Una settimana di “Vergognamoci per lui” (109)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

SANDRO RUOTOLO 14/01/2013 Chi credeva che tra i sostenitori della teoria del Terzo Livello, da una parte, e quelli della teoria del Circo Mediatico-Giudiziario, dall’altra, non ci fosse partita, ha sbagliato di grosso. Non solo i primi non sono mai riusciti a dimostrare un bel nulla nonostante, anzi, a causa di legioni di pentiti sibillini e di nebbiosi concorsi esterni, ma sembra proprio che l’ebbrezza della sconfitta mediatica subita l’altro giorno a Servizio Pubblico stia dando loro alla testa. L’eroe Santoro è stato declassato a guitto interessato solo all’audience, quando non complice “oggettivo” del Berlusca. L’eroe Travaglio, risvegliandosi al mattino, come Gregorio Samsa, dopo una notte di sonni inquieti, ha scoperto leggendo i giornali che la disfatta della sera prima non era un incubo kafkiano ma la spaventosa realtà, e ha deciso di querelare il nano per lo scherzo della letterina. Ora è il turno del seriosissimo braccio destro di Santoro, uomo schierato ma, si pensava, con la testa sulle spalle. Niente da fare. Impazzito pure lui, si è reso protagonista di un favoloso autogol. Non solo ha accettato di far parte della squadra di Antonio Ingroia, il liberatore a capo di Rivoluzione Civile, ma al «caro Antonio» ha anche scritto una pubblica dichiarazione di fede non priva di sfumature liriche. C’è tutto: l’entusiasmo, la società civile, l’alternativa al berlusconismo, la tessera dell’Anpi, la Costituzione, Roberto Benigni, i valori dei padri costituenti, le mafie, l’illegalità, le cricche. Il che dimostra che anche la più bislacca delle religioni si fonda sui dogmi.

GIUSEPPE PISANU 15/01/2013 Che ci sia sempre uno più puro che ti epura è una verità che la storia ha abbondantemente provato. Meno noto è il suo corollario: c’è sempre un utile idiota al servizio di un utile idiota. Prendete uno dei grandi strateghi dello sganciamento del Pdl dal berlusconismo, l’ottimo Pisanu. Ha lavorato per anni silenziosamente, tessendo la sua formidabile trama. Questa solerzia politicamente corretta gli ha assicurato una certa considerazione da parte della grande stampa e già si vedeva premiato da un bel posticino molto prossimo al trono montiano. Gli utili idioti del Centro al momento di stilare le liste l’hanno invece lasciato per strada, nudo come un verme, e ancora non riesce a crederci. Una tragedia shakespeariana. E con lui i suoi più recenti compagni d’avventura, Franco Frattini, Alfredo Mantovano, Roberto Antonione, Isabella Bertolini. E l’eroico Giorgio Stracquadanio, che tradì il Berlusca per troppo amore: se fossi Silvio, lo ripescherei.

SOTER MULE’ 16/01/2013 L’ingegnere esperto di bondage è stato condannato a quattro anni e otto mesi di reclusione per omicidio colposo. Poco più di un anno fa una ventitreenne morì per asfissia mentre stava praticando lo «shibari» sotto la direzione del maestro di cerimonie. Non so cosa sia lo shibari. Posso vagamente immaginarlo. Ma non spiegatemelo. E non mi informerò. Ho schivato senza sentirmi in colpa anche l’articolo di Giornalettismo. Semplicemente non ho nessunissima voglia di fare la fatica di capire come funziona. Non farò oggi discorsi moralistici. Né disserterò di erotismo. Dico solo questo, e mi rivolgo a tutti, agli ortodossi, agli eterodossi, ai libertini, a quelli di fervida immaginazione in fatto di sesso, e a quelli che, per dirla con Woody Allen, si allenano molto: perché l’uomo vuole fare fatica, perché vuole complicarsi la vita, perché si perde in una pedantesca e minuziosa liturgia, perché ci mette studio ed applicazione, anche quando si tratta di obbedire alla natura o alle più disordinate pulsioni? Di queste ultime potrei anche diventare schiavo. Lo dico per prudenza. Ma mai di questa lambiccata disumanità. Ci metto la mano sul fuoco. Sono troppo lavativo: se deboscia deve essere, che sia almeno rilassata.

JOSEPH DAUL 17/01/2013 Da una parte il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo ha le idee chiarissime: «Il candidato del Ppe è il signor Monti.» Dall’altra ammette di non capirci molto della pazza politica italiana: «Ma come sempre il caso in Italia è complicato: abbiamo tre partiti, l’Udc, Monti e il partito di Berlusconi, e sono tutti e tre membri del Ppe. Non è il solo paese in cui c’è questa situazione, abbiamo 52 partiti in 27 Stati membri, questo è il centrodestra.» Appunto: il centrodestra. Il 2 aprile dell’anno scorso lo stesso Daul in conferenza stampa a Palermo diceva: «Quando il centrodestra è unito ovunque in Europa fa veramente la differenza. Non è un caso che i partiti popolari siano al potere in molti paesi quando scelgono il dialogo invece che le divisioni.» Appunto: il centrodestra. Unito. E non diviso. E perché allora il suo cocco è il signor Monti, che di destra e di sinistra non vuol sentir parlare, che fluttua regale nella rarefatte regioni della sua superiore equidistanza, che considera la sua augusta persona l’araldo di un nuovo e «vero progressismo», che in caso di sconfitta si farà conquistare da Bersani al solo scopo di conquistare il suo feroce vincitore, e di portare le arti tra i villici postcomunisti, come fece con successo la Grecia coi Romani duemila e passa anni fa, e come crede oggi di fare, per esempio, Tabacci, col suo poderoso Centro Democratico, nell’ilarità appena trattenuta del popolo di sinistra, che lo lusinga spietatamente coi buffetti e i complimenti che si riservano di solito agli zietti e ai nonnetti mezzi rimbambiti?

ANTONIO DI PIETRO 18/01/2013 La Renault annuncia il taglio di 7.500 posti in Francia entro il 2016. Sempre in Francia il gruppo Peugeot-Citroen aveva annunciato mesi fa il taglio di 8.000 posti. La stessa Ford ha annunciato tempo fa la chiusura dello stabilimento belga di Genk (4.300 addetti) e quello inglese di Southampton, nonché la chiusura parziale di quello di Dagenham (sempre in Inghilterra). L’Opel chiuderà l’impianto tedesco di Bochum (3.300 addetti), mentre la Volvo ha intenzione di ridimensionare il sito produttivo belga di Gand. In Italia la Fiat ha richiesto per lo stabilimento di Melfi la cassa integrazione straordinaria della durata di due anni per procedere ad una ristrutturazione industriale in vista della produzione di due mini-suv. Per il leader dell’Italia dei Valori sono pratiche «da paese incivile». Ma è giusto! Basta con questi rituali pasticciati, accomodanti, con queste furbizie miserabili, con queste onerose mezze vie italiche che ci stanno portando dritti dritti alla rovina. In un paese civile – ed onesto – si fa piazza pulita e basta.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (100)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MICHAELA BIANCOFIORE 12/11/2012 Dopo tanti anni di pericolo populista inconsistente ma ossessivamente propagandato dai media, è arrivato, nel silenzio dei media e con la complicità dei media, il populismo vero, quello della retorica anti-casta, sottoprodotto della questione morale. Gli ha fatto compagnia un linguaggio greve, cupo e monotono, fatto di azzeramenti, repulisti, rottamazioni, bonifiche, purificazioni, disinfestazioni, et similia, cui pochi hanno avuto la forza morale di sottrarsi. Per ogni genere di problemi l’unica soluzione accettabile è ormai la «soluzione finale». Cambia solo il nome. Oggi è il turno della «deforestazione». L’ha gettato nell’arena politica l’esaltata Michaela Biancofiore, in nome di un ossimoro: il berlusconismo duro e puro.

MICHELE PLACIDO 13/11/2012 Forse è una malattia professionale, ma se vuoi trovare un campione di conformismo comico-demenziale cerca fra attori e registi e ne troverai a dozzine. Michele, ad esempio, vorrebbe fare un film Dell’Utri. Alt, calma, lo so che per il soverchio entusiasmo già vi cascano gli zebedei, ma abbiate pazienza. Sentite come spiega questo suo malsano interesse artistico per tale personaggio: «In Italia progetti che mi interessano ce ne sono moltissimi, penso ai misteri del patto tra la mafia e lo stato, non è stato raccontato nulla, sarebbe quasi un dovere farlo, se si potesse io sarei pronto. Da parte degli autori c’è, salvo qualche rara eccezione, molta autocensura, invece bisogna essere più dentro la storia del nostro paese. (…) Forse ci penseranno i talenti giovani, che sono molto più incazzati di noi, ad avere meno paura ad entrare nel vivo della nostra storia. Penso però che ci vorrebbe più coraggio da parte dei produttori e anche delle istituzioni che potrebbero finanziare dei film che raccontino chi siamo, sarebbe un bel segnale di cambiamento». Ora, questa sbobba tediosa – stato e mafia, stato e corruzione, stato e stragi di stato, stato e terrorismo, stato e misteri di stato (coi servizi segreti, deviati, che stanno immancabilmente laggiù, sullo sfondo nebbioso del marciume italico) – è ormai un cliché cinematografico tipicamente nostro che coniuga il genere fantasy con l’antifascismo più lugubre, e che lungi dall’essere ostacolato, è vezzeggiato, foraggiato e premiato. E’ un cinema di anti-stato di stato. E’ un cinema di denuncia promosso dalla nomenklatura. Questo spiega la «passione civile» di molti eroi del palcoscenico, e la forsennata produzione. E questo forse riesce anche a spiegare perché dopo la montagna di film sul Berlusca, ora ci sia qualche originale, ben presto seguito da un gregge di originali, ansioso di cimentarsi – roba da matti – cogli amici del Berlusca.

LA SINISTRA E LE SUE ICONE 14/11/2012 Il momento cruciale del dibattito fra i fantastici cinque candidati alle primarie della sinistra è stato quando è stato chiesto loro di indicare alcuni dei loro personali modelli di riferimento. Così abbiamo scoperto che se Bersani s’ispira ad un papa, Vendola s’ispira ad un cardinale, Tabacci a due democristiani, la Puppato ad una democristiana e ad una comunista, Renzi a un sudafricano e a una nordafricana. Il conto totale delle icone è presto fatto: due preti, tre democristiani, una comunista, e due personaggi esotici. Il giorno dopo anche il non candidato D’Alema ha fatto sapere alla nazione che nel suo Pantheon personale oltre a un comunista c’è anche un altro democristiano. Secondo me le cose sono due: 1) o l’Italia clerico-democristiana era il migliore dei mondi possibili; 2) o i bolscevichi sono ancora tra noi, con la loro leggendaria improntitudine.

IL PD DI LOTTA E DI GOVERNO 15/11/2012 Per un disperato bisogno di trovare una qualche gratificazione, al demagogo caduto nella polvere, o all’epuratore epurato, capita spesso di dire un’amara verità, come ha fatto ieri Di Pietro alla manifestazione della Fiom a Pomigliano. Ad essere colpiti dagli slogan dei lavoratori – tra i quali un gregge di militanti che come da stanco copione belava indignato “Bella ciao”, perché a certi fessacchiotti un padrone solo non basta – il ministro Fornero, il premier Monti e il boss della Fiat Marchionne. Ma parolette non proprio carine sono state indirizzate anche a Vendola, ormai in odore di “collaborazionismo”, e a Di Pietro, da poco iscritto dai giornali che contano nella lista ufficiale dei “mariuoli”, tutti e due presenti al corteo; dove trovavano posto, fra gli altri, anche De Magistris, forse ancora troppo fresco per diventare pure lui un “mariuolo”, e Fassina, responsabile economico del Pd, ma soprattutto plenipotenziario del partito presso la vasta area degli esaltati sinistrorsi, con i quali peraltro si trova a meraviglia. «Qui vedo tanta ipocrisia», ha detto Di Pietro, «i partiti che votano le leggi di Monti sono qui a manifestare contro le leggi di Monti.» So già che alcuni diranno che dall’altra parte succede lo stesso. Succede molto ma molto di meno. E men che mai con la sussiegosa professionalità dei post-comunisti. Loro possono. I signorini.

BONO VOX 16/11/2012 Francamente non credo che noi come italiani dobbiamo preoccuparci. Sul trono sta sempre saldo il nostro inarrivabile Adriano Celentano. Però bisogna ammettere con sportività che Bono ne ha fatta di strada, e che ormai merita un posticino di tutto rispetto nel ranking dei più squinternati tromboni dell’umanitarismo planetario. Con l’esperienza ha imparato a non pensarci su troppo e a sparare cannonate con la felice naturalezza di chi è amico fraterno dell’alcool. E’ vero che in questo modo escono spesso di bocca minchiate terrificanti, ma è anche vero che chi è in pace con se stesso, dopato o no che sia, trasmette benessere e ha un grande potere di seduzione: un uomo perfettamente sereno sembra sempre un po’ brillo. (Potete applicare questa teoria a chiunque: tanto io me ne faccio un baffo, naturalmente.) Ma dicevo di Bono, che a Washington, nel corso di un summit sulla povertà con il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, si è lasciato definitivamente guidare dall’estro del momento: «Tutti sanno che il più grande killer, più dell’Aids, della tubercolosi, della malaria, è la corruzione. E non esiste solo a Sud dell’equatore ma anche a Nord. C’è così tanto dolore provocato dalla crisi economica, dalla recessione, dal fiscal cliff. Per questo sono in città.» E per fortuna che si sono i mercati emergenti: «Senza tutto quello che sta succedendo in Sud America, in America Latina, noi saremmo fottuti.» Certo, senza un talento innato non ci si può bere il cervello con tanta arte. Però pensavo: non sarà anche l’effetto di guardare il mondo solo ed esclusivamente con gli occhiali da sole, da mane a sera, trecentosessantacinque giorni all’anno?

Berlusconi e i chiacchieroni

Per Confindustria la manovra è timida. Ma per l’immaginifico Vendola basta e avanza per descriverla come “una violenza, un vero e proprio colpo di stato sociale”. Figuriamoci se fosse stata “coraggiosa”. Per gli economisti che scrivono sui grandi giornali di centro che guardano a sinistra, come la DC di tendenze suicide, la manovra non ha niente di strutturale, essendo tutta impostata su nuove tasse e pochissimi tagli. Ma per comuni, provincie, regioni, sindacati, associazioni rosse e gialle, bocciofile padane e lucane, e tutte le altre tribù italiche, i tagli sono sanguinosi, e ormai manca loro anche l’aria per respirare. Le sopramenzionate gazzette amaramente deploranti il corto respiro di una manovra tappabuchi sono però le stesse che al governo non riconoscono nemmeno un micro-passettino nella giusta direzione, se quest’ultimo s’arrischia a dare una micro-ritoccatina alle pensioni e alle norme sui licenziamenti: l’importante è pontificare, ma ben allineati e coperti. Perché si sa bene che tali bagatelle bastano e avanzano all’immaginifica segretaria generale della CGIL per mettere un po’ di pepe alle motivazioni dell’immancabile sciopero generale, per parlare di manovra “ingiusta, repressiva e irresponsabile” e per minacciare di andare avanti con la protesta “fino alla Corte Costituzionale”. Per il presidente dell’Italia dei Valori, il sempre misurato Antonio di Pietro, questa manovra da tutti giudicata insufficiente costituisce però già un “omicidio politico ed economico” e chiede “alla collettività di organizzare una rivolta democratica”. E in caso di sufficienza cosa sarebbe stata? Un genocidio? Un crimine contro l’umanità?

Per Bersani la manovra “toglie i soldi a chi non li ha”: per il PD, infatti, una manovra qualificata e strutturale si concretizza nel ricavare “risorse da rendita e patrimoni”, nel dare la caccia con più efficacia agli evasori fiscali, in qualche dispendiosa ed economicamente distorsiva concessione ai diktat della lobby ambientalista, tutta roba che va benone anche nei comizi; oltre che nel riorganizzare e potare la pubblica amministrazione, nel varare liberalizzazioni e dismissioni non meglio specificate, che è roba buona solo per i comunicati stampa. Su pensioni e sanità silenzio religioso. Su questa base “riformista” annuncia di lavorare ad un nuovo Ulivo in coabitazione con gli esaltati di cui sopra, senza negarsi ad un’alleanza col centro, pur di riuscire a farla finita con l’era berlusconiana. Non contento di questa aria fritta, per scaldare il popolo dei migliori il segretario dei democratici si rifugia spudoratamente nel settarismo che ha fatto della sinistra italiana il più grande problema strutturale dell’era repubblicana del nostro paese. Dopo la scoperta e la conseguente appropriazione intellettuale del liberalismo di qualche anno fa, infatuazione oggi messa prudentemente in sordina, è ora la volta del patriottismo: “Siamo figli dell’unità del Paese e figli della sua costituzione che è la più bella del mondo. Con la coccarda tricolore ci siamo sentiti a nostro agio, la destra no. Noi siamo patrioti senza se e senza ma”. Lo stile è il solito: impadronirsi di un vessillo, magari a lungo tempo trascurato, per sequestrarlo ed esibirlo in odio agli altri, per alzare uno steccato, per definire dei confini. E per puntellare la propria cattiva coscienza. Non è vero che Bersani e i suoi siano figli dell’unità del paese: al contrario, sono figli dell’Italia più schizofrenica. Dell’Italia che s’inventò il tricolore per servaggio intellettuale alla Francia giacobina, dell’Italia più sensibile ai richiami del socialismo repubblicano e anticlericale nell’ottocento, dell’Italia più nazionalista a cavallo fra ottocento e novecento, dell’Italia più fascista durante il ventennio, di quella comunista del dopoguerra, di tutte queste Italie insieme, anche quando nel passaggio da un’era all’altra si sovrapponevano e combattevano. L’Italia dei diversi decaloghi cui via via uniformarsi, l’Italia unita piegando le plebi alle più capricciose ortodossie.

Per Casini, solidissimamente ancorato alla vacuità del suo equilibrismo tardo-democristiano, è il momento di scelte impopolari. Qui a parlare è Pier. Per non rischiare di doverle prendere arriva in soccorso Ferdinando, che si appella ad un governo di solidarietà nazionale, sostenuto dalle principali forze di maggioranza e di opposizione, e da quelle ausiliarie del terzo polo, a condizione che sappia cooptare figure di prestigio della società civile. Un governo prestigioso benedetto dal presidente della repubblica. Che funzionerà meravigliosamente. Nel mondo delle convergenze parallele, là dove ammucchiate e scelte impopolari vanno a braccetto.

Ecco perché non ci resta che Berlusconi, e la sua maggioranza.

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Se Bersani rompe i ponti con Repubblica e Di Pietro

Succede sempre così: il coraggio lo troviamo quando siamo con le spalle al muro, quando non ci sono altre vie d’uscita, per quel puro istinto di conservazione la cui riposta sapienza, ad esempio, ha spinto in questi giorni Bersani a sottrarsi all’abbraccio mortale del No B-day, a non omologarsi all’onda del celodurismo antiberlusconiano ed a non farsene inghiottire in un vortice suicida assieme ai suoi zeloti. La storia dirà se questo principio d’indipendenza dal messianismo politico di Repubblica, di Di Pietro e dei loro satelliti, questo silenzioso passaggio del Rubicone, sarà il primo passo di una lunga marcia o se le scomuniche uccideranno il pargolo nella culla. Se Bersani saprà resistere a questa prima tempesta, ne risulterà rafforzato, e ne troverà alimento per andare avanti con più decisione per la sua strada.

Ora a sinistra si confrontano due opposti isolamenti. Quello distruttivo, senza prospettive, di Repubblica & C.; e quello momentaneo e potenzialmente costruttivo di Bersani, o di chi per lui in futuro. Non c’è possibilità di sintesi. Che il fatuo Veltroni e la fatina Melandri volgano ancora lo sguardo biblicamente verso la Sodoma antiberlusconiana, è solo la conferma dell’insostenibile leggerezza dei due personaggi. Che lo facciano pure ex democristiani perfettamente addomesticati come Franceschini o la pasionaria Rosy Bindi la dice lunga sull’ostinata, eretica, soteriologia tutta terrestre di certi cattolici adulti. Ma il popolo di sinistra, che non è quello del protagonismo firmaiolo, prima o dopo sarà costretto a scegliere. E sceglierà di vivere. Visto in prospettiva, l’isolamento di Bersani è un fatto positivo, e necessario, perché fa piazza pulita di quelle furbizie, di quel miserabile opportunismo, di quel tatticismo di cortissimo respiro, che dalla caduta del muro di Berlino e in alternativa all’opzione “rivoluzionaria” del giustizialismo, hanno contraddistinto l’azione del maggior partito della sinistra, mettendo il piombo alle ali di una sana evoluzione. E’ finita l’epoca degli ammiccamenti al mondo confindustriale e delle alleanze innaturali con l’ineffabile centrismo cattolico, che come falli posticci stavano a simulare l’epoca della maturità virile della sinistra italiana.

A Bersani toccherà il compito di disegnare una strategia per la conquista del consenso all’interno del corpo elettorale attraverso un progetto politico, cosa mai veramente intrapresa nella storia repubblicana da una sinistra che quando non è sballottata dai marosi della demagogia apocalittica tende a incagliarsi nei fondali bassi degli abboccamenti con le nomenklature, nell’intento di cooptarle in un puro disegno di potere. Se nel mercato del consenso elettorale la quota già minoritaria della sinistra ha continuato a subire una lenta erosione, è proprio perché essa alle leggi della concorrenza democratica non ha mai veramente creduto; perché ai banchi del mercato offriva merce scaduta, che etichette smaccatamente nuove tradivano ancor di più; perché invece di lottare imbrogliava, brigando l’intervento degli sbirri al fine di mettere fuori gioco la concorrenza con l’accusa di pratiche scorrette o cercando di papparsi i banchi dei pesci piccoli: curando insomma gli spazi fisici del mercato e trascurando il cliente.

Bersani potrà giocare la carta di una franca piattaforma socialdemocratica, moderna quanto basta per aspirare al consenso dei ceti moderati, ma espressamente “socialista” quanto basta per raccogliere una parte dei naufraghi della diaspora comunista a sinistra e di quella socialista a destra, e per confluire a pieno diritto e senza trucchi nella sinistra europea, a patto che sappia coraggiosamente riannodare le fila di una storia interrotta brutalmente dalla ghigliottina di Mani Pulite; ed opporla, quale versione autentica di fronte ad una pasticciata imitazione, a quel prudentissimo paternalismo nel quale il berlusconismo si è arenato con la complicità fatale del clima emergenziale seguito al collasso dell’economia mondiale, che, se non intacca in profondità la sostanziale omogeneità del blocco conservatore, tuttavia introduce un elemento di contraddizione coi miti fondanti della scesa in campo. E se si dovrà acconciare ad una profonda riforma del sistema giudiziario, a garanzia della solidità stessa degli elementi portanti della nuova architettura politica italiana, potrà sempre far valere come elementi di differenziazione le scelte nel campo dei diritti civili e dei temi eticamente sensibili. E infine, naturalmente, Bersani dovrà anche riuscire, col tempo, a restituire una certa considerazione di sé ai giovanotti di bell’ingegno che si sono umiliati per troppo tempo a giocare ai piccoli martiri in pantofole di un regime autoritario inesistente.

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Tra realtà e rivoluzione

Infrantosi col collasso politico e sociale succeduto alla fine della prima guerra mondiale il graduale processo d’inserimento del movimento socialista nella vita parlamentare italiana, il massimalismo che ne è seguito ha generato le due forme antidemocratiche e antiliberali del socialismo nazionale – ossia il fascismo – e del socialismo internazionalista – ossia il comunismo. Il paese cedette al primo fino alla sua caduta con la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Da allora il massimalismo si colorò, quasi unicamente, di rosso. Con il crollo del comunismo in Europa, privo di un progetto politico di un qualsiasi colore, il massimalismo si è ridotto alla pratica del giacobinismo, ossia alla pura delegittimazione dell’avversario con argomenti extrapolitici, o almeno quelli non compresi nel normale perimetro del dibattito politico delle democrazie liberali. Ciò spiega come oggi sia possibile il confluire in una stessa area politica – nominalmente di sinistra – di uomini d’ordine come Di Pietro o Travaglio. Le elezioni politiche del 2008, vinte dal centrodestra guidato da Berlusconi, sono da considerarsi storiche. Hanno segnato la fine per il massimalismo di ogni reale prospettiva di potere, in quanto quell’Italia di mezzo rappresentativa di conservative oligarchie economiche, e quindi interessata a tenere in basso la marea montante delle classi economicamente più dinamiche del paese alle quali il self-made man Berlusconi dava voce politica, e quindi potenziale alleata della sinistra in un disegno di conservazione, anche perché intimorita dalle conseguenze che una fine traumatica del Cavaliere avrebbe per essa significato se gli si fosse legata in qualche modo esplicitamente; quell’Italia di mezzo dunque ha riposto nel cassetto il sogno di archiviare il Cavaliere come un’anomalia della storia italiana e di accettarne la realtà politica. Ciò è testimoniato dal netto cambio di rotta attuato dai grandi giornali del Nord, il Corriere della Sera, La Stampa e il Sole24Ore all’indomani delle elezioni. Ciò è testimoniato dalla vicenda del salvataggio di Alitalia, faccenda invero ben poco onorevole da un punto di vista di cultura economica ma assai significativa dal punto di vista politico, in quanto ha concretamente simboleggiato la nuova epoca di collaborazione, o per meglio dire l’armistizio, tra la realtà politica della Casa delle Libertà e i cosiddetti ex poteri forti, il cui indebolimento e il cui venire a patti costituiscono non l’inizio del regime berlusconiano, ma al contrario una democratizzazione dei poteri reali nel paese.

La neutralizzazione del massimalismo pone finalmente la base per la pacificazione e la normalizzazione liberaldemocratica del paese, e la reale conclusione di un infinito dopoguerra. L’ultima arma in mano alla fazione antidemocratica, esaurito ogni altro argomento e maneggiata ben s’intende nel nome della democrazia, alla bisogna sostanziale, è la retorica legata al rispetto della legalità, nel campo privato, pubblico e costituzionale, mantenendo, con quest’ultimo ambito, la possibilità di accusare di “fascismo” l’avversario politico. La lotta per la “legalità” non è perciò disinteressata, ma è strumentale ad una visione palingenetica dei cambiamenti politici, destinata però nei momenti cruciali a venir respinta dalla nazione per istinto di autoconservazione. Questa particolare fisiologia dei processi democratici, in un paese che riesce ancora a produrre gli anticorpi necessari, fu bene illustrata in una paginetta di Alexis de Tocqueville:

La nostra filosofia irreligiosa fu predicata tra loro [gli inglesi] anche prima che la maggior parte dei nostri filosofi venisse al mondo: fu Bolingbroke che ammaestrò Voltaire. Durante tutto il diciottesimo secolo l’incredulità ebbe in Inghilterra rappresentanti celebri. Scrittori abili e profondi pensatori ne sposarono la causa; ma non poterono mai farla trionfare come in Francia, perché tutti coloro che avevano qualcosa da temere dalle rivoluzioni si affrettarono a venire in soccorso della religione riconosciuta. Anche quelli che erano più vicini alla società francese di quel tempo e non giudicavano false le dottrine dei nostri filosofi le respinsero come pericolose. Grandi partiti politici, come accade sempre fra i popoli liberi, trovarono interesse a vincolare la loro causa a quella della Chiesa; si vide Bolingbroke stesso divenire alleato dei vescovi. Il clero, animato da tali esempi e non sentendosi mai solo, difese energicamente la propria causa. La Chiesa d’Inghilterra, nonostante il vizio della sua costituzione e gli abusi di ogni genere che formicolavano in essa, sostenne vittoriosamente l’urto; scrittori, oratori uscirono dalle sue file e si schierarono con ardore a difesa del cristianesimo. Le teorie che gli erano ostili, dopo essere state discusse e confutate, furono infine respinte dallo sforzo stesso della società, senza che il governo se ne immischiasse.” (Alexis de Tocqueville, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Libro III, Capitolo II)

Lo abbiamo visto anche in questi giorni. L’improvvido appello allo straniero di Di Pietro è stato il catalizzatore di un rigetto generalizzato dell’approccio distruttivo della fazione giacobina: giornalisti e personalità sempre critiche nei confronti di Berlusconi hanno fatto muro in sua difesa, senza dirlo esplicitamente, nei giorni del G8 italiano: Sergio Romano, Gian Antonio Stella, Stefano Folli e altri. Fra questi, Piero Ostellino, che ha attaccato direttamente e duramente Di Pietro, ma con dovizia di argomenti, e con pacatezza. Gli ha risposto assai sgradevolmente invece D’Avanzo, alfiere di Largo Fochetti di una delle tante “vere opposizioni” della sbrindellata e sempre più minoritaria sinistra; siamo nel 2009, ma al suo interno, in Italia, c’è sempre un’opposizione più “vera” della tua che ti manda all’opposizione, e quindi nel campo dei collaborazionisti, e quindi nel gregge dei “servi e dei lacchè”:

Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un “potere unico” che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute.

Niente di nuovo; oggi possiamo perfin sorridere, ma in altri anni con certi marchi d’infamia addosso non avrei passeggiato tanto tranquillo per strada. Tuttavia la fazione massimalista, la grande falange politicamente corretta che è stata il vero modello del tribalismo della società italiana, pur essendo ormai un ramo politicamente secco, è ancora assai vasta. Non ci si sveste di un abito mentale indossato per tanto tempo nel giro di un mattino, prova ne sia la surreale chiamata in causa della “questione morale”, come arma politica tutta interna, in merito alla vicenda dello stupratore seriale di Roma, da parte del candidato apparentemente più “laico” e meno politicizzato alla segreteria del PD, Ignazio Marino. Insomma, gran confusione sotto il cielo di una sinistra tra realtà e rivoluzione. Non necessariamente negativa. Al contrario. Nell’ultimo editoriale domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari prima non ha rinunciato al vecchio vizio di trasformare gli aggrediti in aggressori e viceversa, e di dipingere il primo ministro come un duro autocrate:

Berlusconi avrebbe potuto esercitare una piccola parte da statista associando al successo l’opposizione che ha accettato la tregua chiesta da Napolitano. Ma nemmeno questo ha fatto. Ha continuato ad attaccarla tutti i giorni, chiamandola “opposizione-cadavere, comunista, faziosa”. Poi, una volta chiuso il sipario sul G8 dell’Aquila, è andato ancora più in là: si sta rimangiando l’impegno preso anche in suo nome dal ministro Alfano con il Quirinale circa una pausa nella legge sulle intercettazioni; ha ripetuto che non ha intenzione di trattare alcunché con l’opposizione; ha maltrattato i suoi dissidenti interni; ha richiamato all’ordine perfino la Lega. “Ora dev’esser chiaro a tutti che sono io che comando” ha detto ieri. L’ora della carota è passata e si ricomincia col bastone.

ma poi ha concluso l’articolo con parole che, pur criticissime, sanno quasi di resa ad una ragionevolezza in piena contraddizione con il mito di un dittatore e di un paese incamminato verso la dittatura veicolato dal suo stesso quotidiano:

Dal canto nostro, poiché è di noi che si parla, le nostre riserve e le nostre critiche non cesseranno se non altro per indurre il premier scapestrato a cambiare definitivamente comportamenti pubblici e privati che sono l’esatto contrario da quelli ai quali un capo di governo dovrebbe attenersi. Continueremo dunque a pubblicare notizie di fatti come è compito di ogni giornale, ma non speriamo e non ci illudiamo di vedere effetti vistosi. Salvo quello di vedere il premier far bene il mestiere dell’anfitrione, ma di questo eravamo certi. Purtroppo non è di questo che ha bisogno il nostro Paese.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Gli ultimi fuochi

Com’è chiaro a chiunque si periti di dare un’occhiata panoramica alla storia del nostro paese, e non si faccia inghiottire dalla rumorosa quotidianità della cronaca di questi ultimi anni, non è Berlusconi l’anomalia della vita politica italiana. Al contrario, di qui a qualche decennio nei libri di storia si scriverà che Sua Emittenza, piaccia o no, sarà l’uomo che ha messo fine a quest’anomalia. Nessun paese europeo ha convissuto, per sessant’anni, con al suo interno una fazione potente ed organizzata che ha veicolato ossessivamente nel corpo della nazione l’idea dell’illegittimità politica e morale, non potendo essere formale, di governi e maggioranze regolarmente elette. Un filo rosso unisce i clerico-fascisti mafiosi-servi-degli-amerikani democristiani, e i socialisti-ladri mafiosi-servi-degli-amerikani craxiani, all’uomo nero Berlusconi. La difesa della Costituzione, le grida al tradimento della Resistenza, l’ansia giustizialista di processare gli avversari politici, sono stati concetti e tratti comuni, non a caso, assolutamente non a caso, sia ai capibastone del pensiero sedicente democratico sia al suo sottoprodotto criminale delle Brigate Rosse, che alla liturgia macabra, legalitaria, del processo mai rinunciarono. 

A questa fazione non è riuscito di mangiarsi il paese poco a poco, nonostante che, dagli anni ’80 in poi, cercasse di accelerare i tempi di questa scalata tutta interna al potere stante l’inaridirsi del consenso elettorale. E, nonostante il golpe – quello vero – di Mani Pulite, è stata rigettata dal paese, trovando un baluardo insuperabile – com’è beffarda la storia! – nel magnate brianzolo ex piazzista di aspirapolveri. Che vita politica, che matura democrazia possa essersi sviluppata in un paese costretto a ispirarsi nelle sue scelte più importanti – sempre – al primum vivere, lo si può ben immaginare: settarismo da una parte, immobilismo – per arroccamento, per scelta o per paura – dall’altra. E in quest’ultimo quadro non può sfuggire che dopo la resa democristiana, pur nella loro contraddittorietà e confusione, il leghismo, Craxi e Berlusconi abbiano significato delle pulsioni modernizzatrici e normalizzatrici nel paese. Che oggi hanno vinto ed impongono alla sinistra di cambiare se stessa.

In questi giorni la sinistra postulivista, pur di non dover atterrare dove dovrà atterrare, offre spettacoli tragicomici:

  1. Veltroni, leader dell’ircocervo democratico, va in Europa ed è costretto a dire che “non siamo socialisti” tra lo sguardo sbalordito dei suoi compagni d’oltralpe, che ormai ne hanno le palle piene.
  2. Il trebbiatore Di Pietro, per ora non ancora a petto nudo, raduna in piazza i suoi manipoli di arditi democratici.
  3. D’Alema, proprio lui!, cerca di rimetter in vita l’Unione. Questo D’Alema è veramente spassoso. Un trattato vivente di antropologia comunista. Ai tempi di Prodi manganellava con gusto l’estrema sinistra e flirtava con Monty. Ai tempi di Veltroni flirta con l’estrema sinistra e bacchetta i puristi del PD. E sempre con la stessa gelida espressione che non ammette dissensi. Secondo me merita di essere un giorno imbalsamato come homo sovieticus di razza purissima. Lo dico per la salvaguardia della biodiversità che la globalizzazione minaccia, e quindi credo che il governo dovrebbe stanziare una somma ad hoc, sempre che abbia a cuore la nostra identità.
  4. Perfino quei cattolici tristi e castigatissimi, per cui la Valle di Lacrime di questa terra che Dio ci ha preparato merita una ritoccatina per il peggio (perché loro la sanno più lunga di Dio), ringalluzziti dall’impasse veltroniana, tentano, con l’aiuto della Provvidenza, una OPA sui resti del Partito Democratico, e dalle pagine del settimanale per famiglie menano botte da orbi contro il governo fasciorazzista.

Beh, ora che le melodie neogolliste della maggioranza berlusconiana ha toccato le corde del cuore di una buona parte dell’opinione pubblica, sembrerebbe quasi che io, cui i tremontismi vanno indigesti, presagendo un bipartitismo di fatto composto da un Partito Conservatore d’impronta paternalistica e un Partito Socialdemocratico, tuttavia me ne rallegrassi. Ebbene, sì, me ne rallegro: natura non facit saltus. Di grazia, in quale altro paese dell’Europa, continentale perlomeno, esiste un quadro politico dominato da una forza Liberale-Conservatrice ed un’altra Liberale-Progressista? E perché noi – per un capriccio della storia – dovremmo essere improvvisamente pronti per il Grande Balzo in Avanti? Ma me ne rallegro perché finalmente questa è una base seria, in armonia con la realtà italiana, da cui muovere per un’evoluzione liberale del nostro paese. Perché nel passato questa non è mai dipesa, come pensa il liberalismo d’impronta illuminista, dall’imposizione di una cultura o dal diffondersi di un’istruzione orientata in tal senso, ma dal grado di solidarietà effettivo di una società. L’estinguersi degli odi più profondi, l’estinguersi di una fazione che è stata modello e garanzia per il moltiplicarsi del tribalismo italiano, sta già producendo i suoi piccoli e significativi effetti. La ruota sta lentamente cominciando a girare: lo vediamo, confusamente ma inequivocabilmente, sul fronte dei rifiuti, della TAV, del nucleare. Come scrissi qualche tempo fa:

Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli.

Update del 08/07/2008: Massimo Teodori sul Giornale:

La verità è che questo piccolo e cangiante nucleo, di volta in volta giacobino, girotondino, movimentista e massimalista, ha prosperato nelle pieghe della sinistra perché il Partito comunista prima, ed i suoi eredi Pds e Ds poi, se ne sono sempre serviti senza prendere le distanze. Per dirla in una parola, la sinistra comunista e postcomunista non ha mai compiuto una svolta liberale o socialdemocratica, come nel resto dell’Occidente; e quando Bettino Craxi ha portato i socialisti fuori dal frontismo, è stato irrimediabilmente fatto fuori.