Bello & Brutto

La musica di Mahler, così come la sento io

Immaginate di uscire di casa per una passeggiata con un motivetto – non necessariamente bello – in testa; appena spalancate la porta, cielo e terra investono l’esile melodia di un respiro cosmico; proseguite lasciandovi assorbire dalle impressioni di un sempre cangiante paesaggio; il vostro motivetto s’imbeverà delle stesse, ed acquisterà di volta di volta aspetti distesi, vibranti, drammatici, pastorali, cupi, fanciulleschi, affettuosi, sardonici, celestiali, a volte fin quasi a scomparire nelle spire della musica, ma solo per ricomparire purissimo prima o poi, come l’argenteo serpeggiare di un fiume lontano che riprende il suo corso; e così andate avanti, inebriato, fino allo sfinimento; riservandovi però gli ultimi spiccioli d’energia per un finale contraddistinto da una specie di frenesia festiva: il tutto portato avanti da un’orchestra avvolgente, la quale, pur giocando molto sui timbri, conserva un colore bruno, tedesco.

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R. L. Stevenson su Montaigne

«Un libro che ha avuto su di me una grande influenza mi capitò fra le mani molto presto – e così possiamo considerarlo innanzi agli altri – sebbene credo di avere avvertito il suo influsso più tardi, tanto è vero che continua a svilupparsi come avviene con quei libri ai quali è difficile sopravvivere. Intendo dire i “Saggi” di Montaigne. E’ un gran dono porre nelle mani di persone del giorno d’oggi una simile pittura della vita, così temperata e geniale. Costoro troveranno in queste pagine sorridenti un vero arsenale di eroismo e di saggezza, entrambi di antico stampo. Ne risulteranno turbati la loro esagitata ortodossia e il loro conformismo, ma se avranno il dono di saper leggere, sapranno anche che tale turbamento è stato prodotto da buone ragioni. E, ancora una volta, se sapranno leggere, finiranno per accorgersi che questo vecchio signore è per tanti aspetti un compagno più sottile, e dotato di più nobile concezione della vita, di quanto abbiano loro stessi o i loro contemporanei.» (Robert Louis Stevenson)

Bello & Brutto

Musica e tempo

«Le phénomène de la musique nous est donné à seule fin d’instituer un ordre dans les choses, y compris et surtout, un ordre entre l’homme et le temps. Pour être réalisé, il exige donc, nécessairement et uniquement, une construction. La construction faite, l’ordre atteint, tout est dit. Il serait vain d’y chercher ou d’en attendre autre chose. C’est précisément cette construction, cet ordre atteint qui produit en nous une émotion d’un caractère tout à fait spécial qui n’a rien de commun avec nos sensations courantes et nos réactions dues à des impressions de la vie quotidienne.» (Igor Stravinskij)

Instituer un ordre entre l’homme et le temps significa mettere un ordine al divenire delle cose, significa imbrigliare il divenire e il tempo, e lenirne il doloroso processo. E’ un tentativo di sospendere il tempo. Ma è una sospensione del tempo diametralmente opposta a quella provocata dall’angoscia. L’angoscia è una sospensione infernale del tempo: l’uomo anela ad uscirne per entrare nella vanità di un presente inafferrabile che fugge rapinosamente nel futuro per essere immediatamente inghiottito dal passato: ma per chi è nell’angoscia questa vanità è necessaria come l’aria da respirare. La musica, invece, aspira ad essere una sospensione paradisiaca del tempo, un modo per tenere al guinzaglio un presente che non fugga rapinosamente nel futuro per essere immediatamente inghiottito dal passato; un presente che però dall’angoscia non può liberarsi del tutto: non è l’eternità, ma una promessa di eternità. E tuttavia questa construction resterebbe un freddo gioco intellettuale se non fosse innervata e vivificata dalla melodia, che è l’elemento carnale del quale la musica non può fare a meno, così come l’anima del corpo; la quale melodia, a sua volta, è la forma con la quale l’impulso si purifica piegandosi e quasi rinserrandosi in un solco curvilineo.

Bello & Brutto

Sull’esatta interpretazione del proemio dell’Inferno dantesco

PREMESSA

I primi dodici versi dell’Inferno dantesco costituiscono il proemio della cantica ma soprattutto, direi, la necessaria premessa all’azione di tutta la Divina Commedia. Tuttavia, se il senso generale, complessivo, dei versi è abbastanza chiaro, quello preciso sembra ancora abbastanza avvolto nelle ombre della selva oscura. E’ mia opinione che ciò derivi in parte dal turgore stesso della parola poetica dantesca, a volte rimodellata quasi con violenza; turgore teso a riverberare una molteplicità di significati funzionanti a più livelli, sia sul versante letterale sia su quello morale-allegorico, e a valorizzare, inoltre, assonanze, echi e reiterazioni, cercando di conciliare nello stesso tempo la massima libertà d’ispirazione e la massima concisione possibile; stile che a volte, però, finisce per rendere certi suoi passi oscuri, confusi, enigmatici. Ma dall’altra parte ciò deriva, secondo me, da un vero e proprio errore collettivo commesso dai commentatori nell’esegesi del testo. E’ quello che intendo qui dimostrare.

IL TESTO

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ah quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’io v’entrai,
tant’era pieno di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

L’INTERPRETAZIONE (PIU’ O MENO) GENERALMENTE ACCETTATA

Riassumiamola parafrasandone il testo ma cercando di restargli il più possibile fedeli, ché tanto è assurdo, al solo scopo della sua interpretazione, riscriverlo là dove le parole sono sufficientemente chiare: tutti capiscono cosa vogliano dire, per esempio, i primi tre versi.

Prima terzina: «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai [finii per trovarmi] in una selva oscura, avendo smarrita la retta via.» Il senso morale-allegorico è chiaro: avendo smarrita la retta via, il protagonista della Commedia, un uomo già nel pieno della maturità, finì per cadere in uno stato di desolazione spirituale e prostrazione morale.

Seconda terzina: «Ah, che [quanto] cosa dura [penosa, dolorosa: si pensi al lamentevole ah iniziale, ma anche al senso duro, cioè che fa male, delle parole scritte al sommo della porta dell’Inferno] dire com’era [descrivere, rappresentare poeticamente] questa selva selvaggia, impenetrabile, ostile, al cui ricordo si risveglia la paura!» Qui il protagonista rabbrividisce al solo ricordo dello stato in cui era caduto, e gli è alquanto penoso parlarne.

Terza terzina: «Tanto è amara, tormentosa, angosciosa [la selva] che la morte lo è poco di più; ma per trattare del bene che io vi trovai, racconterò delle altre cose che io vi vidi.» Qui nascono i problemi. Sul significato (vero) del primo verso della terzina torneremo. Sul resto, si è supposto che nel ben Dante intendesse Virgilio e ne l’altre cose le tre fiere che il protagonista sta per incontrare da un momento all’altro. Più in generale, e sensatamente, il ben viene inteso come l’aiuto celeste che sta per arrivare per l’interposta persona di Virgilio, e l’altre cose come le vicende più o meno strettamente connesse a questo arrivo. Siccome poi né il benl’altre cose vengono effettivamente trovate nella selva, ma successivamente, si può supporre che nel caso in questione stiamo assistendo ad uno slittamento semantico del termine selva [cioè il vi] che qui viene a significare piuttosto lo stato di smarrimento causato dall’esperienza angosciosa della selva oscura che ancora persiste. In due parole, il protagonista della Commedia vuole parlarci del ben e de l’altre cose cui andò incontro in questo stato ancora persistente di smarrimento e paura.

Quarta terzina, che riporto esattamente com’è: «Io non so ben ridir com’io v’entrai, tant’era pieno di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.» Il traviamento del protagonista fu un processo graduale, così che non si ricorda nemmeno precisamente come e quando precipitò in quello stato di desolazione spirituale e prostrazione morale.

COSA NON VA (E SI SAPEVA)

Come già detto, Dante (inteso come protagonista della Commedia) non trovò affatto nella selva il ben e l’altre cose. E anzi come poteva scorgere cose se si trovava nel buio pesto della selva? L’azione della Commedia parte dalla premessa che la selva oscura è stata superata. Niente è raccontato di essa. Tanto è vero che nella seconda terzina Dante dice che gli è penosissimo perfino parlarne; e che nella quarta dice di non sapere esattamente come entrò nella selva, tanto era intorpidito dal sonno (sonno allegoricamente morale e spirituale) nel momento in cui abbandonò la retta via. Invece si ricorda, piuttosto, – quinta e sesta terzina – che una volta giunto ai piedi di un colle, là dove terminava quella valle che gli aveva compenetrato il cuore di paura, alzò lo sguardo, e vide le sue spalle già investite dai raggi del sole; di quell’astro, cioè, che guida ogni uomo dritto per la sua strada. La Divina Commedia comincia propriamente qui: il poema è la descrizione poetico-allegorica di un cammino di redenzione attraverso la “rivelazione guidata” della realtà ultraterrena fino al Paradiso; la valle oscura è superata; è un colle illuminato quello che ora gli si presenta davanti; è il momento di intraprendere la sua ascesa alla luce dell’alba di un nuovo giorno e di una nuova vita. La spiegazione dello slittamento semantico sopramenzionata (selva oscura come “stato di sofferenza psicologica ad essa relativo”) è perciò necessaria, ma andrebbe illustrata meglio e meglio inquadrata nel significato complessivo del proemio.

COSA NON VA ANCORA

Qui si entra nel cuore del problema, ma abbiamo fondata speranza di uscirne vivi. Il Tant’è amara del primo verso della terza terzina viene (che io sappia) universalmente attribuito dai commentatori alla selva oscura. Vi è però un non spiegato, sgradevole e stridente salto di tempi tra l’imperfetto del qual era riferito alla selva nella terzina precedente, e il presente del Tant’è amara. Anche nei versi successivi al proemio i riferimenti più o meno espliciti alla selva (verso 14: là dove terminava quella valle; verso 21: la notte ch’io passai con tanta pieta; verso 27: [lo passo] che non lasciò già mai persona viva) sono sempre e solo al passato. Non si capisce, inoltre, perché gli effetti della selva oscura sull’uomo siano giudicati poco inferiori a quelli della morte, e non mortali tout court, se più avanti Dante afferma che essa (lo passo) positivamente non lasciò già mai persona viva (tranne nel suo caso, per una grazia speciale); non cambia nulla anche accettando la possibilità che il soggetto del verso sia in realtà la persona, e lo passo complemento oggetto.

SOLUZIONE

L’espressione latina amara silva, che potrebbe essere ipotizzata come un suggestivo precedente, viene però usata da S. Agostino nel suo commento al Vangelo di S. Giovanni (Omelia 16, 6) – attingo quest’informazione come altre che seguiranno dall’Enciclopedia Dantesca del sito internet della Treccani – in un contesto e con un significato completamente diversi da quelli (presunti) danteschi. Più interessante è notare come nel Convivio dantesco (I, VII) l’aggettivo amaro sia contrapposto a dolce per indicare qualcosa è contro l’ordine naturale delle cose, oppure qualcosa di penoso e sgradevole a farsi, o che si fa controvoglia: «2. Obediente è quelli che ha la buona disposizione che si chiama obedienza. La vera obedienza conviene avere tre cose, sanza le quali essere non può: vuole essere dolce, e non amara; e comandata interamente, e non spontanea; e con misura, e non dismisurata. (…) 4. Ciascuna cosa che da perverso ordine procede è laboriosa, e per consequente è amara e non dolce, sì come dormire lo die e vegghiare la notte, e andare indietro e non innanzi. Comandare lo subietto a lo sovrano procede da ordine perverso – chè ordine diritto è lo sovrano a lo subietto comandare -, e così è amaro, e non dolce. E però che a l’amaro comandamento è impossibile dolcemente obedire, impossibile è, quando lo subietto comanda, la obedienza del sovrano essere dolce.»

Queste considerazioni mi confermano allora nel convincimento che il tant’è non si riferisce affatto alla selva, ma alla cosa (dura) della terzina precedente. Vi è la concordanza dei tempi e la correlazione tra l’iniziale Ah quanto della seconda terzina, e l’iniziale Tant’è della terza. Togliamo l’evocazione della selva e rileggiamola così: «Ah quanto è cosa dura a dir qual era…! Tant’è amara che poco più è morte;». E cioè, parafrasando tutti i quattro versi in questione: «Ah, che cosa dura dire com’era questa selva selvaggia, impenetrabile ed ostile al cui ricordo si risveglia la paura! Cosa tanto amara che poco più è morte.» La cosa – si può ben dire – è ancora più chiara se la parafrasi dei quattro versi fosse rielaborata così: «Dire com’era quella selva – selvaggia, impenetrabile ed ostile al cui ricordo si risveglia la paura – è una cosa tanto dura! Una cosa tanto amara che poco più è morte!» E quindi, il parlarne, per riprendere quanto detto sul significato di amaro nel Convivio, è una cosa estremamente spiacevole e quasi contro natura. Parlare della selva è lo stesso che ricordarla e riviverne l’esperienza: e ciò è tremendamente penoso, quasi come il pensiero della morte o la morte stessa. E giustamente in merito alla comprensione di questi versi in un commento alla Commedia di Tommaso Casini e Silvio Adrasto Barbi (i quali, comunque, restano fedeli alla lettura selva amara) vengono citati un passo biblico dall’Ecclesiastico (41, 1): «O morte, quanto è amaro il tuo pensiero»; e un verso dal Canzoniere petrarchesco (CCCXXXII): «or m’è il pianger amaro più che morte». E’ importante notare che in tutti questi casi la morte è il termine di paragone di un moto doloroso interno, un moto amaro dell’animo, non di qualcosa di esterno all’uomo (anche quando rappresentativo di una situazione morale, come nel caso della selva oscura). E forse è anche lecito sentire nel passo dantesco l’eco di quel calice (amaro, aggiungeremmo noi) che – umanamente parlando, s’intende – Gesù nel Getsèmani vorrebbe allontanare da sé in un momento in cui la sua anima è triste come la morte.

La spiegazione che sostengo fu fatta sua in realtà – nella sostanza – anche da uno dei più antichi commentatori della Commedia, Francesco da Buti (o Francesco di Bartolo), anche se non sembra affatto che avesse compreso la vera struttura del passo dantesco. Scrive nel suo commento: «“Tanto è amara che poco è più morte”; cioè questa selva è tanto amara alla memoria, che poco è più la morte: con ciò sia cosa che morte sia l’ultimo delle cose terribili. Et incontamente risponde alla obiezione tacita che si potrebbe fare, dicendo: Se la memoria sua è così amara, perché la rinnovelli, trattando d’essa e descrivendola? Dicendo: “Ma per trattar del ben ch’io vi trovai, Dirò dell’altre cose ch’io v’ò scorte”, dice adunque: la ragione che mi muove a trattar d’essa è il bene ch’io vi trovai. Qual sia questo se mostra nel testo; che fosse lo ragguardamento del pianeta sopra il monte, e l’apparimento, conforto et ammaestramento di Virgilio: non che queste cose desse la selva per sua natura; ma a lui sopravvenneno per grazia mentre ch’era in essa…» Si noti: «questa selva è tanto amara alla memoria»: amara “alla memoria”: giusto, nella sostanza. Si noti ancora: «la memoria sua è così amara» giusto, anche nella forma! La “memoria”, cioè la cosa dura, cioè la descrizione della selva, cioè il ricordo della selva, è così amara! Non la selva!

IN CONCLUSIONE

Dante ha dunque allontanato – con ben fondati motivi – l’amaro calice della descrizione (cioè della rappresentazione artistica) della selva oscura (e non della sua semplice ma già dolorosa evocazione), e gli diventa allora più facile parlare di quello che veramente gli sta a cuore. Egli non ha voluto parlare del male della selva – perché gli è penoso, e perché non lo giudica utile – ma vi ha accennato solo come necessaria premessa per parlare del bene che vi trovò, ossia del bene che scaturì dal male: “scaturì”, non nel senso che il bene può essere generato dal male, che per il cristiano è assurdo, ma nel senso che il libero arbitrio, se accetta di essere illuminato dalla grazia, può cogliere l’occasione della sperimentazione del male per indirizzarsi al bene, per correggersi, in quanto anche il male è irretito nei disegni provvidenziali.

Ci aiuta in questa lettura anche quel trovai del secondo verso della terza terzina, che suona come un richiamo voluto al ritrovai del secondo verso della prima terzina: Dante, nell’abbandono della retta via “trovò” il male, “trovò” le tenebre del peccato e della crisi di fede; parlare di quello stato di desolazione spirituale e prostrazione morale, di cui rabbrividisce al solo ricordo, gli è penoso quasi come la morte stessa; vi accenna solo brevemente, quale necessaria premessa, perché il suo vero proposito è invece quello di parlare del bene che “trovò” nel male, della luce che “trovò” nelle tenebre, e delle altre cose che al lume di quel bene potè allora scorgere.

E PER FARE LUCE VERAMENTE SU TUTTO

Qualcuno si chiederà come mai mi sia imbarcato in questa piccola avventura erudita. E’ presto detto: non sono mai riuscito ad amare veramente Dante. Mi spiego: l’ho ripreso in mano per l’ennesima volta per vedere se la fatidica scintilla sarebbe scoccata. Macché: buio pesto! A Malebolge ero già in crisi nera, tanto ch’i fui per ritornar più volte volto: la luce non venne, e ritornai davvero. Ma per non mollare completamente l’osso cominciai quasi per gioco a riplasmare il poema allo scopo di renderlo piacevolmente intelligibile al volgo italico cui mi pregio di appartenere (con qualche salutare soluzione di continuità che nel pensier mi fingo). Non andai davvero molto lontano…

Bello & Brutto

Che brutto il “Libiamo”!

Questo è uno sfogo e come tale va inteso. Cioè non va inteso alla lettera. Come quando nel dolore si impreca contro Dio, senza che a parlare sia il cuore. Dunque, immagino che ogni tanto capiterà anche a voi: un brutto motivetto, popolare grazie alla sua banalità, vi coglie impreparato e s’impossessa di voi per qualche giorno prima che vi riesca, a forza di potenti antidoti musicali, di scacciarlo dalla vostra testa. Sono rimasto vittima di questo supplizio nei primi giorni dell’anno, dopo essere incappato nel “Libiamo” verdiano del Concerto di Capodanno alla Fenice trasmesso dalla RAI. La musica di Verdi abbonda di questi terribili motivetti (di successo) che non citerò per non scandalizzare ancora di più il vasto pubblico e gli augusti critici musicali. Io non sono affatto insensibile (al contrario, anzi) alle melodie “facili” ed accattivanti, alla musica di immediata comunicatività. Tuttavia, prima ancora che per la fattura, queste melodie si distinguono per il nudo disegno: eccone una che brilla per freschezza, eccone una seconda che v’incanta per delicatezza, una terza che vi conquista per l’imperiosità, eccone una quarta dall’incedere felino, penetrante come una lama, ed eccone una quinta che ha dentro il fuoco e vi avvolge nelle sue spire; tutte queste belle qualità presuppongono però una naturale eleganza; la melodia goffa e grossolana, al contrario, nella sua impotenza ammiccante mi fa sempre l’effetto di un’oscena strizzatina d’occhio.

Perciò devo dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità: quando sento il “Libiamo” io lancio immancabilmente il mio maligno grido di dolore, da anni ridotto a formula fissa: «Aiuto! Il lissio!». Intendiamoci: io non niente contro il lissio; è musichetta senza grilli per la testa, che non pretende altro che essere quello che è: musichetta, appunto; gli spiriti giocondi che ballano il lissio li guardo perfino con simpatia; quelli che l’ascoltano diciamo che dimostrano di avere una fenomenale bocca buona, il che è sempre indizio di ottima e invidiabile digestione. So bene di non essere il solo, sotto sotto, a pensarla così, sul “Libiamo” intendo. E poi c’è tanta gente amante della musica la quale, suggestionata dall’approvazione generale e direi quasi istituzionale di cui gode questa bruttura verdiana, se lo fa piacere con una dolorosa smorfia di beatitudine dipinta sul volto.

In un articolo pubblicato sul Russkie Vedomosti nel 1872 il grande compositore russo Tchaikovsky scrisse: «Questo figlio del soleggiato sud ha peccato molto contro la sua arte inondando il mondo intero con le sue melodie da organetto di cattivo gusto, ma molto gli deve essere perdonato in grazia del suo indiscusso talento e del sentimento genuino che ogni opera di Verdi emana». Ah come, come, come, come, come, come, come lo capisco, il grande Pyotr Ilyich! Infatti, nonostante il suo cattivo gusto, anche Verdi sa essere grande: se la sua Musa non conosce mai veramente la grazia e la dolcezza, che egli surroga spesso con la sapiente, secca ed impassibile sublimazione del banale (prevengo il grande pubblico: il “Va pensiero” è un’altra di quelle bolsaggini verdiane immeritatamente famose che non digerisco), quando si tratta di mettere in musica il tormento e soprattutto il furore, Verdi è veramente nel suo elemento. Tutta questa materia bruta e corrotta viene rifusa in musica con un’energia selvaggia ma controllata. Ed ecco che da questo crogiolo nascono le gemme, come le due che ho nel cuore, tutte due tratte dall’Otello: l’inizio dell’opera, che vi si apre in faccia come una finestra sfondata dalle intemperie e la determinazione davvero marmorea di quel «Sì, pel ciel marmoreo giuro!» che chiude il secondo atto. Ah, che bello!

Bello & Brutto, Italia

Fedez il parruccone

La cosa più divertente dei tipi alla Fedez è che nonostante si diano arie da personaggi di straordinaria e riconosciuta apertura mentale, non appena li tocchi sul vivo s’immusoniscono come bambini. Un tratto comune a molti rapper (è un modo per dire tutti, naturalmente) è che mancano completamente di senso dell’umorismo, che si prendono terribilmente sul serio, che non sanno incassare, che sono insomma di una suscettibilità a mio ben ponderato avviso non compatibile con la maturità virile. Un altro tratto comune a molti rapper è il narcisismo. Guardateli: ci fissano serissimi negli occhi come per dirci: «Guardatemi! Non sono forse irresistibile?» E noi guardiamo. E ridacchiamo. Proprio non ce la facciamo a restar seri. E’ quello che è successo al sempre ruspante Gasparri, il quale, alludendo alla devastazione di tatuaggi che oltraggia le membra del rapper (scherzo! scherzo!), su Twitter gli ha dato del «coso dipinto», chiosando poi la superba intuizione estetica con queste alate parole: «Uno che tratta così il suo corpo chissà come ha trattato il cervello, credo sia già una gioia non essere ridotti come lui».

Fedez, fulminato da questo uppercut, ha risposto serissimo con parole altrettanto alate, postando meschinamente una foto assai infelice di un uomo – Maurizio Gasparri – al naturale già brutto quasi come il peccato. Ma, alla fin fine, qual è la colpa del povero Gasparri se non di aver visto il re nudo, cioè il lato ridicolo del rapper? Mi ricordo che circa un quarto di secolo fa (ammazza, come passa il tempo) Frank Zappa (che aveva fama luciferina) disse di Michael Jackson: «E’ talmente strambo da far apparire normale persino me. Passerà certamente alla storia, non tanto per la sua musica o per il suo esibizionismo pacchiano, ma perché non sono biodegradabili i chili di plastica che si è fatti iniettare addosso». Frank vide il re nudo e fu come se rompesse un incantesimo.

Ma l’infame Gasparri non si è fermato là. Da straordinario sciabolatore qual è, ha risposto per le rime ad una ragazzina intervenuta in difesa del tatuato, twittando un vero e proprio ceffone: «Meno droga, più dieta, messa male». Insomma, è tutta da ridere. Tranne che per l’offesissimo Fedez, il quale, tutto compreso di sé, a questo punto ha postato su Facebook un pippone moralistico (non ve l’avevo detto tempo fa che al rapper piace posare da predicatore?), un pippone moralistico, dicevo, infarcito di luogocomunismi politicamente corretti imparati alla scuola elementare della società civile, prendendosela pure con «l’ego debordante» di certi tristi personaggi, intendendo certi intoccabili personaggi politici. Di quello del suo personaggio naturalmente non si è affatto accorto. Ma che mondo di bambini!

E tutto ciò sarebbe anche perdonabile, se dietro le pose ci fosse almeno un briciolo di musica. Negli anni settanta (e ancora negli anni ottanta) i protagonisti della musica pop erano spesso molto più ridicoli, ingenuamente ridicoli, di quelli di adesso, ma dietro c’era anche molta musica (perfino nel caso di Michael Jackson): adesso sono rimaste solo le pose e la fuffa modaiola, alla cui vacuità nessun messaggio goffamente impegnato potrà mai rimediare.

Bello & Brutto

L’artista sgonfiato

Clamoroso a Parigi! Qualche malandrino ha bucato nella notte l’enorme Albero gonfiabile di Paul McCarthy installato nella Place Vendôme. Dico bucato per rendere più evidente il lato poetico dell’azione, anche se in realtà il poeta ha «sezionato i cavi elettrici del sistema d’alimentazione che gonfia la scultura», così almeno leggo sui giornali. L’opera d’arte del grande artista americano aveva causato scandalo, oltre che per la sua stratosferica pacchianeria (di cui solo i mediocri hanno paura: ecco la sua grandezza, babbei), anche per il fatto di somigliare ad un sex toy. A dire il vero io, di primo acchito, nella mia innocenza, avevo pensato ad una specie di trottola, ma poi mi è bastato gettare una rapidissima occhiata alle opere dell’artista americano per capire che l’allusione oscena era assolutamente voluta e per capire inoltre che Paul, insomma, non è mica tanto a posto. Dico solo che una plastica (e magistrale) rappresentazione del fattaccio di Napoli – quello del compressore, per capirci – nel catalogo delle sue opere avrebbe potuto entrare alla perfezione. E dico «avrebbe potuto entrare» (me ne sono accorto mentre lo scrivevo) forse perché contagiato dalla bruciante passione di Paul per gli sfinteri. E dico inoltre che di fronte a tale capo d’opera i gridolini d’ammirazione si sarebbero sprecati in tutte le più famose gallerie d’arte del mondo.

L’assessore alla Cultura del Comune di Parigi, Bruno Julliard, nell’esprimere tutta la sua indignazione per il gesto vandalico, ha twittato «Viva la libertà degli artisti!» Qui, però, bisogna fare una riflessione seria. In fin dei conti, il nefando oltraggio all’albero/sex toy non ci dice forse che l’arte emozionale di McCarthy ha raggiunto il suo obiettivo? E chi poteva essere così toccato nella propria sensibilità dal gigantesco sex toy gonfiabile da sentirsi obbligato ad aggiungere emozione ad emozione, se non un altro artista? E non abbiamo forse tutti noi sentito una nuova grande emozione nel vedere la struttura sgonfiata a terra, simile ai resti di un pallone aerostatico? Quella stessa emozione che si prova davanti ad una nuova, sorprendente opera d’arte, L’artista sgonfiato, frutto prezioso della libera attività di un libero artista?

Bello & Brutto, Italia

Vi ricorda qualcosa?

“Era l’epoca in cui la Germania veniva governata dai suoi trenta o quaranta regnanti in modo tanto meschino e inetto che torme di esiliati vagavano fuori dei suoi confini e insegnavano addirittura allo straniero a diffamare e vituperare la loro patria. Mettevano in circolazione parole di scherno che i vicini fino allora non avevano mai sentito e che potevano provenire soltanto dall’interno del paese criticato; e poiché i frutti dell’autoironia, di cui quel fenomeno in fondo non era che l’esagerazione, di rado vengono capiti e apprezzati fuori della Germania, lo straniero prendeva per oro colato tutte le voci negative che circolavano e imparava a usarne ed abusarne anche da sé, tanto più che così potevano addirittura cattivarsi l’animo di quegli infelici che, poco esperti del mondo, si attendevano da ciò aiuto e appoggio.” (Gottfried Keller, Enrico il Verde, versione definitiva 1880, Einaudi)

Articoli Giornalettismo, Bello & Brutto, Italia

Romanzo di un depistaggio

E’ uscito nelle sale l’ultimo film di Marco Tullio Giordana, “Romanzo di una strage”, dedicato alla strage di Piazza Fontana. Personalmente trovo poche cose così mortalmente noiose, deprimenti, e piccine come questa fissazione della cricca degli artisti italiani più consapevoli per i “misteri” del recente passato. Il film infatti è già un evento, al quale, qualunque sia la vostra opinione sull’opera e sulla ricostruzione storica della vicenda, dovete pagare un tributo di attenzione, se non volete essere tagliati fuori dal salotto virtuale dei chierici dell’intellighenzia democratica. Ma voi, se siete interessati a cogliere il profilo di una certa Italia, e non alla chiacchiere, fregatevene del film ed osservate l’umanità che vi traffica intorno e che partecipa al “dibattito”. Le reazioni non si sono fatte attendere. Adriano Sofri ha addirittura fatto esplodere una molotov nella piazza mediatica con un pamphlet di cento pagine e passa contro certe tesi sostenute nel film, da lui qualificate assurde. Come per ogni vicenda storica, e umana, anche quella del terrorismo contiene aspetti paradossali, ombre, stranezze. Su questa realtà minuta ci si è tuffati, pur di fuggire la realtà stessa, nell’intento di cogliervi la trama nascosta del grande disegno antidemocratico chiamato strategia della tensione. La stessa cosa è stata replicata qualche anno dopo per le vicende di mafia. Questo assunto di fondo, che è il vero grande depistaggio che distorce la vita politica e culturale italiana, non viene mai veramente meno, cosicché anche quando irrompono nella scena nuove ipotesi, nuove scoperte, ed opinioni eretiche, e il quadro storico si fa più umano, meno schematico, questo travaglio intellettuale sa di muffa, come se sviluppasse in un circolo chiuso frequentato dalla solita famiglia dedita alla superstizione del servizi deviati, specie di categoria dello spirito di un popolo che davvero avrebbe ormai bisogno di respirare aria fresca, invece di passare il tempo a grattarsi con gusto la solita rogna. Sulle trame, sulle “stragi di stato”, sui servizi deviati, l’Italia migliore – quella più tentata dalle spallate antidemocratiche di piazza – ha costruito le sue fortune. Mantenere in vita questa fiction – questo grande romanzo – serve a perpetuarne l’egemonia culturale e il potere di suggestione. L’essenziale è che sia la sinistra a mettere il sigillo ad ogni nuovo capitolo di questa storia, quand’anche fosse in palese contraddizione con quello precedente: fuor di essa, della sinistra, nulla salus.

E’ una patologia che ha distorto perfino il linguaggio e il senso comune. Due esempi di questi giorni a proposito della riforma del lavoro. Prendete Ichino. Non avete mai avuto la tentazione di prender a schiaffi una personcina molto ammodo, molto intelligente, molto preparata, mite, e retta, e tuttavia incapace di buttare il cuore oltre l’ostacolo e di prendere atto di una spiacevole verità? Io Ichino lo prenderei a schiaffi. Per difendere la necessità della riforma presso i compagni di sempre deve per forza ricorrere al più assurdo degli argomenti, quello che associa il buono e il giusto alla sinistra: «Sì alla riforma, è di sinistra la parità tra protetti e non protetti», argomento che appartiene ad un credo filosofico-religioso, non alla politica e alla storia. E non sfugge alla trappola nemmeno Giuliano Ferrara, che peraltro ama épater le bourgeois e perciò ogni tanto inciampa nella sua piacevole irruenza, il quale, richiamandosi al libretto di successo firmato qualche anno fa da Giavazzi ed Alesina, quando certa sinistra voleva insegnarci il vero liberalismo solo perché il liberalismo era alla moda, scrive che in un certo senso non troppo paradossale, “un mercato del lavoro libero è una cosa di sinistra”. La quale invece è una sciocchezza bella e buona, tutta italiana, e non degna di te, Giuliano, che dalla famiglia ti sei emancipato da una vita.

[pubblicato su Giornalettismo.com] 

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (51)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

I FISSATI CON PUTIN 05/12/2011 Tra questi, i più spietati sono quelli che in fondo, qualche decennio fa, non vedevano tutto male nell’esperimento sovietico. Essendo una setta potente, si sono portati dietro anche i liberali senza palle e senza testa e i conservatori più tetragoni. La Russia putiniana è diventata una vergogna antidemocratica ed illiberale. Per i nostri gusti delicati, sicuro, non lo metto in dubbio. Ma non tanto da impedire che si tengano delle regolari elezioni politiche e che in quelle di ieri il partito dell’autocrate Putin, Russia Unita, secondo i primi exit poll, sia passato dal 64% al 48,5%. Queste anime belle saranno finalmente contente, tanto più che oltre a Russia Giusta: Madrepatria-Pensionati-Vita, partito descritto di “centrosinistra” che dal 7,7% passa al 14,1%, a trarre i maggiori vantaggi dal “crollo” putiniano è stata tutta gente di specchiatissima ed illuminata liberalità come i comunisti passati dall’11,57% al 19,8%, e i nazionalisti di Zhirinovski, passati dall’8,1% all’11,4%. Insomma, il colosso si muove, senza neanche il bisogno di una primavera democratica. E anch’io sono contento.

IL SOLE24ORE 06/12/2011 Che ogni anno, abbagliandoci, scorta con una montagna di dati la sua bislacca classifica della qualità della vita nelle PROVINCE italiane: NON nelle città, come si continuerà a ripetere dai media per altri vent’anni, sempre che vada bene. Vedo con buonumore che la provincia di Oristano, senza che si abbia notizia di un qualche maremoto abbattutosi sulla costa occidentale sarda, ha fatto in dodici mesi un capitombolo all’indietro di ben 45 posizioni. Orpo. A naso dico: o la qualità della vita in Italia è talmente omogenea che una bocciofila in meno o un asilo in più ci fanno andare all’inferno o in paradiso; oppure i parametri sono da ricalibrare. Propenderei per la seconda ipotesi. Noto ancora e sempre con buonumore che la mia patria, la Marca Trevigiana, con un balzo felino si è insediata al primissimo posto nella classifica speciale riguardante il “tenore di vita”, proprio ora che mi vedo circondato come non mai da facce sospirose e meste, liete di trovare parole di conforto in un povero disgraziato come me. Questo è un bel mistero. Che nel resto d’Italia si sia alla più nera disperazione? O che dalle sue parti il sottoscritto, a sua beata insaputa, abbia ormai acquisito una discreta fama di amabile gonzo?

LIBERTA’ E GIUSTIZIA 07/12/2011 Se ogni tanto anche il buon Omero dormicchia, perché mai la Sobrietà dovrebbe negarsi per forza un bicchierino? L’ottimo Napolitano, con logica inoppugnabile, converrete, ha avuto parole d’elogio per un decreto, il «Decreto Salva-Italia», “giunto appena in tempo per evitare la catastrofe”. Concetto ribadito dal sempre misurato Monti, ospite del salotto televisivo di Bruno Vespa. Bruno Vespa!?! Monti, il Salvatore, nella casa di un noto pubblicano! A nulla è servito che l’altro ieri il più esclusivo club di bacchettoni d’Italia lanciasse – lanciasse cosa? un appello? – un appello affinché l’uomo della rupture stilistica e morale non varcasse quella soglia impura. Un appello sottoscritto – sottoscritto da chi? da numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo? – da numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo. Tra questi, Ermanno Olmi. Quello delle parabole cinematografiche.

MARIO MONTI 08/12/2011 Come le dicevo, Watson, questa contegnosa macchietta non ha nemmeno il coraggio delle proprie azioni. A “Porta a Porta” è andato, ma con un miserrimo colpo basso si è creduto in dovere di mettere subito in chiaro, coram populo, com’è proprio dei pusillanimi, che “non lo ha fatto per fare un piacere a Vespa”. Il quale naturalmente non ha fatto una piega. Asciutto e amabile come il più compito dei maggiordomi ha fatto un rapido cenno del suo più naturale assenso, com’è uso degli uomini di mondo davanti ad una cafonaggine puerile. Individuo notevole, Watson! Siccome nessuno va da Vespa per fargli un piacere, ma casomai per fare un piacere a se stesso, la mia distaccata opinione, caro Watson, è che quest’uscita stravagante sia il frutto di due giorni di profondo travaglio intellettuale alla ricerca delle parole più consone a rabbonire l’Italia Migliore, quella fissata, lo sapete, coi servi e coi lacchè. In questa fissazione Monti ha infine trovato con intima gioia la giusta ispirazione che gli ha dettato – letteralmente, caro Watson, letteralmente! – le sciocche parole del suo servile tributo. Increscioso, nevvero? Ma ora mi aiuti a mettere la giacca: abbiamo tutti e due bisogno di un po’ d’aria fresca, non crede?

FILIPPO FACCI 09/12/2011 Nel suo articolo sulla prima alla Scala scrive: “È vero, in fondo l’opera è proprio teatro allo stato puro: e il primo a evidenziarlo, anche musicalmente, fu proprio Mozart.” Per me si è espresso in modo infelice, perché sennò non mi limiterei a tirargli gli orecchi. Così non fa altro che perpetuare equivoci che fanno contenti insieme certa critica seriosa e verbosa e il volgo più o meno danaroso che va a vedere il «baraccone» teatrale-musicale, lusingato di partecipare ad un «avvenimento culturale» ufficialmente certificato. Per Mozart era vero il contrario: in un’Opera ben intesa il teatro, il dramma, il libretto, la scenografia, dovevano formare la servitù anche scalcagnata della musica; l’Opera stessa non puro teatro, ma teatro completamente risolto in Musica. Ossia Musica: “In un’Opera la poesia deve essere figlia obbediente della musica. Perché le Opere Comiche italiane, a dispetto della miserabile insignificanza dei loro libretti, hanno successo ovunque, persino a Parigi, come io stesso ho constatato? Perché la musica vi prevale completamente, e la gente dimentica tutto il resto [Olé! N.d.Z]. Così, un’Opera otterrà un successo ancora maggiore se il soggetto è stato bene elaborato, e le parole sono state scritte solo in funzione della musica, senza la presenza di termini o di intere strofe che distruggono completamente l’idea del compositore [del compositore, non del drammaturgo, non del librettista, N.d.Z.] solo per salvare una miserabile rima.” Questa semplice verità continuerà ad essere una pietra d’inciampo nei secoli dei secoli. Le opere, ascoltatele pure a casa, non ci perderete nulla o quasi, e penetrerete nella musica e nella mente del compositore anche meglio. Ciò detto, io non sono affatto un patito di Mozart. Mi piace molto invece Massenet.

P.S. Mi sono spesso chiesto come mai nessuno di questi svergognati risponda: o i miei leggiadri aforismi colpiscono con così infallibile precisione che la miglior cosa è ignorarli, oppure non c’è in giro un cane spelacchiato che li prenda sul serio. Io un’intima certezza ce l’avrei… Ma Filippo Facci mi ha degnato di una risposta. La cosa mi ha talmente colpito che gli ho rivelato tutto!

Filippo Facci: Non ho capito la questione: dal che ritengo che l’essermi espresso male sia un’ipotesi effettiva. Non certa, tuttavia. La mia era una notazione tecnica, riferita al fatto – che poi non ho riportato – che Mozart ha infarcito il Don Giovanni di riferimenti musicali «teatrali», in voga allora, che noi ora non possiamo riconoscere. Per il resto, figurarsi se disconosco l’ammiccamento mozartiano verso la servitù della musica, come la chiami. La musica era poco più che un’occupazione da girovaghi o da servi, un mestiere come un altro, un artigianato, al limite una ricreazione pomeridiana per nobili rampolli. Di rado, nel Settecento, era considerata un’arte, come lo sarà da Beethoven in poi: i musicisti, anche a corte, erano considerati dei domestici e mangiavano con la servitù. I teatri erano molto diversi da come li immaginiamo oggi. La Scala al primo piano aveva una bottega del caffè in cui la gente s’intratteneva a leggere e oziare mentre venivano preparate bevande calde da servire nei palchi; al secondo piano c’era una cucina e una pasticceria e dei camerini per le cene, con gli aromi delle pietanze a spandersi per tutto il Teatro; al terzo piano c’era una stanza per i commerci, come la Borsa di oggi, e una galleria dei giochi dove la gente litigava e non di rado si accoltellava. In ogni palco non mancavano i liquori e un braciere per cucinare o per scaldarsi, e le tende, rivolte verso il palcoscenico, si potevano chiudere così da farsi gli affari propri. La musica, intanto, andava. Nel complesso, un baccano d’inferno: tra sguardi e ventagli, l’arte si mischiava all’intrattenimento, e nei teatri, illuminati con splendidi lampadari in argants, i borghesi e gli aristocratici si ritrovavano anche per fare un po’ di casino. Però quello che dici è molto parziale. Vale per l’opera buffa. Mozart non lo è già più. Io stesso Mozart preferisco sentirmelo a casa, per dire. Ma per Wagner? I testi erano mostruosamente lunghi ed elaborati (raramente in rima) eppure li scriveva lui stesso, e ascoltare le sue opere mille volte (come pure faccio) non vale vederla una volta dal vivo, sempre che la regia non lo ammazzi come alla Scala è accaduto è accadrà nei due anni prossimi.

Massimo Zamarion: Innanzitutto, caro Facci, sarà curioso di sapere cosa le avrei fatto se non si fosse espresso “in modo infelice”: be’, le avrei “strappato con le mani la zazzera biondiccia”. Questo avevo in anima di fare. Ma a parte questa doverosa precisazione, la sua garbata risposta merita la verità. Quest’articoletto è frutto di una vendetta. Sì, vergognamoci per Zamarion! Lei un giorno, in un articolo su una lista di 100 dischi da “possedere assolutamente” proposta da Marco Pasetto, scrisse che l’Aleksandr Nevsky del mio amato Prokofiev faceva “scappar la gente per sempre”. Anche qui non era chiarissima la cosa: forse voleva dire che la musica, la bellissima musica, dell’Aleksandr Nevsky, di quel capolavoro dell’Aleksandr Nevsky, era troppo impegnativa o fine per sedurre un neofita anche di innato buon gusto? Siccome però è musica tutt’altro che cerebrale, ma piena di melodie accattivanti, a me parve che l’Aleksandr Nevsky facesse scappare lei a gambe levate. Scorrendo la lista scoprii poi che lei era un fan di Shostakovich e un detrattore di Stravinsky, il grande Igor, che sta più in alto anche di Berlusconi nella mia personale lista dei più grandi nanerottoli della storia. Avendo l’immaginazione fervida, questa mi sembrò una dichiarazione di guerra e l’uomo del sottosuolo che è in me se la legò al dito. E veniamo all’Opera. Quello che mi dà sommamente fastidio quando si parla di Opera, e che mi sembra un grave errore pedagogico se si vuole avvicinare la gente alla musica “classica”, è che tutta l’attenzione venga rivolta agli interpreti, alla direzione, alla scenografia, ai cantanti, ai “personaggi”, al dramma. Non si finisce più di parlare di chi è Don Giovanni, di chi è Tosca, o di chi è Scarpia. Ed è una noia mortale. Sembra che tutto dipenda dall’esecuzione o da quello che in un’opera – musicale – in ultimissima analisi rimane secondario. E’ tutta roba frigida. Possibile che un capolavoro o un buon pezzo musicale non sappia sopportare una zotica esecuzione? Possibile che la bellezza in mani maldestre sfugga ad un orecchio sensibile? Io non lo credo affatto. Possibile che i critici invece di chiacchierare all’infinito sul “significato” di un’opera, o di quel tal personaggio della malora, e su come dovrebbe essere interpretato, non si adoperino invece a cercare di cogliere e comunicare a parole la segreta musica della musica di Mozart, o la segreta musica della musica di Tchaikovsky? (Io mi sono avvicinato alla musica classica così: ascoltavo un LP degli Area, anni settanta; sul retro, non so per quale strana contro-operazione culturale c’era un pezzetto intitolato: “Il massacro del terzo brandenburghese”, due minutini di musica massacrata per benino. Io ne fui folgorato. Così nel negozio di dischi dove andavo di solito cominciai a frugare negli scaffali dedicati alla musica classica, con la nonchalance sospetta di chi cerca le riviste porno. Trovai i Brandenburghesi diretti da K. Richter, due sontuosi LP della Archiv. Solo dopo qualche mese ebbi il coraggio di comprarli. Avevo 14-15 anni. Non guardai in faccia il negoziante, che sicuramente mi guardava strano. Ma dopo fuggii felice.) Ecco, è per tutto questo che quando lei ha scritto che per Mozart l’Opera è teatro allo stato puro io ho voluto interpretarla a modo mio. Quanto alla Gesamkustwerk, come ho già scritto nel mio blog che conta la bellezza di 150.000 contatti dopo soli cinque anni, mi sembra cosa astratta e tirannica. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è – per me – quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile e bolsa cavalcata della Valchirie). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. (Ma forse a guardarle dal vivo, chissà che riesca a non addormentarmi). In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo. Questa è sempre stata la mia opinione. E non ho ancora cambiato idea. Perlomeno, converrà, è mia. Ringrazio dell’attenzione. Io la seguo spesso con simpatia. Mi dispiace però che sia così anticlericale. E sulla musica ho capito che siamo, in quanto a gusti, su fronti contrapposti.

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Meno arie, caro Lissner

Non essendo un cuor di leone e volendo farsi bello agli occhi dell’Italia che conta, il sovrintendente alla Scala Lissner ha riservato una battuta malevola e stupida (“avrà altro da fare”) al ministro della cultura, reo di aver disertato la prima della stagione scaligera. Bondi, in quel momento impegnato in Parlamento, sarà pure un bambinone e il classico, imbarazzante poeta cui non mancano applausi di circostanza dalla cerchia di quegli amici che non sanno come dirgli che con l’ippica forse potrebbe togliersi ben altre soddisfazioni; però è l’uomo più buono ed inoffensivo della terra. Per questo tutti i vigliacchi gli danno contro. E per questo lui vuole bene a Silvio e Silvio a lui. C’è bisogno di dire che se il Charlie Brown del governo Berlusconi si fosse presentato alla Scala i soliti muezzin dell’Italia migliore lo avrebbero incolpato di aver voluto sfilare a tutti i costi durante un rito mondano di insostenibile leggerezza mentre Pompei cadeva a pezzi? E che lui – povero fanciullo! – se ne sarebbe sinceramente contristato?

Premesso questo, chi lo dice che per un ministro della cultura bigiare la prima della Scala sia un gran peccato? Già, chi lo dice? Alla prima della Scala presenzia un sacco di gente famosa che di musica non capisce niente – non è una colpa – ma che invece di schermirsi con garbo di fronte alle domande del petulante cronista, come farebbe qualsiasi intelligente casalinga di Voghera, si sente in dovere di dire la sua su interpreti, direttore e regista. Ah, il regista! Ho l’intima certezza che gli odierni “registi” d’opera di musica non capiscano un’acca. Capire la musica vuol dire ricavarne piacere. Ricavarne un puro ed onesto piacere senza l’aggiunta di strane droghe vuol dire amarla. Amarla vuol dire sottomettersi. Inoltre, chi ama la musica, per quanto onnivoro, ha i suoi gusti e le sue idiosincrasie. Anche scandalose. La razza tirannica, ignorante e brutale dei registi, che una volta giustamente non esisteva, marcia invece indistintamente su Gluck, Verdi o Prokofiev e si è messa in capo di trasformare i cantanti in attori, e di mettere le note sotto il tallone di ferro del dramma, nonostante Mozart sostenesse il contrario. Allo scopo tutto è lecito: l’allestimento scenico nudo o al contrario eccessivo e bizzarro, obbligatoriamente anacronistico, tale che l’occhio uccida proditoriamente l’orecchio; o il valore aggiunto dell’ammiccamento di tipo politico o sexy, che ci fa arrossire, ma solo per il suo infantilismo. Supponenza e volgarità si danno la mano, giustificandosi a vicenda. Onde per cui questo circo è diventato un avvenimento culturale per eccellenza. Senso della misura, un po’ di distacco, di ironia? Zero. Per quella ci vorrebbe nobiltà d’animo, che prescinde dalla “cultura”. Quando poi si tratta di Wagner, che è serissimo, che è tedesco, che è monumentale, che è il profeta dell’arte totale, della gesamtkunstwerk, tutti si mettono spontaneamente sull’attenti, anche quelli per cui la Valchiria rimarrà per sempre quel temibile e intonso pacchetto di appena quattro CD. Si entra in chiesa:

…e la cerimonia ebbe inizio. Mi feci il più possibile piccolo e rimasi immobile. Dopo un quarto d’ora non ce la facevo più; i miei muscoli erano indolenziti, dovevo cambiare posizione. Crac! Ci siamo! La sedia fa un rumore che richiama un centinaio di sguardi furibondi! Mi rifaccio piccolo, ma il mio pensiero corre alla fine dell’atto che porrà termine a questo martirio. Finalmente giunge l’intervallo e mi ripago con due buone salcicce e un boccale di birra. Non appena accesa la sigaretta, sono richiamato al raccoglimento dal segnale d’inizio. Un altro atto da subire! Penso intensamente alla sigaretta appena iniziata e sopporto ancora quell’atto. Poi, di nuovo salcicce, birra, fanfara, raccoglimento, ancora un atto – l’ultimo. Fine!

Chi è questo insolente? E’ il piccolo, grande, irresistibile Igor Stravinskij reduce dalla “sacra rappresentazione” del Parsifal di Wagner a Bayreuth. Appena trentenne, alto un metro e mezzo, calvo, occhialuto, e tuttavia non disperato, il nanerottolo aveva già l’inimitabile faccia da vecchietto in gamba che per sua fortuna mantenne bella, fresca e quasi intatta fino ai novant’anni. Ora la sua piccola salma riposa a Venezia, nel poetico cimitero dell’isoletta di San Michele, gentilissima cittadella murata e resort di lusso per i pensionati dell’oltretomba. Lunghi bastioni orizzontali in mattoni rossi, bardati da pietra bianca, dietro ai quali svettano verticali e altissimi verdi cipressi secolari, accompagnano l’occhio per centinaia e centinaia di metri quando camminate lungo le Fondamente Nove, l’ampia passeggiata che limita a nord-est la città dei vivi: sopra sorride la volta celeste, sotto s’increspa lo specchio azzurro delle acque. Quando fa bello, e tutto trasuda mitezza, vi prende una strana e quasi filosofica voglia di tuffarvi per andare incontro al vostro destino…

A Bayreuth l’aveva invitato Diaghilev, l’impresario dei Balletti Russi. Ci andò con piacere, anche se già presagiva le dissonanze elettive col grande Wagner ma soprattutto con la setta wagneriana, e anche se in quel momento stava componendo in santa pace Le Sacre du Printemps. Tanto per dire, caro Lissner.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Chiarisco (copio un mio commento qui sotto): sarebbe assurdo negare la grandezza di Wagner. Neanche Stravinskij la negava. Pur “semplificando al massimo” non si può dire che per il russo la musica fosse indipendente da qualsiasi “contenuto poetico”. Affermava, piuttosto, che questa poesia doveva essere raggiunta coi mezzi della musica, e non truccata e appesantita da suggestioni extramusicali, di qualsiasi genere. Anzi, in pieno novecento usò spesso, polemicamente, parole come poesia e melodia. Un suo libriccino teorico si intitola proprio “poetica della musica”. Giunse a comporre un balletto, “Il bacio della fata”, su brevi tracce pianistiche di Čaikovskij, che fu un grandissimo compositore ma che allora – soprattutto allora – era considerato un artista salottiero e sdolcinato. Parlava provocatoriamente dell’incanto delle “sue belle frasi musicali”, belle e ben fatte. Contro l’astratta tirannia formale di certo sinfonismo, parlava di “una melodia che aveva perso il suo sorriso”, o qualcosa del genere. Gli sembrava astratto e tirannico anche il “dramma” wagneriano. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile cavalcata della Valchirie, veramente bolsa). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo.

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Mancava solo la firma

Ora, il povero fesso che ha combinato questa scempiaggine non voleva certo “negare” la Shoah. Anzi, con un simbolo di persecuzione voleva attirare l’attenzione sulla sua presunta persecuzione. Una leggerezza da coglione. Due volte coglione, perché, volendo, l’idea era magnifica. Mancava solo la firma. Di Cattelan, o di un altro della sempre più vasta, coccolata e danarosa cerchia dei ciarlatani dell’arte progressista: in quel caso sarebbe stata un’utile provocazione, una lacerante emozione, un capolavoro.

Bello & Brutto, Italia

Accapponatevi la pelle: impunità=libertà

Sì, lo so, “accapponatevi la pelle” è agghiacciante. Ma da anni di servitù, lecchinaggio e fedelissima sudditanza al satrapo dei satrapi non ho cavato un bel nulla. Ora mi sono stufato! Vooooglio fare il gentiluomo, eeee non voglio più servir! No, non vooglioo piuuù servir! Ho deciso anch’io di piacere alla gente che piace; e di buttarmi nella merda con l’ebbra spericolatezza delle tardone convertite allo spirito dei tempi. Di qui il titolo del post, che riecheggia, mi pare con meritoria felicità creativa, lo stile sapientemente sgrammaticato di tanti romanzetti e di tanti filmetti di tanti autoretti con la fissa della Costituzione anche quando poetano su fellatio e cunnilingus. Sì, son caduto, ma non ce l’avrei mai fatta da solo, senza l’aiuto della femmina. La mia Eva si chiama, papparapàm: Michela Murgia. Scrittrice. Fresca vincitrice del premio Campiello. Popputa. Non è un complimento: nella mia nuova vita non voglio rischiare nulla. Però mi ha sedotto, tramortito, fulminato e ricondotto sulla felice via della perdizione con una mitragliata travolgente di spropositi di dionisiaco, liberatorio, liberale e trionfante disordine. Ecco qui, uno per uno, i meravigliosi colpi di questa scarica dadaista sparati dai microfoni di Radio 24:

Il sogno segreto di Berlusconi è di mandare via gli scrittori di sinistra: ci vorrebbe fuori dalle sue case editrici, così può pubblicare tutto quello che gli pare. Credo che Berlusconi non sia affatto liberale perché non ama il dissenso e ha una visione padronale del mondo. Ci sono moltissimi esempi dell’illiberalità di Berlusconi.

CI vorrebbe? Quindi la scrittrice è di sinistra. Fa parte del club. Della setta. Della cricca. Cricca liberal. Di cui non fa parte Berlusconi, il quale come tutti i comuni mortali, compresi quelli che tollerano il dissenso, non sono così contro natura da “amare” il dissenso. La cricca liberalgiustizialista invece “ama” il dissenso. Provate e vedrete. E mi direte, se ne uscite vivi.

Berlusconi è illiberale per il fatto che il Pdl sia stato presentato, mediaticamente, come un monoblocco dove il suo pensiero era l’unico esprimibile e qualunque modalità di dissenso veniva immediatamente soffocata.

Che non è un esempio. Ma un massive attack. A Berlusconi e alla consecutio temporum, di una virulenza tale che forse solo chi visse prima di Non è mai troppo tardi ebbe il piacere di conoscerne di simile. Mi ha commosso straordinariamente l’uso rivoluzionario e controgrammatico del congiuntivo al posto dell’indicativo, quando invece il novantanove per cento dei compatrioti della scrittrice sbaglia in senso inverso. Che poi i media abbiano presentato il PDL come un monolite dentro il quale ogni dissenso viene soffocato, mi parrebbe, mi sembrerebbe, un bell’esempio di vigorosa denuncia democratica, o no? O son io che non comprendo la meccanica del partito “monoblocco”? [N.B.: “il fatto che…” One…]

E’ stato Fini che ha crepato questo muro.

Il pioniere Fini. Non sottovalutatelo: è il primo uomo al mondo ad essere riuscito a “crepare” quei muri che fino ad oggi ce la facevano da soli, a crepare, senza il bisogno della proprietà transitiva.

Berlusconi si occupa dei libri solo quando cominciano a vendere milioni di copie. Si è occupato di Saviano solo perché raggiunge un numero elevato di persone.

Buona dormita, Silvio! Ma non voleva mandarli via tutti, gli scrittori di sinistra, quelli belli e quelli brutti, il Berlusca, cinque righe più sopra? Com’è che adesso si sveglia solo quando lo scrittore di sinistra – pardon: liberale – riesce a vendere milioni di copie?

Il fatto che noi viviamo in un regime di sostanziale impunità quando pubblichiamo e nessuno ci castiga verbalmente come è stato per Saviano, indica semplicemente che noi non siamo influenti dal punto di vista dell’audience.

L’impunità è l’anticamera della libertà. Io lo dico sempre (almeno lo dicevo; adesso cambio vita): attenti con la retorica della legalità! Una cagata tira l’altra che neanche ve ne accorgete. Ci ho messo un po’ per capire il pensiero della popputa scrittrice. Che è questo: “Il fatto che noi viviamo in una condizione di sostanziale libertà quando pubblichiamo ecc. ecc.” Ecco cosa succede quando si succhia il latte dalle mammelle di Repubblica, dell’Unità, del Fatto, quotidianamente! [N.B.: “il fatto che…” Two…]

La contraddizione non è che noi siamo antagonisti a Berlusconi, ma che Berlusconi critica uno che gli fa guadagnare tanti soldi. Il fatto che un autore che vende i libri gli faccia guadagnare dei soldi è un argomento debole, perché non tutti noi vendiamo come Saviano.

Pensiero stupendo, ma assai assai ellittico. Dunque dunque, se ben intendo, non sarebbe una contraddizione essere uno scrittore “antagonista” al Berlusca (e liberale) e farsi pubblicare i libri dal Berlusca. (Il che mi pare giusto: perché non si dovrebbe fottere il capitalismo coi mezzi del capitalismo?) Però è una contraddizione che il Berlusca critichi uno che gli faccia guadagnare “tanti” soldi. (Il che mi pare sbagliato: perché significherebbe che il Caimano non è attaccato ai soldi fino alla cecità.) Ma se scriviamo per case editrici di proprietà del Berlusca non rimproverateci. E’ un argomento debole. (Cazz… è più facile tradurre dal latino! ) Per questioni di principio? Costituzionali? Resistenziali? No, è che la maggior parte di noi non vende assolutamente un cazzo. A parte Saviano. Quindi i guadagni del Berlusca sono molto relativi. [N.B.: “il fatto che…” Three… Che legga il Fatto Quotidiano tutti i santi giorni?]

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Quando Shakespeare citò Seneca

La storiella non troppo divertente del traffico internazionale di battute di cui si è parlato qualche giorno fa, al centro della quale troneggia una delle cime della comicità italica, mi ha fatto venir in mente un’altra storia, che con essa ha qualche similitudine ma che per fortuna dei lettori si svolge a livelli eccezionalmente più elevati, come si conviene d’altro canto ad una rubrica fine come la nostra, cioè la mia, caro direttore responsabile. E’ una storia di prestiti gratuiti fra colossi del pensiero e della letteratura di tutti i tempi. Si chiamano prestiti gratuiti, e non scopiazzature, perché tra gli spiriti magnanimi ci s’incontra rompendo le catene del tempo e dello spazio in tutta naturalezza quasi togliendoci l’un l’altro le parole di bocca. Da qualche parte il grande Seneca scrive più o meno: quel che mio è tuo, se è veramente tuo. Così come da qualche parte il grande Montaigne scrive più o meno: sento dire ogni giorno cose vere e profonde, ma bisogna scuotere per benino coloro che le dicono, per vedere se sono veramente loro o le tengono solo in bocca. Io scrivo invece in tutta tranquillità “da qualche parte” per fare un dispetto ai pedanti attaccati alla lettera e agli amanti delle troppe note che ammazzano le buone letture e gli studiosi più seri. Nel Nuovo Testamento più d’una volta possiamo leggere “da qualche parte sta scritto”: cose scritte, questi “da qualche parte”, da anime grandi e forti. E’ bello e saggio seguire le tracce dei grandi, tanto più quando è comodo.

Quando parlo di spiriti magnanimi non intendo però esattamente gli uomini famosi. Non fa parte di questo libero-scambismo intellettuale per esempio il passo spesso citato dei Pensieri di quel pessimo Pascal che continua ad avere malauguratamente buona fama anche tra i cristiani: “L’homme n’est ni ange ni bête, et le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête.” Si tratta infatti di una scopiazzatura da Montaigne: “Ils veulent se mettre hors d’eux, et échapper à l’homme. C’est folie: au lieu de se transformer en anges ils se transforment en bêtes; au lieu de se hausser, ils s’abattent” (Montaigne, Essais, III, 13); Montaigne, il cui fascino Pascal subì, ma di cui finì per odiare la figura perché sentiva di non essere all’altezza dell’olimpica grandezza di quello che i cretini hanno etichettato come “scettico”, quando invece lo scetticismo di Montaigne è solo quella prudenza, quella temperanza dell’intelletto che si accompagna naturalmente alla sua anima stoico-cristiana.

Qualche lustro fa dunque mi capitò di leggere un passo delle Lettere a Lucilio di Seneca talmente peculiare ed espressivo da risvegliare immediatamente in me il ricordo di qualcosa che già conoscevo: si trattava di alcuni versi di Shakespeare, che ritrovai dopo breve ricerca e senza troppe difficoltà nel King Lear. Sul momento mi limitai ad adulare me stesso per esser riuscito a inserirmi telepaticamente in questa corresponsione d’amorosi sensi tra geni; solo in seguito mi resi conto, prendendo in mano edizioni annotate inglesi ed italiane del dramma shakespeareano, che a questa citazione senechiana nessuno faceva alcun riferimento. Echi stoici, attraverso Seneca e Montaigne, di cui fu di fondamentale importanza la traduzione di John (Giovanni) Florio dei Saggi in inglese nel 1603, non sono infrequenti in Shakespeare. Però il passo in questione delle Epistulae senechiane ci dà la certezza che Shakespeare ebbe sotto gli occhi, in versione originale o in qualche traduzione, magari non ancora pubblicata, quell’opera di Seneca.

La cosa ha sua spiegazione. Durante la vita di Shakespeare la quasi totalità del corpus filosofico senechiano rimase ancora in latino. Mentre le tragedie di Seneca, che sono oggi la parte di grandissima lunga più trascurata della sua opera, ebbero un’influenza enorme sul teatro elisabettiano. In un suo saggio del 1927, intitolato Seneca nelle traduzioni elisabettiane, Thomas Stearns Eliot, scrive:

«Nessun autore ha esercitato più vasta e profonda influenza sul pensiero e la forma della tragedia elisabettiana di quanto abbia fatto Seneca. (…) La maggior parte delle traduzioni più note sono di autori di indiscutibile qualità, e queste traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni devono gran parte del loro prestigio alla fama e al merito dell’autore tradotto, mentre la maggior parte delle più note traduzioni in prosa hanno uno stile così puro e sciolto da colpire anche il lettore più sprovveduto. (….) Le Tenne Tragedies furono tradotte e pubblicate separatamente nell’arco di circa otto anni, eccezion fatta per Thebais che fu tradotta da Newton nel 1581, per completare la sua edizione di tutte le opere di Seneca. L’ordine e la cronologia delle svariate traduzioni sono interessanti. Il primo e il migliore dei traduttori fu Jasper Heywood: il suo Troas fu stampato nel 1559, il suo Tyestes nel 1560, il suo Hercules Furens nel 1561. L’Œdipus di Alexander Neviyle (tradotto nel 1560) fu pubblicato nel 1563. Nel 1566 apparvero l’Octavia di Nuce, e l’Agamennon, la Medea e l’Hercules Œtaeus di Studley. Probabilmente l’Hippolytus di Studley fu pubblicato nel 1567. Passarono poi quattordici anni prima che Newton realizzasse la sua edizione completa, e si può supporre che Thebais sia stata tradotta a tal fine.» (T.S. Eliot, Opere 1904-1939, a cura di Roberto Sanesi, Bompiani).

Invece per quanto riguarda l’opera filosofica di Seneca sappiamo che nel 1546-1547 Robert Whittington tradusse tre presunte opere di Seneca: The Forme and Rule of Honest Lyvynge, 1546; The Myrrour or Glasse of Maners, 1547; and De remediis fortuitorum, 1547; le prime due però sono in realtà opere di Martino di Braga; la terza, nel titolo, non corrisponde al alcuna opera di Seneca. Nel 1578 Arthur Golding tradusse il De Beneficiis: The Woorke of Lucius Annaeus Seneca concerning Benefyting, that is to say, the dooing, receyving, and requyting of good turnes, translated out of Latin by A. Golding. J. Day, London, 1578.

Recentemente Clare Byrne ha parlato di An early translation of Seneca:

«…a small volume published apparently in 1577, containing selections from his Epistolae, his De Tranquillitate Animi, De Brevitate Vitae, De Consolatione, and De providentia. It is, so far as I can discover, not only the earliest English translation of a volume of selections from Seneca, but representes also the earliest English version of these five moral treatises; and after De Remediis Fortuitorum translated in 1547, ranks as the second “Englishing” of Seneca as a moral philosopher. Possessing non independent title-page, and masquerading as an appendix to The Defence of Death, a translation of Philippe de Mornay’s Excellent Discours de la Vie et de la Mort…»

Il prof. Ben R. Schneider, da parte sua, ha scritto che «Something called *Seneca’s Morals*, probably a compendium of excerpts, was published in English in 1607». Il 1606 e il 1607 sono gli anni delle prime rappresentazioni del King Lear di Shakesperare. La cui prima edizione stampata, in-quarto, è del 1608. Lasciamo la parola ad un esperto come Giorgio Melchiori:

«Q1-1608. M. William Shakespeare: His True Chronicle Historie of the Life and Death of King Lear ecc.; editore Nathaniel Butter. Questa edizione viene generalmente chiamata Pied Bull Quarto dal nome dell’insegna Butter (il Toro Pezzato) indicato sul frontespizio. Nonostante la registrazione, si tratta probabilmente di edizione abusiva di un testo dettato sulla base del copione da attori infedeli; contiene perciò molti errori e sostituzioni di parole, ma il testo è sostanzialmente completo.» (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori).

Infine nel 1614, e quindi solo due anni prima della morte di Shakespeare, Thomas Lodge pubblicò – ma erano anni e anni che ci lavorava – la prima vera organica traduzione dell’opera filosofica senechiana: The Workes both Morall and Natural of Lucius Annaeus Seneca. La figura di Thomas Lodge può avere giocato una parte importante nel piccolo enigma che stiamo investigando in quanto Lodge è l’autore di Rosalynde, la novella che offrì a Shakespeare l’intreccio per il suo As you like it. Gli si attribuisce inoltre una collaborazione con Shakespeare nella stesura di Henry VI; la possibile influenza di una sua opera poetica, Glaucus and Scilla, sul Venus and Adonis di Shakespeare; una qualche sua mano nella stesura del dramma The True Chronicle of King Leir and his three Daughters del 1594, pubblicato anonimo nel 1605 (proprio negli anni di gestazione del King Lear shakespeariano) nel quale però non c’è traccia del passo in questione. Che è ispirato dalla più famosa opera senechiana, le Lettere a Lucilio (Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX), nella quale, alla Lettera 119, troviamo questo brano (10-11):

«10 At hic qui se ad quod exigit natura composuit non tantum extra sensum est paupertatis sed extra metum. Sed ut scias quam difficile sit res suas ad naturalem modum coartare, hic ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui. 11 At excaecant populum et in se convertunt opes, si numerati multum ex aliqua dono effertur, si multum auri tecto quoque eius inlinitur, si familia aut corporibus electa aut spectabilis cultu est. Omnium istorum felicitas in publicum spectat: ille quem nos et populo et fortunae sudduximus beatus introsum est.»

«10 Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura; quello stesso che tu chiami povero, possiede anche lui qualcosa di superfluo. 11 Il mondo è abbagliato e affascinato dallo spettacolo della ricchezza, quando si vedo venir fuori da una casa una gran quantità di denaro, quando si vedono i soffitti ricoperti d’oro, quando la stessa servitù si fa notare per la sua prestanza fisica e per le splendide vesti. La felicità esteriore di costoro impressiona il pubblico. L’uomo che noi abbiamo sottratto all’influenza del mondo e della fortuna ha in se stesso la sua felicità.» (Seneca, Lettere a Lucilio, traduzione di Giuseppe Monti, Rizzoli)

E’, questo, un tema virtuoso diabolicamente e pretestuosamente ripreso in King Lear dalle sue due prima adulatrici e poi irriconoscenti figlie, Gonerill e Regan, cui ha ceduto il regno (loro contraltare è la figura tragica dell’altra figlia, Cordelia) le quali si rifiutano di mantenere un seguito adeguato di cavalieri al vecchio Re. In un crescendo di stupefazione ed amarezza da una parte, e di spudoratezza dall’altro, si arriva a questo momento cruciale (King Lear, II, 4):

«GONERILL: Here me, my lord;/ What need you five-and-twenty, ten, or five/ To follow, in a house where twice so many/ Have a command to tend you? REGAN: What need one? LEAR: O, reason not the need! Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./ Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s. Thou art a lady;/ If only to go warm were gorgeous,/ Why, nature needs not what thou gorgeous wear’st,/ Which scarcely keeps thee warm. But for true need…»

«GONERILL: Sentite mio signore;/ che bisogno avete di venticinque, o di dieci o di cinque con voi,/ in una casa ove due volti tanti/ hanno ordine di servirvi? REGAN: Che bisogno avete sia pur d’uno soltanto? LEAR: Non cavillate sul “bisogno”! Gl’infimi mendicanti/ Nella loro miseria hanno qualcosa di superfluo./ Se si concede alla natura nulla più dello stretto indispensabile/ La vita dell’uomo vale meno di quella della bestia./ Tu sei una gentildonna; se tutta l’eleganza consistesse/ Nell’andar caldi, la natura non avrebbe bisogno/ Di codesti tuoi abiti sontuosi, che non ti tengon caldo./ Quanto ai veri bisogni…» (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori)

Si possono osservare tre cose in comune nei due brani, partendo da quella meno importante: 1) Accenni alla servitù e allo splendore delle vesti. 2) Le parole di Lear: “O, reason not the need! (…) Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s.” che stravolgono in forma paradossale il ragionamento senechiano illustrato da quel “Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura”. 3) Ma soprattutto quel: “Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./” che è quasi una traduzione in forma di condensazione poetica del “hoc ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui.” di Seneca. Osserviamoli tutti e due da vicino, in una mia traduzione che cerca di avvicinarsi il più possibile alla lettera:

Latino (Seneca): HIC IPSE QUEM CIRCUMCIDIMUS

Italiano (Seneca): QUELLO STESSO CHE (NOI) SPOGLIAMO DI TUTTO

Inglese (Shakespeare): OUR BASEST

Italiano (Shakespeare): I NOSTRI PIU’ NUDI

Circumcidere in latino significa “tagliare tutt’intorno”, “limitare”, “togliere via”, “ridurre radicalmente”. In alcune traduzioni italiane il quem circumcidimus viene reso con “abbiamo limitato” oppure “ridotto all’osso”, oppure viene bellamente saltato (come nella sopramenzionata traduzione di Monti) perché è difficile tradurlo in un italiano scorrevole, e perché in ogni caso il senso dell’intero passo resta chiaro. Questa riduzione ad uno stato “elementare” viene riecheggiata dall’aggettivo shakespeareano basest. Così come il verbo alla prima persona plurale in Seneca ha un eco nel pronome possessivo our in Shakespeare.

Latino (Seneca): QUEM TU VOCAS PAUPEREM

Italiano (Seneca): CHE TU CHIAMI POVERO

Inglese (Shakespeare): BEGGARS

Italiano (Shakespeare): MENDICANTI

Latino (Seneca): HABET ALIQUID ET SUPERVACUI

Italiano (Seneca): POSSIEDE TUTTAVIA QUALCOSA ANCORA DI SUPERFLUO

Inglese (Shakespeare): ARE IN THE POOREST THING SUPERFLUOUS

Italiano (Shakespeare): CON LA PIU’ POVERA DELLE LORO COSE ARRIVANO AL SUPERFLUO

Habet aliquid et supervacui si potrebbe rendere con “possiede qualcosa persino (et) di superfluo” oppure con “possiede pur qualcosa e in quel qualcosa, per quanto insignificante sia, c’è perfino il superfluo”. Shakespeare, che non si nega mai nulla, s’inventa un superfluous riferito alla persona del possessore di cose “superflue”. In una edizione Penguin del dramma commentata da George Hunter il passo è spiegato così: «Our basest beggars are in the poorest thing superfluous: even the most deprived of men have among their few possessions something that is beyond their basic needs» ossia “anche i più indigenti degli uomini tra i loro pochi averi possiedono qualcosa che va al di là dei bisogni elementari” che è quasi una traduzione involontaria del passo senechiano. E con questo avrei finito. Caro direttore – responsabile – non si preoccupi: Shakespeare maledì chi avesse rovistato tra le sue ossa, non tra le sue carte. Questo è tutto amore.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Draquile e avvoltoi

In fin dei conti è da sempre l’aspirazione segreta e vera di ogni dissidente italiano che si rispetti: sfilare con grazia leggiadra sul tappeto rosso che conduce al tempio splendido di luci dello star-system; un trionfo vacuo, il fine leggero di una vita leggera. La dissidenza in Italia è infatti una posa. E’ un’attività frivola che condotta con arte e perseveranza è premiata a volte da successi sbalorditivi. Significa frequentare le stanze dorate del potere, ricevere omaggi da tutte le combriccole, essere perennemente avvolti dalla luce accattivante dei riflettori con l’aria di essere capitati lì per caso e quasi a malavoglia. Significa costruire un impero reticolare di mille solidissimi agganci recitando la parte del povero sventurato in lotta con l’establishment. Significa presidiare le casematte del potere con così sicura baldanza da atteggiarsi capricciosamente a contropotere. C’è chi per questa strada degna dei più incredibili trafficoni balzachiani è arrivato al premio Nobel per la letteratura senza che il suo nome alla “letteratura” fosse stato mai accostato: trionfo strano e mostruoso! E mostruosamente italiano!

Così oggi, come nella più pianificata ed inevitabile delle carriere burocratiche, dopo molta televisione – molta televisione di stato – molto teatro, un indefesso e proficuo presenzialismo nelle piazze democratiche, qualche interpretazione cinematografica, una partecipazione al Festival di Sanremo – tanto per non lasciare nulla d’intentato – la realizzazione di tre o quattro film prodotti e distribuiti senza tanti problemi, e a volte pure premiati, come capita di regola agli artisti che vegetano nelle catacombe delle dittature, per la quarantasettenne ragazzaccia della Dissidenza Italiana e per il suo coraggioso filmaccio, Draquila, è arrivato il gran giorno del debutto al Festival di Cannes. Per Hollywood è solo questione di tempo. Prima del debutto doveva però arrivare l’invito. Questo è un tema delicato su cui i media di casa nostra – noblesse oblige – hanno fatto gli gnorri con tratto assai signorile: un invito che solo i malevoli di regime – come noi – e i cineasti falliti possono chiamare privilegio.

Berlusconi da vivo continua a calamitare l’attenzione della razza noiosa degli artisti più impegnati e civilmente coraggiosi come Mussolini lo fa da morto: i rischi infatti sono i medesimi. Draquila è la sua ultima incarnazione cinematografica, e si annuncia come un Caimano più perfido e risoluto, o disperato. Infatti secondo la magnanima interpretazione della signorina Guzzanti il terremoto in Abruzzo dell’anno scorso fu proprio quel bel macello agognato, mezzo previsto e spietatamente sfruttato che serviva al vampiro per tirarsi fuori dalla melma dei suoi casini: un dono di Dio, cui forse la sempre efficace intercessione del Vaticano non fu estranea. Per strano che possa sembrare in questo delirio è nascosta una mezza verità. Il terremoto è stato in realtà provvidenziale, ma molto più per i trionfi mondani della signorina Guzzanti che per le fortune berlusconiane. Le menzogne acrobatiche ci smascherano: l’accusatio fin troppo manifesta contro lo Psiconano è l’excusatio non petita della Guzzanti. Peccato che Charlie Brown Bondi, il ministro del gran rifiuto – non esattamente una cima dal punto di vista caratteriale – con le goffe e innocue impuntature dei bonaccioni sia riuscito puntualmente a recitare la parte del cattivo in questa farsa, invece di inchiodare la Guzzanti alla sua cattiva coscienza con qualche pubblico pizzino, velenoso ed elegante, degno del bel mondo chiacchierone che mischia cultura e celluloide.

Così all’Impallinato Speciale, il povero nonnetto Berlusconi, che ha avuto il fegato di protestare contro la nomea di dittatore invocando come testimone a discarico proprio la televisione pubblica, dove la vasta truppa antifascista gli tira le freccette ogni giorno, la Sabina ha risposto con soave perfidia da perfetta svampita, visto che stava sulla Croisette: “Ma che sta dicendo? Lo sanno tutti come funziona la TV in Italia. Non può dire certe cose proprio a me.” (Infatti la pasionaria vi ha messo piede ventitré anni fa.) “Per affermare questo ci vogliono i fatti che vanno poi anche argomentati.” (I “fatti” e gli “argomenti”: è così che oggi vi tappano la bocca, a tutti i livelli.) “Se lui vuole la Repubblica presidenziale è senz’altro un suo diritto, ma per averla non continui a inquinare il parlamento con i suoi fisioterapisti e sovvertendo i principi costituzionali. Questa si chiama eversione e colpo di stato”.

Voilà.

[pubblicato su Giornalettismo.com]