Eternità temporale e atemporale (2)

Se lo spazio-tempo venisse inteso olisticamente come un organismo, oppure come un ente a se stante ospitante la materia, in ultima analisi sarebbe un corpo; ed un corpo presuppone un luogo, e un luogo un’infinità di luoghi: questo spazio-tempo, quale che fosse la sua forma, sarebbe racchiuso dentro un altro spazio-tempo, quale che fosse la sua forma. Ed ecco che si ritornerebbe all’eternità del moto, del tempo e del mondo visibile. Su questo Aristotele aveva ragione.

In realtà, infatti, ripercorrendo all’indietro la fase di espansione dell’universo (io direi piuttosto: della materia, quale che sia la sua forma) nella quale si sostanzia la teoria del Big Bang, non giungeremmo mai al tempo dell’originaria esplosione, ma assisteremmo allo spettacolo di un’infinita implosione, o più precisamente, di un’infinita contrazione, in quanto il momento dell’originaria implosione sarebbe parimenti irrintracciabile. L’infinitezza [1] dell’universo rende perciò ogni concetto di grandezza relativo. L’espansione della materia coincide con la sua rarefazione; la sua contrazione con la sua concentrazione. In ogni caso ogni tipo di grandezza rilevabile nasce dalla relazione della materia con se stessa: questa grandezza inafferrabile è sorella dell’inafferrabile presente che caratterizza la vita dell’uomo.

Se Aristotele fosse stato coerente, però, avrebbe dovuto scegliere fra immanenza e trascendenza, invece di farli convivere in modo posticcio. Nel primo caso un Dio non creatore si sarebbe identificato con l’Eterno Temporale, e specificamente (nel sistema di Aristotele) nel Primo Mobile. Nel secondo caso Dio si sarebbe identificato con l’Eterno Atemporale, e avrebbe creato dal nulla l’Eterno Temporale, eterno in potenza ma non in atto, in quanto sia l’inizio sia la fine di questo Eterno Temporale sarebbero stati deliberati da Dio, e avrebbero lasciato dietro e davanti a sé un infinito passato e un infinito futuro in potenza [2]. L’esistenza di un Eterno Temporale soggetto alla trascendenza, d’altra parte, ubbidisce al criterio dell’analogia e della somiglianza delle creature col loro Creatore. Si tratta, naturalmente, di una somiglianza corrotta, ancorché di per se stessa buona, non solo perché l’Eterno Temporale è asservito alla volontà di Dio, ma perché la sua eternità è nella sua essenza inferiore al modello, in quanto si caratterizza dall’incompiutezza; quasi una dolorosa caricatura dell’Eterno Atemporale, dell’Essere, dove la materia è perennemente costretta a rimodellarsi, e le creature a perpetuarsi solo attraverso la specie: il mito di Sisifo è una buona metafora dell’Eterno Temporale, del Divenire.

La devozione per il Dottore Angelico (e il desiderio di contrastare certe derive idealistiche del cristianesimo) ha condotto spesso i suoi estimatori a commettere un grave errore: a definirsi aristotelici, o quantomeno a vedere una certa affinità o vicinanza dell’aristotelismo col cristianesimo. In realtà, il cristianesimo dell’aristotelismo, per così dire, è di natura più accidentale che sostanziale; mentre il cristianesimo del platonismo, sempre per così dire, è di natura più sostanziale che accidentale. Semplificando ancora, e nei limiti di un giudizio concernente filosofie pre-cristiane, l’aristotelismo è naturalmente anti-cristiano; mentre il platonismo, o meglio, certo platonismo (così come certo stoicismo) è naturalmente cristiano. Ciò fu sentito istintivamente nell’antichità, a cominciare dai Padri della Chiesa. La polemica di S. Agostino coi neo-platonici, ad esempio, non coinvolge mai, sostanzialmente, la persona di Platone: è piuttosto un rimprovero rivolto ai filosofi che si rifiutano di risolvere il loro platonismo nel cristianesimo. E lo stesso cammino di conversione dell’Ipponense cominciò dalla lettura stoica dell’Ortensio ciceroniano e passò per il platonismo prima del definitivo approdo cristiano. Mille anni di sedimentazione cristiana impedirono all’aristotelismo, al tempo della sua rinascita dovuta ai commentatori arabi, di attaccare frontalmente il Cristianesimo. Ma la sua speciosità ne faceva il veicolo ideale di dottrine eterodosse: S. Tommaso addomesticò l’aristotelismo usando il linguaggio stesso di Aristotele, per il quale aveva una straordinaria predisposizione.

[1] Uso il termine “infinitezza” perché esso rende bene l’idea d’imperfezione o di manchevolezza insita – che lo si riconosca o no – nel concetto di “infinito”.  D’altra parte lo stesso concetto di “perfezione” risulta manchevole se applicato a Dio o all’eterno, in quanto a rigore può essere riferito solo a ciò che è finito. Cosicché anche il finito soffre a sua volta di “finitezza”. E’ l’altro corno del problema. Aveva perciò a suo modo ragione quel “magnifico” scrittore anticristiano che fu Schopenhauer quando scriveva: «”Perfetto” è quasi solo un sinonimo di “completo”, in quanto afferma che in un caso dato, o in un individuo, tutti i predicati che si trovano nel concetto del suo genere, sono rappresentati o realmente presenti. Perciò il concetto di “perfezione” quando viene usato semplicemente in “abstracto” è una parola vuota di pensiero, ed egualmente il discorso sull’ “essere perfettissimo” e simili.» Il divino e l’eterno sono perciò superiori sia al finito che all’infinito (cioè sia alla finitezza che all’infinitezza) i quali non sono altro che nomi dati dall’uomo agli aspetti manchevoli del presente in cui si trova a vivere.

[2] Che vi possano essere un infinito passato e un infinito futuro in potenza può sembrare un’assurdità; ma non è così in quanto il tempo di per sé (come “misura del movimento” e non come sinonimo del “divenire”) non esiste (solo nella mente dell’uomo esiste il tempo) e quindi il problema nemmeno si pone. Nel momento stesso in cui fu creata la materia, lo stato di questa materia implicava un infinito passato in potenza: ma l’individuazione del momento della creazione e dell’esistenza di questo infinito passato in potenza sono problemi solo per la mente dell’uomo, in quanto la creazione – al di fuori dell’uomo – conosce solo il presente ed è solo presente. Ed è solo in un altro presente, superiore ad esso, che noi chiamiamo eternità, che questa creazione può riscattarsi, e ritrovare l’originale splendore.

Eternità temporale e atemporale (1)

In risposta ad un commento al suo articolo “Il panteismo” Gianni Pardo scrive: «Mi viene in mente un’ipotesi. Ammettiamo che, prima del Big Bang, vi fosse una massa di materia così “piccola” e così compressa da non permettere l’esistenza di atomi come li conosciamo. Per così dire un’enorme palla fatta di nuclei soltanto. Tutta questa massa sarebbe stata inerte e senza movimento, sicché non vi sarebbe stato il tempo. Ma la pressione è stata tale che si è verificato il Big Bang, con quel che segue, e in particolare con l’inizio del tempo. Chiaro? Nient’affatto. Se la massa era totalmente inerte e “ferma” non sarebbe potuta scoppiare, perché non ci sarebbe mai stato nulla di nuovo. E se c’è stato qualcosa di nuovo, che ha provocato il Big Bang, significa che già prima c’era una forza in movimento, che alla fine ha causato quello scoppio. Il Big Bang, essendosi verificato nel tempo, postula un evento precedente che lo ha prodotto.»

Il ragionamento di Pardo ripropone, a suo modo, una vecchia, geniale e difficilmente confutabile intuizione di quell’Aristotele che io non amo: e cioè che il tempo è per sua natura eterno, intendendo per eterno l’infinito temporale nel passato e nel futuro. Ciò è in contrasto con la dottrina cristiana, come notò S. Tommaso, che pure piegò prodigiosamente il linguaggio di Aristotele alle ragioni del Cristianesimo, e che pure non sembra nel caso in questione confutare il ragionamento del Filosofo nelle sue ragioni fisiche. Ora, l’eternità sarebbe un attributo di Dio. E tuttavia il Filosofo per altre vie arriva alla trascendenza: il motore immobile, quella sostanza non soggetta al tempo e allo spazio dove essenza ed esistenza coincidono. In effetti la teologia di Aristotele rimane un miscuglio irrisolto di trascendenza e immanenza. Il Dio di Aristotele non è un Dio creatore e personale com’è quello cristiano e com’era già quello platonico. Sembra quasi una specie di cuore pulsante, e tuttavia separato e nascosto, sottratto al tempo e allo spazio, che quel mondo fatto di tempo e spazio informa di sé e mette in moto (“l’Amor che move il sole e l’altre stelle”): l’eternità del moto (e quindi del tempo) sarebbe, per così dire, la più perfetta delle sue partecipazioni all’esistenza del mondo, e il Primo Mobile l’espressione più nobile dentro la sfera temporale dell’Eterno Temporale mosso dall’Eterno Atemporale. Se si accetta l’idea della naturale eternità del tempo, ciò implica che in una visione cristiana Dio, l’Eterno Atemporale, superiore a tutti i tempi, crea invece di propria volontà il tempo e con esso un infinito passato che, per usare il linguaggio di Aristotele, fu in potenza e giammai in atto. E similmente la fine del mondo, e del tempo, e dell’eterno inteso come infinito temporale, avverrà per un atto d’imperio di Dio, non per ragioni naturali: e quindi un infinito futuro rimarrà in potenza.

A chi dice che «che la geometria euclidea e la meccanica newtoniana sono talmente annidate nelle nostre menti da rendere difficilissimo il poterne pensare altre», e che «per la relatività, e non solo, tempo e spazio sono intimamente legati ed il primo non è affatto “eterno” nel senso aristotelico», rispondo che certamente spazio e tempo sono intimamente legati: era chiaro, in qualche modo, anche ad Aristotele. Laddove c’è materia, lo spazio e il tempo misurano i rapporti tra i diversi componenti della materia; anzi, il tempo e lo spazio nascono dalla relazione della materia (intesa nel senso più largo del termine) con se stessa. In un certo senso – stretto – il tempo e lo spazio nemmeno esistono: esistono solo nella mente dell’uomo che ha bisogno di qualche punto di riferimento cui appigliarsi [1]. La (limitata) regolarità di certi movimenti astrali gli fu d’aiuto. Che il progresso scientifico abbia dimostrato che la linearità del suo sistema di riferimento abbia un campo di validità limitato, non inficia la giustezza dell’idea del Filosofo sull’eternità del tempo. Per Aristotele il tempo era la misura del movimento: laddove c’è cambiamento, mutazione, lì, per la mente dell’uomo, c’è tempo (e spazio). Che fuori dal piccolo mondo dell’uomo il tempo possa essere deformato, o assumere altre forme geometriche, esso presuppone – sopra o sotto, a destra o sinistra, per così dire, di questa forma geometrica – altro tempo (o spazio).

La creazione, cioè la materia incompiuta ed irrisolta, è un’eternità corrotta, che conserva tracce vere di eternità, e che tuttavia è solo ombra di quella vera, e che perciò «nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (S. Paolo, Romani 8, 20-21).

[1] Questo passo riecheggia un po’ la concezione kantiana del tempo e dello spazio. Sia questa concezione, sia il mondo delle “conoscenze a priori”, mi sono state sempre in qualche modo famigliari. Ciò che Kant non spiega è da dove esse derivino. Perché in effetti esse derivano da qualche cosa, e precisamente da un rapporto fra due forme (due realtà) di presente o di eternità che le riconcilia con la religione rivelata, e quindi con quel “dogmatismo scolastico” che egli pensava di aver smascherato per sempre. Ma ne riparlerò in futuro. 

Erri De Luca o l’estremismo politico di successo

L’estremismo politico si divide grosso modo in due categorie: quello di destra e quello di sinistra. Il secondo è un fenomeno di dimensioni fisiologiche molto superiori al primo. L’estremista politico di destra è quasi sempre destinato a una carriera fallimentare: a volte con esiti tragici perché lo sciagurato si lascia irretire dalla violenza, e finisce ammazzato o in gattabuia; ma molto più spesso perché politicamente finisce per vivacchiare rancoroso nel suo ghetto. Le possibilità di successo per l’estremista politico di sinistra sono invece molto superiori (e questo spiega le maggiori dimensioni fisiologiche del fenomeno sopramenzionate); non tanto o non solo dal punto di vista politico, ma in generale, qualsiasi carriera questo bel tipo finisca poi per intraprendere.

L’estremista politico di successo è perciò nella quasi totalità dei casi un furbacchione di sinistra. La ragione prima delle sue fortune sta nell’essere un prodotto tipico di quella società che lui chiama capitalista, cosa che il distratto uomo della strada non arriva mai a capire. Egli ne è infatti un interprete acuto, ancorché questa acutezza di visione non gli derivi da una particolare intelligenza, ma dalla disinvoltura morale. Di questa società che disprezza egli sa infatti gustare impunemente i frutti proibiti. Nel suo delizioso maramaldeggiare al di qua e al di là dei confini delle libertà civili, l’aspirante estremista politico di successo deve solo badare a non combinarla grossa, tipo ammazzare o sequestrare qualcuno, o rapinare una banca. Se ci riesce, se non è proprio un caso disperato, è in una botte di ferro: il servizio passato tra i ranghi degli scalmanati gli sarà computato come un valore aggiunto dalla confraternita della società civile, pronta a vedere nei suoi eccessi un segno di magnanimità, di sensibilità e perfino di cultura, mentre la nomenklatura lo riconoscerà immancabilmente come uno dei suoi. L’estremista politico di successo è perciò nella sua essenza uno spregiudicato conformista.

Erri De Luca rappresenta uno di questi penosi casi. Militante di Lotta Continua negli anni ruggenti del terrorismo, non ha mai condannata quella che lui continua a chiamare una guerra civile tra militanti rivoluzionari e regime democristiano. Anzi, per questa cima della nostra cultura, par di capire, tale scontro fu necessario alla democratizzazione della società italiana. Abbandonata l’attività politica, il materialismo dialettico che la ispirava e che tutto giustificava, si trasformò in una sorta di vitalismo proletario: in un certo senso De Luca non cambiò le sue idee, ma si mise in proprio. Si diede ai mestieri manuali per qualche lustro e infine divenne scrittore di successo. Basta leggerne qualche estratto qua e là per capire che la cifra filosofica della sua opera è di tipo immanentistico-panteista, e si manifesta in una specie di fedeltà para-religiosa e anti-intellettualistica alla Madre Terra in tutti i suoi aspetti, non solo quelli comunemente reputati piacevoli: è perciò anche una fedeltà alla corruzione e alla morte.

Di questo materialismo dialettico rivoluzionario (che è una forma d’immanentismo) condito di vitalismo ed ecologismo, e ridotto in pillole spesso sentenziose e di facile presa , Erri De Luca ha fatto la formula vincente dei suoi libri. Oggi è un cane sciolto perfettamente integrato (mentre prima, s’intende, lo era solo imperfettamente) e in tale veste recita da santone della società civile. Non gli mancava che il martirio. All’uopo è diventato fervente sostenitore della causa di quei noti fuori di testa conosciuti come No Tav (sorta di setta ereticale medievale del terzo millennio, piuttosto manesca) e si è distinto per dichiarazioni al confine tra il lecito e l’illecito, finché l’ha fatta fuori del vaso e una magistratura impietosita dal suo caso ha deciso d’indagarlo. Poi, per la gioia dei suoi fans, è finito sotto processo, accusato d’istigazione a delinquere. Oggi il trionfo è ormai vicino. Come previsto la procura di Torino ci è andata morbidissima richiedendo otto mesi di reclusione per il sobillatore. Adesso si prospettano due finali, ambedue bellissimi: Erri viene assolto, e con lui è la democrazia a vincere; Erri viene condannato a una pena irrisoria, e diventa un simbolo mondiale della dissidenza, un eroe dell’umanità, e si mette in tasca mezzo Nobel per la Letteratura.

Prossimo alla meta, da parte sua Erri gigioneggia magnanimo: «Non sono un martire, non sono vittima» dice, «sono un testimone della volontà di censura della parola». Io direi piuttosto – e penso d’esprimermi con l’equanimità e la misura che sempre mi contraddistinguono – la star di un’esemplare storia di regime.

[pubblicato su LSblog]

Ncd, l’ultimo capitolo della saga centrista

Uno dei grandi privilegi che la politica italiana offre impunemente ai suoi protagonisti è quello dell’inversione di marcia: nessuno ve ne chiederà la ragione; potrete anzi presentarla all’opinione pubblica come un esempio di coerenza – che solo i disonesti potranno fraintendere – con le vere, profonde ragioni dell’impegno politico di tutta una vita: il vostro. Così non vi è nulla di strabiliante nel fatto che un campione di garbata amabilità come il capogruppo Ncd alla Camera Maurizio Lupi abbia il fegato di prodursi in questa strabiliante affermazione in merito alle elezioni comunali milanesi del prossimo anno: «Credo che Milano – ma non solo io, credo che tutti noi lo condividiamo – possa essere la grande opportunità, la grande occasione storica per dimostrare che ci si può rimettere insieme, non dimenticando le nostre diversità, ma anzi facendo diventare le nostre diversità una ricchezza.»

Il Nuovo Centrodestra si chiama così non perché al momento della sua fondazione fosse nuovo, ma perché intendeva distinguersi da quel centrodestra volgare che infatti il volgo ha continuato imperterrito a preferire, nonostante le patenti di affidabilità democratica rilasciate dalla sinistra e dai grandi giornali agli alfaniani. Era l’ennesimo capitolo della saga infinita del centrismo italiano perbene aperta dal Partito Popolare di Martinazzoli nei giorni di Mani Pulite, destinato con ogni probabilità a finire come tutti i precedenti: nella sparizione tranquilla nella bocca del nulla o in quella della sinistra della truppa centrista.

Ora, è a tutti noto che il Nuovo Centrodestra nacque, a detta dei suoi campioni, sulla base della definitiva presa di coscienza del fatto che il vecchio centrodestra berlusconiano si era ormai ridotto ad un’alleanza impresentabile – populista e antisistema – tra Forza Italia e dei partiti – in primis la Lega Nord – sempre più attratti dalle sirene lepeniste. Oggi che la Lega Nord si presenta come il partito forte (ancorché io non lo dia affatto per scontato) di una nuova eventuale coalizione di centrodestra (o addirittura la corrente egemonica di un futuro grande partito conservatore) una parte del Ncd pare aver cambiato completamente idea, e una natura maliziosa potrebbe vedere in ciò solo l’effetto dell’Italicum nella sua versione attuale.

Tuttavia nelle disperate acrobazie dei neo-centrodestristi pentiti si avverte oggi qualcosa di nuovo: una certa stanchezza, i sintomi incipienti di una resa di fronte alle dure e ostinate repliche di una storia ormai ultraventennale; che va di pari passo con l’ammorbidimento guardingo verso Berlusconi di una Lega Nord che proprio nel momento in cui i sondaggi la danno ai massimi si sta rendendo conto che da sola non potrà mai diventare un partito nazionale. Insomma, è il vecchio disegno berlusconiano che torna a galla, più forte di tutto: della vecchiaia, degli errori e dell’indebolimento del Cavaliere; delle persecuzioni giudiziarie; delle demonizzazioni; dei capricci e degli egoismi dei suoi alleati; e dei petulanti giudizi liquidatori che oggi la grande stampa riserva, con qualche grado di condiscendenza, alle sue fortune politiche.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La strana razza degli amici dei migranti

In attesa che l’umanità migliore ci informi ufficialmente sulla nuova denominazione che andrà a sostituire quella neutra di migranti da essa stessa imposta qualche anno fa, e in attesa che l’infatuazione per i futuri ex-migranti faccia il suo breve e prevedibile corso, cerchiamo di vederci un po’ più chiaro sull’insostenibile leggerezza di quest’umanità emotivamente programmata per essere sempre dalla parte sbagliata della storia e sempre dalla parte giusta delle smanie del momento.

C’è in giro qualcuno che ricorda ancora le facce attonite dei giornalisti del TG3 al tempo della caduta del Muro di Berlino? Ho qualche dubbio. Fu una faccenda altamente istruttiva. Lo stato d’istupidimento non durò molto, giusto il tempo di capire quale tornitura dare alla mitica Narrazione. Fu così che il simbolo della bancarotta economica, civile e morale del comunismo si trasformò in quello del dissolvimento dell’odiosa Cortina di Ferro che aveva diviso l’Europa per quarant’anni: anche l’Italia migliore potè allora, nel giorno della caduta fisica del Muro, partecipare pienamente alla festa degli ex-compagni della DDR liberati dal giogo, e spedire commossa fino alle lacrime i suoi inviati speciali incontro a masse di crucchi in marcia alla scoperta del paradiso occidentale. Certo, ciò accadde in un paese dove il voltagabbanismo ha toccato a volte vertici artistici, ma resta indicativo di un tratto caratteristico e poco lusinghiero dello spirito liberal in generale.

Comunque c’è sicuramente, o almeno ci dovrebbe essere, qualcuno che ricorda ancora la fregola salottiera con la quale l’Occidente inondò di simpatia i ragazzi di Piazza Tahrir, i protagonisti di quella rivoluzione al tempo di Twitter di cui si favoleggiò con incredibile frivolezza. Molti di loro erano, con tutta evidenza, i figli di una borghesia urbana abbiente e profondamente occidentalizzata per i parametri egiziani e costituivano una fragilissima avanguardia liberale sostanzialmente estranea al corpo della nazione: in una parola, furono gli inevitabili utili idioti di cui ogni rivoluzione si serve per coprire i suoi veri scopi. L’Occidente, sedotto dall’opportunismo, abbandonò vigliaccamente Mubarak e rinunciò a qualsiasi tentativo di mediazione. A quattro anni di distanza il popolo egiziano, saggiamente, si fa piacere un autocrate di ferro come il generale Al-Sisi e un regime che condanna alla pena capitale in maniera generosamente collettiva pur di non ritornare ad un paese governato dai Fratelli Musulmani. E i giovanotti di Piazza Tahrir, come quei cagnolini dei quali ci s’incapriccia nella stagione cattiva per poi abbandonarli al loro destino al momento di andare in vacanza, sono intanto scivolati nel dimenticatoio in religioso silenzio.

E che dire della fregola guerresca che s’impadronì dell’umanità migliore, fino alla presidenza di George Bush Jr prigioniera di un pacifismo tetragono senza se e senza ma, al momento dello scoppio dell’inesistente primavera libica, per il solo gusto di correre in soccorso dei rivoluzionari e nella convinzione che la campagna di Libia sarebbe stata una passeggiata? Che dire di quest’umanità che non volle immischiarsi negli affari libici nei lunghi decenni durante i quali la Libia di Gheddafi fu un centro nevralgico del terrorismo internazionale e il Rais la bestia nera del guerrafondaio Reagan, mentre lo volle fortissimamente quando lo scatolone di sabbia si era ormai ridotto ad un satellite dell’Occidente? Quattro anni di completa anarchia, di macelli e distruzioni – conditi dall’arrivo in Libia dei simpaticoni del Califfato, e dallo sbarco sui nostri lidi di centinaia di migliaia di profughi ma soprattutto di gente che non fugge né la fame né la guerra ma cerca semplicemente una vita migliore scommettendo sul fatto che l’enorme numero di morti inghiottiti dalle acque del canale di Sicilia è pur sempre una piccolissima percentuale di quelli che ce l’hanno fatta – non sono bastati a spingerla a un timido atto di contrizione.

Per la stessa umanità migliore Bashar al-Assad divenne un tiranno sanguinario solo quando si stagliò all’orizzonte qualcuno peggiore di lui, gli integralisti islamici finanziati da Arabia Saudita e Qatar che monopolizzarono il fronte delle forze avverse al regime non appena Al Jazeera e i media occidentali decisero di dare ufficialmente avvio alla primavera siriana; nel momento, cioè, nel quale il destino del dittatore siriano sembrava segnato, e ci si poteva accodare idealmente ai liberatori; mentre per lustri la stessa truppa umanitarista fu completamente indifferente alle sorti di quello stato canaglia fieramente anti-occidentale e legato all’Iran che sponsorizzava il terrorismo, destabilizzava il Libano e si ergeva a nemico per eccellenza d’Israele. Le prime centinaia di morti tra la popolazione civile bastarono a fare perdere completamente la tramontana alle diplomazie e ai media occidentali, e a sposare – non solo per ingenuità, s’intende – la causa dei ribelli. Oggi alcune fonti arrivano a parlare di 300.000 vittime della guerra civile in Siria (un numero non lontano da quello dei caduti italiani durante la seconda guerra mondiale) e di 4 milioni di profughi, mentre le forze del Califfato sono ormai vicine a Damasco. E con tutto ciò, proprio ieri l’ineffabile Hollande, nell’annunciare l’invio di aerei militari francesi in Siria in vista di eventuali raid contro l’Isis, ha rimarcato ancora una volta che ogni soluzione di pace in Siria si fonda sul presupposto della cacciata di Bashar Al-Assad dal potere: insistendo, cioè, in quell’atteggiamento ambiguo e opportunista (e oggi semplicemente immorale) che ha guastato tutto fin dall’inizio.

Questi, in buona parte, sono quelli che oggi vanno idealmente incontro con lo sguardo ebete dei figli dei fiori, al solo scopo di distinguersi dai perplessi o dai senza cuore o dai razzisti tout-court, alle fiumane di profughi musulmani in fuga dalle follie dell’Islam verso le terre degli Infedeli senza per questo sentirsi meno islamici di ieri; e non si capisce bene se siano più confusi e reticenti i primi o i secondi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una domanda sull’Islam

Si può ben dire che in questo momento quasi tutto l’Islam è lacerato da conflitti interni. A occidente solo il Marocco e l’Algeria sono rimasti sostanzialmente immuni dalle violenze generalizzate che hanno recentemente sconvolto il mondo arabo; ma pure lì le tensioni sono latenti, e ricordiamoci che vent’anni fa fu proprio l’Algeria a sperimentare una spaventosa guerra civile sviluppatasi sullo sfondo di una crescita impetuosa dell’integralismo religioso, favorita nei suoi esiti politici dal processo di democratizzazione in atto, esattamente com’è successo nelle recenti primavere arabe: fu il preludio della malattia che oggi divora l’Islam. La situazione è (ancora) precariamente tranquilla anche in estremo oriente – in Malesia, in Indonesia, ad esempio – e nel vasto e piuttosto spopolato cuore turco (ed ex-sovietico) dell’Asia centro-settentrionale.

Nel resto del mondo islamico regna il caos: nella zona sahariana e sub-sahariana in Nigeria, Niger, Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sudan, Somalia; in quella araba-mediterranea in Tunisia, Libia, Egitto; nel medio-oriente in Siria, Irak, Libano, Yemen, Bahrein, e perfino in Arabia Saudita dove il terrorismo su grande scala ha fatto di recente capolino, mentre la Turchia, oltre a vivere un momento assai delicato di tensione tra le tradizionali istanze laico-nazionaliste e quelle islamiste oggi rappresentante dal neo-ottomanismo di Erdogan, è sempre più invischiata nei disordini dei paesi confinanti, anche a causa dei problemi con la minoranza curda; e più in là è sempre il braccio violento del fanatismo integralista a rendersi protagonista in Afghanistan, in Pakistan, nel Bangladesh. In Iran regna invece la calma apparente propria di un regime totalitario. L’irrequietudine islamica anima inoltre secessionismi o indipendentismi nel Caucaso, nelle Filippine, e in parte anche nel Sinkiang cinese. Per completare il quadro si aggiungano gli effetti destabilizzanti di tali sconvolgimenti su paesi limitrofi musulmani non ancora in subbuglio.

Le cause di queste convulsioni, almeno in superficie (di quelle profonde ho già scritto fino alla noia) sono sostanzialmente due: l’avanzata di un estremismo islamico nella sua ferocia e rozzezza dai tratti perfino grotteschi; e la tradizionale conflittualità tra sciiti e sunniti. Limitatamente al mondo arabo spunta timidamente anche quella derivante da quel suo originario sostrato tribale, che millequattrocento anni di Islam non sono riusciti mai ad eliminare del tutto. Le tensioni interne all’Islam si scaricano infine contro l’Occidente: attraverso il terrorismo, e attraverso le migrazioni di massa verso l’Europa cui assistiamo da anni.

E’ degno di nota che questi migranti non cerchino affatto di trovare una nuova patria nei ricchi (solo grazie al petrolio) paesi arabi del golfo, quelli che per esempio finanziano a colpi di centinaia di milioni di euro illustri (e anche meno illustri) club calcistici europei. Né d’altra parte si notano particolari segni di solidarietà verso questi profughi e confratelli nella fede nel mondo musulmano: quelli che si trovano in Giordania, in Turchia o in Libano sono in sostanza genti assiepate ai confini della Siria, in attesa di poter rientrare. Tristemente noto, poi, è il caso dei profughi Rohingya, minoranza musulmana discriminata in Birmania, respinti al largo delle coste malesi o indonesiane. Eppure, sulla carta, la solidarietà reciproca tra le genti islamiche, specie nel mondo arabo, dovrebbe essere più naturale di quella fra le genti cristiane: per questioni linguistiche e culturali; e per il fatto che l’Islam è una società di tipo monista, società politica e religiosa allo stesso tempo e nella sua essenza, e ciò ha impedito la sedimentazione di sentimenti nazionali di tipo occidentale.

Vi è infine da sottolineare come la risposta della società islamica alle nefandezze del fanatismo sia in genere ambigua e debole. E quando è forte assume i tratti energicamente autoritari del laicismo del partito dei militari, come successe vent’anni fa in Algeria e com’è successo ultimamente in Egitto.

Ho dipinto velocemente questo piccolo affresco che illustra un mondo scosso fin dalle sue fondamenta, e quasi in disfacimento, allo scopo di fare una domanda semplice e provocatoria: perché quando si parla dei problemi dell’Islam e con l’Islam non si parte mai dall’elementare, ovvia e preliminare constatazione di un universo in crisi nelle sue fibre più intime e di una civiltà in irreversibile crisi strutturale? Perché tutti questi inequivocabili segni di debolezza – compresa l’erratica, folle violenza che li contraddistingue – vengono in Occidente spesso confusi, addirittura, come manifestazioni di vitalità? E’ mai possibile essere così ciechi?

Stati di alterazione antimafiosa

E’ veramente un peccato che l’Italia antimafiosa (quella che prima era, soprattutto, antifascista) non abbia apprezzato a dovere il funerale dell’ottavo Re di Roma Vittorio Casamonica. Quel magnifico tiro di cavalli in ghingheri; quella carrozza barocca fino alla nausea; quella banda musicale che piangeva sulle note del Padrino con molto sentimento ma con evidente soddisfazione, quasi sorridendo tra le lacrime; quella marea di corone; quell’elicottero che lanciava petali di rosa, straordinario aggiornamento tecnologico di ancestrali e sempre vive pratiche indiane; e per ultimo quell’aristocratico pezzo di automobile chiamato Rolls Royce; tutti questi elementi andavano a rappresentare una versione magniloquente e un po’ megalomane di una liturgia funebre zingaresca: un pezzo di cultura, secondo la cultura dominante. E allora perché disprezzarlo? Forse per ignoranza? Ma ciò sarebbe comprensibile in un berlusconiano o in un leghista, non in chi fa parte dell’Italia plurale ed inclusiva, esperta ed appassionata di ethnos e di gender. Ci è parso inoltre scarsamente elegante e pochissimo democratico scagliare con leggerezza l’anatema antimafioso contro questa famiglia potente e facoltosa di etnia Sinti, sospettata di malaffare di piccolo cabotaggio su vasta scala più che di attività criminale in grande scala, quasi che, come per un Salvini qualsiasi, zingaro fosse sinonimo di poco di buono.

Insomma, anche il politicamente corretto è andato a farsi friggere di fronte alla priorità delle priorità: rafforzare quella narrazione dell’Italia antropologicamente mafiosa e corrotta da ripulire dalla testa ai piedi che si sta sostituendo a quella un po’ ammuffita dell’Italia antropologicamente sempre corrotta ma in primo luogo fascista. Facendo leva sulla carica intimidatoria di quest’ultima la sinistra ha costruito le sue fortune, occupando passo dopo passo tutto l’occupabile durante i regimi democristiani, pentapartitici e berlusconiani. Facendo leva sulla prima la sinistra della sinistra spera ora di riuscire a replicare il misfatto. E così oggi tutto è mafia, perfino il bullismo a scuola, vedrete, grazie soprattutto all’indefessa predicazione dei sacerdoti dell’antimafia.

Pure il Vaticano, dopo qualche titubanza, si è adeguato allo spirito dei tempi e così l’Osservatore Romano ha tuonato fuori tempo massimo contro lo scandalo delle sontuose e pacchiane esequie del boss Sinti. D’altro canto una parte influente più che consistente del cattolicesimo italiano fa da tempo l’occhiolino al populismo giustizialista, giungendo ad usare perfino la figura di De Gasperi per servirne gli scopi, come ha fatto nei giorni scorsi l’ineffabile monsignor Galantino, contrapponendo la figura integerrima (fino alla caricatura, a dire il vero) dello statista trentino all’odierno serraglio di cooptati e furbi che popolerebbe il nostro parlamento, finendo però per incappare in una significativa contraddizione. Infatti, rievocando le vicende della legge truffa, il disinvolto Galantino scrive: «Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria, il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!» Ma Galantino omette di dire che la campagna denigratoria che affondò la benedetta legge truffa fu portata avanti soprattutto da quel Pci che di De Gasperi e della Dc pensava esattamente quello che oggi il sedicente neo-degasperiano Galantino pensa dei politici attuali. Durante la campagna elettorale del 1953, per esempio, sui manifesti elettorali comunisti si potevano leggere slogan di questo tenore: «Allontaniamo dalla greppia profittatori democristiani e gerarchi fascisti»; «La Forchettoni Associated Films presenta: “L’ultima truffa”, distribuito dalla Premiocrazia Grattiana, diretto da Aspide de Capperi»; oppure, con l’originalità dei falsi moralizzatori di sempre, «Per l’onestà contro la corruzione vota comunista», in un manifesto raffigurante i forchettoni De Gasperi, Gonella e Scelba, tovagliolo al collo, rispettivamente con una forchetta, un cucchiaio e un coltello in spalla, in trepida attesa del magna-magna.

Ho sempre pensato che il soffocante antifascismo militante che avvelena l’Italia da 70 anni non sia dovuto solo a ragioni di opportunismo, ma serva anche a tacitare sensi di colpa e a mimetizzare una segreta fascinazione per il fascismo. Lo stesso fenomeno avviene ora con l’antimafia militante. La compulsiva, traboccante ed infine mortalmente noiosa mediatizzazione (anche artistica) di fascismo e mafia è sostanzialmente figlia della stessa ambigua pseudo-cultura che nutre l’antifascismo e l’antimafia militante: fascismo e mafia vengono sottratti alla storia per venire imposti come eterne categorie dello spirito, sennò il baraccone s’affloscia, e le carriere si bloccano. E grazie a questi incoscienti, intanto, ci facciamo disprezzare dagli stranieri. Per due motivi: perché ci dipingiamo come una stirpe antropologicamente fascista e mafiosa; e per la ridicola e servile mancanza di amor proprio che dimostriamo.

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Galantino, il populista di Dio

Facendo qualche generoso sforzo potrei anche essere d’accordo col segretario generale della Cei, monsignor Galantino, quando dice – sostanzialmente – che la presunta invasione dei migranti – lo scrivo tra virgolette perché non mi sono ancora abituato a questa espressione equivoca, poetica e sognante, che mi fa pensare a ombre puntinate proiettate sull’ampia distesa del mare da nuvole leggiadre di uccelli migratori – che questa presunta invasione, dicevo, si fonda sull’allarmismo, su numeri percepiti più che reali. A dire il vero, quando si faranno i conti si scoprirà che nel biennio 2014-2015 gli arrivi sulle nostre coste saranno stati non meno di 300.000, una cifra pari cioè allo 0,5% della popolazione italiana, il che mi sembra un risultato di tutto rispetto; tuttavia ammetto un certo grado d’isteria, causato più dalle incognite dell’avvenire – non solo di tipo economico, ma anche culturali, come quelle relative, per esempio, alla temuta importazione di patologie da un mondo islamico in preda alle convulsioni – che dai numeri nudi e crudi, almeno per il momento.

Il partito di Galantino, per così dire, è emanazione di quel cattolicesimo adulto e maneggione che con la complicità dei media si è assunto il compito di formare una specie di guardia pretoriana intorno a Papa Francesco, filtrandone il magistero e riducendolo ad una caricatura pauperistica attraverso la ben nota e sfatta retorica del ritorno al Vangelo autentico, la quale, nonostante lo sguardo compunto rivolto alle mitiche origini, ha la rara capacità di essere sempre straordinariamente in sintonia con lo spirito del tempo, se non proprio con le mode dell’oggi; e i cui corifei, nonostante l’umanesimo sciropposo che ostentatamente contrappongono alla durezza del mondo e ai potenti della terra, hanno tuttavia il privilegio di essere regolarmente ospitati sulle prime pagine di tutti i grandi giornali in qualità di ermeneuti di regime del cristianesimo illuminato, oltre a quello non meno dilettevole di collezionare premi dalla società civile in quantità industriale.

Ciò detto, questa presa di posizione verso «quattro piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!» risulta irritante, oltre che per i toni sarcastici che il partito di Galantino riserva solo ad alcune formazioni politiche, quando su altri temi sensibili si mostra sommamente riguardoso verso lidi politici di diverso colore, anche per la reticenza intrisa d’insofferenza nell’affrontare il problema dei migranti nel suo complesso e con un minimo di ragionevolezza: in genere si passa disinvoltamente dalla negazione del problema, fino a trasformarlo in un’opportunità per le nostre senescenti società che nel nostro cieco egoismo non sapremmo cogliere, alla constatazione che ci troviamo di fronte a dinamiche colossali cui non resta che adeguarsi, quasi scorgendo in esse, con una sorta di fatalismo malsano più che alla luce del provvidenzialismo cristiano, un segno del disegno divino. E risulta irritante, inoltre, che non appena il popolo duro di cervice manifesta coi suoi modi notoriamente non troppo forbiti preoccupazioni di ordine pubblico, gli amici della pace e dei poveri, invece di operare con paziente pedagogia, si esibiscano in subitanee geremiadi, e la mistica del dialogo ad ogni costo che li contraddistingue si trasformi nelle loro bocche nella pratica sbrigativa dell’anatema.

D’altra parte è singolare notare come Galantino e i suoi amici usino toni apocalittici quando parlano dei problemi che attanagliano il nostro paese: la crisi economica è di proporzioni inaudite, la disoccupazione è inaccettabile, le famiglie non arrivano adesso neanche alla terza settimana del mese, e le mafie (rigorosamente al plurale) hanno ormai colonizzato anche la Carnia e il Parco Nazionale del Gran Paradiso conquistando alla loro causa pure gli stambecchi e le marmotte, mentre per Roberto Saviano il sud è talmente messo male che perfino le mafie (rigorosamente al plurale) stanno ormai pensando di abbandonare la madrepatria. A sentir loro, insomma, l’Italia è un paese alla fame; prendendo le loro farneticazioni alla lettera, insomma, si dovrebbe dedurne che proprio l’italiano, fra tutti i disgraziati dell’orbe terracqueo, avrebbe tutte le carte in regola per richiedere asilo in un qualsiasi paese appena un po’ civile, magari anche africano, senza fare tanto lo schizzinoso.

Anzi, la crisi economica italiana sarebbe la vera causa dell’esplodere dell’odio ingiustificato verso lo straniero. «In Italia e in Europa» diceva qualche mese fa monsignor Galantino «a far paura sono i drammi dell’economia, l’inefficienza e la corruzione politica e non i migranti disperati che arrivano sulle nostre coste. Guardando all’Italia la paura è figlia di una politica debole che crea instabilità. La disoccupazione o la non occupazione è il primo problema che in Italia i cittadini sentono in famiglia» ai quali rimediare attraverso «modelli economici che, oltre a garantire i beni comuni (salute, scuola, previdenza) consentano un reddito minimo». Come si vede, populismo della più bell’acqua: giustizialismo alle vongole, statalismo alle vongole, e redditi minimi garantiti; le solite ricette egoistiche e farisaiche che il partito di Galantino condivide, in tutto o in parte, coi populismi ai quali si contrappone. Sono le contraddizioni della demagogia, anche quando è politicamente corretta e dice corbellerie in odio a quella politicamente scorretta che gli fa concorrenza.

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[P.S. Quando ho scritto l’articolo non ero ancora al corrente della nuova sparata di Galantino “sul puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi”. Ma ciò conferma in pieno quanto ho scritto sul populismo e sul giustizialismo alle vongole di questo personaggio, che parla il linguaggio tanto grossolano quanto prevedibile del donciottismo.]

Renzi tra partito e setta

La nascita del partito della nazione, secondo la felpata propaganda di quella grande stampa sempre un po’ vile che se ne faceva paladina qualche anno fa, doveva essere la conseguenza inevitabile (ma anche costruttiva) della presa d’atto che il ventennale tentativo di bipolarismo politico all’italiana era ormai abortito e che gli opposti populismi al quale invece si era ridotto necessitavano di un argine poderoso. La sua prima versione, quella montiana, si risolse però in un prodigioso fallimento, molto simile a quello di certe squadre che nella partita decisiva della stagione non sembrano neanche scendere in campo. Si pensò allora di arrivare allo stesso risultato attraverso la trasformazione, di nome o di fatto, del Partito Democratico nel partito della nazione. Più tardi l’energica figura di Renzi sembrò ridare corpo al progetto.

Tuttavia proprio in questi giorni abbiamo potuto vedere ancora una volta come questa idea sia nata da ragioni di opportunismo e si porti dietro insanabili contraddizioni. Non esiste, infatti, in Italia un populismo più diffuso, pericoloso e grossolano di quello giustizialista; eppure anche nei giorni del caso Azzollini, com’è sempre accaduto quando Renzi si è dovuto scontrare con la setta della questione morale, né il Corriere, né la Stampa, né il Sole 24 Ore hanno fatto sentire la loro voce in sostegno del premier.

Ciò è dovuto al fatto che anche l’idea del partito della nazione nacque nel solco dell’antipolitica: ne era la versione paludata, compunta, propria delle sale ovattate. Era il modo perbenista, istituzionale, di cedere al conformismo vaffanculista. Ciò che essa denunciava era pur sempre l’insufficienza della politica; ciò che essa perorava era pur sempre la necessità di un suo superamento; e ciò che essa incarnava era in ogni caso una sorta di palingenesi dai tratti rassicuranti e perfino borghesi. Ma nel profondo, senza ostentazioni, quest’idea contribuiva tuttavia ad alimentare quelle correnti populiste che diceva di voler neutralizzare.

Ecco perché quando si tocca una questione dirimente, anzi identitaria, come quella della giustizia, prima ancora sul piano culturale che su quello meramente tecnico, legioni di autorevoli e sagaci editorialisti, di solito prodighi di consigli, invece di buttare il cuore oltre l’ostacolo, fanno i pesci in barile. Ma allora come si può pretendere di porre le basi di un partito votato virtuosamente all’interesse nazionale, e perciò supremamente politico, nel miglior senso del termine, venendo nello stesso tempo a patti con ciò che ne rappresenta la negazione, l’incivile caricatura, cioè la setta?

Questa contraddizione interna è la stessa che agita il Partito Democratico vero e proprio. E non vi è modo di uscirne in modo indolore. Se Renzi decidesse di tagliare il cordone ombelicale con la setta giustizialista per davvero, il Pd andrebbe incontro ad un drammatico ridimensionamento. Non solo: si può star sicuri che questa svolta non avrebbe l’appoggio della grande stampa sopramenzionata. E il presidente Mattarella, che non è certo un cuor di leone, e che dimostra ogniqualvolta apre la bocca di essere fedele in maniera perfino comica ai frusti e tristissimi codicilli della vulgata della repubblica nata dalla Resistenza, gli si rivolterebbe contro. Sotto altre forme, il caso Berlusconi verrebbe a riproporsi. E sarebbe la dimostrazione che non è Berlusconi la vera anomalia della politica italiana.

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Ombre siciliane

Sembrerebbe quasi che la mafia siciliana sia andata in coma. Non se ne sente più parlare, l’avete notato? Parlo di mafia in senso stretto, s’intende, non del barocco corollario dell’antimafia, perché quest’ultima ha ormai da qualche anno letteralmente soppiantata la cara e vecchia mafia d’un tempo nell’accaparrarsi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Sembrerebbe anche che nel rubare la scena alla mafia l’antimafia ne abbia acquisito certi spiacevoli tratti distintivi. Questo suo straripare, infatti, è stato dal punto di vista dell’affabulazione giornalistica fecondo come quello del Nilo per le aride distese del basso Egitto: oscuri intrighi, misteri, derivazioni, deviazioni, diramazioni, avvertimenti, gerghi stravaganti, parole d’ordine ossessive, gustosi personaggi in cerca d’autore, lotte sotterranee fra cosche antimafiose, mappe occulte del potere, rapporti col terzo livello, regolamenti di conti. Insomma, tutto quello sfondo pittoresco che la mafia non sembrava più in grado di offrirci a parziale risarcimento delle proprie scelleratezze, adesso ce lo regala lo spettacolo spassoso dell’antimafia. In un certo senso, almeno quello estetico, si può dire che l’antimafia è diventata la nuova frontiera della mafia, un po’ come l’antifascismo lo è stato per il fascismo.

Questo quadro paradossale potrebbe replicarsi nella parte continentale dello Stivale nella sciagurata eventualità che la cosiddetta cultura della legalità dovesse trionfare definitivamente in Italia. Tre decenni e mezzo di questione morale, che fu la maniera cinica e immorale con la quale il marxismo sconfitto avvelenò i pozzi della politica italiana, hanno distrutto perfino il concetto stesso di una ben circoscritta autonomia della politica. Spaventa pensare che un’intera generazione di italiani sia stata costretta a vivere la politica se non come lotta tra onesti e disonesti, e forse ora non sappia nemmeno immaginare qualcosa di diverso da questo squallido schema.

Oggi sono proprio gli eredi del partito della questione morale a sentire sul collo il fiato dei fanatici che hanno tirati su nel culto caricaturale della legalità. Questi ultimi giustificano l’incontrollato protagonismo della magistratura col fatto che essa sarebbe stata costretta ad un ruolo di supplenza democratica a causa delle deficienze della politica. Ma se la politica si riduce a lotta fra onesti e disonesti, così come vuole la rozza filosofia giacobina che si è cercato d’imporre agli italiani con la complicità vile e colpevole della grande stampa, semplicemente annulla se stessa annullando il suo campo d’azione. E se per converso la politica cercasse di riprendersi le proprie prerogative sarebbe immediatamente accusata di autoritarismo e complicità col malaffare. Oggi che la sinistra è al governo, in quella grande sinistra che oltre ai democratici comprende idealmente grillini, vendoliani e altra minutaglia, la questione morale viene agitata periodicamente come un manganello sopra la testa di chi vorrebbe uscire da questa logica imbecille. Ma lo scontro tra questione morale e politica è nelle cose. E non potrà essere rimandato all’infinito. Altrimenti gli scenari siciliani di lotta per bande tra i trionfanti campioni della legalità diventeranno sempre più plausibili.

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La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

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Gli errori dell’Occidente in Bosnia-Erzegovina

Nei giorni scorsi abbia avuto un’altra prova della fatuità con la quale l’Occidente si muove nello scacchiere internazionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che evidentemente non ha altro di meglio da fare che pontificare, in occasione del ventennale del massacro di Srebrenica, nel quale almeno 8.000 musulmani bosniaci inermi furono trucidati dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladić, ha messo ai voti una risoluzione che condannava tale avvenimento come genocidio. La risoluzione è stata respinta in forza del veto della Russia, che fin dall’ottocento si è ritagliata il ruolo di protettrice dei fratelli ortodossi serbi, mentre altri paesi, fra cui la Cina, si sono astenuti. Ragionando con cinismo, non si può dire che la Russia abbia tutti i torti: 8.000 vittime sembra un numero davvero troppo esiguo per parlare sensatamente di genocidio; ed inoltre un genocidio non dovrebbe fare distinzioni di sesso e di età, quando invece il massacro di Srebrenica vide la meticolosa separazione degli uomini dalle donne, gli anziani e i bambini. Naturalmente queste fredde considerazioni nulla tolgono all’enormità del crimine.

Ci si chiede, tuttavia, quale sia il senso della ricerca continua di queste stucchevoli e burocratiche sentenze sulla storia recente o meno recente, se non forse una fuga dalla storia stessa e dalla realtà. Si ha quasi l’impressione, infatti, che per l’Occidente sollevare confusamente (e spesso contraddittoriamente) questioni di principio ogniqualvolta c’è da affrontare una grossa rogna in qualche punto caldo del globo, sia diventato un modo per nascondere la propria impotenza.

La Bosnia-Erzegovina è un caso esemplare di questa erratica politica. L’Occidente prese atto della dissoluzione della ex-Jugoslavia ma poi non ebbe il coraggio di prendere davvero in mano la situazione portando a termine e rifinendo sotto il suo controllo, dove era possibile, quel processo di partizione che le reciproche pulizie etniche avevano quasi condotto a termine (ciò può sembrare immorale, ma molto meno che lasciare attivi i focolai della malattie, dopo che il disastro è ormai accaduto); oppure, là dove non era possibile, congelando la situazione, senza però cristallizzarla dal punto di vista statuale-amministrativo. Sballottato tra gli opposti (e falsi) dogmi dell’autodeterminazione dei popoli e dell’integrità territoriale degli stati, finì per dare la sua benedizione a tutta una serie di stravaganti indipendenze, che replicavano su scala minore l’eterogeneità ex-jugoslava. Lo stesso Occidente che accettò serenamente la divisione tra Serbia e Montenegro per questioni etniche di lana caprina, si spese molto per la nascita del più grande e internamente diviso di questi nuovi stati: la Bosnia-Erzegovina, appunto. La nuova era democratica – questo era il tacito assunto – doveva assicurare la pacifica convivenza delle tre comunità principali (etnie mi sembra un vocabolo troppo forte per delle genti che parlano sostanzialmente la stessa lingua): quella bosgnacca (bosniaco-musulmana) costituente quasi metà della popolazione, quella serba (cristiano-ortodossa), e quella croata (cristiano-cattolica).

Due decenni circa di indipendenza invece hanno quasi istituzionalizzato la divisione comunitaria nel nuovo stato balcanico; di fatto il patriottismo bosniaco è diffuso solo tra la popolazione bosgnacca, e spesso si confonde con un identitarismo musulmano rispuntato quasi a sorpresa da qualche profonda ed inquietante piega della storia; di fatto, vista l’estraneità di serbi e croati al sentimento patrio bosniaco, la Bosnia-Erzegovina ha oggi al suo centro un nucleo musulmano che potrebbe anche resistere ad una sua eventuale disgregazione. Ciò che era da molto tempo ormai considerato un retaggio culturale, in sé ricco, interessante, e anche fecondo, come testimoniano le opere di Andrić o Selimović, è ritornato ad essere contro ogni pronostico una realtà religiosa sommamente problematica.

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