Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

onesta2Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlinguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (171)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CASO MORO 24/03/2014 Il caso Moro non esiste. L’assassinio di Moro ha una sua collocazione storica chiarissima, che non si limita all’Italia. Anche Francia e Germania ebbero i loro “Moro”, le vittime eccellenti tra le tante vittime dell’ondata del terrorismo rosso degli anni settanta e ottanta; personaggi certo di statura inferiore a quella del politico italiano, ma perché minore era la portata del fenomeno terroristico. Action Directe (simbolo: stella a cinque punte) fece fuori nel 1986 George Besse, amministratore delegato della Renault; la Rote Armee Fraktion (simbolo: stella a cinque punte) rapì Hanns-Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca, in un agguato che costò la vita al suo autista e ai tre agenti di scorta, e lo “giustiziò” 43 giorni dopo: successe qualche mese prima del rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse (simbolo: stella a cinque punte). Tuttavia in Francia e in Germania non si è mai fatta dietrologia sui Grandi Vecchi, e questo perché in quei paesi la sinistra già allora era socialdemocratica da decenni, e quindi la distanza che la separava, non solo dalle azioni dei terroristi, ma anche dalla loro visione della storia era così netta da non provocare sensi di colpa. A tutt’oggi in Italia, invece, c’è una grossa parte del popolo di sinistra che vive ancora nel mito: quello della democrazia «incompiuta», della Resistenza tradita, dell’Italia in attesa della vera «liberazione» dal fascismo eterno e dal partito del malaffare. In questo le Brigate Rosse non differivano né dal Pci né dalla sinistra legalitaria e «resistenziale» dei nostri giorni. Questa propaganda aggressiva e pluridecennale servì al Pci per allargare il suo potere reale nel paese e per irretire la Dc. Al momento di raccogliere i frutti del lungo assedio, si accorse che con questo veleno tra le pareti di casa aveva allevate orde di giovanotti che al mito credevano con tutto il cuore, che in tutta coerenza avevano cominciata la lotta di liberazione armata, e che al grande patto col nemico alle corde guardavano come a un sacrilegio. Per il Pci abbracciare e capitanare il partito della fermezza con tanta durezza dopo il rapimento divenne il modo di rimediare al disastro e per raggiungere per altre vie lo scopo prefissato. A tutt’oggi questa storia vera non è ancora stata digerita dalla nostra sinistra, che in tutti gli anfratti e le zone d’ombra del caso Moro cerca ancora disperatamente, compulsivamente, quasi per una necessità biologica, la traccia miracolosa del grande complotto contro i valorosi comunisti, i soli veri democratici di quegli anni. E’ questo, naturalmente, il vero e ultra-patetico «caso Moro».

GUIDO CROSETTO 25/03/2014 Fino a due anni fa il Fratellone d’Italia era uno dei falchi dell’area liberale, liberista e libertaria dei berlusconiani. Quando le finanze e l’economia caddero nelle mani di Tremonti il colbertista, Guido ebbe dei gran brutti presentimenti. Giustificatissimi: lo spocchioso Tremonti si stimò degno di diventare il Richelieu, il Mazarino e per l’appunto il Colbert di Berlusconi. A Guido allora e per lungo tempo toccò soffrire le pene dell’inferno. Le sue uscite inconsulte erano figlie di questo dolore, e infatti Silvio non gli portò mai rancore. Cominciai a sospettare però che il calvario ne avesse intaccato la solidissima costituzione quando alla fine del 2012 fondò “Fratelli d’Italia” insieme ai supercolbertisti La Russa e Meloni, che con lui non avevano un’idea in comune, a parte un lodevole anticomunismo. Ma ancora un anno fa, nel giorno della morte di Margaret Thatcher, Guido lodava il coraggio della Lady di Ferro e rimpiangeva amaramente l’assenza in Italia di una «destra modello inglese». Oggi il Fratellone è impazzito. Non c’è alcun dubbio. Si scaglia a testa bassa contro l’attuale sistema tradizionale dei partiti, italiano e europeo, si fa paladino dell’Europa dei popoli, denuncia «le grandi lobby e i potenti funzionari», critica «le aperture così veloci del WTO alla Cina» neanche si fosse bevuto tutta l’opera filosofica tremontiana, e s’illumina finalmente quando trova una leader che non si dimostra capace, come nel caso di Grillo, solo «di fotografare una rabbia» senza indicare una via, ma quella strada, invece, quell’idea di futuro la indica, eccome: Marine Le Pen, campionessa dello statalismo di destra. «Grazie alla forza della Le Pen» e «grazie al popolo francese» lo schema si è rotto, scrive Guido entusiasta su “L’Huffington Post”. Sarà anche lo zelo del neo-convertito, ma fa piacere sentire l’omone così pimpante e speranzoso.

GIORGIA 26/03/2014 Giorgia canta nuda contro la violenza sulle donne. «C’è tutto questo e molto di più nel video di Giorgia “Non mi ami”», così assicura D.Repubblica.it. Sarà. Però l’idea non mi sembra molto originale. Di femmine che si spogliano per la salvezza del pianeta; e della flora; e della fauna; e degli animali da pelliccia; e contro la crisi economica; e l’austerità; e contro il cancro; e chissà quali altri malattie; e contro gli autocrati; e l’oscurantismo; e per la democrazia; e contro vescovi; ed arcivescovi; e contro il consumo di carne; e contro la FIFA; di tutto questo esercito di donne nude ne abbiamo fin sopra i capelli. E se provassero a smuovere le nostre coscienze col burqa? Ecco che finalmente anche quel costume da spaventapasseri potrebbe trovare una sua utilità sociale; e il burqa potrebbe diventare la divisa delle suffragette del ventunesimo secolo; e un prezioso prodotto di nicchia per il settore moda; e “burqare” – “indossare il burqa in segno di protesta” – diventare un neologismo di successo. Eh sarebbe bello! Eccitante! Invece no: tutte nude!

CLEMENTE MASTELLA 27/03/2014 Silvio Berlusconi ha nominati i 30 membri del Comitato di Presidenza di Forza Italia. Quelli effettivi. Perché tale Comitato sarà affiancato, aiutato, e certo infastidito da un Comitato 2 formato da una quarantina di italoforzuti trombati nella corsa al Comitato 1, che il magnanimo Silvio non ha voluto lasciare completamente a mani vuote. Tra questi membri di serie B, però, vi è un’illustre personalità che non è italoforzuta né risulta trombata: l’onorevole Clemente Mastella. “Onorevole” non è scritto a caso: l’onorevole, l’uomo e il politico sono ormai le tre persone di una trinità mastelliana che nessun eretico potrà mai dividere, giusto premio alla formidabile inossidabilità dell’orgoglio di Ceppaloni. Da fedele elettore italoforzuto non ho nessuna prevenzione contro l’Onorevole; mi piace anzi che il nuovo corso del partito abbia un’impronta così rivoluzionaria, e non si adegui al conformismo delle rottamazioni; e in più, confesso, il pacioso Clemente non mi è affatto antipatico, specie in questi tempi di esaltati e disperati. E poi in lui la sapienza democristiana – finissima finché si limita alle sfumature e alle tattichette, disastrosa quando ha ambizioni strategiche – è arrivata al massimo grado. Intervistato da “La Stampa” con una sola delle sue risposte è riuscito a: 1) Proclamare umilmente la sua lealtà verso Berlusconi («Intendo che, siccome Berlusconi è in difficoltà, tutti devono fare dei sacrifici e seguire le sue indicazioni.»); 2) Ricordare a tutti quella preziosa filosofia democristiana-ceppalonese, piena di concretezza, che egli porta in dote ai giovanotti di Forza Italia («Tutti noi dobbiamo pensare che, come si dice dalle mie parti, chi è nato tondo non può farsi quadrato. Forza Italia è un partito nato così e non lo si cambia.»); 3) Mostrare la schiena diritta di fronte al capo per mettere a tacere i maligni («Stiamo attenti a non ridurlo come si è ridotto il Milan»). Insomma, un capolavoro. E allora, perché si dovrebbe vergognare? E che ne so? Si vergogni lo stesso!

FEDERICA GUIDI 28/03/2014 «Credo che in Italia sia mancata fino ad oggi una politica industriale e quello che voglio fare è una task force, con economisti e politologi, per lavorare sulla falsariga dell’Industrial Compact europeo per crearne uno italiano». E’ tutta aria tremendamente fritta, naturalmente, ma in bocca ad un Ministro dello Sviluppo Economico sta benissimo. I quartier generali, i gabinetti, e i grandi piani sono passioni irresistibili nell’uomo politico che riceve i gradi di ministro, specie se novellino. Ci si dovrebbe piuttosto stupire che ad indulgere in sciocchezze di questa fatta sia un’imprenditrice, se non fosse che la quarantacinquenne Federica Guidi è già stata presidente dei Giovani imprenditori dell’Emilia Romagna, vicepresidente degli Imprenditori dell’Emilia Romagna, vicepresidente e poi presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, e infine vicepresidente di Confindustria. Solo un essere dotato di una resistenza sovrumana avrebbe potuto uscire da una tale prova parlando ancora la lingua natia.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (117)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 11/03/2013 Su quello strano tipo del liberale italico in politica che alla fine, per disperazione, «riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno», avevo scritto appena dieci giorni fa. Be’, eccolo che si fa avanti in carne e ossa. Su Il Sole 24 Ore, il giornale che da quando è sceso dall’Olimpo montiano non si vergogna più di niente, l’economista che fu tra i fondatori di Fare per fermare il declino sfida Grillo a non rincorrere unicamente il successo politico, a dimostrarsi statista, «a lanciare al Pd la possibilità della fiducia ad un governo», lasciando a una personalità del Pd, che abbia la fiducia della gente, la guida del governo, senza cercare poltrone per i suoi. Ciò attraverso un programma «fortemente grillino» articolato su tre temi: proposte anti-casta politica, proposte anti-casta economica e proposte istituzionali, tra le quali ci dovrebbero essere l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, il dimezzamento dei parlamentari con adeguamento degli stipendi e delle indennità alla media europea, e l’eliminazione di tutte le province. Non stupisce la cecità del professore sulla vera natura dei rivoluzionari: la storia offre a profusione esempi di questo specifico tipo di gonzaggine. Non stupisce più di tanto il cedimento su tutta la linea alla retorica del populismo anti-casta. Stupisce piuttosto la modestissima portata “liberale” delle proposte, con tutto quello che invece c’è da fare, e presto!, per fermare, adesso!, il declino.

GIULIO TERZI 12/03/2013 Ce la dovremmo prendere col governo, ma siccome il ministro degli esteri è una delle nostre vittime preferite, proseguiamo volentieri con la meritoria opera di persecuzione nei confronti della Farnesina, che sulla faccenda dei marò in attesa di processo in India sta collezionando una serie impressionante di topiche. Dopo aver combinato il disastro cedendo all’inizio, dopo aver ostentato stupido ottimismo, dopo aver belato e brancolato nel buio per mesi, adesso si è risolta per una mossa molto avventata, da disperati, che rischia di trascinarci dalla parte del torto, almeno agli occhi di quel mezzo mondo emergente di cui l’India è tanta parte. I marò in «permesso voto» in Italia restano dunque nel nostro paese. Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.

BEPPE GRILLO 13/03/2013 Il tesoretto di Craxi non fu mai trovato, neanche a Hong Kong, perché non c’era. Bettino non si arricchì con la politica. Ma a Beppe piace lo stesso chiamarlo Bottino. Ed evocare per la milionesima volta il sogno di una generazione di esaltati: il Berlusca ad Hammamet. E chiamare «questuanti» i soliti noti del Pdl. Ed esprimere tutta la sua solidarietà ai magistrati di Milano. Quando vuole Beppe è ortodosso come il girotondino di qualche anno fa: un babbeo fatto e finito, ricorderete, in quanto a conformismo. D’altronde, tolte le pose futuristiche, in cosa si distinguono i militanti del M5S – non parlo di chi li ha votati – dai bigotti di sinistra? Nell’impegno un po’ scomposto con cui indulgono nei sogni bucolico-giustizialisti dell’Italia sedicente onesta. Insomma, gridano più forte. La sinistra «istituzionale» li ha combattuti soprattutto in quanto irregolari e potenziali competitori, non certo per le idee. Ed infatti, in men che non si dica, dopo l’esito del voto ha riscoperto, senza vergognarsene, tutte le affinità elettive che la legano agli ex facinorosi.

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 14/03/2013 Dove non arriva, per pudore, il partito, arrivano loro, gli intellettuali. Non hanno bisogno di ordini. A loro basta l’istinto. Costituiscono una forza di complemento che spiana la strada, che parla forbito alla pancia del paese, nobilitandone le peggiori pulsioni. In breve, sono gli artefici del populismo politicamente corretto. Dopo di loro, e a dar loro man forte, arrivano le icone della società civile, tutti quei personaggi da operetta che la grande cricca progressista ha proclamati i migliori nei loro rispettivi campi. E dopo di questi, eccoti l’esercito dei centomila che non si stanca mai di firmare appelli, di sottoscrivere petizioni o dichiarazioni di solidarietà. Non poteva andare in maniera diversa con la preghierina indirizzata ai cari amici del Movimento 5 Stelle. E’ chiarissimo che si tratta di un fenomeno patologico. Abbiamo il dovere di aiutare queste persone. Di illuminarle, di aprir loro gli occhi, usando il loro stesso linguaggio, l’unico che capiscano nella loro semplicità: chiamiamoli nani, ballerine, lobotomizzati, così, in ordine strettamente gerarchico. E’ un atto d’amore.

ULDERICO PESCE 15/03/2013 Il 16 marzo nell’Aula Pacis dell’università di Cassino ci sarà la prima nazionale del nuovo spettacolo di Ulderico Pesce dedicato ad Aldo Moro. La morbosa fascinazione degli artisti civilmente impegnati per la morte di Moro ha una spiegazione facilissima: i sensi di colpa della sinistra, dal cui seno nacque il terrorismo rosso, e il tentativo inconscio di rimuoverli con un’ossessiva e sempre aggiornata opera di depistaggio. Ma uno così spassoso non l’avevo mai sentito: «…[Moro] doveva morire», dice, «a ucciderlo non sono state le Brigate Rosse, a uccidere Moro e la sua scorta è stato lo Stato. Ma prima ancora di questa domanda bisognerebbe farsene un’altra: perché non hanno fatto nulla per impedire il rapimento? (…) La cosa che mi fa più ribrezzo è vivere in un Paese dove gli assassini di Moro sono ancora liberi… Bisogna restituire luce alla nostra memoria». Sono passati 35 anni ma la superstizione è tutt’altro che estirpata. Caro Papa Francesco, se vuole bene all’Italia, cominci da qui la sua opera di evangelizzazione che le sta tanto a cuore, da questi pazzi furiosi.

[(Risposta ai commenti) Ah ah ah… la retorica della documentazione, dei dati e degli argomenti… Mi ascolti bene: io-me-ne-in-fi-schio. La vostra documentazione è come quelle ventimila pagine obbligatorie di allegati che di prammatica accompagnano le inchieste più sballate. Gigantesche costruzioni barocche fondate sulla capziosa interpretazione dei mille particolari secondari che sempre fanno da sfondo a un fatto, o che da quello riverberano, e che inevitabilmente portano in superficie miserie e insufficienze. Con tale metodo i dottori della disinformazione possono dimostrare qualsiasi cosa, e negare qualsiasi verità. Specie quelle che fanno male. E già, bigotti. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI. I giovanotti delle Brigate Rosse si erano nutriti della propaganda e della “narrazione” della storia repubblicana fatte dal PCI e dal culturame di scelbiana memoria. Essendo giovanotti furono conseguenti con le conclusioni a cui portava quella sbobba velenosa. Al PCI quella propaganda e quella “narrazione” servivano per sfiancare il paese e per acquistare sempre più potere reale. Il compromesso storico doveva esserne il risultato alla fine degli anni settanta, quando il comunismo mondiale stava mostrando le crepe che lo avrebbero portato alla fine. Per Moro, il vero Moro, non quello falsificato dall’agiografia progressista dopo morto, colui che qualche mese prima di essere ucciso dal terrorismo comunista disse alto e forte in Parlamento che “la Dc non si sarebbe fatta processare in piazza”, il compromesso storico non era affatto un riconoscimento di quella “narrazione”, ma un tentativo, che lui riteneva ineludibile, di “costituzionalizzare” il PCI e di riportarlo alla democrazia occidentale. Chi si opponeva da “destra” a questa politica era nel suo pieno diritto: lo faceva per varie ragioni, fra le quali quelle di politica estera, e quella, secondo me sacrosanta, che non era saggio cedere all’aggressività del PCI. Le Brigate Rosse che si opponevano da “sinistra” a questa politica lo facevano in modo criminale, e perché erano imbevute dei miti della democrazia incompiuta (la “democrazia compiuta” è un concetto antidemocratico) e della resistenza tradita che il PCI di lotta e di governo aveva propagandato e che ancora oggi la sinistra non ha abbandonato. Ma il mostro rivoluzionario, che il PCI aveva nutrito, era coerente con se stesso. Se si prescinde da questa verità di fondo, tutto quanto ci gira attorno viene mistificato.]

I MONTAGNARDI IN PARLAMENTO 16/03/2013 Sei mesi fa li avevo definiti «montagnardi», come gli esaltati del gruppo radicale che durante la Rivoluzione Francese si era appollaiato sui banchi più elevati dell’Assemblea. Oggi, in obbedienza al loro Codice di Comportamento, i grillini rifiutano di farsi chiamare «onorevoli» e «optano», obbligatoriamente, per i termini «cittadine» o «cittadini»; e all’apertura del Parlamento della XVII legislatura hanno scelto di occupare gli scranni della parte superiore dell’emiciclo di Montecitorio. Per distinguersi, dicono loro. No, per farsi riconoscere, dico io, in tutta la loro settaria minchioneria, sorpassata solo da quella della sinistra «democratica» che li ha ammaestrati.

La lezione di Moro e quella di Scalfari

Nel suo ultimo articolo su Repubblica Eugenio Scalfari racconta di un colloquio avuto con Aldo Moro il 18 febbraio 1978, quindi poco prima che quest’ultimo fosse rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse. In quell’occasione il presidente della Democrazia Cristiana avrebbe detto:

Molti si chiedono nel mio partito e fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l’interesse che li motiva. Se l’interesse egoistico c’è, quella è la garanzia migliore di sincerità. E qual è l’interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di “tenere” da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia all’opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente identici. Dopo la fase dell’emergenza si aprirà quella dell’alternanza e la Dc sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi.

Io non credo affatto che queste fossero le esatte parole di Moro. Può darsi che rispecchino in parte il suo pensiero. Ma così schiette e ben allineate al pensiero scalfariano sembrano piuttosto le parole di un prigioniero che la Sindrome di Stoccolma ha ridotto al punto tale da servire da ventriloquo a chi lo tiranneggia. Inoltre esse in realtà costituiscono un mosaico di frasi estrapolate dalla lunga intervista che Repubblica pubblicò solo il 14 ottobre 1978, ossia cinque mesi dopo la morte di Moro, quando il presidente DC non poteva né smentire né confermare. Ed inoltre ancora, da quella intervista è chiaro come per Moro la necessità della “solidarietà nazionale” nascesse più dalle insufficienze democratiche del PCI che dai demeriti della DC: il PCI era un partito che le forze di maggioranza dovevano “adottare” per sottoporlo ad un tirocinio democratico, alla fine del quale a presidiare la sinistra italiana sarebbe stato un partito “costituzionale”; dopodiché, compatibilmente con la situazione internazionale (eravamo ancora al tempo della guerra fredda), anche in Italia avremmo potuto avere, finalmente, un quadro politico normale nel quale l’alternanza politica alla guida del governo sarebbe stata libera da ogni aspetto traumatico. L’anomalia comunista poteva portare invece il paese al disastro, e i governanti da questo disastro sarebbero stati inghiottiti: ecco dunque l’interesse “egoistico” della DC a far sì che si formasse in Italia un’opposizione, diremmo oggi, “non antagonista”. Era una specie di disegno giolittiano applicato ai comunisti di fine secolo e non più ai socialisti d’inizio secolo. Ma, per altri versi, anche così scalfarianamente confezionato è un discorsetto illuminante, perché fa vedere, a coloro che intonando le fruste litanie antiberlusconiane s’immaginano di dare voce alla dissidenza democratica in Italia, come il nostro paese, Berlusconi o non Berlusconi, sia sempre sull’orlo dello sfascio, che chi governa – e non è di sinistra – sia sempre posto davanti ad una scelta responsabile quanto obbligata, che è quella di non ignorare il malcontento, di non esercitare “unilateralmente” il proprio legittimo potere, pena la radicalizzazione dello scontro e la disgregazione del paese. Scalfari lo tira fuori per applicarlo alla situazione attuale, ma così facendo così contraddice uno dei dogmi capricciosi della propaganda progressista: la pretesa “anomalia” berlusconiana. E dimostra invece come la costante anomalia della nostra vita politica, ivi compreso l’immancabile appello alla parte “migliore e più consapevole” della classe politica a destra del partitone di sinistra, stia in una certa visione distorta, pervicacemente coltivata, della nostra storia neanche più tanto recente. La verità è che non usciremo mai dalla vera emergenza, che non arriveremo mai non tanto a quella baggianata insulsa della “democrazia compiuta”, ma piuttosto ad una prosaica normalità occidentale, fino a quando a sinistra la lotta politica si farà tirando il sasso e nascondendo la mano, nel modo già descritto due anni fa dal sottoscritto:

… se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (…) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La storia deviata

Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso “veramente” democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche “laico” non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito. Molto male gliene incolse: nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.

Nel discorso di Moro non si parlava di fascismo, di golpe, e dei soliti disegni autoritari. Si parlava di corruzione. La Storia Deviata infatti da tempo batteva soprattutto su questo tasto. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe “capitalista”, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste.

La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente.

La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future.

La terza conobbe due sviluppi, paralleli, ma i cui protagonisti erano in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: “la questione morale” di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo e mallevadore della propria democraticità per dare del fascista al prossimo. Al messianismo comunista (che succedeva al messianismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la “democrazia compiuta” che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino: col corollario dei suoi provvidenziali “nemici”, evidentemente. Nel mio piccolissimo, sono stato tra i primi qualche anno fa ad usare con rinnovata frequenza questo termine, “giacobino”. Se dà fastidio a molti, sono più che contento. Se ne facciano una ragione: il termine è esattissimo. La pubblicistica prerivoluzionaria in Francia faceva il pieno di scandali e di cricche; mise a punto i meccanismi della demolizione ad personam; grondava di retorica sulle virtù dell’uomo onesto, il futuro “cittadino” della repubblica.

Oggi alla Storia Deviata fa l’occhiolino Gianfranco Fini. Gliene vengono applausi, considerazione, patenti di democraticità e liberalismo. Anche se fra i suoi ci sono dei veri e propri invasati, con quel tocco di pittoresco che fa tanto italiano e che riesce a volte anche a far ridere. Dimentica però che non c’è più il corpo molle della DC. Allora il giochetto era facile. La creatura berlusconiana è assai più coriacea. Nel paese sono cresciuti gli anticorpi. Non è più tanto facile incantare la gente agitando la mazza della legalità. Le bocche da fuoco dei berlusconiani fanno il verso a Repubblica, firmaioli compresi, con grande e divertente scandalo dei benpensanti che per trentacinque anni hanno considerato tale attività in non plus ultra del progressismo democratico. Quando il grandioso baraccone della Storia Deviata rovinerà su se stesso, una mezza Italia si domanderà di cosa aveva paura; all’altra si apriranno gli occhi su nuovi cieli e potrà cominciare a pensare a vincere invece di continuare a raccontare a tutta la gente del suo falso incidente. E sarà la riforma delle riforme.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La figlia della sinistra

Non c’interessa per nulla sapere perché, nonostante i tre ergastoli, alla non pentita Barbara Balzerani sia stata concessa la libertà condizionata. Non desideriamo saperla in carcere, perché è una perversione morale provare soddisfazione per le afflizioni altrui, chiunque egli sia e qualunque ne sia la causa. E personalmente ci sentiamo persino sollevati che in questo caso non si possa tirare in ballo quel sacro sentimento del pentimento di cui da vent’anni ormai si fa avvilente mercimonio nelle più luride viuzze della giustizia e dei media che onorano il belpaese dei carnascialeschi applausi funerari: un vero pentito è talmente schiacciato dal senso di colpa e talmente illuminato da un’ansia di riscatto morale da chiedere solamente di essere libero di scontare la sua pena.

Né c’interessa sapere se si tratti di uno dei quei  casi in cui il sempre più intollerante fine rieducativo abbia ormai sic e simpliciter del tutto scacciato l’intento punitivo dal concetto di pena, frutto questo di quel nichilismo caramelloso al quale i bei sentimenti di clemenza e di umanità non bastano più, e di quella forma mentis atta a esorcizzare il senso di colpa e di male, tipica di gente che ammazza tanto facilmente quanto facilmente perdona, quando invece perdonare cristianamente significa tenere la porta aperta (ed è un dovere) ad un reale pentimento, ma non vuol dire né dimenticare, né giustificare, né chiedere alla giustizia degli uomini di rinunciare a fare il proprio corso.

L’unica cosa che c’interessa è rimarcare che questa liberazione, nella sua muta e inspiegata meccanica, non è altro che l’estinzione di un debito verso le vite di quei giovani che la sinistra in genere ed il PCI in particolare gettò negli anni ’70 sul tavolo della lotta politica, in un doppio gioco cinico che consisteva nel fomentare con tutta la violenza possibile della sua macchina propagandistica, quella propria del partito, quella della redazioni dei giornali e quella degli intellettuali, utili idioti e non, la criminalizzazione dell’allora classe politica, con la retorica del golpe e quella, oggi come allora, veteroresistenziale; e di ergersi poi cinicamente nel momento supremo, con il paese allo stremo, a garante della legalità. Di questa terroristica intimidazione, di questo profondo impulso veramente golpista, fu interprete e profeta inconsapevole Aldo Moro, quando disse “La DC non si farà processare!”, certo mai immaginando che la sua vita sarebbe terminata davvero, ma non per caso,  in uno di quegli orridi Tribunali del Popolo che a certi campioni del giustizialismo di oggi dispiacevano in fondo solo in quanto illegali. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI, materialmente nelle sue sezioni: dai quadri del partito, gli stessi che per anni con disgustosa impudenza sposarono insieme a  tanti altri la tesi delle presunte Brigate Rosse e che aiutarono qualche loro figlioccio a trovarsi un rifugio all’estero, e che senza dubbio non potevano non sapere, venne solo un silenzio omertoso.

Abbiamo sempre immaginato che un giorno o l’altro, in un soprassalto di dignità, uno di questi ex terroristi, interpellato da qualche mancino padreterno della repubblica sul perché dei loro atti passati, gli rispondesse a bruciapelo, col dito puntato e tra il silenzio esterefatto degli astanti: “Perché? Perché? Perché siete stati voi a chiedercelo. Voi!”