Stati di alterazione antimafiosa

E’ veramente un peccato che l’Italia antimafiosa (quella che prima era, soprattutto, antifascista) non abbia apprezzato a dovere il funerale dell’ottavo Re di Roma Vittorio Casamonica. Quel magnifico tiro di cavalli in ghingheri; quella carrozza barocca fino alla nausea; quella banda musicale che piangeva sulle note del Padrino con molto sentimento ma con evidente soddisfazione, quasi sorridendo tra le lacrime; quella marea di corone; quell’elicottero che lanciava petali di rosa, straordinario aggiornamento tecnologico di ancestrali e sempre vive pratiche indiane; e per ultimo quell’aristocratico pezzo di automobile chiamato Rolls Royce; tutti questi elementi andavano a rappresentare una versione magniloquente e un po’ megalomane di una liturgia funebre zingaresca: un pezzo di cultura, secondo la cultura dominante. E allora perché disprezzarlo? Forse per ignoranza? Ma ciò sarebbe comprensibile in un berlusconiano o in un leghista, non in chi fa parte dell’Italia plurale ed inclusiva, esperta ed appassionata di ethnos e di gender. Ci è parso inoltre scarsamente elegante e pochissimo democratico scagliare con leggerezza l’anatema antimafioso contro questa famiglia potente e facoltosa di etnia Sinti, sospettata di malaffare di piccolo cabotaggio su vasta scala più che di attività criminale in grande scala, quasi che, come per un Salvini qualsiasi, zingaro fosse sinonimo di poco di buono.

Insomma, anche il politicamente corretto è andato a farsi friggere di fronte alla priorità delle priorità: rafforzare quella narrazione dell’Italia antropologicamente mafiosa e corrotta da ripulire dalla testa ai piedi che si sta sostituendo a quella un po’ ammuffita dell’Italia antropologicamente sempre corrotta ma in primo luogo fascista. Facendo leva sulla carica intimidatoria di quest’ultima la sinistra ha costruito le sue fortune, occupando passo dopo passo tutto l’occupabile durante i regimi democristiani, pentapartitici e berlusconiani. Facendo leva sulla prima la sinistra della sinistra spera ora di riuscire a replicare il misfatto. E così oggi tutto è mafia, perfino il bullismo a scuola, vedrete, grazie soprattutto all’indefessa predicazione dei sacerdoti dell’antimafia.

Pure il Vaticano, dopo qualche titubanza, si è adeguato allo spirito dei tempi e così l’Osservatore Romano ha tuonato fuori tempo massimo contro lo scandalo delle sontuose e pacchiane esequie del boss Sinti. D’altro canto una parte influente più che consistente del cattolicesimo italiano fa da tempo l’occhiolino al populismo giustizialista, giungendo ad usare perfino la figura di De Gasperi per servirne gli scopi, come ha fatto nei giorni scorsi l’ineffabile monsignor Galantino, contrapponendo la figura integerrima (fino alla caricatura, a dire il vero) dello statista trentino all’odierno serraglio di cooptati e furbi che popolerebbe il nostro parlamento, finendo però per incappare in una significativa contraddizione. Infatti, rievocando le vicende della legge truffa, il disinvolto Galantino scrive: «Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria, il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!» Ma Galantino omette di dire che la campagna denigratoria che affondò la benedetta legge truffa fu portata avanti soprattutto da quel Pci che di De Gasperi e della Dc pensava esattamente quello che oggi il sedicente neo-degasperiano Galantino pensa dei politici attuali. Durante la campagna elettorale del 1953, per esempio, sui manifesti elettorali comunisti si potevano leggere slogan di questo tenore: «Allontaniamo dalla greppia profittatori democristiani e gerarchi fascisti»; «La Forchettoni Associated Films presenta: “L’ultima truffa”, distribuito dalla Premiocrazia Grattiana, diretto da Aspide de Capperi»; oppure, con l’originalità dei falsi moralizzatori di sempre, «Per l’onestà contro la corruzione vota comunista», in un manifesto raffigurante i forchettoni De Gasperi, Gonella e Scelba, tovagliolo al collo, rispettivamente con una forchetta, un cucchiaio e un coltello in spalla, in trepida attesa del magna-magna.

Ho sempre pensato che il soffocante antifascismo militante che avvelena l’Italia da 70 anni non sia dovuto solo a ragioni di opportunismo, ma serva anche a tacitare sensi di colpa e a mimetizzare una segreta fascinazione per il fascismo. Lo stesso fenomeno avviene ora con l’antimafia militante. La compulsiva, traboccante ed infine mortalmente noiosa mediatizzazione (anche artistica) di fascismo e mafia è sostanzialmente figlia della stessa ambigua pseudo-cultura che nutre l’antifascismo e l’antimafia militante: fascismo e mafia vengono sottratti alla storia per venire imposti come eterne categorie dello spirito, sennò il baraccone s’affloscia, e le carriere si bloccano. E grazie a questi incoscienti, intanto, ci facciamo disprezzare dagli stranieri. Per due motivi: perché ci dipingiamo come una stirpe antropologicamente fascista e mafiosa; e per la ridicola e servile mancanza di amor proprio che dimostriamo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements

Ombre siciliane

Sembrerebbe quasi che la mafia siciliana sia andata in coma. Non se ne sente più parlare, l’avete notato? Parlo di mafia in senso stretto, s’intende, non del barocco corollario dell’antimafia, perché quest’ultima ha ormai da qualche anno letteralmente soppiantata la cara e vecchia mafia d’un tempo nell’accaparrarsi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Sembrerebbe anche che nel rubare la scena alla mafia l’antimafia ne abbia acquisito certi spiacevoli tratti distintivi. Questo suo straripare, infatti, è stato dal punto di vista dell’affabulazione giornalistica fecondo come quello del Nilo per le aride distese del basso Egitto: oscuri intrighi, misteri, derivazioni, deviazioni, diramazioni, avvertimenti, gerghi stravaganti, parole d’ordine ossessive, gustosi personaggi in cerca d’autore, lotte sotterranee fra cosche antimafiose, mappe occulte del potere, rapporti col terzo livello, regolamenti di conti. Insomma, tutto quello sfondo pittoresco che la mafia non sembrava più in grado di offrirci a parziale risarcimento delle proprie scelleratezze, adesso ce lo regala lo spettacolo spassoso dell’antimafia. In un certo senso, almeno quello estetico, si può dire che l’antimafia è diventata la nuova frontiera della mafia, un po’ come l’antifascismo lo è stato per il fascismo.

Questo quadro paradossale potrebbe replicarsi nella parte continentale dello Stivale nella sciagurata eventualità che la cosiddetta cultura della legalità dovesse trionfare definitivamente in Italia. Tre decenni e mezzo di questione morale, che fu la maniera cinica e immorale con la quale il marxismo sconfitto avvelenò i pozzi della politica italiana, hanno distrutto perfino il concetto stesso di una ben circoscritta autonomia della politica. Spaventa pensare che un’intera generazione di italiani sia stata costretta a vivere la politica se non come lotta tra onesti e disonesti, e forse ora non sappia nemmeno immaginare qualcosa di diverso da questo squallido schema.

Oggi sono proprio gli eredi del partito della questione morale a sentire sul collo il fiato dei fanatici che hanno tirati su nel culto caricaturale della legalità. Questi ultimi giustificano l’incontrollato protagonismo della magistratura col fatto che essa sarebbe stata costretta ad un ruolo di supplenza democratica a causa delle deficienze della politica. Ma se la politica si riduce a lotta fra onesti e disonesti, così come vuole la rozza filosofia giacobina che si è cercato d’imporre agli italiani con la complicità vile e colpevole della grande stampa, semplicemente annulla se stessa annullando il suo campo d’azione. E se per converso la politica cercasse di riprendersi le proprie prerogative sarebbe immediatamente accusata di autoritarismo e complicità col malaffare. Oggi che la sinistra è al governo, in quella grande sinistra che oltre ai democratici comprende idealmente grillini, vendoliani e altra minutaglia, la questione morale viene agitata periodicamente come un manganello sopra la testa di chi vorrebbe uscire da questa logica imbecille. Ma lo scontro tra questione morale e politica è nelle cose. E non potrà essere rimandato all’infinito. Altrimenti gli scenari siciliani di lotta per bande tra i trionfanti campioni della legalità diventeranno sempre più plausibili.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Don Ciotti, il demagogo

Le fortune dell’antifascismo di professione si sono basate su un trucco da quattro soldi: sottrarre il fascismo alla storia e quindi spogliarlo delle sue peculiarità per elevarlo a qualcosa di simile ad una categoria dello spirito, ad una delle patologie fondamentali della natura umana. E’ così che il fascismo è potuto entrare trionfante nella metafisica del male, e trasformarsi in un concetto nebuloso quanto maneggevole, almeno quel tanto che bastava per poterlo poi usare come clava retorica sulla testa dei tiepidi verso il verbo resistenziale e i suoi cascami ideologici o su quella degli avversari politici. Tanto più il fascismo eterno si dimostrava capace di penetrare, a detta della propaganda antifascista, che poi era semplicemente marxista, il tessuto della nazione, tanto più i profili dei sacerdoti dell’antifascismo acquistavano in grandezza e prestigio. E potere, naturalmente.

Le fortune dell’antimafia di professione si stanno oggi progressivamente sostituendo a quelle dell’antifascismo di professione, grazie anche al fatto che col crollo del comunismo sovietico in Italia la questione morale ha sostituito la lotta di classe quale campo di battaglia tra i sostenitori del bene e del male. Oggi il male non è più rappresentato dai fascisti, ma dai corrotti, contro i quali si muove il partito della legalità incarnato dal popolo degli onesti. S’intende che la lotta per la rappresentanza di questo fariseismo di massa ha acceso rivalità sotterranee ma feroci. Alla bisogna, gli antimafiosi di professione si stanno servendo dello stesso trucco degli antifascisti di professione: sottrarre la mafia alla storia ed elevare la mafiosità a categoria dello spirito. In quanto tale il concetto di mafiosità, con grande sprezzo del ridicolo, si può perciò applicare a qualsiasi genere di malaffare. Più l’ombra delle mafie (al plurale) si allunga sul corpo della nazione, più giganteggia l’immagine dei sacerdoti dell’antimafia.

Ed è stato proprio un sacerdote come Don Ciotti, a trasformare in un dogma, finalmente, questo miserabile teorema da pataccari fin qui solo adombrato attraverso suggestive allusioni. Alla Giornata contro le mafie svoltasi a Bologna questo demagogo grossolano ha detto infatti a chiare lettere che «corruzione e mafia sono due facce della stessa medaglia, lo dicono qui migliaia di giovani. Siamo qui non per commemorare ma per graffiare dentro le coscienze di tutti». Gli ha fatto eco un codazzo di politici di livello locale e nazionale che ha ritenuto suo dovere ripetere le solite frasi fatte in uso nel circo legalitario, e ostentare nel contempo l’osceno compiacimento moralistico di cui s’inebria quotidianamente l’Italia Migliore. Il corteo di questo popolo degli onesti era aperto da uno striscione con la scritta “La verità illumina la giustizia”: stravagante slogan per un calderone populistico nel quale sono state ficcate a forza persino le vittime delle “stragi dei terrorismi”.

Le cronache parlano di 150.000 o addirittura 200.000 persone partecipanti alla manifestazione. Voglio credere che gran parte di questa gente sia in buona fede. Ma la verità è che essa, se ne renda conto o no, rappresenta la cara vecchia plebe di tutti i tempi, un partito dell’odio giacobino manovrato dai demagoghi di turno per intimorire e condizionare il potere politico e l’opinione pubblica; e naturalmente anche i vertici della Chiesa Cattolica. Riuscendovi pure, a quanto si può constatare, visto che l’altro giorno persino il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, si è appellato a questo popolo degli onesti cui l’umiltà cristiana risulta perfettamente estranea. Cose turche.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Il paese mafioso della legalità

Strano fenomeno: in nessun paese del mondo la retorica della legalità – da decenni ormai – ha tanto successo come in Italia, e viene fatta propria da istituzioni, partiti, associazioni, enti, media, da tutti gli strati della società; allo stesso tempo, però, in nessun paese del mondo è tanto diffusa la sensazione che le mafie – suggestivamente al plurale – si stiano infiltrando sempre più estesamente dentro gli strati tutti di questa società. Altro strano fenomeno, ma parallelo: sono più di vent’anni che la nostra magistratura continua «a rivoltare l’Italia come un calzino per sradicare la corruzione dalla pubblica amministrazione»; eppure le radici della corruzione sembrano ricrescere più forti e tenaci che mai ogniqualvolta vengano strappate. Ci si aggira in una cacofonia plumbea; la mole immensa e farraginosa dei materiali processuali più che avvicinarci alla verità sembra addensare ogni giorno nuove ombre anche su quello che pareva accertato; e si ha come l’impressione di vivere in un paese di invasati, incapace di guardare con equilibrio dentro se stesso.

Ciò è dovuto a due ragioni, strettamente collegate fra loro. La prima è che il partito della legalità è tutt’altro che innocente; non nasce da disinteressato civismo, ma da interessi politici, o da motivazioni ideologiche. La seconda è che proprio quella magistratura che ostenta maggior protagonismo nella lotta ai fenomeni corruttivi, non solo non costituisce un esempio d’indipendenza, ma al contrario si muove su solchi già tracciati da qualcun altro. Dagli anni settanta in poi tutte le grandi inchieste giudiziarie sulla corruzione sono state precedute dall’attività febbrile della propaganda politica e delle inchieste giornalistiche, e dalla pubblicazione di libri. Tutto questo incessante lavorio, basato in genere su mezze verità, cioè su mezze menzogne, arbitrariamente messe insieme, è servito per scrivere in anticipo i vari capitoletti della storia dell’Italia repubblicana secondo il verbo dei seguaci della questione morale; sorta di messianismo politico la cui tesi di fondo è che l’Italia è un paese antropologicamente criminale e cripto-fascista fatto salvo un resto di buoni, di onesti e di democratici, destinato un giorno a guidare un paese purificato e rigenerato.

La magistratura entra sempre in azione dopo che ogni capitoletto di questa storia di regime sotto false spoglie democratiche si sedimenta per benino, ancorché infarcito di bubbole spaziali o di galattiche esagerazioni, nel cervello del popolo: non prima, perché sennò il rischio di cadere nel ridicolo agli occhi dell’opinione pubblica è troppo forte. Il compito della magistratura ha perciò qualcosa di sacerdotale, come ben si addice allo spirito settario: è quello di sacralizzare con le sentenze le superstizioni dogmatiche dei cultori della legalità.

Dove possono finire la misura, il discernimento, l’esatta valutazione della natura, della gravità e della vastità dei fenomeni corruttivi in tale contesto, se non nel novero delle cose inutili e fors’anche sospettabili di connivenza? E come può un paese fare un vero esame di coscienza, capire con chiarezza quali sono i suoi problemi, il suo posto e i suoi interessi nel mondo, se è costretto da queste legioni di guardiani della rivoluzione ad essere continuamente sospeso tra l’autoflagellazione e la voglia di ghigliottina?

Ecco perché, allora, la vera battaglia che attende chi ha ancora la testa sulle spalle, chi ha ancora conservati intatti la propria indipendenza di giudizio e perfino il proprio senso dell’umorismo, è quella contro l’isteria generalizzata di un paese che in questa agitazione farsesca e cieca sta perdendo ormai anche il puro e semplice istinto di autoconservazione.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La mafia non c’è più

La mafia, al singolare, è sparita dai nostri discorsi. Oggi in pubblico tutti parlano di mafia rigorosamente al plurale: di mafie, cioè. Questo vezzo fino a qualche tempo fa era prerogativa di giornalisti, intellettuali e politici. Ora è pressoché d’obbligo nei discorsi ufficiali. Lo strano fenomeno lessicale merita un approfondimento. E’ ben vero che di manifestazioni di tipo mafioso ce ne sono varie, ciascuna ben caratterizzata e storicamente individuata. E’ anche vero, però, che gli italiani l’hanno sempre saputo senza sentirsi per questo in dovere di fare i pedanti. Infatti la plebe – gente è un termine abusato, dolciastro e anche ruffiano, che cerco di evitare col massimo scrupolo – la plebe, dicevo, nel linguaggio di tutti i giorni tende sempre a preferire le denominazioni semplici piuttosto che quelle articolate, quelle generiche (purché non astratte) piuttosto che quelle specifiche.

Il fenomeno è quindi indotto, non naturale. Le mafie cominciarono ad abbondare in maniera sospetta nella bocca dei fanatici della grande setta dell’Antimafia lustri or sono. Suonava artificioso anche allora, ma al poco malizioso gonzo poteva sembrare ancora il frutto genuino di una maggiore consapevolezza in chi da mane a sera si confrontava, in un modo o nell’altro, colla piovra dai mille tentacoli. Poi però divenne un segno distintivo di tutti gli antimafiosi doc, specialmente di quelli più chiacchieroni e piazzaioli. E allora l’umanità non affetta da gonzaggine capì che si voleva inoculare nel corpo dell’opinione pubblica una nuova parola d’ordine. Dietro la sua aria innocente l’espressione le mafie nasconde infatti un micidiale potere allusivo. Il messaggio subliminale che tale paroletta veicola al gonzo e al militante è pressappoco questo:

«Di mafie ce ne sono molte, e non ci riferiamo solamente alle caratterizzazioni regionali del crimine organizzato; ma anche alle consorterie che si annidano nel tessuto economico della società e nei gangli del potere politico, le quali, a loro volta, con le mafie vere e proprie sono spesso in rapporti più o meno sotterranei; e ci riferiamo, infine, anche a tutta quella realtà liquida di fiancheggiatori, faccendieri e clientes che in qualche modo partecipano, volenti o nolenti, all’attività corruttiva delle cricche piccole e grandi, del primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto e settimo livello. In generale possiamo perciò dire che la mafiosità non denota solo la partecipazione a una qualche attività mafiosa o para-mafiosa, ma anche una condizione antropologica o categoria dello spirito che caratterizza il singolo cittadino, e divide la società civile dalla società incivile. Ne consegue che chi parla di mafia al singolare già dimostra una preoccupante predisposizione al delitto contro lo spirito repubblicano.»

Il militante capisce tutto questo al volo e si adegua con entusiasmo alla nuova parola d’ordine; al contrario il gonzo nella sua stranita perplessità si limita ad avvertire oscuramente una vaga minaccia: nulla comprende tranne il fatto che è meglio allinearsi. Ma intanto un linguaggio nuovo s’impone ed imporre un linguaggio significa già imporre una verità ed esercitare un potere, come ben sanno gli artefici del politicamente corretto. Solo che qui l’atmosfera è oltremodo plumbea e i metodi sono un po’ quelli mafiosi del figlio prediletto del Fascismo, l’Antifascismo, di cui l’Antimafia in fondo è un aggiornamento. Non c’è alcun dubbio, infatti, che i seguaci dell’Antimafia si sentano come dei nuovi partigiani; per i quali partigiani il fascismo, inteso come manifestazione morale, è per sua natura eterno: ne deriva così che anche la mafiosità è eterna. Tutto ciò dà al fenomeno dell’Antimafia una connotazione messianica.

Non stupisce allora che l’Antimafia a volte assuma le caratteristiche di quel fanatismo religioso-politico che fu proprio dei movimenti ereticali medioevali. E’ una mobilitazione permanente contro un Male che tutto compenetra. E’ una carovana di puri che gira in lungo e in largo per lo Stivale ad ammonire e a pronosticare flagelli inenarrabili se gli italiani non estirperanno la mafiosità dal loro cuore. E’ un’armata di associazioni che si batte contro un esercito di diavoli: le mafie, appunto. In una parola, è il donciottismo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Totò ‘u juke-box

Continua l’ignobile sceneggiata che vede protagonisti Totò Riina e il suo compagno d’ora d’aria nel carcere di Opera, che gli fa egregiamente da spalla. Sarebbero addirittura 1.300 le pagine riempite dalle trascrizioni delle confidenze del boss al suo collega di galera, frutto di intercettazioni eseguite dalla Direzione investigativa antimafia tra agosto e novembre 2013. Sapendo benissimo di essere intercettato, il boss dimostra una gran voglia di parlare e di tornare protagonista. Trovo però che sarebbe stato più corretto dargli direttamente in mano un microfono, invece che allestire questa ridicola messinscena. Una parte sceltissima di queste chiacchierate viene adesso pubblicata – a quasi un anno di distanza e a cadenza quasi quotidiana – da “La Repubblica”. Bastano e avanzano questi particolari per qualificare la serietà di tutta l’operazione. Ogni giorno porta la sua “rivelazione”: qualche giorno fa erano i 250 milioni (di lire, spero…) che Berlusconi versava negli anni ottanta alla mafia; l’altro giorno le minacce a Don Ciotti; ieri la cassaforte di Dalla Chiesa svuotata; oggi chissà… La verità è, invece, che Riina non ha più nulla da dire; e che anche se con le sue “rivelazioni” non può negoziare alcun sostanziale miglioramento della sua sorte carceraria, tuttavia avere un pubblico gli dà la possibilità di sentirsi ancora qualcuno, di sentirsi ancora vivo. Ed è per questo che, come spesso succede anche ai pentiti, spara senza troppo discernimento e con qualche goffaggine paroline e allusioni che possano titillare gli orecchi giusti, che possano avere la giusta risonanza là dove conta: nelle casematte dell’Italia della legalità, anch’esse affamate di protagonismo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]