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Banche e popoli pari sono

Da Atene, nel giorno del trionfo vagamente funereo di Tsipras, Beppe Grillo ha lanciato il suo non troppo originale grido di guerra: Potere al popolo, non alle banche! Nonostante ciò il capo dei vaffanculisti, come tanti amanti del popolo di destra e di sinistra, è un fanatico della mitica sovranità monetaria. Sennonché la presunta efficacia miracolosa della sovranità monetaria riposa tutta sulla presenza di una banca centrale nazionale che fa il bello e cattivo tempo, nei confronti del buon senso e del mercato, manipolando la moneta in obbedienza ai desiderata di un potere politico che per compiacere il popolo fa il suo male a medio-lungo termine. Pensateci bene: i media considerati più vicini all’Europa tecnocratica non erano quelli che fino a poco tempo fa magnificavano la potenza di fuoco del bazooka di Draghi? Non era quello un esempio della stessa fiducia nel potere taumaturgico di una moneta capace secondo alcuni belli spiriti di creare – nientepopodimeno – ricchezza? Questa segreta affinità elettiva dimostra che, così come per gli odiati tecnocrati, anche per Beppe Grillo il popolo è sostanzialmente un gregge. Perché il popolo dovrebbe fidarsi del Comitato di Salute Pubblica nostrano più che di quello europeo?

D’altra parte i nuovi capipopolo sembrano avercela con le banche per lo stesso motivo per cui ce l’hanno a volte con lo stato o col palazzo: il dispetto di non averle alle proprie dipendenze. E infatti fra il classico statalismo e il banco-centrismo degli ultimi tempi c’è un legame assai stretto: la mungitura. La mungitura dei redditi nel primo caso; la mungitura dei risparmi nel secondo caso. Decenni di statalismo crescente hanno consegnato le economie occidentali al circolo vizioso di aumenti di tasse e debiti pubblici sempre più difficili da sostenere. Non essendoci più margini per alimentare una crescita malsana attraverso i debiti pubblici, si è ricorsi alle banche e alle bombe di liquidità, le quali ultime, come dovrebbe essere ovvio per qualsiasi persona pensante, in se stesse non rappresentano alcuna ricchezza, visto che non è che moltiplicando il denaro si moltiplichino anche i beni. Ma esse danno l’illusione della ricchezza, spingono ad indebitarsi allegramente, nel momento stesso in cui svalutano i sempre più magri tesoretti dei risparmiatori, giacché qualcuno alla fine della giostra deve pur sempre pagare: è la mammella bancaria che si sostituisce a quella dello stato, anche se in sostanza lavora per quest’ultimo. E infatti poi arrivano le bolle, coi relativi scoppi, e i salvataggi bancari, e tutto viene infine inghiottito dalla marea montante dei debiti pubblici.

Quindi il banco-centrismo non è altro, in fondo, che un surrogato dello statalismo classico, una sua continuazione con altri mezzi: dallo stato nasce, allo stato ritorna. Se lo statalismo è una forma strisciante di socialismo, il banco-centrismo, ossia la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia prodotta dal famigerato turbo-capitalismo, è una forma strisciante di socialismo finanziario, che un po’ alla volta crea le sue nomenklature. Il prossimo passo sulla via dell’inferno non può essere che l’attacco diretto ai patrimoni. Sembra che Tsipras ci stia pensando. Non sappiamo invece cosa stiano pensando i nostri confusi capipopolo. Ci troviamo, non solo in Italia, ma in quasi tutte le economie mature dei paesi ricchi, nel bel mezzo di un pantano che sembra non avere fine: dovremmo tornare indietro, un passo alla volta, ubbidendo più alla costanza e alla determinazione che alla fretta. Ci vorranno decenni. Bisognerà tenere lo sguardo fermo in una direzione nel lungo termine, e mostrare realismo e duttilità nel breve.

Tutto ciò che è mancato nella pessima gestione della crisi greca: in un quadro nel quale l’italianizzazione (dal punto di vista del debito pubblico) di molte economie occidentali è ormai un dato di fatto; in un quadro nel quale i famosi parametri di Maastricht sono saltati come tappi di bottiglia in tutta Europa; in un quadro nel quale i paesi occidentali riescono al massimo a pagare gli interessi sui propri debiti; si pretendeva che un paese tecnicamente fallito e povero di risorse come la Grecia cominciasse a pagare i suoi debiti. Al moralismo astratto non poteva che rispondere la demagogia nazionalista.

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Ma basta con questa “crescita”!

Diciamolo: questa storia della crescita ha proprio rotto. Non se ne può più. Anche perché a forza d’invocarla si è creato quel clima malsano di attesa che paralizza ogni attività ed ogni sensato ragionamento. Per di più chi ne parla sembra che lo faccia apposta per ingenerare confusione nell’opinione pubblica. Ieri per esempio non è mancato in materia l’auspicio del Presidente della Repubblica. Il quale ha peraltro molte attenuanti: sappiamo tutti come certe figure istituzionali siano, per così dire, costrette a dire banalità da mane a sera (questa è una delle ragioni per cui non ho mai invidiato i politici). Fatto sta, però, che Napolitano ha detto, con l’aria di chi esprime la più pacifica delle verità: «Di certo all’Unione Europea tocca ora imboccare la strada di politiche più favorevoli alla crescita, anche perché – nonostante indubbie differenze nel suo seno – è l’Europa nel suo insieme che accusa i colpi di una tendenziale stagnazione se non deflazione.» 

In questa frase non c’è niente di nuovo; anzi, l’uomo della strada l’ha ormai imparata a memoria ascoltando i notiziari. Purtroppo. Purtroppo in primo luogo perché gli si è ficcata in mente l’idea che la deflazione e la recessione vadano necessariamente di conserva, e magari coincidano. Quando invece in una situazione ideale la deflazione dovrebbe essere il sintomo per eccellenza della crescita economica: i beni costano meno per l’aumento della produttività; siamo tutti, in generale, più ricchi perché con gli stessi soldi possiamo acquistare più cose. E purtroppo in secondo luogo perché ormai pure lui si è convinto che la crescita dipenda sostanzialmente da un atto di volontà: la crescita, sì, la crescita, questa è la via che vogliamo seguire, sembrano dire gli scopritori dell’acqua calda. Quando invece bisognerebbe far capire all’ometto quello che in cuor suo ha sempre saputo e che l’esperienza gli ha sempre insegnato: che cioè anche in economia tutto si tiene. Questa continua evocazione della crescita non fa altro che aumentare la demagogia e l’impazienza. Diamoci un taglio. Anche perché a questo punto abbiamo ormai il fondatissimo sospetto che porti pure sfortuna.

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Quell’ultimo salvifico debito

Ormai è un convincimento generale, a sinistra, al centro, a destra: se si vuole uscire da questa epocale crisi economica (in tutto l’Occidente, non solo in Italia) bisogna che la gente abbia assolutamente più soldi in tasca da spendere, in modo tale che i consumi ripartano e con essi la macchina produttiva. Siccome i soldi non ci sono, e le tasse sono già ad un livello demenziale, e perfino ai risparmiatori (tirchi e traditori!) oramai viene negato qualsiasi interesse reale sui loro sudati tesoretti pur di costringerli a mollare l’osso, cioè a scialacquare, ecco che allora torna in auge la vecchia e sempre nuova grande idea dei disperati: fare debiti. Anche la pensata del Tfr in busta paga obbedisce a quest’andazzo: sembra partorita dall’allegra filosofia del “meglio l’uovo oggi che la gallina domani”, ma i suoi sostenitori vi diranno che questo piccolo meraviglioso ovetto rimetterà in piedi ed in moto un organismo che altrimenti perirebbe molto prima di poter vedere l’agognata gallina. E’ lo stesso tipo di speranza che anima il giocatore incallito sommerso dalle perdite e alla matta ricerca di qualcuno che gli faccia credito per potersi rifare al tavolo da gioco. Ed è figlia, questa speranza, di quella stessa comoda (ed istintiva) scuola di pensiero che ritiene necessario stimolare di quando in quando (cioè sempre) l’economia attraverso i debiti pubblici e privati e che ci ha portati dritti dritti alla crisi. Stimolo dopo stimolo siamo arrivati qui, alla ricerca di un’ultima botta di vita. Quella decisiva, che ci cambierà la vita. Oh sì, come no?

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Quando il patriottismo finisce fuori strada

Un sano patriottismo è sempre una buona cosa. Purtroppo è anche merce piuttosto rara. Quello che va per la maggiore è quasi sempre il patriottismo fuori luogo. Ieri, per esempio, abbiamo scoperto due nuovi illustri patrioti, tutti e due a causa di quello sfrontato di Marchionne. Per Della Valle, Marchionne è un «cosmopolita furbetto» che da dieci anni «fa annunci e promesse a vuoto agli italiani e ai suoi dipendenti». Mentre per Montezemolo, scaricato qualche giorno fa dallo sfacciato Sergio, «la verità è che ormai la Ferrari è diventata americana». Americana? Dipende dai punti di vista.

Da quando Fiat ha preso il controllo di Chrysler, circa cinque anni fa, Marchionne si è concentrato soprattutto sulle attività americane del gruppo. Non è stata una scelta. E’ stata una necessità. Solo rilanciando Chrysler (marchi Chrysler, Jeep, Dodge e Ram Truck) in America, il nuovo gruppo Fiat Chrysler – FCA – avrebbe potuto “sperare” di acquistare una massa critica tale da poter poi competere coi giganti mondiali dell’automobile. Salvare Chrysler voleva dire salvare Fiat, sic et simpliciter. Ma allo stesso tempo la Chrysler in bancarotta che nessuno si voleva prendere neanche gratis aveva bisogno di Fiat, perché fuori del Nord-America Chrysler praticamente non esiste, mentre Fiat fuori dell’Europa ha invece qualche presenza importante (per esempio nel grande mercato brasiliano).

E’ accaduto un mezzo miracolo, su cui pochissimi avrebbero scommesso, e ora FCA si sta avvicinando ai volumi di vendite delle altre due Detroit’s big three, General Motors e Ford. Il contributo italiano a questo successo è stato decisivo: cura degli interni, pianali, motori. Per esempio, il modello più venduto del gruppo, il Ram Pickup, da tempo monta in una sua versione, che ha avuto molto successo, un motore diesel di fabbricazione italiana. Ma la grande intuizione di Marchionne è stata quella di valorizzare pienamente un marchio come Jeep, marchio glorioso e diciamo pure leggendario, ma finora sentito come di nicchia. Da qualche tempo le vendite di Jeep sono letteralmente esplose, grazie soprattutto al modello Cherokee, la prima Jeep interamente concepita dalla nuova gestione italiana, un Suv dalle linee morbide basato sul pianale modificato dell’Alfa Romeo Giulietta, che ha fatto scandalo tra gli aficionados yankees del marchio. Al momento del lancio molti parlarono di tradimento e predissero la fine del marchio Jeep. Erano solo una piccola parte di quella legione di americani che, ancor oggi, con una smorfia di disgusto, affermano la loro amara verità: e cioè che, per dirla con Montezemolo, «Chrysler è ormai diventata italiana».

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[RISPOSTA AD UN COMMENTO – Io ho denunciato, piuttosto divertito, un certo miope patriottismo automobilistico che coinvolge sia gli italiani sia gli statunitensi. Mi sembra poi strano che si voglia far dipendere il giudizio sul nuovo corso della Fiat, cioè FCA, un gruppo che attualmente produce 4 milioni e mezzo di veicoli, sul destino di Mirafiori, qualunque esso sia. Il mercato europeo, dove peraltro Fiat riesce nel migliore dei casi, ma proprio nel migliore dei casi, a difendersi, è asfittico e non produce utili. Negli anni passati era il mercato brasiliano che teneva a galla i conti della Fiat. Oggi anche quel mercato – in generale, non solo per Fiat – è entrato in sofferenza. La carta americana era l’unica che Marchionne poteva realisticamente giocare, per cercare di realizzare una base credibile sulla quale poi costruire un futuro globale e perciò anche italiano per FCA. Se non ci fosse stato questo lustro di successi americani, difficilmente la fusione Fiat Chrysler avrebbe potuto realizzarsi. E sicuramente mai Marchionne avrebbe potuto annunciare, come ha fatto recentemente, progetti ambiziossimi per Alfa Romeo e, in sottordine, per Maserati. La cui produzione dovrebbe essere interamente localizzata negli impianti italiani. E magari anche in quel di Mirafiori. E poi, mi scusi, è chiaro che quando Montezemolo dice che la “Ferrari è ormai diventata americana”, non fa altro che confessare che Marchionne, intelligentemente, vuole che il marchio Ferrari esca dal suo piccolo mondo e faccia da traino all’intero segmento del lusso italiano che si vuole rilanciare nel settore automobilistico. E come possiamo dare torto a Marchionne di pensare in grande?]

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Quel sottile piacere del declino condiviso

Bisogna riconoscere che il raggelante dato negativo del Pil tedesco del secondo trimestre (-0,2%) è stato accolto in Italia con grande soddisfazione, con un vero e proprio sospiro di sollievo. Il fatto poi che la Francia sia tragicamente ferma al palo, e che gli altri paesi (almeno quelli della “vecchia” Europa) vadano sciaguratamente a passo di lumaca, ha ancor più galvanizzato il partito ormai ultra-maggioritario e anti-germanico della flessibilità. Si sono risentite pure quelle corbellerie anti-Kuloniane e filo-Abenomics del Berlusca (lo dico da berlusconiano) che nel giro di poco tempo son divenute moneta corrente anche fra i parrucconi dell’Italia civile, europea, responsabile e anti-berlusconiana. Renzi, non essendo un santo, ma un politico, ha preso subito la palla al balzo per rimarcare il fatto che la stagnazione economica è ormai un fenomeno europeo e che l’Italia in questo quadro non può più essere considerata un caso speciale. Insomma, ha detto una mezza verità, e, diciamo, forse anche più di mezza. Però anche questa subitanea eccitazione per i numeretti non sempre significativi delle variazioni trimestrali del Pil mi sembra una conferma della congenita inettitudine degli italiani per i ragionamenti semplici a base di cifre, anche quando vogliono fare i furbetti. Infatti, se si volesse difendere l’Italia dall’accusa di essere di gran lunga la pecora più nera del ricco Occidente ci sarebbero a disposizione i numeri ben più eloquenti del rapporto debito/Pil del 2013 di tanti nostri paesi amici che ci fanno la morale: USA 104%, UK 91%, Germania 78%, Francia 94%, Spagna 94%, Giappone 237%, Portogallo 129%, Canada 89%, Austria 74%, Belgio 102%, Paesi Bassi 75%, Irlanda 124%, Grecia 175%, ed Italia, appunto, 132%. In mezzo a tanti mostri il vecchio mostro italico ormai riesce perfino a non farsi troppo notare. Ecco del materiale un po’ più serio per della sana e patriottica demagogia.

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Le mezze verità di Draghi

Parlantina a parte, non sembra che Matteo Renzi abbia le idee molto chiare. Però ha il piglio napoleonico (de noantri, se volete), l’ottimismo della volontà (o della spudoratezza, fate voi) e può darsi che a forza di dare strattoni, anche a casaccio (anzi, sicuramente a casaccio), e con l’aiuto del Berlusca, riesca quantomeno a disincagliare il bastimento italico dai bassi fondali. Poi, naturalmente, bisognerà decidere quale rotta prendere. Non sembra d’altra parte che nei più nobili consessi europei si brilli per schiettezza e chiarezza. Però vi abbonda un certo fastidioso e reticente paternalismo. Ieri, ad esempio, ha parlato Mario Draghi. Il presidente della Bce, riferendosi chiaramente all’Italia, ha detto che «per i paesi dell’Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali», sottolineando il fatto che «i paesi che hanno fatto programmi convincenti di riforma strutturale stanno andando meglio, molto meglio di quelli che non lo hanno fatto o lo hanno fatto in maniera insufficiente». Ora, capire quali siano questi paesi che «hanno fatto molto meglio» risulta piuttosto arduo, visto che nella “vecchia Europa” si registrano crescite trimestrali del Pil (nominale) pari a qualche stitico decimale. Inoltre, Draghi sa benissimo che le cosiddette (e mai ben esplicitate) “riforme strutturali”, proprio perché sono strutturali, non possono riflettersi positivamente nel breve termine sui numeri dell’economia, soprattutto sul troppo idolatrato Pil (nominale), che anzi nell’iniziale fase riformatrice potrebbe soffrire. E allora perché dice queste baggianate? Perché non dice tutta la verità? Politico anche lui?

Dire tutto il male possibile dei problemi strutturali dell’economia italiana si può e si deve, naturalmente. Però mi pare che ormai non solo in Italia ma anche nei civili paesi d’oltralpe e d’oltreoceano si conceda un po’ troppo alle ragioni (naturalmente) pressanti e miopi della politica. Scrolliamoci di dosso la tirannia dell’oggi e guardiamo le cose un po’ più da lontano: il fatto fondamentale di questi ultimi vent’anni, nel campo economico, non è forse proprio la progressiva “italianizzazione” delle economie occidentali? L’Italia è impiccata al suo debito da più di due decenni, e questo non le ha consentito facili e furbe (e assai poco lungimiranti) manovre espansive: la sua non crescita si spiega anche così. Mentre i numeri ci dicono che gli altri paesi del ricco Occidente, in buona sostanza, hanno fatto proprio questo, o con manovre classicamente stataliste (fondate appunto sul ricorso diretto al debito pubblico) o con l’incoraggiamento dato a quel credito facile (cioè ai debiti privati, anche contro la logica di mercato) che prima ha originato le bolle e poi, con lo scoppio delle bolle, la trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici. Questo è il dato fondamentale: l’Italia ha un rapporto debito/Pil pubblico al 135%, ma l’aveva al 120% anche vent’anni fa; poco è cambiato, anche se è una consolazione del piffero; mentre sia i nostri vicini europei in genere, sia gli USA e sia la Gran Bretagna, che all’epoca avevano un rapporto debito/Pil che era, a spanne, un quarto, un terzo o al massimo una metà (in percentuale) del nostro, ora lo stanno velocemente avviando verso la soglia lugubremente simbolica del 100%, senza contare chi questa soglia l’ha già superata da tempo: l’Italia non è più l’eccezione. E tutto fa sospettare che in realtà la loro modestissima crescita si spieghi, almeno per il momento, almeno fino a quando le mitiche riforme strutturali non faranno il loro effetto, col fatto che possono ancora raschiare qualcosa dal fondo del barile del debito.

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Libertà in svendita

Dal 30 giugno artigiani, commercianti e professionisti vari dovranno dotarsi del Pos: se la somma non sarà inferiore ai 30 €, dovranno accettare il pagamento con bancomat, carta di credito o di debito. Sia i favorevoli che i contrari a questa novità strillano insoddisfatti. I primi lamentano il fatto che, per il momento almeno, non ci sarà alcuna sanzione contro chi non rispetterà l’obbligo, e quindi il decreto è una barzelletta: difficile contraddirli. I secondi denunciano che i costi d’installazione e utilizzo del Pos in Italia sono ingiustificatamente alti; che la nuova norma è l’ennesimo regalo alle banche; che i vecchietti davanti all’ennesima diavoleria tecnologica si metteranno a piangere. Come spesso succede in Italia, la cagnara serve a nascondere la vera questione. E’ già inquietante che lo Stato, attraverso le sue istituzioni, introduca una norma che incide sulla vita privata dei cittadini con dichiarati scopi di polizia ed educativi – colpire l’evasione fiscale e dissuadere la plebe retrograda dall’uso del contante – e che si trovi nobile e normale tutto ciò. Ma è aberrante che si tolga al cittadino la libertà di scegliere se usare il contante o la moneta elettronica come meglio gli pare e piace. Ed è illuminante vedere come i sedicenti cultori della legalità, col tratto caratteristico dei seguaci delle ideologie dirigiste, pretendano, senza neanche dare tempo al tempo, di negare per decreto ogni razionalità (compresa quella strettamente economica) all’uso del contante; e come il loro zelo legalitario non si estenda quasi mai alle leggi fondamentali.

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[RISPOSTE AI COMMENTI – Premesso che anche i commercianti & C. sono cittadini, (mi hanno fatto notare che «al cittadino non è stata tolta alcuna libertà, potrà pagare sempre in contanti») anch’io mi son detto d’accordo con coloro che sostengono che il decreto così com’è congegnato è una barzelletta. Tuttavia è chiaro dove un po’ alla volta si vuol andare a parare… Un campione di conformismo dell’Italia Migliore come Gramellini su la Stampa per esempio scrive: «Nei Paesi meno intelligenti, il POS (acronimo di Point of sale, punto di vendita) è un banale sistema che consente ai clienti di pagare ovunque con bancomat e carta di credito senza estrarre banconote unte, stropicciate e facilmente nascondibili all’occhio indagatore del fisco. Invece in un Paese intelligentissimo di cui tacerò per omertà il nome, il Pos (acronimo di Pagare onestamente stanca) è un astuto sistema studiato dal dottor Azzeccagarbugli in persona, con l’assistenza del Gatto & la Volpe e la supervisione del Gattopardo. Consiste nell’obbligare commercianti e artigiani a munirsi della macchinetta che legge le carte di credito, ma senza prevedere (qui sta la genialità) alcuna sanzione per chi si rivela allergico all’idea di dotarsene. Esempio: arriva a casa vostra un idraulico, aggiusta il rubinetto e in un afflato di bontà vi chiede solo 120 euro. Voi estraete la carta, immaginando che lui farà lo stesso col Pos. Ma l’idraulico è un Braveheart della contabilità e rivendica fieramente la libertà di non possederlo. Allora voi, immaginando di avere la legge dalla vostra, rifiutate di scucire i contanti. L’idraulico andrà a denunciarvi per non averlo pagato, mentre voi non potrete fargli nulla, perché chi è senza Pos non è sanzionabile. Come mai? Per non irritare artigiani e commercianti, prima di imporre una multa il governo ha deciso di aspettare che le banche abbassino il costo delle commissioni. Aspetta e spera, anzi dispera. E intanto col vostro idraulico come la mettete? All’italiana, ovviamente, ricorrendo al classico Psin (Pagamento scontato in nero).» Notate la frase: «Ma l’idraulico è un Braveheart della contabilità e rivendica fieramente la libertà di non possederlo.» E perché non dovrebbe avere la libertà di non possederlo? Il trombone Gramellini irride questa pretesa di libertà. Il sig. Gramellini non può nemmeno immaginare che un giorno potrebbe essere la libera volontà dei consumatori ad imporre all’idraulico, pena la sua fuoriuscita dal mercato, di dotarsi di un Pos. E se ai consumatori starà invece bene così, non si vede perché l’idraulico dovrebbe dotarsene obbligatoriamente. Ho usato l’articolo di Gramellini come paradigmatico di una certa mentalità. Per spiegare come l’uso generalizzato della moneta elettronica debba essere il risultato di un libero sviluppo della società, non di un’imposizione dello Stato: in tal caso esso rivela intenti non solo “tecnici”. E’ questo che intendevo denunciare nel mio articoletto, con delle forzature retoriche da non prendere necessariamente alla lettera.]

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Il ritorno dell’ICI

L’italiano è furbo e diffidente fino alla stupidità. Infinocchiarlo è facilissimo, quindi, a patto che usiate trucchi talmente grossolani da non sembrare nemmeno dei trucchi: l’astuto vostro compatriota invece di riconoscerli, come farebbe un qualsiasi normale babbeo, scivolerà furtivamente alle loro spalle per scoprire …il trucco. Vi ricordate la vecchia ICI? Ebbene, l’hanno ripristinata. Molto (ma molto) semplificando la vecchia Imposta comunale sugli immobili funzionava così: erano tassati i fabbricati, i terreni e le aree fabbricabili; le aliquote in media viaggiavano, diciamo, sullo 0,5% del valore catastale; sulla prima casa e le sue pertinenze c’era una detrazione di 200 €. Adesso, molto (ma molto) semplificando, le cose funzionano così: l’IMU si paga sui fabbricati, i terreni e le aree fabbricabili, tranne la prima casa e le sue pertinenze, ma le aliquote sono quasi raddoppiate; la TASI si paga sulla prima casa e le sue pertinenze: le aliquote sono dimezzate, diciamo sullo 0,2 e rotti per cento, però le detrazioni con tutta probabilità le vedrete col binocolo.

La formula dell’infinocchiamento è dunque questa: ICI = TASI + IMU, dove ICI sta per la cara, vecchia, classica Imposta comunale sugli immobili prima dell’abolizione berlusconiana dell’obolo sulla prima casa; TASI è la nuova tassa sui servizi comunali indivisibili; IMU è la rimodellata Imposta municipale propria. Sì, ma qui bisogna fare dei conti precisi, direte voi. Ecco che viene fuori la vostra italianità, fessacchiotti. Invece di capire al volo che grosso modo è la stessa cosa, voi farete i vostri conti, v’incasinerete, chiederete lumi, vi risponderanno… e v’infinocchieranno di nuovo. Ho detto grosso modo: infatti dovrete fare due pagamenti distinti invece di uno, oppure usare un solo Mod. F24 indicando ordinatamente tutti gli eventuali codici tributo relativi alle due differenti imposte. E’ proprio questo genere di cosucce che risveglia in me istinti omicidi. Calma, non ho finito: dovrete fare, non subito, anche due dichiarazioni distinte, quella per l’IMU e quella per la TASI. Però: non occorre che queste dichiarazioni le facciate ogni anno, ma solo quando vi sono variazioni al vostro patrimonio immobiliare. E qui tirate pure un bel sospirone di sollievo.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (84)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

STEFANIA FICO 23/07/2012 «E chi è?», direte voi. Stefania è una diciottenne di Adria, antichissima cittadina in provincia di Rovigo (non si sa ancora per quanto, visto che secondo gli ottimistici piani del governo i polesani, che sono una razza veneta un po’ così, ma così così, dovrebbero meticciarsi coi padovani e forse in parte coi veronesi). La ragazza è stata appena nominata Miss Sportiva Diadora Veneto 2012. La Fico de noaltri (romanesco: de noantri) frequenta il Liceo tal dei tali, nel tempo libero ascolta quello lì, alla televisione segue quelli lì, il suo hobby è quello là e la sua ambizione quella là. E il personaggio che vorrebbe incontrare? Be’, quello lì. Ma proprio quello lì. Il moretto. Il Mario.

MASSIMO ZAMARION 24/07/2012 Come i più perspicaci di voi hanno capito da un bel pezzo, non c’è persona al mondo che si creda più spiritosa di Zamarion. Queste manie di grandezza sono tipiche di chi nella sua vita non ha mai combinato un bel nulla. E questo caso non fa assolutissimamente eccezione, ve lo garantisco. (Va da sé che i più perspicaci di voi hanno pure capito che anche questo ulteriore passetto verso l’assoluto auto-annichilamento è tipico del più miserabile uomo del sottosuolo, che nell’estrema infamia intende ribadire la sua illustre specificità nei confronti del volgo.) Come forse sapete, l’imbecille in questione ieri ha voluto prendere per il sederino un’avvenente fanciulla, tale Stefania Fico, Miss Sportiva Diadora Veneto 2012, rea di aver indicato in Mario Balotelli il personaggio che sognava di incontrare. Si capisce che ella ironizzava con molto spirito sul proprio cognome, da vera reginetta. Non sembra che il Resto del Carlino.it abbia colto l’umorismo della Fico. E’ certo invece che l’imbecille non ha capito una mazza. Il vostro campione si è limitato a grattarsi la testa, non sapendo decidere se la nuova Miss fosse più scema o più spudorata, prima di sentenziare con la solita risibile sicumera. Non gli è passata nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea che una bella ragazza, un gran pezzo di figliola, insomma una sventola da infarto potesse avercelo lei, un cervello. Non contento, il nostro è riuscito pure a prendersi una solenne lavata di capo da qualche polesano risentito per una sua cameratesca, innocente, simpatetica allusione al carattere particolare, benché genuinamente veneto, dei terroni della Serenissima: a conferma che è gente sanguigna (anche se cento volte meno esaltata dei romagnoli, detto tra noi). Stendiamo comunque un velo pietoso sull’ennesima tragicomica avventura “intellettuale” di Zamarion. E’ lui Mister Babbeo Veneto 2012. Non temete, apprezzerà il premio: è un cretino a tutta prova, un cuor contento come ce ne sono pochi al mondo. (Ah rieccola, la sua illustre specificità!)

MASSIMO D’ALEMA 25/07/2012 Se lo conosci, non lo eviti: può farti solo il solletico. Ma se non lo conosci, è meglio che lo eviti: ti potrebbe incenerire. Ogni volta che apre bocca è come se emanasse una fatwa. Il talento è innato ma sembra che Massimo lo coltivasse fin da ragazzino, quando si allenava davanti allo specchio, tutto compreso di sé, a dire cose come «uno più uno uguale tre» oppure «tre più due uguale quattro», con un tono che non ammette repliche, ostile, ma tranquillo al punto da farvi male: la mancanza di fremiti umani sta a significare per l’appunto che non siete degno nemmeno di un grammo di stizza, che siete uno zero assoluto. Sopravvissuti a questo primo colpo, scoprireste però che il giorno dopo D’Alema ha già dimenticato voi, le vostre colpe e le proprie cavolate, e che sta esercitando la sua glaciale oratoria contro qualcun altro. La sua tattica bellica, infatti, contempla unicamente la vittoria al primo assalto, anzi, alla prima parvenza d’assalto, su un nemico raggelato dalla paura, che gli si consegna inerme. In caso contrario, il nostro torna regolarmente a cuccia. Oramai la storia è nota ed è per questo che Max ha diradato di molto i suoi blitz, che in compenso però mirano sempre più in alto. «Non si capisce più se il Pdl faccia parte della maggioranza», ha detto ieri, per esempio. «I provvedimenti del governo cadono tutti sulle nostre spalle. Ormai la situazione è insostenibile, quanto può durare?», ha proseguito perentorio, per poi intimare: «Se ne devono rendere conto tutti, compresi il premier e il presidente della Repubblica.» Ecco, adesso passeranno due o tre giorni. Non succederà nulla, e Max si sentirà libero di riformulare completamente il suo punto di vista sulla situazione. Sarà implacabile, però, come sempre.

FRANCESCO CASCIO 26/07/2012 Primi segni tangibili che nelle casse della Sicilia son rimasti solo gli spiccioli: i deputati della regione non hanno ricevuto lo stipendio di luglio. Leggo, non so se sia vero, di 13.000 € netti al mese per gli eletti dell’opulento e felicissimo Regno di Trinacria. Fossero anche la metà, a mio modesto avviso si tratterebbe pur sempre di un gruzzoletto nient’affatto disprezzabile. Io non ci sputerei sopra. Comunque, se ne riparlerà con calma ad agosto. Intanto, via tutti in vacanza; che tanto a forza di sudati salari nella cascina del parlamentare ormai non c’era spazio neanche per una forconata di fieno in più; senza contare che anche al re dei babbei era chiarissimo come i tempi magrissimi consigliassero un proficuo silenzio di tomba. Gli eletti siciliani si sono però arrabbiati di brutto, anche se fessi non sono. «L’assessore all’Economia Gaetano Armao», ha tuonato il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, «tratta l’Ars alla stregua di un qualunque fornitore, o di un ente. Ma l’Ars è un organo istituzionale di valenza costituzionale e di conseguenza l’erogazione dei trasferimenti è sempre stata effettuata d’ufficio. Da quando c’è lui si tende a stravolgere questo concetto, e quindi l’Ars passa in coda rispetto ai fornitori, e questo non è possibile.» La faccenda, avete capito, è molto più grave di una semplice questione di soldi, come avevate bassamente sospettato. E’ una questione di principio, di organi istituzionali di valenza costituzionale, di organi costituzionali di valenza istituzionale, di onore, di offesa dignità, di essere o non essere. In breve: di «lei non sa chi sono io». Oltre che una questione di soldi.

LUCIANO GALLINO 27/07/2012 E’ da più di un secolo che l’intervento dello stato nell’economia non cessa di crescere. In molti paesi la spesa pubblica ha raggiunto livelli stratosferici, palesemente anormali, e si mangia metà della ricchezza prodotta, col doppio risultato di bloccare la crescita economica e di rendere insostenibile il welfare. Il debito pubblico, da ultima risorsa cui ricorrere, da arma da economia di guerra, è diventato il mezzo ordinario dello stato per finanziarsi e per finanziare e dirigere lo sviluppo economico. L’ «indipendente» governatore della banca centrale, per conto dello stato, è diventato il regolatore e il guardiano di quel che resta dell’economia, quella «di mercato». E’ lui che decide, per conto dello stato, quando bisogna dare gas all’economia, e quando bisogna schiacciare il freno. E’ a questo vigile che staziona all’incrocio dei traffici e dei commerci che l’uomo della strada e il politico hanno imposto da tempo di bloccare i semafori sulla luce verde, e di tenere bassi i tassi d’interesse anche quando il fiume dei risparmi si riduce ad un rivolo d’acqua: all’assistenzialismo statale si somma così l’assistenzialismo bancario, un supplemento di bonanza fondato sui debiti privati; una truffa di cui lo stato, a ben vedere, «in ultima istanza» si fa mallevadore, tanto che alla fine della giostra i debiti privati e le crisi bancarie si scaricano sui debiti pubblici. Le bolle e l’immenso edificio barocco della «finanziarizzazione» dell’economia, il cosiddetto «turbocapitalismo», nascono da questa manomissione della libera economia, l’unica in realtà «sostenibile»: è quando si spengono i segnali del «mercato» che crescono i mostri. Diversamente le bolle economiche e finanziarie si sgonfiano molto prima e forse nemmeno si formano. In tutto questo di liberalismo economico non si vede traccia alcuna: dove lo stato non agisce in prima persona, è il libertinismo economico ad agire, in barba alle regole del mercato, con l’avallo dello stato. Che alla fine, non contento dei disastri combinati, all’apice della sua presa sulla società, se le canta e se le suona pure, attraverso la voce dei suoi apologeti più illustri, come il sociologo Luciano Gallino, al quale sicuramente non hanno lavato il cervello, ma tuttavia arriva a dire: «Le dottrine neoliberali hanno goduto di un monopolio sui cervelli: la grandissima parte dei commentatori sono dentro di esse. Meno Stato a tutti i costi, anche se i costi si scaricano sulla gente comune.»

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (79)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ROBERTO SAVIANO 18/06/2012 Ospite della «Repubblica delle idee», che è come dire il tempio della società civile, la massima icona della società civile ha confermato che di idee in testa ne ha una sola. In compenso quest’idea ha allargato i suoi orizzonti spaziali fino a comprendere tutto il pianeta terra. Per quelli temporali si è fermata, con verginale modestia, ma solo per il momento, al 1929, l’anno della grande crisi. E’ l’inizio del «grande romanzo», che certo non mi sono premurato di ascoltare – bastano e avanzano gli highlights che trovate nelle gazzette – né mi premuro di illustrarvi, tanto avete già capito tutto. Certe perle però non meritano l’oblio. Come questo suggerimento, su cui i nostri pm potrebbero lavorare con molta soddisfazione per almeno mezzo secolo: «Non si può dire che la crisi è colpa delle mafie. Non è così semplice. Però le mafie non hanno mai investito sui derivati e i titoli tossici. Come mai? Perché sapevano, sapevano prima». O come questa, d’ispirazione marzulliana: «E’ la mafia che si è capitalistizzata? No: è il capitalismo che si è mafiosizzato». Voi ridacchiate, lo so. Ma pensate invece allo scalcagnato camorrista o al povero mafioso tipo, un emerito coglione nel novantanove per cento dei casi: è con questa roba che si tira su quando, suo malgrado, cedendo ad un momento d’introspezione a lungo represso, si rende conto di essere un fallito. E’ allora che tira fuori i CD coi discorsi di Saviano e parte per l’iperspazio.

FABIO FAZIO 19/06/2012 E’ ufficiale: sarà il Pippo Baudo della società civile a presentare la prossima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo. E tornerà pure ogni lunedì sera su RaiTre a fianco di Roberto Saviano per il Festival dei Pipponi Edificanti con contorno di nani e ballerine responsabili e consapevoli. Ai tempi della partitocrazia qualche frattaglia restava sempre sul terreno. La Migliore Italia invece s’è mangiata tutto: neanche le canzonette ha lasciate ai buzzurri. Prossima tappa: culi e tette. Etichettati «burlesque», s’intende.

FRANCESCO COCO 20/06/2012 Francesco piaceva molto a Berlusconi. Era belloccio, moro, aitante. Silvio lo guardava invidioso e paterno. «Se avessi il tuo fisico, spaccherei il mondo», gli diceva. E non pensava solo al bel sesso. Pensava anche al rettangolo verde. Infatti per l’estetica berlusconiana, che ha una sua insospettabile finezza, calcio e donne sono enti che viaggiano di conserva, e si compenetrano quanto si tocca il sublime. E’ per questo che pur preferendo il Barcellona al Real Madrid, Silvio in cuor suo spasima più per l’armonico fustacchione Cristiano Ronaldo che per l’incredibile piccoletto Lionel Messi. Dovete capirlo, il Cavaliere è gentiluomo all’antica, romantico: nella sua immaginazione uno sterminatore di tori, un matador dell’area di rigore, un collezionista di femmine sono una cosa sola. E una cosa sola con lui, quando felicemente raggiunge l’estasi. Francesco, testa matta, lo deluse, perdendosi dietro alle bellone invece di tenerle per le briglie come una superba quadriglia di cavalli di razza. Oggi Francesco ha messo la testa a posto. Perfino troppo. «Sostenevano che fossi gay, ma io dico: e allora? Anzi, ben vengano gli omosessuali in Nazionale», ha detto, allineato e coperto, intervenendo sulla grande questione del giorno. Sarebbe stato perdonabile, se non avesse voluto strafare chiudendo con quel mai ben spiegato e zuccheroso «hanno una marcia in più», che ai gay non si fa mai mancare, quando li si vuole compiacere. Poveretti.

SILVIO BERLUSCONI 21/06/2012 Che un campione della pedata non capisca una mazza di calcio, inteso come gioco di squadra, è possibilissimo. Pensate a Maradona, che peraltro non ha mai brillato neanche in tutto il resto dello scibile. Quindi non sorprendetevi  che un imprenditore di successo di economia, intesa come massimo sistema, non capisca un tubo, e anche meno di me. E’ il caso dell’incompreso Berlusca, meritevole invece in quasi tutto quello che gli viene rimproverato. Anche Silvio, dunque, insiste sulla necessità di un ruolo semidivino da “prestatore in ultima istanza” per la Bce. Per poi mettere tutti quanti la testa a posto? Noooo… per continuare a percorrere la larga strada della perdizione. Sentitelo: «Si esce dalla crisi solo con una Banca centrale che assuma i debiti degli Stati che partecipano all’Eurogruppo e che paghi al momento opportuno i titoli pubblici in scadenza. Oggi paghiamo più del 6% gli investitori che impiegano il loro denaro in titoli di Stato mentre il Giappone, che ha un debito pubblico doppio del nostro, riesce a collocare i titoli di Stato di nuova emissione all’1% di interesse», in quanto, continua lo sciagurato «gli investitori che investono in titoli giapponesi hanno la garanzia che alla scadenza il Giappone paga stampando moneta, come fa la Fed.» Sugli aspetti puramente tecnici e sulla proprietà lessicale del discorso del grande Silvio non metto bocca, anche se ho il sospetto che i più pedanti fra gli economisti soffriranno atroci pene nel cuore. Formalismi, ai quali tempre napoleoniche come quelle di Silvio e del sottoscritto spezzano le reni con una scorreggia. Solo ti faccio notare, mon camarade, che il meccanismo infernale da te lodato è quello stesso che ha messo in ginocchio le economie dei paesi ricchi, che ha scoraggiato il non remunerato risparmio, che ha spinto ad indebitarsi anche i morti di fame, che ha creato le bolle, che ha italianizzato infine quasi tutto il mondo occidentale, dopo che i salvataggi delle banche hanno fatto esplodere i debiti pubblici. Quello non è mica liberalismo economico. E’ libertinismo economico. O bunga bunga economics, per farci capire dal popolo.

LA TRATTATIVA RITRATTATA 22/06/2012 La dietrologia sta dietro ai fumettoni della Storia Deviata. Essendo mobile, qual piuma al vento, non le si richiede grande scrupolo. E tuttavia, alla lunga, se proprio non vuole essere chiusa in un bordello, o in un monastero, una qualche coerenza la deve pur dimostrare. Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica, la Trattativa ha causato qualche fastidio all’ex democristiano di sinistra Mancino, antiberlusconiano della prima ora, con qualche spiacevole polemica che ha coinvolto anche il presidente Napolitano. E improvvisamente, la Trattativa – avete notato? – ha perso molto del suo sex-appeal nei corridoi della grande stampa. La storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente: per il momento adelante, con mucho juicio.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (74)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIERGIORGIO MOROSINI 14/05/2012 Un procuratore nazionale antimafia singolarmente disteso, e quindi schietto, ha speso parole di elogio per alcuni aspetti dell’azione legislativa dell’ex governo Berlusconi: «Ha introdotto delle leggi che ci hanno consentito di sequestrare in tre anni moltissimi beni ai mafiosi», ha detto Grasso. Il «premio speciale per la lotta alla mafia», che il procuratore avrebbe idealmente dato al Caimano – per alcuni aspetti di questa lotta, ripetiamolo – non è un’invenzione della brutta razza dei giornalisti, ma non è neanche farina del suo sacco. Grasso è stato solamente al gioco del suo impertinente intervistatore. Si vede che era di buon umore; anche un magistrato è un uomo. Una bombetta più che discreta comunque nello stagno dell’antiberlusconismo mistico. Lo si nota dall’imbarazzato silenzio generale. La sola che non ha potuto esimersi dal replicare alle parole del procuratore è stata la nostra magistratura engagée, la parrocchietta livorosa che si diede il nome di «democratica» per distinguersi e per gettare il seme del sospetto su tutto il resto della magistratura. Il segretario nazionale di Md ha definito, scandalizzato, e con traboccante fantasia, «sconcertanti» le parole di Grasso. Di Berlusconi non ha voluto salvare assolutamente niente: i successi in materia di aggressione ai patrimoni mafiosi «sono dipesi dallo spirito di abnegazione e dalla capacità professionale delle forze dell’ordine e della magistratura»; il codice antimafia del 2010-2011 «brilla per inadeguatezze»; ha voluto ricordare la «denigrazione sistematica» del lavoro dei magistrati; ha affermato che «il governo Berlusconi non ha fatto nulla in tema di evasione fiscale e lotta alla corruzione» che sono oggi, guarda un po’, «i terreni su cui attualmente si stanno rafforzando ed espandendo i clan»; ed ha pure accusato il precedente governo «della mancata introduzione di norme in grado di colpire le alleanze nell’ombra tra politici e boss». In questa enigmatica oscurità si è fermato. Dopo c’era solo la metafisica.

L’AUSTERITA’ DI STATO 15/05/2012 E’ arrivata a casa vostra l’austerità? E’ probabile di sì, ed è molto probabile che l’abbiate interpretata correttamente, nonostante sia palese che di economia non capite un kaiser: questa branca delle scienze, infatti, quando si arriva al dunque ha la compiacenza di gridare essa stessa all’orecchio dell’uomo della strada i più naturali e pedestri ammaestramenti. E così avete cominciato a tagliare le spese, a cominciare da quelle superflue. E magari, a vostra sorpresa, avete scoperto le nascoste delizie di una vita spartana. Questo dimostra che siete degli zotici privi di fantasia. I nostri brillanti professori, spalleggiati dalla sagace classe politica, e da quella non meno perspicace dei sindacalisti, e dalla folla degli amanti del genere umano purché mangi la biada di stato, sono riusciti invece a dare alle voci “austerità” e “rigore” un significato nuovo e meraviglioso, che comporta un dovere inderogabile: coprire fino all’ultimo le spese dello stato, non tagliarle. Perché tosare la plebe fa bene alla plebe, che non sa cosa perderebbe con la potatura. E così rischiamo di morire di austerità e rigore senza neanche averli mai visti. E quello che mi preoccupa è che la cosa suona tremendamente italiana.

FRANÇOIS HOLLANDE 16/05/2012 La situazione economica è talmente grave che i politici di tutta Europa sembrano parlare italiano. E’ bello sentirsi meno soli e sciagurati. Ed è gratificante scoprire che non ci facciamo infinocchiare tanto facilmente dagli artifici lessicali dei protagonisti della politica europea: li riconosciamo d’istinto, dopo decenni d’infinocchiamento. Di un «patto per la crescita e per la finanza» per rilanciare Europa aveva parlato giorni fa il sempre originale Romano Prodi. Ecco oggi farsi avanti sulla stessa via dell’aria fritta ma pomposa il nuovo presidente della repubblica francese, François Hollande. pronto a proporre ai partner europei «un patto che unisca politiche di crescita e riduzione dei deficit». Patto sulla carta gravido di carezzevoli promesse, perché chi non vorrebbe un aumento della ricchezza? e una diminuzione dei debiti? e il tutto a portata di mano attraverso semplici direttive politiche? direttive siglate da un magnanimo e per niente traumatico patto, come se fin qui si fosse trattato solo di un gigantesco equivoco?

ANGELINA JOLIE & BRAD PITT 17/05/2012 Brad Pitt è il futuro marito di Angelina. Lo è da un bel pezzo. E sì che la coppia ha già sei figli, di cui tre adottivi. Ma adesso abbiamo capito perché: in questa famiglia di otto persone lui è il bambinone. Almeno a giudizio della futura moglie. Lo prova il fatto che secondo The Sun, l’autorevolissimo tabloid inglese, l’attrice avrebbe regalato a Brad un elicottero con lezioni di volo incluse, spendendo circa un milione e mezzo di dollari. L’annuncio sarebbe giunto all’orecchio di Brad direttamente dalla bocca di Angelina, mentre i due futuri coniugi si davano bel tempo nel talamo non ancora perfettamente coniugale: «Sai cosa ti ha regalato mammina?», così Angelina si sarebbe rivolta al futuro maritino, dandogli un pizzicotto affettuoso sulla guancia. Folle di felicità, Brad ha capito subito che il giorno da lui tanto atteso era finalmente arrivato. Il giorno dell’elicottero, si capisce.

MARCELLO LIPPI 18/05/2012 L’ex C.T. della nazionale italiana è il nuovo allenatore del Guangzhou Evergrande, la squadra di Canton, attuale campione in carica della Chinese Super League. Due anni e mezzo di contratto. Guadagnerà un milione di euro al mese. Si deve vergognare? No, il guaio è un altro. Il tecnico viareggino sente di avere una missione: «Voglio portare il moderno stile di gioco italiano in Cina.» E’ altamente improbabile che ci riesca: non c’è giocatore al mondo ormai, fuor dai confini patrii, che sia antropologicamente idoneo a sintonizzarsi coi cascami del nostro «moderno» stile di gioco. Ma i cinesi son strani. Potrebbero anche farcela. E sono uno spicchio di mondo bello grosso. Non avremo un buco dove nasconderci.

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Statalismo, bancocentrismo, giustizialismo

La divisione del lavoro presuppone un’apertura di credito al prossimo, un atto di fiducia verso l’altro. Ci dividiamo il lavoro confidando di poter poi scambiare il frutto delle nostre fatiche con quello di altre persone. Se non fosse così la lotta per la sopravvivenza, prima ancora di quella per il benessere, regredirebbe allo stato di faticosissima, improduttiva, infeconda ed autarchica selvatichezza nella quale ciascuno dovrebbe procurarsi da sé sostentamento e sicurezza; dovrebbe essere agricoltore, cacciatore, artigiano, soldato ai confini della sua incerta proprietà e poliziotto al suo interno: la vita a chilometri zero, in tutto il suo rustico splendore. La divisione del lavoro risponde a dei bisogni materiali e spirituali, abbatte steccati, amplia gli spazi di libertà e crea la società. L’individuo, uscito dalla tutela del clan, ne esce rafforzato: leggi scritte e poteri coercitivi incaricati di farle rispettare ne attestano il nuovo status. E con il suo nuovo status nasce anche lo «stato». Cosicché possiamo dire che anche lo stato è figlio della divisione del lavoro e risponde ad un naturale anelito di libertà.

Ma cosa succede quando viene meno o si affievolisce il sentimento societario e la fiducia che lo sostiene? L’apparato statale cresce di conserva, per inerzia, per tappare i buchi della trama sociale. Si nutre della malattia. Accentra i poteri, esce dalla sua dimensione funzionale, «dirige» la società, legifera su tutto. Tanto cresce che esso diviene un collettore sempre più vorace dei frutti del lavoro degli individui. I suoi forzieri arrivano a custodire immense ricchezze, che deve impegnare o dispensare. Un po’ alla volta, insensibilmente, diviene quasi naturale per l’uomo della strada pensare che attingere a questo pozzo di soldi sia un modo «naturale» di procurarsi il proprio sostentamento. Sfortunatamente, la folla sempre più grande dei postulanti rende sempre più ardua una pratica inizialmente comoda: la lotta per la vita in una società dominata dallo stato diventa altrettanto dura che in una società dove quello è limitato alle sue dimensioni funzionali, con la differenza che è sordida. Ma da questa fatica l’individuo si sente in qualche modo giustificato. E’ un avvitamento perverso, che chi ha sete di potere ha tutto l’interesse di assecondare. Lo stato preleva sempre di più dall’economia reale per soddisfare una popolazione che, senza neanche rendersene conto, allo stato chiede sempre di più; e che, in ogni caso, lo chiede sempre prima che i tempi siano maturi. E alla fine s’indebita. Il debito pubblico non è più una risorsa cui ricorrere in tempi eccezionali, ma diventa la risorsa «naturale» di questo stato «snaturato».

Se lo stato si nutre delle tasse, le banche si nutrono del risparmio. La banca è un luogo di mediazione, creato anch’esso dalla divisione del lavoro. Io affido i miei risparmi alla banca, in cambio di un interesse, affinché essa, grazie alla proprie competenze in materia ed al tempo a sua disposizione per esercitarle, lo presti a qualcuno che ne ha bisogno per i suoi investimenti. Un giorno anch’io, forse, quando i miei risparmi avranno raggiunta una massa critica giudicata congrua, chiederò un prestito alla banca, ossia ai risparmiatori, in modo che sommando quest’ultimo ai primi potrò permettermi un investimento «ragionevole» a giudizio mio e della banca. Risparmi ed investimenti sono ugualmente necessari al funzionamento dell’economia, sono due facce della stessa medaglia. Se il sentimento societario fosse vivo, questo rapporto sarebbe «naturalmente» presente nella testa delle persone. Ma ancora una volta, se si affievolisce, anche i forzieri delle banche diventano degli irresistibili pozzi dai quali attingere risorse per il proprio sostentamento e le proprie attività. Si perde la nozione naturale della necessità del risparmio, cui non si riconosce più, quindi, quel giusto interesse che in realtà sigla un patto di solidarietà fra gli agenti della società. L’assalto alla banca e al credito diventa una via obbligata per campare subito tutti quanti alla grande. Per rispondere alla valanga, la banca cambia natura: non è più un luogo di mediazione, ma di «creazione di ricchezza». Anche qui chi ha sete di potere, e spesso vive in osmosi col potere politico, ha tutto l’interesse di assecondare la «finanziarizzazione» dell’economia e il gigantismo bancario, cui non basterà alla fine la confisca del risparmio per sgonfiare la bolla.

Un’altra conseguenza del venir meno del sentimento societario è la straordinaria espansione dell’intervento della magistratura. Se lo stato nella sua involuzione tende all’ipertrofia legislativa e non lascia al buon senso e alla libera contrattazione dei suoi cittadini di regolare neanche gli aspetti minori della loro vita comunitaria, questi ultimi sono spinti col tempo a cercare soddisfazione nella legge per qualsiasi cosa. Ed è fatale che alla fine comincino a scambiare le loro mire personali per diritti. Se tutto diventa oggetto dello scrutinio dei magistrati, la giustizia diventa un potere immenso. E anche qui chi ha sete di potere, e spesso vive in osmosi col potere politico, ha tutto l’interesse di assecondare questo sviluppo.

Lo stato mamma, la banca mamma, la giustizia mamma: tutto si tiene, lotta contro la libertà, e segnala la crisi della società come sistema fiduciario. Che le nostre avanguardie intellettuali, le nostre accademie intellettuali, le nostre illustrissime istituzioni, le firme di quasi tutti i grandi giornali, vorrebbero guarire con un’altra infornata di regole, un’altra parata di controlli, e perché no?, con il deterrente delle delazioni.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (55)

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GIORGIO NAPOLITANO 02/01/2012 Non solo ha avuto il coraggio di dire che «l’Italia può e ce la deve fare» – l’avrei lasciato stare – ma anche che il 2012 può essere l’occasione per «un nuovo balzo in avanti». Di «vecchi» balzi in avanti ne ricordo solo uno: quello «Grande» di Mao, che ridusse alla fame i cinesi, quelli sopravvissuti al balzo. Sarà pure cadavere, ma questo comunismo scalcia ancora: occhio a dove mettete i piedi.

IL MERCATO DELL’AUTO 03/01/2012 Che va a picco e ritorna ai livelli del 1996. E ben gli sta! La tua macchinetta andava benone ma tu dovevi cambiarla per forza. A forza di incentivi. E per la salvezza del pianeta! Per l’occupazione! Per l’industria! Per distinguerti! Per omologarti! Sennò passavi per un brigante, per un boicottatore dello sviluppo! Solo perché i tuoi sudati soldi li risparmiavi! O li impiegavi con più buon senso! Ed erano tutti d’accordo come perfetti imbecilli, in questo stupro di gruppo del «libero mercato», costruttori, governi, partiti, sindacati, giornali, banche: quelli che oggi ci chiedono «sacrifici». Sono i miracoli della «coesione».

LA PROCURA DI ROMA 04/01/2012 Al cui occhio penetrante nulla sfugge! Per i segugi dell’Urbe i compagni di merende della P3 formavano una cricca impegnata “a realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento dei partiti, diffamazione e violenza privata”. Una serie indeterminata? Forse perché nemmeno loro sapevano che cavolo volevano fare? O forse perché, in attesa di combinare qualcosa, non ponevano limiti alla fantasia? Una cricca, comunque, secondo i procuratori, “caratterizzata dalla segretezza degli scopi”? Segretezza a prova di bomba, vista la nettezza degli scopi. Una cricca “volta a condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale, nonché apparati della pubblica amministrazione dello stato e degli enti locali”. Vaste programme, ma il minimo per il millantatore gloriosus italicus: sì, ma a quale scopo? Per approfittare “delle conoscenze così realizzate per acquisire informazioni riservate, influire sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate dai membri dell’associazione”. Adesso è tutto chiaro: i quattro amici al bar, una volta influito sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate, potevano riapprofittare delle conoscenze così realizzate per riacquisire informazione riservate, e così riinfluire sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate, e poi approfittare di nuovo delle conoscenza così realizzate per acquisire nuove informazioni riservate, e così via, via, via, via! Ad allargare all’infinito il cerchio della loro potenza! Sì, ma a quale scopo? Lo so io! Sì, so io qual è lo scopo! Scopo nobilissimo e poetico, che darà lustro all’Italia: costruire eroicamente la grandiosa epopea del maneggione, del nostro Čičikov nazionale, accaparratore non già di anime morte, ma di segreti di Pulcinella.

BEPPE GRILLO 05/01/2012 Per lo scalmanato martello ligure questi nostri politici italioti hanno veramente alzato un po’ troppo la cresta. Ma chi credono di essere? “Se Mussolini aveva sempre ragione” ha sbottato indignato, “loro ne hanno ancora di più.” Mentre dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, santa madonna, che il più bravo di tutti, il vero fuoriclasse, è lui e solo lui.

EQUITALIA 06/01/2012 Non tanto tempo fa si chiamava ancora Riscossione S.p.A., una denominazione che quantomeno aveva il pregio incoraggiante della chiarezza. Poi, per voler sfoggiare un levigato giustizialismo; per voler strizzar l’occhio equo e solidale al cittadino democratico e piazzaiolo; per correr dietro alle mode e al politicamente corretto; insomma, per piegarsi furbescamente al populismo dalle buone maniere, quello più pericoloso e velenoso, ha cambiato etichetta. Non avendo abbastanza la schiena diritta per resistere al vento dell’egalitarismo degli invasati anti-casta, ha seminato un po’ di vento anch’essa, dando una mano a costruire la trappola d’odio in cui ci siamo cacciati. Ed adesso raccoglie un po’ di tempesta. Troppa o troppo poca? In misura equa o non equa? Io non me ne curo. Io non c’entro. Io non mi sono piegato davanti all’idolo dell’equità. Quella baldracca. Son cose da servi. E da lacchè.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (54)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

WALTER VELTRONI 27/12/2011 Che sulla morte del ruvido conformista, togliendomi letteralmente le parole di bocca, ha detto: “Giorgio Bocca ha fatto la Resistenza. Sempre.” Walter, si capisce, non ha capito la propria battuta di spirito: lui fa il Giovanotto Migliore. Da sempre.

SILVIO BERLUSCONI 28/12/2011 Imprenditore di successo, di economia non ha mai capito molto. Meno di me, intendo dire. Tranquilli: De Benedetti ne capisce ancor meno. Monti invece è un tecnico, e per capire di economia bisogna essere un filosofo. Quindi il presidente del consiglio ha molte attenuanti se non capisce un tubo. Silvio fondamentalmente è rimasto fermo all’equazione + consumi = + sviluppo, che è intellettualmente sorella di quella calcistica + attaccanti = + gol, la sua preferita; di quella + difensori = – gol presi; di quella + centrocampisti = + controllo del gioco; tutte e tre false, perché il calcio, oltre che umorale, è un fenomeno spazio-temporale, non solo spaziale. Con Sacchi ebbe coraggio e fiuto, ma non capì mai veramente il segreto del suo Milan. Invece io sì, subito: sono filosofo anche in questa materia, come e più del leggendario Manlio Scopigno. Ecco dunque che anche per Silvio si annuncia la fine del mondo, solo che si «fermino i consumi». Verità che s’invera solo quando si cade nel panico generalizzato. Per vederci chiaro Silvio dovrebbe tentare di rispondere a questa domanda: perché l’Italia, perché l’Europa, perché l’Occidente sono ridotti al punto tale da non poter permettersi una sana e consapevole contrazione dei consumi, prima di riprender la marcia verso nuovi orizzonti di gloria?

[P.S. Mi corre l’obbligo di segnalare alcuni gustosi commenti alla sparata del giorno. Quando ci vuole, ci vuole. Il primo è di Zamax, il secondo di un anonimo economista, il terzo di Zamax, il quarto ancora di Zamax.

Zamax: Le mie son simpatiche smargiassate. Spero si capisca.

L’economista anonimo: No, caro mio: si capisce invece benissimo che tu ci credi, alle tue smargiassate. E non si sa se ridere o piangere. La disgrazia dell’Italia è di essere un paese di analfabeti; la tragedia, di essere un paese di analfabeti tronfi; la maledizione, di essere un paese di analfabeti tronfi e ridanciani.

Zamax: Suvvia, non sia così melodrammatico. Moi, je suis un artiste…

Zamax: Ma non eri un philosophe?]

L’ISTAT 29/12/2011 Sono i giorni delle feste natalizie ed anche il nostro valoroso istituto nazionale di statistica va in vacanza, concedendosi una scappatella nel genere fantasy. Dev’essere proprio bello per quella gente folleggiare ogni tanto. Dunque, secondo una nuovissima e poderosa indagine sul «futuro demografico del paese» nel 2065 l’Italia dovrebbe – potrebbe – avere, diciamo, 61,3 milioni d’abitanti. Circa, naturalmente. E’ una stima. Lo capisce anche un bambino che son cifre che vanno prese con le pinze. Ma è un dato indicativo e molto interessante, con una forbice compresa tra un minimo di 53,4 milioni ed un massimo di 69,1 milioni, «tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici». Il dato mi riempie di orgoglio. Non è molto elegante omaggiare la propria formidabile intelligenza, ma concedetemelo: anche per me è tempo di brindisi. Vi spiego: l’altro giorno ero con gli amici al bar, e non mi ricordo più come cascammo sull’argomento, ma fatto sta che ad un certo punto io dico: “Ma teste di kaiser che non siete altro! Chi può sapere quanti saremo in Italia fra cinquant’anni? Potremmo essere cinquanta milioni come settanta milioni! Dipende da molte cose.” Ero ispirato. E’ di palmare evidenza. E la scienza ha confermato l’autenticità del mio momento epifanico. Un’altra prova che anche se fede e ragione non riescono sempre ad andare a braccetto alla base della piramide dello scibile umano, al suo vertice coincidono e si compenetrano.

GLI SCAZZOTTATORI DI BETLEMME 30/12/2011 La tradizione è stata rispettata. Possiamo tirare un sospiro di sollievo. Anche quest’anno i monaci ortodossi greci e quelli non meno ortodossi armeni se le sono date di santissima ragione in quel della Basilica della Natività. Grande era l’attesa tra il pubblico e i giornalisti. Armate di scope e ramazze le due fazioni si sono presentate per le altrettanto tradizionali pulizie annuali e soprattutto per presidiare la propria zona di competenza del sacro condominio. Poi, come da copione, una scopa ha negligentemente sconfinato. E via alla sacrosanta pugna. [«Pugna», è vero, è raro e letterario, ma dopo «scopa» mi è venuto del tutto naturale.] Azioni deprecabili ma neanche tanto serie. Quand’anche la Basilica fosse stata costruita effettivamente sul posto esatto dove Gesù Bambino venne alla luce, essa non avrebbe alcun significato veramente «speciale» o «unico» per un cristiano. Il cristianesimo è la negazione di ogni feticismo territoriale, fin da quando era ancora nel grembo dell’ebraismo. Dall’alto del monte Nebo, di fronte a Gerico, Dio mostrò a Mosè la Terra Promessa ma lo avvertì: «Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.» Conveniva infatti che Mosè non vi entrasse per mostrare al suo popolo che quella Terra Promessa era soltanto ombra e promessa di una più grande Terra Promessa, che il viaggio doveva ancora proseguire prima di entrare nel definitivo «riposo» di Dio. Per questo ogni traccia terrena di Mosè fu fatta scomparire dalla sapienza del Signore e la sua tomba rimase sconosciuta fin dai giorni successivi alla sua morte. Diremo allora che Mosè non entrerà nel «riposo» di Dio? Non sia mai! Mosè è figura di Cristo: come Mosè non entra nella Terra Promessa di Israele, così Gesù fugge la folla che lo vuole Re d’Israele. Eppure lui stesso dirà: «Tu lo dici: io sono Re». Conveniva infatti che il primo Israele dovesse «morire» [come approdo messianico] producendo molto frutto, come il chicco di grano che cade per terra e «muore»: un secondo e più grande Israele, una nuova tenda «non fatta manualmente, ma eterna nei cieli» dove la morte sarà «inghiottita dalla vita», per dirla con S. Paolo, di cui ho un po’ parodiato da bricconcello impenitente il linguaggio. Anche perché, non per colpa mia, qui alla Natività siamo in clima di baruffe chiozzotte.

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Da Tremonti a Monti: la discontinuità domata

Ricordate i colpi d’ariete della retorica del “fare presto” che si abbattevano sulle mura della nostra cittadella politica? Il sentimento d’urgenza sembrava possedere quella forza di propulsione che non solo fa crollare le mura del potere, ma sa anche fornire il nuovo governo “rivoluzionario” di energia sufficiente ad approfittare dello sbandamento iniziale della classe politica e dell’incertezza delle “parti sociali” per mettere tutti davanti ai “virtuosi” fatti compiuti, e per imporsi così nel paese. Il Governo Monti in realtà avrebbe dovuto agire con l’efficacia di un Gabinetto di Guerra, salvando appena appena le forme della correttezza istituzionale, se avesse voluto essere coerente con la sua natura. E questo perché era figlio non tanto di un disegno ma di una pulsione antidemocratica a lungo covata che solo circostanze eccezionali avevano fatto trionfare. Sennonché sono bastati pochi giorni per capire che la brutta pulsione non era affatto accompagnata dalla ferrea volontà del rivoluzionario pieno di buoni propositi. Rivoluzionari a metà, il governo e i suoi laudatores hanno cominciato a cincischiare e a temporeggiare. La paroletta magica del giorno, “equità”, una di quelle infatuazioni lessicali a comando cui l’Italia va periodicamente soggetta, è salita sempre più frequentemente alle labbra dei nuovi ministri. Il governo antipolitico è diventato politico in poche settimane. E la manovra che ne sta uscendo ha tutta l’aria di una stangatina meno attenta agli interessi del paese che agli equilibri parlamentari: non una manovra di “qualità”, ma una caricatura appesantita di quanto fatto dai governi tremontiani, con una accelerata sulle pensioni compensata, come fanno a volte gli arbitri di calcio per i rigori o le espulsioni, dall’inasprimento della pressione fiscale. Siamo ancora fermi ai saldi contabili, o giù di lì, in attesa che il sentiero stretto che stiamo percorrendo si allarghi grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, di cui per ora non si vede neanche l’ombra, che ci permetta di affrontare con più agio le mitiche, incisive riforme.

Questo è un male, ma è anche un bene. 1) E’ un male perché dimostra come l’uomo della strada, e con lui la classe politica e le parti sociali che lo rappresentano abbastanza fedelmente, non sia ancora capace di uscire dalle sue contraddizioni, e tanto urla contro le ingiustizie quanto è chiuso nella difesa dei suoi interessi particolari. I momenti difficili sono quelli meno indicati per puntare il dito contro qualcuno o qualche gruppo sociale, ma succede il contrario quando regna la sfiducia, quando la diffidenza si nasconde dietro mielate parole come “equità” e simili, e quando, nel contempo, si spera nel “deux ex machina” della crescita economica progettata a tavolino, oltre che in quello del tesoretto recuperato agli evasori fiscali. Solo che il debito pubblico non ci permette alcuna manovra espansiva, tagli alla tassazione nel breve-medio termine lo aggraverebbero, una bella potatura alla pubblica amministrazione avrebbe anch’essa nell’immediato effetti recessivi: siamo alla dittatura dell’oggi e al primum vivere, sempre che una volta passata la buriana si abbiano idee chiare e volontà di rigare dritto. Realisticamente, possiamo solo sperare in una stagnazione virtuosa, non in una fantomatica crescita, i nudi numeri della quale nascondano un risanamento sostanziale della struttura sociale ed economica. 2) E’ un bene perché dimostra come le scorciatoie antipolitiche alla politica prima o poi siano ricondotte. Sarebbe una beffa, per Monti, se il suo governo dovesse trovare nel partito di Berlusconi la colonna portante in parlamento, ma l’ipotesi è del tutto realistica. Lo stesso Berlusconi potrebbe essere interessato ad una prova di forza indiretta col partito di Bersani, cosciente che, stando così le cose, se i malumori non saranno pochi nel Pdl, essi saranno molto maggiori in un Pd incapace di costruire una “ragionevole” unità socialdemocratica a sinistra, e perciò costretto a correr dietro da una parte all’ampia schiera della sinistra antagonista e dall’altra a cercare l’innaturale alleanza tattica col centro che gli ha fatto abbracciare l’ipotesi Monti. Al partito del Cavaliere questo ostentato “senso di responsabilità” risulterebbe vantaggioso per il futuro anche nel caso l’esperimento Monti dovesse fallire, in quanto dimostrerebbe l’impraticabilità di soluzioni moderate anti-berlusconiane. Inoltre, una Lega nuovamente secessionista sarebbe col tempo condannata all’emarginazione, e potrebbe spaccarsi: in ogni caso una grossa parte del suo elettorato sarebbe destinata a confluire in quello della creatura berlusconiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]