva la vittoria in tasca, anche per mancanza di candidati alternativi autorevoli o di qualche reale carisma, nella corsa alla presidenza della FIGC. Ci aveva provato lui ad auto-silurarsi con la frase sui pedatori africani ex mangia-banane e senza pedigree. Se l’avesse detta con intenti genuinamente provocatori sarebbe stato meglio. Il fatto che gli sia scappata ingenuamente e non solo genuinamente di bocca dimostra invece che Tavecchio vive in un mondo tutto suo. Gli è arrivato addosso di tutto e tutti – diciamo la verità – lo davano per morto stecchito. Invece Tavecchio – vivendo in un mondo tutto suo – non ha capito d’aver perso ed ha perciò stupidamente continuato a lottare tra lo sbalordimento generale fino alla vittoria finale.

Fortissimo! Be’, è andata così. Amen!

Ma adesso vedo purtroppo in giro gente che si era esposta contro Tavecchio, specie dopo la scivolata bananiera – legittimamente, ma anche un po’ furbescamente – e che adesso, ferita nell’amor proprio, tenta di sbalzarlo di sella dopo una regolare e democratica vittoria, profittando dell’inchiesta aperta dall’Uefa sulle parole di Tavecchio. In un’intervista al Corriere della Sera il presidente del Coni Malagò, per esempio, che già aveva evocato la possibilità di un commissariamento della FIGC prima della vittoria del dirigente settantunenne, dice che di questa inchiesta aveva avuto dei segnali. E aggiunge: «E non mi sorprenderei se si muovesse la Fifa e sulle prese di posizione dell’Associazione calciatori anche la procura federale. (…) [Tavecchio] l’ho sentito, gli ho parlato, sta preparando la sua difesa, mi è parso sereno, sta lavorando molto. Ma aggiungo che se il neo-presidente federale dovesse sentirsi condizionato da certi eventi, tipo quello dell’Uefa, o da altre manovre, da pressioni di parte, corporative, non mi stupirei affatto se facesse un passo indietro e rassegnasse le dimissioni». 

Questo è un invito a sloggiare, chiaro nella sostanza quanto sgradevolmente obliquo nella forma. No, non va affatto bene. Si può cavalcare il politicamente corretto ma non andare oltre. Questi scenari li abbiamo già visti nella lotta politica. Augusti consessi di censori, giustizieri, arbitri istituzionali che si arrogano il diritto, in nome naturalmente dei valori democratici eccetera eccetera, di decidere chi ha e chi non ha i requisiti, anche retroattivamente; e che non hanno fatto altro che screditare la democrazia e la politica. Abbiamo visto com’è finita: gente che invocava il commissariamento della democrazia pro domo sua e che adesso, scontenta dei risultati, nell’impazzimento generale, grida contro «i ladri di democrazia».

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La rivoluzione rosa di Er Viperetta

E speriamo davvero che sia l’inizio della fine di un brutto costume tutto italiano. Parlo delle ragazze raccattapalle. Per molto tempo il calcio in Italia è stato per eccellenza un fenomeno maschile. Per molto tempo il rito domenicale – quello pomeridiano – della partita di calcio è servito al maritino per scrollarsi di dosso la mogliettina e per ritrovare le gratificazioni un po’ grossolane del cameratismo maschile. Allo stadio tutto sapeva di uomo, dai protagonisti in campo a quelli sugli spalti, anche se non mancava qualche suffragetta audace. Le sole “regolari” eccezioni erano appunto le “ragazze raccattapalle”, così chiamate, fra l’altro, per permettere al pubblico di godere le delizie dei doppisensi osceni. Quelle giovani donne in tuta svolgevano il solo ruolo veramente servile previsto dal rito; e sembrava del tutto naturale che a porgere il pallone uscito dal campo di gioco al macho in pantaloncini e scarpe bullonate dovesse essere una specie di servetta di casa, per la speciale occasione in trasferta. E anche se naturalmente col tempo il rito ha progressivamente perso quasi completamente questa impronta machista, tuttavia il triste fenomeno delle “ragazze raccattapalle” è rimasto nei nostri stadi. Ma per fortuna c’è qualcuno che oggi ha detto basta. Il neo-presidente della Sampdoria Massimo Ferrero ha annunciato che d’ora in poi anche a Marassi si farà come in tutto il resto del mondo civilizzato: saranno i ragazzini delle squadre giovanili a raccattare i palloni usciti dal campo di gioco…

Scusate. Mi dicono che è il contrario. Mi dicono che pure nel nostro paese sono sempre stati i ragazzini delle squadre giovanili a svolgere il ruolo di raccattapalle negli stadi. Ma è raccapricciante! E allora speriamo davvero che si metta fine a questo brutto costume tutto italiano d’impedire alla donne di entrare nel «personale di servizio a bordo campo», per dirla con le parole di un uomo coraggioso, innovativo e al passo coi tempi, il sopramenzionato Massimo Ferrero. Lo scoppiettante Er Viperetta ha detto anche che la sua Sampdoria «vuole essere promotrice di messaggi positivi, di fair play, di sensibilità sociale e sportiva. Aprire alle “quote rosa” il prato verde di uno stadio storico come quello di Marassi è un contributo nella direzione di un sport moderno e senza pregiudizi». D’ora in poi, perciò, saranno delle ragazze maggiorenni in tutina nera aderente e berretto bianco da baseball in testa a raccattare i palloni usciti dal campo di gioco…

Dobbiamo ammetterlo: questo Er Viperetta è un cannone. Solo in una cosa sbaglia: nel parlare di “quote rosa”. Sa di vecchio. «Pink stinks» dicono da tempo nei paesi anglosassoni: il colore rosa per le donne è ormai uno stigma. Quando il presidente della Samp lo capirà, e lo capirà, sarà pronto per altri giganteschi balzi in avanti… che non osiamo neanche immaginare…

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L’insostenibile leggerezza del calcio d’agosto

Il mondiale è appena finito e già abbiamo la testa nel pallone. Quello che una volta veniva chiamato “calcio d’agosto” si è già messo in moto da almeno una settimana e agosto non è ancora arrivato. Il “calcio d’agosto” non ha mai contato un piffero, anche da quando è diventato di lusso, coi grandi club impegnati a fare un po’ di circo in giro per il mondo, però intanto gli echi di queste partite fasulle perseguitano anche chi non ne vuole sapere un bel nulla. Poi c’è il vero grande circo del calciomercato, verso il quale ormai, a forza di gossip, un esercito isterico di tifosi malati riversa la sua passione ancor più che verso il calcio giocato. Poi ci sarà la “Supercoppa” nazionale, che si chiama così perché è una coppetta senza prestigio, uno squallido prodotto di quella recente inflazione di trofei posticci che ci ha regalato, per esempio, la Confederations Cup. Cosicché anche quest’anno arriveremo alla prima di campionato sfiancati da tutto questo vano affanno. In un certo senso sembra di rivivere l’atmosfera surreale propria oggigiorno del mondo del lavoro, e soprattutto di certe professioni, dove si passa metà della giornata ad “ottemperare” faticosamente alle cavillose liturgie di una realtà fittizia fatta di carte che rimandano a carte che rimandano a carte che anche in caso di percorso netto non garantiscono un bel nulla, nella migliore tradizione delle tautologie burocratiche. In questo quadro disperato, in questo stressante nulla, l’unica boccata d’aria fresca è arrivata dal verace candidato N. 1 alla presidenza della Fgci, il plebeo Tavecchio. Alt! Lo so: la sua è stata una scorreggia. Ma diciamolo: almeno si è sentito il profumo della vita vera!

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Anche Albertini «si mette a disposizione»

E’ divertente vedere come anche in questi tempi di retorica meritocratica (bolsa, detto per inciso, come ogni retorica alla moda) siano ben pochi coloro che ammettano schiettamente la loro onesta ambizione. Che male c’è nel farlo? Certo, si corre il rischio di essere ridicoli, se non si ha un’esatta consapevolezza delle proprie qualità. Ma meglio un dilettante cazzuto (io, per esempio, sono un onesto megalomane: però sono simpatico) che un noioso e guardingo professionista dalla “langue de bois”, di quelli usi, per esempio, a «mettersi a disposizione». Per esempio: Demetrio Albertini, che si è candidato ufficialmente (e finalmente) alla presidenza della Figc. Il suo programma, bisogna dirlo, è tutto un programma. Demetrio vuole «riportare il calcio al centro di tutto». Come? «con molto lavoro e unità d’intenti». Dice Demetrio che in otto anni di lavoro alla Federazione ha fatto «un percorso importante». Un percorso importante… Ed inoltre ha «maturato delle considerazioni». Per cui – eccoci qua – «si mette a disposizione» per il rilancio del calcio italiano. Che ha bisogno di «un cambio di marcia». Un cambio di marcia… Però per cambiare «ci vuole una volontà comune». La Federazione «deve essere condivisione». Condivisione… Tre i punti fondamentali sui quali intervenire: «la governance»; «il progetto sportivo»; e «la valorizzazione del nostro sport sul territorio». Sul territorio… Ecco, magari poi Demetrio si rivelerà un cannone. Però lo vedo straordinariamente ingessato anche in certi dettagli al mio occhio molto rivelatori. Per esempio: la capigliatura. Il taglio, la pettinatura, la lunghezza dei capelli: sono quelli da un quarto di secolo, cioè da quando lo abbiamo visto calcare per la prima volta i campi di gioco alla televisione. Se li faccia tagliare a zero e se li lasci crescere almeno una volta! Vedrà che sentirà una scossa rivoluzionaria e vivificante: vedrà il mondo con occhi diversi!

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E basta con questa “fame”!

L’altro giorno mi sono divertito ad immaginare cosa avrebbe scritto il nostro tipico giornalista nel pallone nel caso l’Argentina si fosse portata a casa il mondiale con un golletto maligno di Messi, pur giocando per il resto la medesima partita disputata contro la Germania in finale. M’immaginavo, dunque, che il nostro noioso ronzino, dopo aver reso il dovuto omaggio all’eccellenza della Mannschaft, avrebbe concluso la tirata con un saggio di appassionata retorica bellica (che non definisco “fascista” solo per non dare soddisfazione alla cricca bolscevica della società civile). Questo: «Il calcio è una metafora della vita. E la vita non è solo intelligenza e programmazione. Il calcio è anche fede. Una fede che supera tutti gli ostacoli. Che ti fa sputare sangue volentieri se c’è da sputare sangue, che esalta il tuo spirito di sacrificio, la tua volontà di non mollare mai, il tuo coraggio e la tua perseveranza, il tuo cameratismo, e quell’attenzione parossistica e tuttavia tanto naturale (perché è propria di chi “veglia”) che ti porta a riconoscere e a cogliere l’attimo segnato dal destino, com’è successo a Messi, mai come oggi il vero Messia del pallone. In una parola, il calcio è prima di tutto la “garra” tanto cara agli argentini e agli uruguagi: una grinta forgiata al fuoco della fede, un sacro furore.»

Ecco, se i gauchos hanno la “garra”, noi abbiamo la “fame”. Con la “fame” tutto è possibile o quasi. Perfino per un pacioccone come Pierluigi Battista, il quale, sconvolto dall’addio di Conte alla Juve, ha scritto sul Corriere un articolo dal titolo eloquente: “La fame feroce che ci mancherà”. Un articolo con uno straziante finale da boia chi molla: «È questa storia che Conte, con l’ausilio di una società finalmente rimessa in piedi dai suoi vertici in giù, con il “nostro” stadio ha spezzato e sepolto restituendo l’orgoglio, la voglia di combattere, il desiderio di primeggiare, la determinazione, il non arrendersi mai, la classe di Pirlo, Tevez che corre come un dannato fino al novantesimo, l’orrore della sconfitta. Il riscatto. La rinascita. Gli scudetti. Persino le frustrazioni in Europa. E ora? E ora si resta svuotati, costretti a immaginare un futuro incolore, in cui quella fame feroce di punti e di gloria può diventare un ricordo del passato.»

Dunque. Calma e sangue freddo. I successi della Juve di Conte sono facilmente spiegabili. La Juventus di Conte è l’unica tra le grandi squadre italiane (e anche tra le piccole del resto della Serie A, e con l’eccezione della Roma di Garcia) ad avere avuto un gioco decente negli ultimi anni: squadra corta e pressing di squadra non come soluzioni sporadiche ma come impostazione di base, sulla quale innestare, anche variandoli, i soliti “moduli” che incantano i chiacchieroni. Gioco attuato tutt’altro che “ferocemente” ma con una convinzione ed una costanza sufficienti a dominare in lungo ed in largo in Italia. Mentre in Europa son stati dolori. Lì la Juve è andata a sbattere. Non sono mancati solo i risultati. Spesso la squadra è parsa balbettante. E la mitica “fame” non si è proprio vista. Non si diceva che il calcio italiano doveva ripartire? Ecco, cominciamo col dare un calcio nel sedere a queste superstizioni.

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La lezione argentina

Un sistema calcio che è ormai visto come un modello in tutto il mondo, risanato nelle strutture materiali ed immateriali, negli stadi, nel tifo, nella classe dirigente; un sistema diventato ricco per i suoi profitti, non per la presenza di ricchi sfondati; un sistema opulento ma oculato, non scialacquatore; una federazione che lavora a lungo termine sui giovani; un sistema pronto ad aprirsi con duttilità all’apporto delle nuove leve della gioventù multietnica tedesca e a quello delle novità tattiche provenienti da fuori: la forza della Mannschaft del mondiale brasiliano era rappresentata anche da questo recente e fecondo retaggio, che andava a sommarsi alla tradizionale disciplina, alla consueta potenza atletica e alla sempre notevole qualità tecnica di base dei giocatori tedeschi. Eppure tutto questo non è bastato. La rasoiata di Messi ha silurato la corazzata germanica regalando all’Argentina il suo terzo alloro mondiale. Ma sarebbe ingiusto dire che a decidere tutto sia stato il caso o l’unghiata del campione. Il calcio è una metafora della vita. E la vita non è solo intelligenza e programmazione. Il calcio è anche fede. Una fede che supera tutti gli ostacoli. Che ti fa sputare sangue volentieri se c’è da sputare sangue, che esalta il tuo spirito di sacrificio, la tua volontà di non mollare mai, il tuo coraggio e la tua perseveranza, il tuo cameratismo, e quell’attenzione parossistica e tuttavia tanto naturale (perché è propria di chi “veglia”) che ti porta a riconoscere e a cogliere l’attimo segnato dal destino, com’è successo a Messi, mai come oggi il vero Messia del pallone. In una parola, il calcio è prima di tutto la “garra” tanto cara agli argentini e agli uruguagi: una grinta forgiata al fuoco della fede, un sacro furore.

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La Germania di …Guardiola

Una nazionale ai mondiali di calcio è questo: una ventina di giocatori, undici dei quali vanno in campo, un allenatore, un gioco. Il resto sono bubbole per chiacchieroni. La grande Spagna degli ultimi anni è stata un’emanazione del Barcellona di Guardiola: il gioco e gran parte dei giocatori. Il gioco del Barcellona di Guardiola (e della Spagna) si basava essenzialmente sul pressing offensivo. Il pressing offensivo è il pressing applicato al momento del possesso di palla, cioè la logica della superiorità numerica applicata alla fase d’attacco. Il tiki-taka è essenzialmente l’effetto della superiorità numerica in fase offensiva, solo secondariamente l’effetto della proprietà di palleggio dei giocatori. Per avere una superiorità numerica costante bisogna trasformare idealmente la squadra in una specie di rete a strascico che viaggia compattissima su e giù per il campo, e quindi questo tipo di gioco comprende anche la fase difensiva del pressing. Non occorre correre tanto, occorre correre bene, insieme. Quando la squadra corre bene corre in modo più produttivo e fa meno fatica e “arriva sempre prima sul pallone”.

La versione originale del pressing difensivo fu quella del Milan di Sacchi. Sacchi s’ispirò alle squadre olandesi e belghe degli anni settanta e ottanta, il grande Ajax di Michels in primis naturalmente, ma anche al Goteborg di Eriksson che nel 1982 vinse a sorpresa la Coppa Uefa. Era un pressing difensivo (cioè tipicamente “italiano”, come capì istintivamente il madridista Valdano): il fatto che il Milan di Sacchi schiacciasse sistematicamente gli avversari nella loro metà campo derivava dal fatto che questi ultimi non sapevano letteralmente che pesci prendere. Il Porto di Mourinho e il Valencia di Benitez s’ispirarono al Milan di Sacchi. Fondamentalmente il pressing difensivo (di squadra; ripeto: di squadra) è stato il segreto di squadre come Cile, Costa Rica e Messico che hanno figurato bene in questo mondiale.

La versione originale del pressing offensivo fu quella del grande Ajax di Van Gaal. Una versione parziale e “contropiedistica”, tutta in velocità, del pressing offensivo la fece vedere la grande Dinamo Kiev di Lobanovsky (e l’Urss dello stesso Lobanovsky); una variante recente del pressing offensivo “contropiedistico” è stata quella del magnifico Zenit San Pietroburgo di Advocaat. Il Barcellona di Guardiola portò alla perfezione questo tipo di gioco. Il declino del Barcellona (cioè del suo gioco) è coinciso col declino del gioco della Spagna. E’ il Bayern di Guardiola ad aver trasformato la noiosa Germania di Loew in una squadra di palleggiatori grazie alla ricerca della superiorità numerica, anche se il gioco della Germania è molto inferiore a quello della grande Spagna di Del Bosque (cioè di Guardiola). E’ il gioco della Germania di …Guardiola che ha schiantato il Brasile senz’arte né parte di Scolari. L’assenza di Thiago Silva e di Neymar è solo un dettaglio. Ma voi, cari italiani, continuate pure a credere il contrario. Cioè a non capirci niente, e a chiacchierare all’infinito.

P.S. Qualcuno mi dirà: “Ma il Bayern di Guardiola è stato schiantato dal Real Madrid di Ancelotti”. Bravi! Continuate così, a giudicare le squadre solo dalle vittorie o dalle sconfitte, cioè dall’ultima delle vittorie o dall’ultima delle sconfitte. Il Real Madrid di Ancelotti gioca male. Solo un cieco non se ne accorge.

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Programmata ‘sto c…

 «Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza”…» (Zamax)

«La “condizione fisica” è la minchiata standard, che tutto vorrebbe spiegare e nulla in realtà spiega, cui ricorre un giornalismo sportivo italiano che ha rinunciato a studiare e osservare il calcio come “gioco”…» (Zamax)

«La tragedia è che essi rappresentano la maggior parte degli opinionisti e degli appassionati di calcio italiani, tutti espertissimi in quella numerologia astro-chiromantica dei moduli che incanta i gonzi e che purtroppo domina la scena, tutti stanchi ripetitori della retorica della preparazione fisica…» (Zamax)

«Evidentemente, come era prevedibile, la preparazione atletica del Brasile, proprio come accaduto all’Argentina, era stata programmata per crescere esponenzialmente con l’intensificarsi degli impegni più tosti.» (Il Sole 24 Ore, 05/08/2014)

La super strunzata del Trap

Scusate. Mi ero proposto in cuor mio di non parlare più di calcio e di mondiali in questa rubrica, anche per il disgusto di ripetere cose che ormai annoiano anche me. Ma quando sento certe enormità cosa dovrei fare se non denunciarle da bravo ed onesto cittadino che ha cuore la reputazione della patria? Come qualificare per esempio questa uscita del Trap, il quale, intervistato dal Fatto Quotidiano, alla domanda sul «perché siamo tornati a casa subito», ha avuto il coraggio di rispondere così: «Vale per noi ma anche per colossi come Spagna, Inghilterra, la stessa Russia: perché eravamo spompati. Attenzione signori: qualificarsi a un Europeo o a un Mondiale è un conto, ci metti due anni, pianino pianino, ma affrontare la fase che conta con 8 undicesimi, o 15 ventitreesimi della rosa che hanno 70 partite sul gobbone non è semplice. Alla fine corrono più gli africani, i centroamericani. Che forse durante la stagione non si spremono come ci spremiamo noi.» Faccio notare che noi italiani ci consideriamo – basta assistere al chiacchiericcio dei salotti televisivi per rendersene conto – dei maestri di tattica, una sapienza che nessuno mette in discussione e che sarebbe il vero valore aggiunto del calcio italiano e dei nostri allenatori. Notate poi che però, nonostante la nostra inarrivabile sapienza, quando si arriva al dunque, e specie quando le cose vanno male, sentiamo fortissimo il richiamo della foresta (perché in realtà non abbiamo convinzioni solide) e come tutta questa sapienza si riduca a due o tre considerazioni di fondo: la qualità (e la scelta) dei giocatori, la mitica condizione fisica, o le motivazioni. Si perde perché non si hanno i campioni o perché si è stanchi. Oppure perché non si butta la gruccia contro il nemico come Enrico Toti, come ha fatto intendere qualche giorno fa Dino Zoff, che sulla sconfitta azzurra con l’Uruguay ha scritto sul Sole 24 Ore, pure lui con indomito coraggio: «In fondo abbiamo mantenuto noi le redini del gioco. Però non abbiamo tirato in porta. Non siamo stati feroci. Ecco, semmai, il problema è stato il possesso palla non conforme al nostro calcio che è vincente quando è basato sull’inventiva, sulla capacità di ‘improvvisare’, di difendere e lanciarsi in contropiede. (…) Il sacrificio e la fantasia: sono queste le doti principali che ci sono mancate». Ma come si possono conciliare questi discorsi da bar, vi chiederete, con le dottissime discussioni sui moduli, modulini e moduletti dei sopramenzionati chiacchiericci televisivi, o con l’insistenza sull’importanza dei gosplan per i risultati della nazionale? Benissimo, benissimo si conciliano! Sono le due facce della stessa medaglia: la medesima strunzata, versione verace e versione dottorale.

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Non sparate sul Pistolero

«Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.» Prima della fine del romanzo, s’intende. Lo disse Anton Cechov. Per dare un giudizio equanime su Luis Suarez bisognerebbe partire da qui, da questa specie di determinismo artistico, perché il pistolero ed artista del pallone Suarez non solo nei piedi ma anche in bocca ha l’artiglieria: incisivi terrificanti che sono senza dubbio alcuno il tratto più caratteristico e impattante della sua fisionomia. Se voi aveste degli incisivi così, li usereste solo per mangiare? Pensateci. Non sareste sempre tentati di metterli alla prova? Di trovare loro un’occupazione degna di tanto splendore? E perché allora stupirsi se ogni tanto Luis, nel fuoco dell’azione, invece di usare le mani, azzanna le carni degli avversari? E’ probabile che per Luis mettere sotto i denti qualcosa di coriaceo sia una necessità organica, come per il gatto farsi le unghie. E poi diciamo la verità: Luis non fa male a nessuno. Lascia un timbretto che dura qualche giorno e che scaraventa il malcapitato, cioè il fortunato, sotto la luce dei riflettori dei media di tutto il mondo, mentre il dolore scompare ancor prima che si esauriscano le smorfie sul suo viso. Insomma, Luis Suarez è un personaggio che riconsegna al calcio quella ruspante umanità che da troppo tempo latita sui campi da gioco, e alla fin fine i suoi morsicotti sono per chi ne è vittima un’occasione d’oro per dimostrare la propria lealtà, virilità e longanimità. Lo ha detto anche De Rossi: servono gli uomini, non le figurine. Voleva dire «signorine», si capisce, ma per questa volta gli perdoniamo la viltà.

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Italia – Uruguay …0-0

«L’Italia fallimento completo.» «Niente alibi.» «Baratro.» «Rifondazione!» In breve: abbiamo perso. Siamo fuori dal mondiale. Ma avremmo anche potuto pareggiare e continuare l’avventura, senza troppi scandali. L’Italia ha giocato esattamente come nelle prime due partite. Così come contro l’Inghilterra e la Costa Rica l’Italia ha tirato fuori dal cilindro un tiki-taka dai ritmi equatoriali. L’Uruguay è stato al gioco e così abbiamo rischiato seriamente di addormentarci al ritmo dei ventidue ragazzotti di Ipanema. Perciò nel primo tempo il climax è stato raggiunto quando dai microfoni della RAI Bizzotto ha voluto sottolineare che «oggi però l’Italia è precisa nei passaggi», con Dossena che di rincalzo assentiva con un «Eh sì!» che suonava quanto mai pregno di significati reconditi e di promesse ineffabili. Nonostante lo strazio, in quel momento sono scoppiato in una sonora risata: questi due signori non avevano ancora dunque capito che contro la Costa Rica l’Italia era stata imprecisa nei passaggi perché aveva subito il pressing (cioè la superiorità numerica degli avversari nella zona della palla) e che era stata precisa con l’Inghilterra perché non aveva subito alcun pressing, come con l’Uruguay. La tragedia è che essi rappresentano la maggior parte degli opinionisti e degli appassionati di calcio italiani, tutti espertissimi in quella numerologia astro-chiromantica dei moduli che incanta i gonzi e che purtroppo domina la scena, tutti stanchi ripetitori della retorica della preparazione fisica, o di quella ancora peggiore della «fame», perché incapaci di vedere il gioco nella sua essenza, ossia nella sua totalità, che non è quella spaziale e statica degli schemi rappresentati su una tavoletta, ma è quella spazio-temporale. Non è un discorso filosofico, è semplice buon senso. L’Italia è diventato invece il paese della dotta stupidità calcistica. Siamo espertissimi di tattiche (cioè di tattichette), però le nostre squadre, indipendentemente dalla qualità, giocano malissimo e nelle competizioni europee sembrano sempre in sofferenza e disorganizzate, anche contro avversari modesti: questo fatto me lo devono spiegare!

Ma torniamo alla fatale partita con “los orientales”: e se per caso gli italiani avessero pareggiato la stessa partita, tale e quale, cosa si sarebbe detto? Io penso più o meno questo:

“L’Italia si qualifica con qualche patema d’animo ma con pieno merito. Era l’Uruguay a dover fare la partita e non l’ha fatta. Un’Italia tornata precisa e concentrata si è adeguata alla passività degli uruguayani senza rischiare nulla e anche quando nel secondo tempo si è trovata in inferiorità numerica, per via di una decisione piuttosto fiscale dell’arbitro, ha controllato senza soffrire più del dovuto le offensive dei sudamericani, nulla concedendo né al matador né al pistolero. Questa ritrovata tenuta psicologica della squadra azzurra, questa solidità spiccatamente italiana, è la notizia più bella per Prandelli, e ci fa guardare tutti con un certo ragionato ottimismo al prosieguo della competizione.”

Ciò detto, penso che la mancata qualificazione dell’Italia sia meritata e costituisca piuttosto una specie di “squalifica”. Non vogliamo vedere che la nostra è, da lustri, una crisi di gioco, di mentalità, non di uomini; che nel nostro campionato le squadre saranno anche «benissimo messe in campo» ma in realtà giocano un calcio casual, legato ai singoli; squadre con reparti slegati; squadre lunghissime in campo; squadre che non pressano (neanche la Juventus fa un vero pressing, che può essere solo di squadra) e che perciò faticano lo stesso ma corrono male ed improduttivamente. «Gli altri hanno un’altra intensità», ha detto spesso Prandelli. Sì, ma da cosa dipende quest’intensità, se non dal gioco? O forse credete ancora, poveri babbei, che dipenda dal fisico bestiale degli altri? Lo si credeva anche qualche decennio fa. Poi venne il Milan di Sacchi, e dimostrò, col gioco, che gli italiani potevano essere anche superuomini.

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[MIO COMMENTO – Scrive il gran conformista Gramellini,  ben riassumendo le stupidaggini di coloro che non vedono il “gioco”: «E questa Italia depressa e deprimente, senza talento né carattere, merita soltanto di tornarsene a casa e ricominciare daccapo, con meno squadre e meno stranieri, come accadde dopo la Corea del 1966. Quando fummo eliminati al primo turno per la seconda volta consecutiva, proprio come adesso, e Gianni Brera scrisse: “La difesa sballata, il centrocampo endemicamente fioco, l’attacco composto di gente molto sollecita a impaurirsi. E dove credevamo di andare?” Più che un’analisi, una profezia.» Che vi avevo detto? Colpa dei singoli (talento) della “fame” (carattere) e in più il ritorno rivelatore alle fissazioni pre-sacchiane di Brera (gli italiani fisicamente mezze cartucce e conigli). TUTTE BALLE.] [REPETITA IUVANT – VERGOGNAMOCI PER LUI – IL CALCIO ITALIANO 02/05/2013 L’allenatore del Borussia Dortmund Jurgen Klopp ha detto di Arrigo Sacchi: «Non l’ho mai incontrato ma ho imparato tutto da lui. Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un 10% del suo grande Milan». Di allenatori in giro per il mondo che venerano Sacchi ce n’è un’infinità. Sono matti? Esagerano? Per niente. Il Milan di Arrigo Sacchi in quattro anni vinse due Coppe dei Campioni e un solo scudetto. Eppure tutto il mondo capì che «qualcosa» era successo, che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Tutto il mondo tranne l’Italia. Il motivo è presto spiegato: Sacchi fu un pioniere e fu vittorioso, contro tutto e tutti. In Italia non gliel’hanno mai perdonato, soprattutto il mondo del calcio. In Italia le novità tattiche del gioco sacchiano non furono mai interamente accettate, e quindi su di esse non si si poté col tempo nemmeno costruire qualcosa di più efficace. Né il magnifico Ajax di Van Gaal, né il Porto e il Chelsea di Mourinho, né il Valencia e il Liverpool di Benitez, né il Barcellona di Guardiola e nemmeno il Bayern tritatutto di questi mesi sarebbero immaginabili senza il Milan di Sacchi. Il Bayern che ha macellato il Barcellona non è una squadra poi tanto diversa da quella dell’anno scorso. L’allenatore è lo stesso. Ma si vede benissimo che – a loro modo – i tedeschi hanno fatto tesoro proprio della lezione di gioco del Barcellona. Sì, sì, sì, proprio così. Se volete ve lo spiego. MIO COMMENTO – Accidenti, pensavo che qualcuno mi prendesse sul serio, e mi dicesse: “Allora spiegacelo, sapientone,” Allora se permettete lo faccio io: “Allora spiegacelo, sapientone.” SPIEGAZIONE: Le grandi squadre che hanno fatta la storia del calcio, non solo con le vittorie, ma anche col gioco, nell’era post-sacchiana, hanno solo fatte delle variazioni alla tattica fondamentale del pressing. Il pressing, in questo contesto, va inteso solo come gioco di squadra. Se non vi si applicano tutti i dieci giocatori non lo è. Il calcio è un fenomeno spazio-temporale. Il pressing è il tentativo di ottimizzare il movimento della squadra in questa dimensione. Che ripeto è spazio-temporale. In Italia sembra che esista solo quella spaziale. Per questo, cercando di venir a capo del mistero. sono sempre lì a strologare assurdamente coi moduli: 442-343-42121-4321-433 e via rimbecillendo. Tutte cose SECONDARIE. Il pressing è basato sulla superiorità numerica nella zona dove viene giocata la palla. Può essere difensivo, o offensivo, quando si ha il possesso della palla (questo aspetto sfugge completamente da noi). Nel primo caso soffoca la manovra avversaria. Nel secondo caso crea spazio per gli inserimenti. Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza” ah ah ah… Il pressing si basa sull’abbattimento dei tempi morti da parte di tutti i giocatori. Ciò significa che non può essere fatto con riserve mentali. Si perde l’attimo. Per esempio: nel caso di perdita della palla in attacco, la cosa fondamentale sono i primi decimi di secondo dopo la perdita del possesso, non le corse affannose all’indietro, che sono appunto il risultato della mancata prontezza. Gli attaccanti devono subito far pressione sui difensori. Basta uno scattino di cinque metri. Lo scopo principale è quello di consentire ai propri difensori e centrocampisti di compattarsi senza arretrare, e dare inizio alla pesca allo strascico della palla. Fondamentale è che la squadra si muova come una nuvola compatta su e giù per il campo. In effetti si tratta di rimpicciolire agli effetti pratici il campo di gioco, tagliandone fuori il massimo dei giocatori della squadra avversaria. Per questo l’altra squadra sembra sempre spaesata e stanca mentre i giocatori della nostra sembrano sempre freschi e arrivano “sempre prima sul pallone” (ah ah ah… mai sentita questa?). Questo è il GIOCO, fondamentalmente. Le varie interpretazioni dipendono dal tipo di giocatori a disposizione, dai gusti dell’allenatore, dalle tradizioni calcistiche dei singoli paesi. Il madridista Valdano disse un giorno un giorno che il calcio di Sacchi era “difensivo”. Aveva ragione. Lui vedeva la cosa con occhi non italiani. Il gioco del Milan di Sacchi era teso soprattutto a soffocare le squadre avversarie, anche se agli effetti pratici poi finiva per schiacciarle nella loro metà campo, perché a quel tempo non sapevano letteralmente che pesci prendere. Qui sta “l’italianità” di Sacchi. Il gioco del Barcellona lo conosciamo tutti, avvolgente, tecnico, iberico. Quello del Bayern è robusto sulla fasce laterali, coma da tradizione tedesca. Ed è forte anche nelle “ripartenze”. Ma le “ripartenze” del Bayern sono un pressing d’attacco di SQUADRA che coglie l’attimo al momento della conquista del pallone. Qualcuno dirà: tutto qua? Sì. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E non è una questione tecnica, ma mentale. Si tratta di fare le cose PER INTERO. In Italia non le fa nessuna squadra, da vent’anni.]