Una settimana di “Vergognamoci per lui” (121)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’OMICIDIO DI STATO 08/04/2013 Italiani, fratelli e sorelle, non sarebbe ora di finirla con le recite? Anche sulla scena tristissima del triplo suicidio di Civitanova Marche non avete fatto mancare le sguaiate parole che sempre accompagnano, profanandoli, i lutti che da noi, per un motivo o per l’altro, pertinente o no che sia, acquistano rilevanza pubblica. Non sapete che buona parte di quella «casta» sulla quale puntate il dito è venuta su succhiando il latte dallo stesso epos deficiente sullo stato malfattore che ora vi detta parole d’odio, e sul quale essa ha costruito una carriera? Non capite che essa guardando la vostra indignazione da operetta scopre se stessa? Tanto che qualcuno dei più imbecilli della «casta», pur di trovare un colpevole qualsiasi, ha già organizzato una protesta fantozziana «contro la povertà», poveretta di una povertà? Non capite che tutti insieme siete come un cane che continua a mangiarsi la coda senza venire a capo di nulla? Ma quanto avete rotto.

ANTONIO INGROIA 09/03/2013 Non so se avete presente le vite agre dei magistrati, dei giornalisti e degli intellettuali in lotta contro le autocrazie corrotte dei loro sciagurati paesi: vi domina l’isolamento, la solitudine, la precarietà e spesso sono più conosciute all’estero che in patria. Da noi invece costoro straripano. Antonio Ingroia da magistrato sgobbava di più e dormiva meno di Berlusconi, il suo grande avversario, cosa quasi impossibile per un comune mortale. Infatti non si limitava solo a fare il suo mestiere. Era anche perennemente in giro per convegni, parlava coi giornalisti, scriveva sui giornali ed era ormai una faccia famigliare sul piccolo schermo. Non contento, trovava inoltre il tempo di scrivere libri: cinque o sei almeno sono usciti dalla sua penna, tutti inesplicabilmente pubblicati. Un cannone. Il «prestigioso» incarico in Guatemala per conto dell’ONU dovette sembrargli una specie di consacrazione definitiva. Con tutte queste medaglie al petto pensò fosse giunto il momento di buttarsi in politica per condurre, crediamo, la battaglia finale. Si buttò. E si sfracellò pure. Ma non fece tragedie. Aspettò paziente. Di andare a fare il giudice ad Aosta, come gli aveva proposto il Csm, non aveva nessuna voglia, nonostante il luogo ameno e tranquillissimo, ideale per scrivere almeno un paio di libri all’anno. In Guatemala è probabile che non lo volessero più vedere, specie i suoi antichi fans nel paese degli Aztechi. Alla fine è arrivata una proposta accettabilissima dal governatore siciliano Crocetta: fare il presidente della “Riscossioni Sicilia Spa”. In pratica Ingroia sarà il Befera della Trinacria. E non si dimetterà dalla magistratura. Sul suo nuovo compito ha le idee chiarissime. Sono quelle di sempre. «C’è chi teme sempre Ingroia» ha detto infatti, rispondendo alle battute sarcastiche di quel bravo figliolo di Gasparri, «lo temeva come magistrato, lo temeva come politico e adesso ovviamente lo teme alla guida di una società pubblica che in Sicilia è snodo di certi interessi. Non mi sorprende che io faccia paura a certi grumi di potere, ma vado avanti». “Snodo di certi interessi”, “certi grumi di potere”: è sempre lui, il nostro Ingroia. Vada, vada avanti. E chi lo ha mai fermato?

ROMANO PRODI 10/03/2013 A sentire l’ineffabile Romano sembrerebbe quasi che col decennio thatcheriano, finito più di vent’anni fa, lo stato in Occidente sia stato cacciato nelle catacombe; che i carichi fiscali si siano ridotti al lumicino; che il welfare system sia stato pressoché smantellato; e che lo stato abbia smesso di fare il ficcanaso. Naturalmente non è successo niente di tutto questo. Anzi, è molto più vero il contrario. In realtà, sul piano pratico, il cambio di rotta epocale non è mai avvenuto, e non poteva avvenire. Lo statalismo è un treno che corre su un piano inclinato da più di un secolo. Il merito principale della Iron Lady fu quello di ridare dignità politica al liberalismo economico, e con quello ad un semplice buon senso intriso, a differenza di quanto si favoleggia, di valori etici. Fu solo l’inizio di una Reconquista che durerà ancora per decenni e decenni. Per Prodi invece tale sdoganamento fu una specie di atto blasfemo. Sentitelo: «Margaret Thatcher ha cambiato più di tutti il suo paese e ha cambiato l’idea stessa dello stato che fino ad allora era prevalente nel mondo occidentale. Diciamolo come va detto: la Thatcher ha ridotto lo stato a niente. Come nessun altro ha inteso modificare alla radice il patto fiscale tra cittadini e ha dato forma politica e dignità istituzionale alla ribellione anti-tasse trasformandola in una vera e propria dottrina economica diventata addirittura senso comune.» Per Prodi anche la crisi attuale è figlia delle idee della Iron Lady, e ancor di più degli atti dei suoi stupidi epigoni: «Oggi non si può non notare come la matrice innovativa delle idee thatcheriane si sia poi scontrata con fasi applicativi a dir poco drastiche che hanno finito con lo svuotare la carica di innovazione di quelle stesse politiche e hanno anzi creato le condizioni per l’esplosione della più drammatica crisi finanziaria (e ormai anche economica) del dopoguerra. Oggi però diventa legittimo domandarsi se questi disastrosi risultati siano stati prodotti da lei e dalle sue idee o dai suoi interpreti un po’ fessi.» Prodi dimentica che oggi viviamo una crisi debitoria; debiti pubblici e privati; che un’economia libera di «mercato», quella che piaceva a Maggie, la figlia del droghiere, raramente conosce spirali debitorie; che i debiti, pubblici e privati, crescono quando qualcuno li incoraggia e se ne fa garante, contro ogni logica di «mercato», sia esso lo stato o la banca centrale; e che quindi anche il «turbo-capitalismo finanziario» è figlio, in ultima analisi, dell’interventismo statale: quello classico rapina il reddito, quello «derivato», possiamo ben dirlo, rapina il risparmio.

IL REGIME DI PYONGYANG 11/03/2013 La Corea del Nord è alla canna del gas, e il regime dà ormai segni di squilibrio. Qualche settimana fa le forze armate fecero sapere di aspettare solo «l’ordine finale» del Leader Supremo per «trasformare in un batter d’occhio i regimi marionetta degli Stati Uniti e della Corea del Sud in un mare di fuoco». Oggi la Corea del Nord minaccia le basi militari americane in Giappone e le stesse città giapponesi. Di queste mirabolanti spacconate – quelle del sottoscritto, al confronto, sono perle di ragionevolezza – ride ormai anche qualche cazzuto nord-coreano, ben nascosto nella sua tana, s’intende. Il Leader Supremo – è quello cicciotello che spicca nella marea di morti fame, non potete sbagliare – teme una congiura di palazzo, è evidente. Manifestazioni di fedeltà così tafazziane da parte delle forze armate suonano strane anche in un paese fuori di testa come il suo. Quindi c’è da sperare. E tuttavia il cazzuto nord-coreano è preoccupato. Vedi mai che in questo clima un po’ isterico un super-missile nord-coreano di ultimissima generazione parta davvero: per essere sicuri di schivarlo bisognerà quantomeno espatriare.

IL PARTITO LIBERALE ITALIANO 12/03/2013 Metterei l’accento in particolar modo su “italiano”. Perché in altre lande europee, da soli o intruppati nei grossi partiti, i liberali qualcosa riescono pur a combinare. Da noi, niente. Uno zero tondo tondo, senza neanche una virgola. Una spiegazione c’è: i liberali italiani non hanno mai amato la democrazia. I liberali italiani sono rimasti a Cavour, quando a votare erano pochini. Al progressivo allargamento del suffragio elettorale non si sono mai abituati. Alla volgare pratica della ricerca del consenso, che non significa necessariamente demagogia, non si sono mai abbassati. Al volgo non hanno mai parlato. E il volgo ha sempre visto in loro, nel migliore dei casi, e con un certo intuito, una curiosa cricca libresca, e nel peggiore dei casi i chierici dei padroni. Giunge ora notizia che il Partito Liberale Italiano, il partito che fu di Malagodi, ha candidato Ilona Staller, in arte Cicciolina, alle prossime elezioni amministrative della capitale. Vi sembra strano dopo quanto detto prima? Sbagliate. E’ la tragicomica conferma di come i liberali italiani dimostrino una scarsissima considerazione per l’uomo della strada anche quando, per disperazione, scendono dal piedistallo e gli parlano.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (111)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANNI RIOTTA 28/01/2013 Ieri era il Giorno della Memoria. Sapete com’è: per un giorno si fa a gara per dimostrarsi più compunti e ortodossi che mai nel condannare fermissimamente l’orrore della Shoah e le ideologie razziste. Neanche un capello fuori posto. Non si sa bene dove finisca la consapevolezza e dove cominci il conformismo e l’opportunismo. Ciò si spiega con il fatto che il Giorno della Memoria è diventato una specie di ricorrenza sacra nel calendario della moderna religione dei Diritti Umani. Così un po’ alla volta, subdolamente, insensibilmente, pericolosamente, la Shoah è uscita dalla storia per entrare nella metafisica del dogma, che è un’arma a doppio taglio, perché se da una parte risparmia all’opinione pubblica i problematici chiaroscuri delle vicende storiche, dall’altra è molto più facile, ed eccitante, negare rotondamente un dogma che confutare il massacro pianificato di milioni di ebrei da parte del regime nazista. Fatto sta che per un giorno sono tutti allineatissimi. Anche se il giorno dopo magari le cose cambiano da così a così. Silvio Berlusconi invece è il politico più candido e chiacchierone del mondo, forse perché ha pochi scheletri nell’armadio della sua testa. Anche a costo di farsi massacrare. Per questo mi è simpatico. Così anche ieri è riuscito a dire la sua fregnaccia: «Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene». Faccio solo notare che dicendo «la peggiore colpa» Silvio ne ha caricate altre sulle spalle del Duce. Ma rimane un discorso da bar, da cretino. Al contrario per Gianni Riotta, cui non sfugge nulla, ieri Silvio è stato un furbacchione. Quella del Berlusca non è stata una gaffe, ma «un amo lanciato a voto estrema destra in cerca di interlocutori». Ai neanche quattro gatti alla destra della Lega, dei Fratelli d’Italia e di Storace? All’uno per cento degli elettori? Col rischio di perdere la partita al centro? Col rischio di pagare salato il costo di una bufera mediatica? O forse con lo scopo diabolico di distogliere l’attenzione dei media dal caso del Monte dei Paschi?

LA REGINA BEATRICE DEI PAESI BASSI 29/01/2013 Io non sono ostile alle monarchie per principio. Penso però che abbiano fatto il loro tempo. Lo dico con simpatia e affetto ai sovrani e ai principi del nostro tempo: non sarebbe meglio finire in bellezza e chiudere definitivamente i conti con la storia con una romantica festa d’addio in mondovisione, prima di finire invece come pittoreschi soprammobili presi sul serio solo dai giornali di gossip? Adesso poi che la vita si è allungata a dismisura, che i re non muoiono più in battaglia, e nemmeno tirano le cuoia in provvidenziali battute di caccia cadendo da cavallo, il rischio di vedere vecchi barbogi trattati come figli a carico salire sul trono è altissimo. Purtroppo non c’è niente da fare. Abdicare solo per fare posto al figlio regalmente disoccupato è indegno di un monarca e umiliante per l’erede al trono. Ma la regina Beatrice non l’ha capito. L’amore filiale per il quarantacinquenne Willem-Alexander ha prevalso sulla dignità dell’istituzione: «E’ giunto il momento di lasciare le responsabilità per il paese a una nuova generazione», ha detto profetica, pensando al figlio, e non piuttosto ad un’epoca che si sta chiudendo.

PIER LUIGI BERSANI 30/01/2013 Altro che accorciare o allungare le vacanze estive! Prima di tutto le scuole devono stare in piedi! Bisogna allentare il patto di stabilità per i comuni ed avviare un grande piano di manutenzione. Così si crea anche lavoro. E così ragiona il segretario del Pd. Da politico: le deroghe, il grande piano, il lavoro. Un leggero sfondamento dei conti. Ma per la crescita. Tutto andrà a meraviglia. Gira e rigira siamo sempre lì, all’economia del debito e della pianificazione, in uno dei suoi mille travestimenti: demagogiche e perdonabili fellonie, tipiche di qualsiasi campagna elettorale. Ma a Pier Luigi non posso perdonare un’altra idea, sommamente liberticida: quella di tenere «le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche». Ma certo. Per parcheggiare i ragazzini a scuola. Per trasformare gli insegnanti in badanti di mocciosi. Per impedire ai mocciosi di capire la differenza tra lo studio e il tempo libero. Per impedire ai mocciosi di farsi nel loro piccolo i meritati cazzi loro. Per tenerli nel recinto da mane a sera. Per ingozzarli di mille cose come oche da foie-gras. E per tenerli rigorosamente lontani da qualsiasi libertà, da qualsiasi proficua solitudine, da qualsiasi cripto-filosofica fantasticheria e dal sentimento dell’angoscia del tempo. Tanto loro non votano, povere bestie.

ANTONIO INGROIA 31/01/2013 L’ex sostituto procuratore è passato alla politica ma lo stile è sempre lo stesso. Inviperito per una stilettata infertogli dalla ex collega Ilda la rossa, ha chiuso il suo contrattacco con queste velenose parolette: «Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo.» Invece noi vorremmo proprio sapere cosa pensava Borsellino della Boccassini. Sarebbe una franca novità. Ingroia ha una sua specialità: adombrare, suggerire scenari. Disegnarli, sarebbe troppo: necessiterebbero di contorni, di colori, di cose. A lui invece piacciono le brume misteriose, promesse di nefandezze indicibili, sulle quali fa intendere di aver già buttato l’occhio birichino. Forte di questa sua straordinaria cognizione delle segrete cose, lui aspetta paziente che la verità e i colpevoli stessi gli si inginocchino davanti: vinti, supplici e in adorazione. E noi da anni aspettiamo il fausto evento.

LUCA ZAIA 01/02/2013 Folgorato dallo splendore scenografico della caduta nella polvere del Monte dei Paschi, al governatore del Veneto è venuta una voglia matta di replicare il patatrac. Il Monte ha l’acqua alla gola e Luca sogna di riportare a casa l’Antonveneta, qualora se ne presentasse l’occasione, nonostante i reiterati progetti di fusione dell’istituto padovano nella capogruppo. Perciò ha fatto appello al patriottismo degli imprenditori e delle banche del «territorio» al fine di creare una cordata per tentare la grande impresa. Da veneto faccio tutti gli auguri possibili all’Antonveneta, sia che venga definitivamente inghiottita (e digerita) dal Monte, sia che cada nelle grinfie di qualche altro grosso gruppo bancario, magari anche della Serenissima. Ma quando vedo muoversi queste quattro cose assieme: 1) la regia politica; 2) i «capitani coraggiosi»; 3) la filosofia della grandeur bancaria e la sua fissazione per la «massa critica»; 4) la retorica del «territorio»; allora penso ai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e invito vivamente clienti e risparmiatori a invocare la protezione di Sant’Antonio.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (105)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIAMPAOLO DI PAOLA 17/12/2012 Sono dieci mesi che due fucilieri della Marina sono trattenuti in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori. Un fattaccio ancora tutto da chiarire avvenuto nel quadro della lotta alla pirateria. Il governo italiano, che ha brancolato nel buio fin dall’inizio della vicenda, si era mostrato nei giorni scorsi molto fiducioso sull’imminente arrivo della sentenza della Corte Suprema Indiana sui ricorsi presentati dall’Italia “in difesa della giurisdizione nazionale e della immunità funzionale dei due fucilieri”. Sull’arrivo della sentenza, mica sull’esito dei ricorsi, per dire quanto abbiamo abbassato le orecchie nel giro di questi mesi. Puntualmente è arrivato il rinvio. Il governo italiano ha espresso forte delusione e profondo rammarico. Tale diplomatico sospirone già suona sgradevolmente melodrammatico. Ma il governo ha fatto ancora meglio, presentando richiesta formale alla Corte Suprema per la concessione di una licenza ai due fucilieri, che permetta loro di passare in patria le festività natalizie. Il ministro della Difesa ha chiesto agli indiani di mettersi una mano sul cuore: «Nessun popolo come quello indiano può comprendere le ragioni di santificare le feste e per noi italiani il Natale è la festa più importante». E noi che credevamo che fosse una faccenda seria, serissima. E scommetto pure gli indiani.

ANDREA OLIVERO 18/12/2012 Insieme al ministro per la cooperazione internazionale e per l’integrazione Riccardi, all’amletico leader di Italia Futura Montezemolo, al leader della Cisl Bonanni, e ad altra bella gente usa a mettersi intorno ad un tavolo per lasciare le cose come stanno e per decidere che ogni problema è soltanto un equivoco, il presidente delle Acli è uno dei promotori della cosiddetta lista Monti, lista della società civile da affiancare all’Udc di Casini. In attesa che Mario il Messia risponda alle suppliche di questi costruttori di pace dell’era moderna, sempre meravigliosamente in pace col bel mondo, Olivero ci fa sapere che non dobbiamo chiamarli semplicemente “centristi”: «noi siamo estremisti riformisti e solidaristi accaniti, il nostro intento è spingere con forza il cambiamento del Paese»; che tra Monti e Bersani non sarà un conflitto personale, «ma un confronto serio e serrato sulle idee e questo andrà a beneficio del Paese»; che «Monti è una persona seria, non credo che sarà interessato a prendere voti a tutti i costi per impedire a qualcuno di governare». Ci mancherebbe. Questa gente dalla fede leonina gode immensamente nelle sconfitte e adora negoziare cordialmente la resa prima ancora di battersi: non è vigliaccheria, è un magnifico tratto di galanteria e di nobiltà morale.

ANTONIO INGROIA 19/12/2012 Ormai è ufficiale: l’ex procuratore di Palermo scende in campo a capo del quarto polo arancione. Ha già fatto richiesta al Csm di «aspettativa per motivi elettorali». Non ce ne importa un fico secco. Però di una cosa siamo oltremodo seccati, una cosa che non vediamo censurata da nessuna parte dell’italica parrocchietta: che questo campione di moralità non mostri di crucciarsi affatto di aver coinvolto in questa commedia un paese straniero. Chiediamo perciò scusa al piccolo grande paese del Guatemala: state sicuri, amigos, che non tutti gli italiani sono così. C’è un’Italia migliore. E più onesta.

SHINZO ABE 20/12/2012 Il non troppo politicamente corretto leader del Partito Liberal-Democratico nipponico torna alla guida del paese, sull’onda del crescente nazionalismo anti-cinese e delle proteste contro le politiche di austerità del governo a guida democratica. L’economia di questo invecchiato paese, ormai catatonica a forza di pacchetti di stimolo fiscale e iniezioni di liquidità, è ferma al palo da lustri, e il debito pubblico in termini percentuali è quasi il doppio del “mostruoso” debito italiano. E tuttavia il nuovo primo ministro giapponese vuole proseguire per la medesima strada. Ma stavolta con roba veramente forte, da resuscitare un morto. Ad una sola parola di Shinzo, infatti, la Banca Centrale sarà costretta con le buone o con le cattive a «stampare yen in modo illimitato». Vorrei dire che è uno sciagurato, ma non posso. Voi vergognatevi pure per lui, ma io proprio non posso. Certi ritorni, certe parole, sono segni del destino che vanno religiosamente rispettati se si ha a cuore il buon esito della campagna elettorale del proprio campione.

PIERO FASSINO 21/12/2012 Nonostante sia stato comunista, ho sempre considerato Grissino una persona normale. Un uomo un po’ grigio, un po’ malinconico, per niente velenoso nelle sue uscite, poco incline all’ironia, scarso incassatore, facile a bollire con educata veemenza se punto sul vivo, facile a sbollire. Quando da segretario dei Democratici di Sinistra, al tempo della tentata scalata alla Bnl, lo beccarono al telefono che chiedeva al presidente della rossa Unipol, Giovanni Consorte, «Allora, abbiamo una banca?» non ravvisai nella pertica piemontese il profilo sinistro di un malandrino, di un socio di sozzi faccendieri. Ci sono le rogne dei piani bassi e le rogne dei piani alti, ma al telefono tutti parlano come bambini. Però ora ne ha combinata una di grossa. Al processo in merito alla pubblicazione dell’intercettazione che lo vide suo malgrado protagonista, nel quale sono imputati Silvio e Paolo Berlusconi, ha chiesto attraverso i suoi legali la bellezza di un milione di euro di risarcimento ai due fratelloni, per il «danno enorme» subito dal punto di vista «morale, politico ed esistenziale». Secondo me l’hanno istigato, perché non lo credo capace di una simile canagliata. Quella volta gli andò splendidamente. Non si mosse nessuno dei segugi della nostra intrigante magistratura. I media, dalle corazzate ai pesci piccoli, gli fecero le carezze. Ringhiò solingo qualche botolo berlusconiano, che faceva persino tenerezza. Fosse stato un Cicchitto o un Quagliarello l’avrebbero annegato in un mare d’infamia, di cricche, di P3, di P4 e di P5.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (104)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARTIN SCHULZ 10/12/2012 Sparare su Silvio Berlusconi è di sicuro lo sport più sicuro del mondo, e spesso uno dei più redditizi. Il peggio che possa capitarvi è di rimanere nell’anonimato, visti i milioni di appassionati che lo praticano ormai in tutto il mondo; il meglio è invece che il vasto, ramificato, palese e occulto potere berlusconiano vi acciuffi delicatamente per l’orecchio a mo’ di ramanzina: allora passate per vittima, e raggiate di gioia, coscienti di essere a un passo dalla gloria. Quest’ebbrezza Martin l’ha provata una volta e non l’ha più dimenticata. In quel fatidico 2 luglio 2003 in qualità di presidente del gruppo socialista al parlamento europeo, qualche minuto prima di essere promosso sul campo kapò, diede il benvenuto al Berlusca, neo-presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea, con queste irridenti parole, che in Italia nemmeno la potenza mediatica del Caimano ha potuto sottrarre all’insabbiamento: «Signor Presidente, signore e signori, per cominciare mi rivolgo al collega Poettering. Il collega Poettering ha elogiato in forma addirittura euforica la competenza della Presidenza di turno giunta qui dall’Italia: Berlusconi, Fini, Frattini, Buttiglione… e qui ho temuto che se ne uscisse anche con Maldini e Del Piero e Garibaldi e Cavour. Ma ne ha dimenticato uno, e cioè il signor Bossi. Anche lui fa parte di quel governo, e la minima esternazione che fa quest’uomo è peggiore di tutte quelle per cui questo Parlamento ha preso provvedimenti contro l’Austria e l’appartenenza della FPÖ al governo di quel paese. Quindi dobbiamo parlare anche di lui. Lei, signor Presidente non è certo responsabile del quoziente d’intelligenza dei suoi ministri. Però è responsabile di ciò che dicono. Le esternazioni di Bossi…» Che arietta di superiorità, nonostante il fenomenale quoziente d’intelligenza, nevvero? Forse per questo a Silvio venne facile il fatal collegamento. Comunque da allora Martin sta in agguato. E perciò da due giorni, da Presidente del Parlamento Europeo, oltre che da Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, cariche e medagliette meritate nella lunga resistenza al berlusconismo, fa fuoco e fiamme, e gli occhi, occhiali compresi, gli brillano, in attesa della beatificazione.

LUCIANA LITTIZZETTO 11/12/2012 In Italia esistono i Comici Laureati, figurette para-istituzionali dedite ufficialmente alla satira, molto ridanciane e pochissimo divertenti, la cui missione artistica non è quella di far luce con grazia sulle disgrazie del mondo e allargare gli spiriti, ma quella di rinfrancare una grande setta nelle sue superstizioni. Un comico con le palle guarda nelle palle degli occhi il malcapitato che ha messo nel mirino, e con lui il pubblico, e con lui il mondo; in un certo senso lo sfida, quello e il pubblico, quello e il mondo; lo denuda, ne scopre i difetti, …e poi arriva perfino a rivestirlo amorevolmente. In questa schietta sfida e nel suo esito liberatorio è racchiusa la comicità. La comparsa in scena dei nostri eroi somiglia invece sgradevolmente all’inizio di un rito: il malcapitato è solo; comico e pubblico sono dalla stessa parte, come il sacerdote e i devoti di una chiesa, che ridono complici prima ancora di dare all’inizio alla loro messa particolare, infervorandosi via via sempre più in attesa del sacrificio del condannato; e al colpo di grazia rimbomba uno scoppio d’ilarità plumbeo come una contrazione nervosa e maligna. E’ da un quarto di secolo che ci rompono gli zebedei con queste stucchevoli liturgie. Ma mai che passi loro per la testa di fare un passo indietro.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 12/12/2012 Sempre lui. Scusate, ma è troppo forte. E poi anche noi, poveri guitti di destra, abbiamo le nostre fissazioni. Da Milano, il presidente di Italia Futura («Futura»: è per questo che non arriva mai in porto), auspicando la discesa in campo di Mario Monti, e ribadendo la necessità di uno «spazio politico liberale ed europeista capace di affrontare e risolvere i problemi», lancia l’allarme: «Evitiamo il rischio di ritrovarci nella stessa situazione del 1994». In effetti le similitudini sono inquietanti. Alle prossime elezioni, come nel 1994, da una parte ci sarà la gioiosa macchina da guerra, certissima della vittoria, dall’altra forse ci sarà la nuova Forza Italia, la nuova Alleanza Nazionale, la Lega e pure Storace, questa volta in proprio. Allora non c’erano gli equivalenti dei grillini, ma forse neanche questa volta ci saranno, se continuano con le epurazioni. Allora in mezzo c’era il gruppo degli utili idioti, ossia la magnanima coalizione del Patto per l’Italia, fondata in gran parte sul Partito Popolare del centrista di centro Martinazzoli, un fanatico delle nobili sconfitte. Oggi manca solo quello. Ma non disperiamo: Luca mostra di darsi da fare.

PAUL KRUGMAN 14/12/2012 Per il Sole 24 Ore è stata veramente una botta dolorosa. Nell’ultimo anno la nostra più famosa ed istituzionale gazzetta economica aveva cantato le gesta di due eroi fortissimi: Monti e Krugman. Ma stavolta il premio nobel dell’economia più vezzeggiato del mondo l’ha fatta grossa. Del nostro formidabile Monti ha scritto sul suo blog sul New York Times, il mitico “The conscience of a liberal”: «Monti – un brav’uomo, profondamente sincero – se ne va in anticipo, sostanzialmente perché le sue politiche stanno consegnando l’Italia alla depressione.» Frase che nella sua condiscendenza suona ancor più crudele dello stesso concetto più volte brutalmente formulato in questi mesi dal democratico Fassina o dal berlusconiano Brunetta. E adesso cosa farà il Sole? Sarà un po’ difficile tenere tutti e due i trofei in bacheca. Vedremo. Comunque, se io dovessi scegliere, mi terrei – cosa mi tocca scrivere! – mi terrei Monti, un misero brav’uomo, piuttosto che una faccia da schiaffi come Krugman, il quale arriva a scrivere: «l’economia dell’austerità ha svolto il suo ruolo come da copione – il copione Keynesiano [previsto da Keynes, NdZ], s’intende, non quello “austriaco”: ripetutamente i tecnocrati “responsabili” inducono le loro nazioni ad accettare l’amara medicina dell’austerità; e ripetutamente non riescono a ottenere risultati». Primo: i tecnocrati adorano le formidabili possibilità d’intervento che offre loro la teoria economica keynesiana, specie quella più allegramente interpretata. Gli “austriaci” detestano i tecnocrati. Hayek scrisse: «L’incapacità delle assemblee democratiche nel realizzare quanto sembra un esplicito mandato del popolo produrrà un’inevitabile insoddisfazione nei confronti delle istituzioni democratiche. I parlamenti verranno considerati come “lavatoi” dove si fanno chiacchiere inutili, istituzioni incompetenti o incapaci di realizzare i compiti per i quali sono stati eletti. E così prende corpo la convinzione per cui, se dev’essere attuata una pianificazione efficace, la direzione dev’essere “tolta ai politici” e posta nelle mani di esperti funzionari stabili o autonomi organismi indipendenti.» Secondo: “l’austerità” di cui qui si parla è un imbroglio. Per qualsiasi persona normale, per qualsiasi famiglia, “austerità” significa tagliare le spese partendo da quelle più superflue o meno necessarie. Per lo stato “austerità” non significa affatto tagliare le spese, ma taglieggiare chi già taglia di per sé per coprire le non tagliate proprie spese: capiree tu mi puoiii… tu chiamaloo se vuoiii… incaprettamentoooooo….

ANTONIO INGROIA 15/12/2012 Luigi De Magistris, che pensava in grande anche quand’era era un semplice sostituto procuratore della repubblica, già lo immagina candidato premier di un “polo arancione” formato da comunisti, verdi, dipietristi e società civile varia. Lui, per non essere da meno, ha il coraggio di farci un pensierino: «Sto prendendo in considerazione in che modo aiutare questo movimento, ciascuno deve assumersi la sua responsabilità in questo momento del Paese. Poi se questa assunzione debba avvenire con la partecipazione al dibattito politico, rimanendo fuori dalla competizione elettorale oppure partecipando alla stessa, comunque le parti responsabili del Paese devono farlo». Dunque anche il partito dei giustizieri ha il suo Monti che sta valutando se, come e quando scendere in campo. Sorprendente? Non tanto. In attesa di diventare un partito fatto e finito, cos’è il “montismo”, in fondo, se non un concorso esterno in associazione politica?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (91)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONIO INGROIA 10/09/2012 L’avevo scritto. Era il 22 giugno scorso: «(…) Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica (…) la storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente (…)». Una prima riformulazione della storia dell’orso viene ora da Antonio Ingroia, il quale dice: «(…) alcuni artefici della campagna di disinformazione sanno bene che sullo sfondo non c’è solo la verità relativamente a un manipolo di mafiosi sanguinari, che cercava di estorcere un allentamento del 41bis, ma quello che si è sviluppato. Che è stato confronto a colpi di bombe, stragi di criminali con il nuovo che stava avanzando. (…) c’è un nuovo patto di convivenza tra mafia e politica e che sono le dinamiche che hanno dato luogo alla seconda Repubblica. I fenomeni dilaganti di corruzione e collusione non sono un fatto casuale o accidentale o il declino morale di un paese, ma la conseguenza di quel patto, un nuovo patto di convivenza per un lasciapassare per i poteri criminali e mafiosi.» Peccato però che coi trecento provvedimenti di 41bis non rinnovati nel novembre del 1993 dal ministro Conso le bombe improvvisamente tacquero, e allora bisognerebbe essere coerenti, e dire: 1) o che il 41bis non contava una minchia; 2) o che al contrario era proprio tutto. Ingroia non è del tutto coerente, ma in pratica, con la solita disinvoltura dei cultori della legalità, riduce ora la «grande questione» del 41bis ad un dettaglio della storia. No, la cosa importante è che quei mesi di dialettica bombarola e stragista servirono alla mafia e alla politica per riscoprire e fondare su basi nuove una corresponsione d’amorosi sensi che in realtà non era mai venuta completamente meno. Ecco allora il Nuovo Patto di Convivenza (uso le maiuscole per significare agli adepti la potenza mistica di queste parole) col «nuovo che stava avanzando». Ma la cosa non quadra: il «nuovo», nel 1992-1993, non lo si vedeva neanche col binocolo, e quando proprio si voleva vederlo aveva le sembianze di leghisti e missini. In ogni caso, nelle istituzioni la sua presenza era zero. E allora bisognerà riformulare di nuovo la storia dell’orso, ritornando all’antico: dire, cioè, che dietro le bombe c’erano il nuovo che avanzava sottotraccia – Berlusconi – e la mafia insieme. La trattativa se la facevano tra di loro, per spartirsi il futuro. Ma allora, direte voi, che cosa resta dell’altra Trattativa con cui ci rompono le palle da anni? C’è un’unica spiegazione: che in quegli anni nelle istituzioni e nei corpi di polizia agisse già una quinta colonna berlusconiana. Sì, però, la sospensione del 41bis firmata da Conso, regnanti Ciampi e Scalfaro, che c’entra allora coi riposti disegni degli occulti poteri? C’è un’altra unica spiegazione: che le istituzioni di allora, pur ignare della quinta colonna berlusconiana, con la loro cedevolezza dimostrassero un’antropologica propensione all’inciucio coi mafiosi. E questo spiegherebbe il fatto che poi, per vent’anni, col berlusconismo le forze tradizionali della politica rimaste sul campo – in pratica la sinistra e il centrino centrista – non abbiano mai fatto veramente i conti, limitandosi a strillare per finta. E con questo tutto torna. Per i dettagli, però, dovrete aspettare la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Cosa Nostra, quando, frugando meglio, saranno trovati in un angolino nascosto dell’ultimo rifugio di Provenzano.

L’ANM 11/09/2012 Si son fatti improvvisamente delicati all’Associazione Nazionale Magistrati. Secondo l’attuale presidente Rodolfo Sabelli, col suo invito a cambiare la classe dirigente del paese, Ingroia avrebbe detto qualcosa di carattere «oggettivamente» politico. Notate come, sulle orme di Scalfari e Mauro, riaffiori l’avverbio «oggettivamente», di infaustissima memoria, col quale di solito il «partito» inchioda alle proprie colpe i «trotzkisti». Il suo predecessore, lo scoppiettante Luca Palamara, battibeccava col Berlusca un giorno sì e un giorno no. Una volta definì le affermazioni del Berlusca – le solite, contro la magistratura politicizzata – «gravi ed inaccettabili che fanno male al paese e agli italiani». Quando invece fu Silvio a definire «fondata sul nulla» la mitica inchiesta sulla P4, che infatti poi finì nel nulla o quasi, e di cui non ci ricordiamo più un bel nulla o quasi, lo scoppiettante Luca rispose prontissimo come da manuale: «Assistiamo al solito metodo: ancora una volta si tenta di delegittimare i magistrati in indagini che possono in qualche modo investire la politica». Ai tempi del caso Ruby si superò: «Oggi la magistratura associata vuole parlare con un’unica voce. Idealmente e moralmente tutta la magistratura italiana oggi è a Milano», disse, più che scoppiettante, incendiario. Ma forse erano altri tempi. E forse un’altra linea politica.

IL GRANDE CENTRO 12/09/2012 Sono passati appena due mesi e mezzo da quando Rocco Buttiglione diceva, con la serafica, oppiacea e un po’ catalettica sicurezza che lo contraddistingue, la sicurezza di chi la vede lunga, che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». Al ritorno dalle vacanze, a mente fredda, i centristi hanno capito che per loro era pronto al massimo un posticino da ruota di scorta della coalizione Pd-Sel. Allora hanno deciso di stringersi ancora di più attorno alla figura del premier, il quale, infastidito da tanto zelo, ha trovato il tempo di spernacchiare con fredda perfidia l’aspirante kingmaker del centrismo italiano, Casini, proprio nel momento in cui questa cima pensava di celebrare il capolavoro della sua lunga carriera di condottiero politico. Puntualmente, ad infierire sul tramortito leader dell’UDC è arrivato il Maramaldo di turno, nelle vesti di Luca Cordero di Montezemolo, il quale, attraverso Italia Futura, la sua Armata Brancaleone personale, ha fatto sapere che dalle cucine della Convention centrista di Chianciano è uscito un piatto di frittura mista indigesto per gli elettori e per il paese. Quale sia però il piatto che prepara il patron della Ferrari, da anni come un bulletto fermo al semaforo col motore rombante, non ci è dato ancora sapere. La decisione se scendere o no in campo come candidato premier di Italia Futura è comunque questione di giorni, ha fatto sapere. Luca guardava con interesse anche a Matteo Renzi, non a torto confidando nel fatto che tra un fan della rottamazione e un rottamatore una qualche affinità elettiva ci doveva pur essere. Ma il sindaco di Firenze ha chiarito subito che se perderà la corsa alle primarie del centrosinistra tornerà a fare il sindaco: «Mai con Montezemolo», ha risposto il giovanotto alle avances del Leader Tentenna. L’unico a pensare in grande, secondo noi, è Rutelli, prontissimo, beato lui, ad «un’alleanza con il Pd imperniata sulla candidatura di Bruno Tabacci alle primarie e sulla prospettiva di un governo solido che porti avanti le riforme difficili del governo Monti», che io, sempre in prospettiva, vedrei bene concretizzarsi, per il bene della patria, in un parcheggino per il furgoncino Api col quale da anni scorazza in Parlamento. Mentre Fini da Mirabello ha attaccato sia Bersani che Berlusconi, aggiungendo che «lo spazio politico per noi di Fli c’è sicuramente, si tratta solo di riempirlo»: cosa possibilissima, data la taglia non proprio colossale della creatura finiana.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 13/09/2012 Ernesto si è incapricciato di un’intuizione che ha il doppio difetto di essere sua e di non essere per niente originale: il Pdl ovvero il partito di plastica, ovvero il partito del nulla. Non solo l’amore, ma anche l’amor proprio è cieco, e al contrario del primo non ha nessunissima difficoltà ad essere fedele. Da anni perciò il professore torna periodicamente a battere su questo tasto. E puntualmente, dopo ogni suo intervento, è come se una brezza si alzasse a gonfiare le vele del bastimento berlusconiano. Al Pdl lo considerano ormai il loro portafortuna. Ieri, per esempio, non ha fatto in tempo a scrivere che «essendosi il suo capo ritirato da mesi sotto la tenda, anche il Pdl si è dileguato» e che «del Pdl si stanno perdendo le tracce», che ti arrivano i dati di un sondaggio della Ipsos di Pagnoncelli: il Pd è al 25%, il Pdl, il partito dei moribondi, al 21,9%. Tre punti dietro, insomma. Una miseria, in prospettiva. La «resistenza» pidiellina si spiega facilmente con le potenzialità della creatura berlusconiana. Silvio non ha fondato «un partito di centro alternativo alla sinistra», che è una paludata sciocchezza tipicamente italiana; non ha fondato «un club liberale» di happy few; non ha fondato quel «partito populista» dipinto per conformismo dalle gazzette nostrane; no, il Berlusca ha messo il Pdl al centro della destra. Questo ha dato alla sua formazione politica – vi faccia schifo o no – una chiarezza di posizione ed un’ampiezza di spettro che non hanno paragoni in nessun altro partito italiano. E queste sono cose che l’elettorato «sente» anche quando non le capisce.

GLI STRATEGHI DEL SOLE24ORE 14/09/2012 Fratelli gemelli di quelli, altrettanto lungimiranti, del Corriere e della Stampa. All’inizio scommisero sulla nascita del partito montiano, capace di succhiare il meglio della destra e della sinistra, oltre che della solita pallosissima società civile; poi ripiegarono sulla grande coalizione dei responsabili Pd-Udc-Pdl, col Berlusca però confinato in casa di riposo; poi mostrarono di accontentarsi, con qualche patema d’animo, di un’alleanza fra Bersani e Casini, con Vendola a fare da innocua soubrette; alla fine si accorsero che Pier Ferdinando, volendo essere oltremodo magnanimi, è solo un furbetto della politica. «Ma anche l’Udc-Italia di Casini non riesce finora a proporsi come credibile asse strategico: ottima tattica, certo, ma senza riuscire ad allargare gli orizzonti», ha scritto ieri Stefano Folli. Presi dalla disperazione, gli araldi della continuità montiana e dell’agenda europea si sono buttati di colpo tutti quanti su Renzi. Il quale, naturalmente, a sinistra non vincerà mai. Il Berlusca intanto resta in vacanza a Malindi dal suo amico Briatore, in compagnia del quale, dicono le cronache, fa lunghe passeggiate e lunghe chiacchierate non prive, a volte, di qualche venatura filosofica, com’è naturale che sia tra un vecchietto ed uomo assai stagionato con un comune passato da stalloni. Insomma, per dirla in cinese, Silvio si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare. Comodo comodo, nel lusso. Il solo pericolo, come il solito, sono quegli imbecilli dei suoi, pronti a diventare nervosi ed impazienti quando proprio non ce n’è nessun motivo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (46)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ADRIANO GALLIANI 31/10/2011 Per noi tifosi del Milan l’amministratore delegato è il valore aggiunto di ogni goal rossonero. Prima stringiamo i pugni cacciando un urlo di soddisfazione, poi ci tuffiamo idealmente nell’abbraccio dei nostri beniamini in campo, e infine, ciliegina sulla torta, ci divertiamo un sacco nel vedere stravolti i lineamenti di quest’uomo d’invidiabile bruttezza, la cui figura sembra come percorsa da una violenta scarica elettrica, prima di collassare in una specie di catalettica beatitudine. Son cose che i bambini non dovrebbero mai vedere. Tanto più che ora il nostro Adriano, classe di ferro 1944, si fa vedere in tribuna al fianco della sua fidanzata brasiliana Helga Costa. Il contrasto, già scioccante, specie per chi ha il difetto di lavorare troppo con l’immaginazione, “in quel caso” potrebbe diventare traumatico. Anche per gli adulti.

ANTONIO INGROIA 01/11/2011 Il magistrato palermitano ostenta sempre una tetraggine bambinesca che vorrebbe essere carismatica. Aggiungi a questo che la musoneria programmatica è da lustri incorniciata da un disordine congelato di radi capelli e d’ispida barba; aggiungi inoltre che quando parla quest’uomo ombroso non brilla affatto né per originalità né per vivacità; capite bene allora che il sospetto di trovarsi di fronte ad uno zombie è piuttosto robusto. Se poi al Congresso del Partito dei Comunisti Italiani, nell’anno di grazia 2011, gli capita di dire, in tutta serietà, neanche fosse un moccioso alla sua prima uscita col popolo viola, di considerarsi “un partigiano della Costituzione”, allora il sospetto diventa una certezza.

IL GOVERNO DI EMERGENZA 02/11/2011 Detto anche il governo tecnico, il governo di salute pubblica, il governo di responsabilità nazionale, sostenuto da un amplissimo schieramento, appoggiato da tutte le parti sociali. E capace soprattutto di por mano ai necessari, duri ma condivisi provvedimenti: di fare, insomma, quello che l’Europa ci chiede. Quando? Subito, non appena tutte le truppe di questo esercito infinito saranno passate in rassegna, e sarà fatto l’appello, e tutti quanti avranno dato il loro prezioso suggerimento.

GIORGIO GORI 03/11/2011 In attesa che tutto il paese come un sol uomo chieda a quella sagoma – simpatica – di Claudio Lotito di scendere in politica per salvare l’Italia dalla serie B, eccone uno che dalle parole passa ai fatti: il manager infatti si è dimesso dalla Magnolia e dalla Zodiak Active. Ma il prologo è proprio da mezza tacca: “La situazione che stiamo vivendo” dice “fa sì che non sia più tempo, a mio avviso, per chi può farlo, di perseguire solo i propri privati interessi.” Guarda un po’, un altro che parte volontario, un altro che si sacrifica. Mai nessuno che lo faccia per sana ambizione. Se ne vergogna forse? Mette le mani avanti? E poi perché uno, vivendo la propria vita, farebbe solo i propri privati interessi? Non è affatto bello cominciare così, con una leccatina all’opinione pubblica.

CORRADO PASSERA 04/11/2011 Per l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo all’Italia “serve un governo che si comporti diversamente dall’attuale”. Non tanto sul piano dei costi, dove qualcosa è stato fatto, ma su quello della crescita “e dei progetti di sviluppo”. E poi dicono che il socialismo è morto. Sotto mentite spoglie, gode di una salute di ferro. E’ che il termine è passato di moda, e ci si vergogna un po’, nel mondo ovattato dei liberal-piacioni delle altissime sfere, a vestirsi di certi stracci. A loro, un governo che “progetta lo sviluppo”, magari a piani quinquennali, va benissimo: adesso capite perché rompono tanto i marroni con la “classe dirigente”.