La protervia di Obama ed Erdogan

Se non fosse per i barconi carichi di disgraziati che s’inabissano senza soluzione di continuità nel Mediterraneo, dello scatolone di sabbia, cioè della Libia, non si parlerebbe quasi più: per vergogna. Nel paese delle piramidi, intanto, il laico Al-Sisi, che già scruta con voluttà il caos libico nella speranza di fare dell’ex regno di Gheddafi un protettorato egiziano, si rivela un autocrate molto più ruvido e megalomane del laico Mubarak: ma nessuno lo chiama dittatore. Mentre in Siria la guerra civile che si è voluto con incredibile leggerezza far scoppiare a tutti i costi ha fatto 200.000 morti e siamo ormai ridotti al punto di dover quasi tifare per Assad. Ecco dove ci ha condotto la politica estera di un Occidente fatuo e furbacchione.

Eppure non era poi tanto difficile prevedere questo disastro se tre anni e mezzo fa, all’inizio della caccia grossa a Gheddafi scrivevo, proprio su queste colonne, prendendo per l’orecchio i vari Sarkozy, Cameron e Obama: «Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. (…) Visioni parziali conducono a vicoli cechi.» 

Ed infatti adesso nessuno sa più dove diavolo andare a sbattere la testa. Tanto più che nascosta dai fumi del caos è prosperata nel frattempo la potenza dell’Isis; e tanto è prosperata che ad un certo punto il nero Califfo del XXI secolo ha deciso di mostrarsi al mondo. Ciononostante, anche nella decisione di Obama ed Erdogan di fare finalmente la guerra sul serio al Califfo a farla da protagonisti sono una certa doppiezza ed un machiavellismo da strapazzo. I nostri due strateghi si sono infatti accorti che in fondo, con la scusa della guerra all’Isis, americani e turchi possono prendere due piccioni con una fava, possono cioè mettere piede in Siria e far fuori anche Assad: gli americani perché preoccupati di un eventuale asse scita tra Iran, quello che resta dell’Irak, e la Siria di Assad; il leader turco per cominciare a mettere in atto quella politica di potenza con la quale flirta da lustri. Segno che la lezione non è stata affatto imparata.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements

Libia stuprata e abbandonata

Il fallimento lo avevo messo in conto: tre anni fa, agli inizi del conflitto, quando ancora Al Jazeera e la diplomazia occidentale parlavano la stessa lingua, io avevo parlato, invece, de «l’intervento militare più cretino di questo secolo» e di «una storiaccia che non può finir bene»; ma certo un esito così disastroso, o per meglio dire, un esito così ignominiosamente disastroso, andava al di là di ogni possibile immaginazione. Non essendovi stata alcuna «primavera libica», tranne che nella testa del vanesio Bernard-Henry Lévy e del vasto popolo dei rivoluzionari da salotto, oggi non è neanche possibile intravvedere dietro la cortina della guerra per bande e del caos totale una qualche «società civile» sulla quale in un futuro più o meno prossimo rifondare una nuova Libia. Sarkozy, Cameron e Obama agirono per semplice opportunismo: scelsero di voltare le spalle al loro amico Gheddafi – amico da almeno più di un lustro – pensando di portarsi a casa facilmente un bel trofeo, di compiacere parte del mondo arabo, di estendere la propria influenza nella regione, il tutto a prezzo scontatissimo, impegnandosi quel tanto che bastava per portare a termine con successo la caccia grossa al Raìs. Il falso umanitarismo democratico che li aveva spinti ad intervenire senza costrutto, ora, quando un intervento «umanitario» assai muscolare e deciso sarebbe più che mai necessario, li spinge a mollare l’osso e ad abbandonare a se stesso un paese in macerie ed in mano non a uno, ma a orde di banditi che ammazzano con allegra ferocia «il loro stesso popolo».

[pubblicato su Giornalettismo.com]

I trionfi della campagna di Libia

Che si stia ripetendo in Libia la tristissima parabola della primavera egiziana?

Ricorderete certo che in Egitto governò per trent’anni un grande amico dell’Occidente, l’uomo forte Hosni Mubarak, vaso di saggezza celebrato, sempre per trent’anni, dalle nostre gazzette per la sua temperata laicità e per la sua moderazione politica, oltre che per essere lo zio di Ruby. Poi tre anni fa scoppiò la primavera egiziana e nel giro di una settimana per le stesse gazzette lo zio Hosni diventò un dittatore fatto e finito. Fu una pagina vergognosa. Poi ci fu il colpetto di stato, in nome della democrazia. Poi le elezioni vinte, inevitabilmente, dai Fratelli Musulmani. Poi il governo muscoloso di questi ultimi. E poi il nuovo colpetto di stato, in nome della democrazia. Col ritorno della quale centinaia di Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte (anche se probabilmente in appello le condanne saranno modificate, se non altro per motivi di opportunità). Il tribunale degli “Affari Urgenti” del Cairo ha intanto dichiarato fuorilegge il “Movimento 6 Aprile”, protagonista della cacciata del “dittatore” Mubarak. E ora è tutto pronto per il ritorno del Faraone, del Rais, del Boss, insomma dell’uomo fortissimo Al-Sisi, al quale le folle già tributano onori quasi divini, e al quale le nostre gazzette riconosceranno, subito dopo l’intronizzazione, un profilo di temperata laicità e di moderazione politica.

Ricorderete, invece, che in Libia per decenni governò un grande nemico dell’Occidente, il terrorista su scala industriale Muammar Gheddafi. A dire il vero per le nostre gazzette progressiste Muammar non era poi tanto malaccio: aveva il merito di essere la bestia nera di Reagan. Poi Muammar, a modo suo laicissimo e nemico degli islamisti, negoziò la sua resa all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo paese. Il patto era vergognoso ma fu siglato. I rapporti tra Libia e Occidente (e quindi Italia, soprattutto) divennero intensi e anche proficui dal punto di vista economico. Muammar divenne più strambo di Lady Gaga ma chissà perché non venne apprezzato da un mondo che è riuscito di recente ad incapricciarsi di una Conchita Wurst con la quale avrebbe potuto formare per davvero la coppia del secolo. Poi venne la primavera libica, cioè la sceneggiata degli islamisti di Bengasi capitanati dal filosofo e raffinato donnaiolo Bernard-Henri Lévy, ribelli in nome della democrazia. In loro soccorso corse l’Occidente. L’intervento fu una canagliata e una follia, certificata scientificamente dalla mancanza di qualsiasi protesta pacifista e dall’approvazione di una sinistra finalmente guerrafondaia. Muammar venne cacciato come una fiera della foresta, ucciso e la sua carcassa esposta come un trofeo. Poi furono due anni di caos e anarchia. Adesso la situazione sembra chiarirsi. Un vecchio generale ex gheddafiano, Khalifa Haftar, per vent’anni in asilo politico negli Stati Uniti, ha riunito attorno a sé le milizie laiche anti-islamiche, ed è ad un passo dal solito colpetto di stato, che se avrà successo a naso sarà benedetto dall’Occidente, in nome della democrazia, s’intende, specie se Haftar saprà tenere unita la Libia col pugno di ferro alla stregua di Gheddafi.

Quello che scoccia è che dopo tutto il casino combinato Sarkozy, Cameron e Obama non abbiano ancora detto una parolina di scusa. Del tipo: siamo stati fessi. Almeno quello. Quanto a Bernard-Henri Lévy le scuse non basterebbero. Io lo prenderei per un orecchio, lo denuderei, gli taglierei i capelli a spazzola, lo costringerei con l’aiuto di qualche aguzzino, e dopo qualche ragionevole e meritata tortura, a mettersi un paio di jeans larghi col risvolto, una felpa, un paio di sneakers fosforescenti ai piedi e un cappellino da baseball in testa. Certo l’uomo in bianco e nero soffrirebbe enormemente. Ma per lo shock potrebbe anche guarire e tornare ad essere un uomo normale.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (142)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BARACK OBAMA 02/09/2013 Eppure, per capire che nell’infatuazione dell’Occidente per le primavere arabe c’era qualcosa che non quadrava affatto, bastava osservare le strade e le piazze: non si vedeva un pacifista in giro. E quei marmittoni, si sa, le sbagliano tutte. Ma noi, e dico io e la minoranza temprata degli occidentalisti della prima ora, lo avevamo detto subito che andava a finire male, nonostante l’unanimismo malsano dei media. Non so se abbia ragione il perfido Luttwak quando dice che Obama spera in un “no” del Congresso ad un attacco alla Siria, ma sicuramente non sbaglia in un concetto che riassumo così: che in questa guerra civile che l’Occidente ha alimentato sottobanco una limpida vittoria di Assad sarebbe una grande vittoria per i nemici degli Stati Uniti; mentre una vittoria dei ribelli sarebbe una grandissima vittoria per i nemici… degli Stati Uniti. In un contesto meno tragico è finita così anche in Egitto. La celebrata rivoluzione ha dato il potere all’Islam politico anti-occidentale; per farli sloggiare è intervenuta l’ala dura del laicismo in divisa militare, anch’esso anti-occidentale; ed in mezzo ai due grandi contendenti è rimasta tanta gente che, per un motivo e per l’altro, dall’Occidente si è sentita tradita. Mentre la folle impresa libica è servita solo a prendere per i fondelli senza alcuna necessità Cina e Russia, che infatti, incattivite ed ammaestrate, non hanno arretrato di un pollice le loro posizioni contrarie a qualsiasi intervento militare esterno in Siria. Insomma, l’Occidente e suoi ragazzotti al potere sono caduti nel ridicolo. E Putin, agli occhi di mezzo mondo, passa ormai per un leader con le palle, e con la testa sulle spalle.

LA SINISTRA ANORMALE 03/09/2013 Al contrario di quanto pensano gli allocchi, ciò che la sinistra teme mortalmente nel berlusconismo è la sua normalità. Berlusconi ha sdoganato e fondato la grande destra italiana democratica, che prima di lui non aveva cittadinanza nemmeno come concetto. Essa è quello che è, bastarda, contraddittoria, volgare, ma anche costruttiva e rappresentativa di un parte reale del paese, come lo sono tutte le grandi formazioni politiche. La sinistra rifiuta la patente di normalità alla destra berlusconiana perché la propagandata anormalità del berlusconismo serve a distogliere lo sguardo dalla propria autentica anormalità. E’ per questo che anche l’altro ieri Scalfari ha auspicato la costruzione di una destra democratica, europea, non populista, capace di buttare il berlusconismo nella pattumiera della storia. Ma questa destra la conosciamo già: è quella inodore, insapore, irreale e salottiera di Monti; oppure quella Democrazia Cristiana super perbene che a forza di guardare a sinistra si suicidò. No, la destra berlusconiana è la destra italiana reale, e perciò è anche una destra europea: un po’ democristiana, un po’ populista, un po’ conservatrice, un po’ tanto statalista e un po’ poco liberale. Mentre la sinistra italiana è tutto fuorché europea, dove sinistra fa rima con socialdemocrazia. Dov’è il partito socialista o socialdemocratico italiano? Perché la sinistra sfugge al suo destino? Mezza se la sono mangiata i giustizialisti e i pasdaran della legalità, al resto sembra ci stiano pensando i rottamatori, mentre la truppa degli antagonisti violenti è sempre ben nutrita: una sinistra fondata sul Non Essere, perché Essere vorrebbe dire accettare Berlusconi.

L’OMO-SUSCETTIBILITA’ 04/09/2013 Colpo da maestro di Alain Delon. Punzecchiato dalla conduttrice della trasmissione di France 5 “C à vous” a proposito di un’intervista rilasciata tempo addietro dall’attore a “Le Figaro Magazine” sul tema dell’omosessualità, Alain non ha battuto ciglio e con l’insuperabile, contagiosa tranquillità di chi ha bevuto un bicchierino di troppo ha detto: «Bah, sì, è contro natura, mi spiace, è contro natura. Siamo fatti per amare una donna, per farle la corte, insomma… non per rimorchiare un tizio o farsi rimorchiare da lui.» Che bomba questa eloquenza terra terra! E nonostante questo figlia di una tradizione millenaria che va da Omero a Dante, e da Dante a Berlusconi, e che c’invita a guardare in alto, al bello, all’ineffabile e alla donna! Right to the point! Non seriosa, non moralistica, non cupa, ma supremamente gaia! Infatti nello studio sono rimasti tutti tramortiti. Poi è cominciata la valanga compulsiva dei commenti scandalizzati da questo capolavoro di schiettezza, civiltà e convivialità. Barbari!

NOURIEL ROUBINI 05/09/2013 Il New York Post, che è un’autorità in materia di gossip, parla di veri e propri “festini selvaggi” con “giovani modelle”. Sarebbero quelli ospitati dal famoso economista nel suo super-attico di Manhattan, del valore di 5,5 milioni di dollari. Epicentro del bunga bunga newyorkese una gigantesca vasca Jacuzzi, capace di contenere una dozzina di persone, piazzata sul tetto a terrazza dell’attico, che però il gagliardo economista dovrà rimuovere per violazione di destinazione d’uso: detto in soldoni, è abusiva. Io ero un po’ scettico sulla veridicità della notizia. Però mi è bastato fare un giretto per il web per ricredermi. Non c’è alcun dubbio: Nouriel è un uomo di gusti schiettamente berlusconiani, è un festaiolo cui piace buttarsi a pesce tra le braccia di avvenenti e gaie fanciulle. E come il Berlusca è uno che scherza volentieri sulla propria esuberante personalità. Diceva qualche anno al New York Magazine del suo successo con le donne: «Amano la mia bella mente. Io sono brutto, ma loro sono attratte dai cervelloni.» Ed inoltre: «Sono una rock star tra i tipi strani, i secchioni e i nerd.» E cosa rende così speciali le sue feste nel suo attico dalle pareti, dicono le leggende, decorate da stucchi a forma di vagina? «Gente divertente e belle ragazze. La mia ratio è dieci girls per ogni guy. E il mio amico Clinton è d’accordo con me.» Certo, l’abbondanza è un po’ sospetta, ma non credo che tutte quelle sventole siano per forza escort. Olgettine, piuttosto: belle ragazze attratte dall’anfitrione ricco, famoso, influente, simpatico e magari anche generoso, contente di partecipare a serate forse non elegantissime ma neanche sordide, anche se certamente non al livello di quelle di Arcore. Il buontempone ne era ben conscio anche due anni fa, quando a Davos, roso dall’invidia, a proposito dei guai dell’inarrivabile Berlusca disse: «Siete di fronte ad accuse di una vera e propria prostituzione di Stato, orge con minorenni, ostruzione alla giustizia. Avete un serio problema di leadership che blocca le riforme necessarie.»

I NO DAL MOLIN 06/09/2013 Forse l’ampliamento della base americana di Vicenza è stata davvero una iattura. Infatti ha partorito un gruppetto di esaltati che ha scoperto col tempo come sia dolce la carriera del piazzaiolo antagonista: ti senti protagonista, diventi protagonista, dici scemenze e nessuno ti bacchetta sulle mani, ti batti contro il sistema e il sistema ti adotta, flirti coi rivoluzionari e non rischi nulla, fai il martire e sei il cocco della società civile, la più potente mafia del nostro paese. E’ una pacchia. A tutto vantaggio della tua carriera futura: le cosiddette classi dirigenti di questo paese hanno sempre avuto un occhio di riguardo per i reduci dell’estremismo rosso con le mani non sporche di sangue. Ed infatti la battaglia continua, nonostante i lavori di ampliamento siano stati completati e le opere di compensazione per la cittadinanza, strade e parchi, deliberate. Gli orizzonti si allargano a tutte le grandi battaglie democratiche del nostro paese e del mondo. E cominci a sentirti importante. E allora insieme col branco vai anche tu a tagliare le recinzioni della base, a lanciare contro il nemico il tuo fumogeno del piffero, ad issare i tuoi manifesti di amore universale. E ti filmi per dimostrare il tuo coraggio civile. Nulla temi. Ed hai ragione: sei un raccomandato di ferro.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (138)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NANNI MORETTI 05/08/2013 C’è un po’ di delusione nelle file dell’Italia onesta e democratica: il Caimano non si fa vedere. Questo non quadra con uno degli assiomi più importanti della Grande Bubbola: la natura caimanica del Berlusca, uno dei mostri creati dall’ostinato sonno della ragione della sinistra, che da moltissimi decenni è di gran lunga la più grande disgrazia del nostro paese. A dare dignità artistica e quindi plausibilità alla figura del mostro fu il solito pluri-premiato artista di regime. Lo fece con la finezza che gli è riconosciuta. Sulla scia profetica dei suggerimenti del Vate, da allora si è lavorato incessantemente per piegare la realtà alla fiction. Ma il Berlusca è guizzante come un pesce e non si fa incastrare tanto facilmente, senza contare che vent’anni di caccia all’uomo, se lo hanno esasperato, ne hanno anche affinato l’istinto. Quasi due anni fa resistette fino all’ultimo e praticamente da solo all’assedio portato al suo governo. Date le dimissioni ingollò l’amarezza in un amen, e collaborò alla nascita del governo con squisita correttezza. Del Caimano non si vide neanche la coda. Questa volta, dopo la condanna ribadita dalla Cassazione, ha fatto un discorsetto in televisione e ha parlato ad un migliaio di italo-forzuti dal palco allestito sotto Palazzo Grazioli. Com’era ampiamente prevedibile non ha rovesciato il tavolo. Si è mostrato ferito ma responsabile, promettendo lealtà al governo Letta, e già pregustando in cuor suo l’effetto del suo status di condannato in via definitiva tra gli alleati di governo del Pd. Le truppe facinorose dei berlusconiani non si sono viste, anche perché non sono mai esistite, a differenza di quelle della sinistra, sulle quali si potrebbe riempire una Bibbia solo con l’elenco delle sigle. Per compensare la delusione, a sinistra ci si è abbandonati all’abituale e meschina pratica del dileggio, descrivendo gli italo-forzuti come dei pensionati senz’arte né parte, caricati sui pullman con una bandieretta in una mano e la paghetta nell’altra. Certo, loro in certe cose sono imbattibili: qualche anno fa, con la loro mitica organizzazione, portarono al Circo Massimo due milioni e mezzo di pecore. Cioè duecentomila secondo la Questura. Parlava Walter Veltroni: «L’Italia», disse, rivolgendosi al gregge, «è un paese migliore della destra che lo governa». E poi ditemi se non è una malattia. Su questa massa di deficienti si potrebbe fare un film epocale. Altro che Caimani, Divi e Diaz, sui cui s’avventano artisti nati in ginocchio.

I SUPER-MAGISTRATI ITALIANI 06/08/2013 L’oligarca/dissidente kazako Ablyazov è stato arrestato qualche giorno fa in Costa Azzurra, mentre se la spassava, sembra, con la sua bionda amante ucraina, allo scopo, sembra, di combattere l’angoscia che gli pesava crudelmente nel petto per la sorte della sua bella famigliola prigioniera in casa propria in Kazakistan. Nonostante questi particolari un po’ miserabili e un po’ piccanti, ai giornali italiani del caso Ablyazov non sembra importare più un piffero, giacché alle gazzette premeva solo sparare sul Berlusca; promosso immantinente allo scoppio del caso – a differenza di tanti altri illustri frequentatori occidentali di Astana – a fraterno amico di Nursultan Nazarbayev, il sultano del Kazakistan; promosso pure lui, e sempre per lo stesso motivo, da spiccio autocrate centro-asiatico ad una specie di Stalin redivivo. Giunge ora notizia che un amico di Ablyazov, Vladimir Kozlov, anch’egli, sembra, mezzo dissidente/mezzo riccone, e leader di “Alga”, formazione erede di “Scelta democratica”, partito kazako di opposizione, è stato condannato definitivamente dalla Corte Suprema del suo paese per eversione. Kozlov era accusato di aver incitato alla violenza gli operai di un campo petrolifero di una remota città del Kazakistan occidentale. Gli scontri degenerarono in un massacro: la polizia sparò sui manifestanti lasciando sul posto, secondo le fonti governative, 14 morti (una settantina secondo le fonti dell’opposizione). Per la giustizia kazaka l’intento di Kozlov era quello di rovesciare il governo. Per questo nefandissimo crimine, vero o falso che sia, a Kozlov i giudici kazaki hanno appioppato sette anni di carcere. A dire il vero questi giudici kazaki mi sembrano delle mezze calzette, confrontati ai nostri almeno. All’oligarca/dissidente Berlusconi i nostri supereroi sono riusciti a dare sette anni solo per i peccatucci della pochade Ruby Rubacuori: fossi Nazarbayev me li porterei tutti in Kazakistan.

LADY GAGA 07/08/2013 Il caso sta diventando eclatante. Quando la Russia si chiamava Unione Sovietica e l’Unione Sovietica era l’Impero del Male coi suoi Arcipelaghi Gulag, con le sue file davanti ai negozi, con le sue parate militari, di intellettuali e artisti che se la prendessero apertamente col Moloch sovietico se ne trovavano pochissimi. Il rischio era quello di passare per anti-comunisti, per servi degli amerikani, o addirittura per fascisti fatti e finiti. In breve: quello di sparire dalla società civile. Da quando invece la Russia è tornata la cara vecchia Russia di sempre, con le sue manie e con le sue manchevolezze, pigra, smisurata, cesaropapista, insicura, complessata, arrogante, timorosa del bastone e quindi ancora zarista nell’animo; e tuttavia cento volte più libera, salda, democratica e pasciuta di quella comunista; per i cretini sopramenzionati la Russia è diventata davvero l’Impero del Male. Quegli stessi che un giorno tacevano, e i loro figli spirituali, ora fanno a gara nel prendere a pesci in faccia la terribile Russia di Putin, assurta a simbolo del più gretto conservatorismo. Fa bene quindi Lady Gaga a scrivere su Twitter: «Il governo russo è criminale. L’oppressione sarà combattuta con la rivoluzione. Popolo LGBT non sei solo. Combatteremo per la tua libertà». Il rischio infatti è nullo: se sbarchi a Mosca al massimo ti sbattono fuori tra gli applausi di mezzo mondo, e forse ti danno il Nobel per la Pace; se invece resti a casa vellichi i capricci delle potenti comari progressiste. In breve: un posto di rilievo nel politburo delle arti, con tutti i suoi connessi vantaggi, non te lo leva nessuno.

BARACK OBAMA 08/08/2013 Al “Tonight Show” di Jay Leno l’Abbronzato – lo chiamo “Abbronzato” per solidarietà al Berlusca, e perché la battuta in realtà era simpatica e simpatetica – ha avuto parole dure verso la Russia di Putin sulla questione dei diritti di gay e lesbiche. Ma ha poi ammesso che non è solo una questione russa. Anche nel suo ultimo tour africano… Già, dovete sapere infatti che nel suo recente viaggio nel continente nero Barack ha perorato la causa dei diritti degli omosessuali. I poveri capi di stato da lui incontrati, superato a fatica un iniziale sbalordimento, non sapevano da che parte incominciare per spiegare al marziano della Casa Bianca che in paesi dove manco la libertà è spesso la prima delle preoccupazioni, paesi spesso piagati da lotte tribali ed etniche, dove si muore ancora per una malattia endemica o per malnutrizione, e dove magari si mutilano i genitali delle bambine, la gente non sa nemmeno con sicurezza cosa significhi la parola “omosessuale” o “gay”: è ancora ferma, nel migliore dei casi, a quella rustica e ancestrale di “recchione”. E ci vorrà minimo lo spazio di una generazione, anche in un mondo globalizzato che corre terribilmente in fretta, solo per superare questo gigantesco scoglio lessicale.

EUGENIO SCALFARI 09/08/2013 La cosa più divertente è stata vedere tanti babbei darsi la pena di rispondere alle domande che il Papa Laico, dal pulpito de “La Repubblica”, ha rivolto a Papa Francesco, dopo un lungo prologo complimentoso, adulatorio, equivoco, ma quasi intriso di una sofferta speranza, che il vecchio gigione, godendo in anticipo, ha trafitto alla fine con un «ho una cultura illuminista e non cerco Dio», fatto apposta per muovere i sullodati babbei alla commozione e alle velleità convertitrici. Eppure il fetore di falsità era tremendo. Se anche non avessi conosciuto questo compunto filibustiere a me sarebbe bastato il naso. Lo disse anche il cardinal Bergoglio, in un’omelia pronunciata nel 2005, che il naso è un affare importante per un cristiano: «Fate attenzione, dice Gesù, siate astuti come i serpenti ma molto semplici come colombe, unendo i due aspetti. Il cristiano non può permettersi il lusso di essere un idiota, questo è chiaro. Noi non possiamo permetterci di essere sciocchi perché abbiamo un messaggio di vita molto bello e quindi non possiamo essere frivoli. Per questo motivo Gesù dice: “Siate astuti, state attenti”. Qual è l’astuzia del cristiano? Il saper distinguere fra un lupo e una pecora. E quando, in questo celebrare la vita, un lupo si traveste da pecora, è saper riconoscere quale sia il suo odore.» Quindi, cari amici, state alla larga dal puzzone Scalfari. Pensate piuttosto a Ruby Rubacuori, che mi sembra persona antropologicamente molto migliore del puzzone, e forse non del tutto perduta. Oppure lasciate fare a me, che uso la clava coi servi di Satana.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (133)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 01/07/2013 «Mi sento in dovere di affermare che, senza un cambio di marcia, non riteniamo di poter contribuire a lungo a sostenere una coalizione affetta da crescente ambiguità. (…) Piccoli passi non bastano. Il governo Letta ha iniziato bene, ma la sua missione – trasformare l’Italia in un Paese competitivo e capace di crescere, mantenendo la ritrovata disciplina di bilancio – richiede riforme radicali.» A fare queste critiche è l’ex Presidente del Consiglio, l’ex Super Mario Monti, il cui governo palesava le stesse insufficienze rimproverate a quello di Letta. A quel tempo certe uscite sarebbero state tacciate d’irresponsabilità da quel partito montiano che per una brevissima stagione signoreggiò tra i media. Oggi la claque è sparita ma Monti, nonostante le apparenze, è rimasto lo stesso signore che nella sua vita pubblica ha recitato con garbo noioso la sua parte senza mai uscire dai binari e senza aver mai nulla da dire veramente. Da commissario europeo e da membro di vari salotti internazionali vergava per il Corrierone articoli intrisi di europeismo moraleggiante e vacuo. Da Presidente del Consiglio predicava sobrietà e responsabilità, ma a parte le pose seriose non combinava un tubo. Ora che Scelta Civica, la sua creatura politica, non solo non combina, ma non conta un tubo, si è ritagliato il ruolo di coscienza critica dell’attuale maggioranza di governo e ricomincia a mettere una certa distanza tra sé e il suo disgraziato paese. Ché non si sa mai.

MARIO MAURO 02/07/2013 Quando si crede, non per fideismo ma per solidissime e sante ragioni, nei dogmi, nei miracoli e nella provvidenza, ci si può prendere il lusso di dare generosamente corda al proprio naturale, divertito ma costruttivo scetticismo su tutto il resto dello scibile, senza per questo sentirsi inghiottire dalla nebbia. Ho sempre guardato, per esempio, con una grande sufficienza, mista a scherno, alla presunta efficienza o alla leggendaria diabolicità dei mitici servizi segreti, massimamente quando l’attività di intelligence aveva fini politici. In quel caso l’indipendenza di giudizio e una mente serena vedono più in profondità senza il disturbo di rivoli di verità particolari e di mille spifferi interessati, anche se non per questo gli stati rinunciano all’azione della truppa degli ottusi spioni, nei confronti di amici e nemici. Ragion per cui il “Datagate” mi sembra interessante solo per le reazioni scandalizzate che ha suscitato in Europa, dove all’improvviso abbiamo scoperto una bella fetta di classe politica composta di verginelle. Poteva il nostro ministro della difesa non allinearsi al coro di queste facce di bronzo? Non poteva. Ma Mario Mauro, essendo troppo buono e troppo onesto, ha voluto brillare per solerzia. Mentre altri ostentavano con paragoni davvero un po’ troppo arditi la loro indignazione e la loro inquietudine, lui, a “Repubblica Tv”, e forse proprio per dimostrare di fare sul serio ai republicones, è stato lesto a trarre le possibili conseguenze del grande misfatto: «L’eventualità che le ambasciate europee, compresa quella italiana, fossero spiate a Washington e New York è tutta da verificare», ha detto il ministro, «ma se fosse vero, i rapporti tra Italia e Usa sarebbero compromessi». Compromessi. Addirittura. Non ci crede neanche lui. Eppure lo dice. Perché agli esteri o alla difesa da un po’ di tempo in qua la gente diventa isterica? Caro Mauro, calma e gesso. Si contenga. Non è successo niente.

FLAVIO ZANONATO 03/07/2013 Il ministro per lo Sviluppo Economico è la grande rivelazione del governo Letta. Nessuno l’avrebbe mai detto. Zanonato è un politico della vecchia scuola, funzionario di partito per vocazione, uomo capace di vivere con superiore placidità la sua totale mancanza di brillantezza, imbattibile nell’arte di addormentarvi, come ha fatto con i padovani, della cui città, anch’essa mezza tramortita, è stato sindaco quattro volte. Per fare un figurone tra i molti pivelli del governo Letta gli è bastato smorzare sul nascere ogni trepida attesa e ogni principio d’entusiasmo sul futuro prossimo della nazione. Serafico e quasi di buon umore, infischiandosi dei fischi, lontano anni luce dalle fredde asprezze tremontiane, ha detto papale papale che non c’è una lira, che lo stop all’aumento dell’IVA per ora sta scritto solo nel libro dei sogni, che siamo ad un punto di non ritorno e che siamo ormai impegnati in una corsa contro il tempo per impedire il trapasso della nostra economia. Uno spettacolo. Son cose che ti tirano su, se non altro per la spaventosa ma promettente chiarezza normalmente ascritta a lode di chi sa bene ciò che bisogna fare. Ma Zanonato, da vero fenomeno, ha smorzato anche questo tipo d’entusiasmo. In un’intervista al Corriere della Sera ha rispolverato la retorica dei campioni nazionali, si è detto contrario allo stato imprenditore ma non a quello saggiamente interventista, e ha auspicato l’intervento della Cassa depositi e prestiti «per non disperdere il patrimonio delle grandi imprese italiane» ecc. ecc. Tranquillo tranquillo, come sempre.

IL LUNCH BEAT 04/07/2013 Arriva anche in Italia il Lunch Beat. Se ne sentiva in effetti la mancanza. Il Lunch Beat sarebbe un nuovo concetto di pausa pranzo, un modo rivoluzionario per dimenticare completamente le rogne, il gergo, i tic del vostro lavoro di merda e per rilassarvi veramente – ma veramente – per un’ora. A Torino lo stress sarà combattuto e vinto nel modo seguente. Acquistate un kit da 7 € comprendente un panino, una bottiglietta d’acqua e un caffè. Buttato giù tutto quel ben di Dio, un DJ set, approntato nel locale scelto per il rito di purificazione, vi aspetta per il ballo. S’intende che per non perder tempo potete anche ballare masticando, col panino in una mano e la bottiglietta nell’altra. Il tutto infatti deve svolgersi rigorosamente dalle 13.00 alle 14.00: siate puntuali. Ballare è obbligatorio. E’ altresì vietato parlare di lavoro. L’imperativo è divertirsi, senza alcool e trasgressioni. E’ fondamentale che capiate la filosofia del Lunch Beat, per poterne sfruttare a fondo le potenzialità. Non dovete prendere sottogamba questa faccenda. Lo stress va ucciso, minuto per minuto, secondo per secondo. Non deve restarne traccia. Spiega l’organizzatore della prima torinese Enrico Pronzati che il Lunch Beat, a differenza delle normali pause pranzo vissute alla carlona, da debosciati, «concentra invece in un’ora relax, divertimento e possibilità di fare nuove conoscenze». Concentra, avete capito? Non perdete un minuto dunque. Cogliete l’attimo. Mettetecela tutta. Tanto avrete tutto un pomeriggio di lavoro per riposarvi.

BARACK OBAMA 05/07/2013 Il commento più divertente sul colpo di stato che ha destituito il presidente egiziano Morsi è stato fatto dal presidente siriano Bashar al-Assad. Fin troppo ringalluzzito dalla piega sfavorevole che la primavera araba sta prendendo nel suo paese, e così laicamente illuminato da non prendere in nessuna considerazione le potenzialità jettatorie delle sue parole, l’angioletto Bashar, contento come una pasqua, ha detto: «Questo è il destino di chiunque nel mondo provi a usare la religione per interessi politici o di parte. L’esperienza di governo dei Fratelli musulmani», che perfidamente il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zouby aveva appena definito come un’organizzazione terroristica strumento degli USA, «è fallita prima ancora di cominciare, perché va contro la natura del popolo». Il controrivoluzionario dittatore siriano sta perciò con l’eroico popolo della primavera egiziana che manifesta in piazza e coi militari golpisti, tutti unanimi nel descrivere il colpo di stato contro un presidente democraticamente eletto come la rivincita dello spirito rivoluzionario e, s’intende, veramente democratico, tradito dal governo Morsi. Basta questo esempio di teatro dell’assurdo per capire tutta la scelleratezza dell’atteggiamento servile e furbacchione dell’amministrazione Obama nei confronti delle primavere arabe. Nel teatro egiziano prima ha avallato il colpo di stato contro l’amico di una vita Mubarak, senza nemmeno provare a perorare la causa di una transizione morbida dal regime di quell’autocrate bonaccione, e senza capire che nel migliore dei casi una rivoluzione non poteva produrre che una democrazia ad immagine e somiglianza della fratellanza musulmana, che poi ha creduto di poter circuire con la cooperazione economica. Adesso ha avallato di fatto anche il colpo di stato contro Morsi, nonostante ne abbia ricordato la legittimità dell’investitura, e nonostante le inquietudini, anche perché in piazza Tahrir i venticelli anti-americani si fanno sempre più forti. Per molti aspetti quest’ultimo sussulto rivoluzionario somiglia molto ad una controrivoluzione. Ma non si può dirlo: la rivoluzione è santa e ha sempre ragione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (76)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONELLO VENDITTI 28/05/2012 A riprova che certi miti sono inossidabili, Beppe Grillo, l’uomo nuovo della politica italiana, cita una canzone di Antonello del 1978 che racconta dell’arrivo miracoloso, bomba o non bomba, della democrazia a Roma. “E’ il cammino di Grillo e di tante persone che sperano che ci sia la democrazia in Italia”, commenta compiaciuto il cantautore romano, il quale, peraltro, non sembra che durante la sua quarantennale carriera abbia molto sofferto a causa dell’incompiuta democrazia italiana. I censori anzi gli fecero un favore quando, nel 1977, sotto il regime della Democrazia Cristiana, lo spinsero a cambiare le parole di “Compagno di scuola”: “la ragazza che l’ha data a tutti meno che a te” divenne, grazie a Dio, quella che molto meno sguaiatamente “filava tutti meno che te”. Già nel 1969 Flaiano aveva scritto che tra i molti vantaggi dell’iscrizione al Partito Comunista, cui guardavano allora gli orfani della democrazia, c’era una solidissima garanzia di fondo: “nessuna perdita in caso di persistenza del Sistema”. Invocare la democrazia nel nostro paese è un affare che ha dato prova di straordinaria e gattopardesca continuità. Parafrasando lo scrittore romano de Pescara, oggi possiamo dire: se invochi la democrazia puoi essere un fesso, se non la invochi sei un fesso. Sempre che ci sia un regime, sennò la cuccagna è finita.

ALFREDO DAVANZO 29/95/2012 I vecchi brigatisti, i nuovi brigatisti, i semibrigatisti, i parabrigatisti, insomma tutta questa famiglia di imbecilli rivoluzionari, lungi dall’essere dei sovvertitori del pensiero dominante, ne sono i più pedanti e conseguenti pappagalli. Ecco allora che oggi sulla scena s’avanza Davanzo, a ripetere il verso proprio di questa fauna ottusa: «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema.» ha detto, indirizzandosi al giuslavorista Ichino. E ancora: «C’è una guerra di classe in corso… eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema.» Dove altri hanno il buon gusto e la furbizia di fermarsi alle chiacchiere, sicuri di aver fatto quel giusto primo passo, quel giusto inchino che introduce ad una brillante carriera, questi coglioni vanno a cacciarsi nei guai menando un po’ troppo le mani. Poi, per amor proprio, non volendo ammettere di essere stati infinocchiati, diventano terroristi fatti e finiti. Anche il terrorismo ha il suo lato ridicolo.

BARACK OBAMA 30/05/2012 “Il massacro di Hula e tutti gli attacchi avvenuti in Siria rappresentano il vile testamento di un regime illegittimo che risponde alla pacifica protesta con brutalità indicibile e disumana.” Così dice il presidente americano, animato da un pathos democratico un po’ troppo teatrale per non nascondere qualcosa. Che il regime sia illegittimo è opinabilissimo: ci sono ancora tante dinastie pochissimo liberali in giro per il mondo, che nessuno discute, tipo il Bahrain, per fare un nome a caso; ed inoltre, da quando con pieno merito la Siria è nell’elenco informale degli stati-canaglia mai, che io ricordi, è stata messa in questione dal bel mondo democratico la legittimità del regime degli Assad, una fisima salottiera per un paese che dopo la fine del periodo coloniale, nel 1946, conobbe non meno di una dozzina di “fisiologici” colpi di stato. Ma a parte questo, in effetti i tredicimila morti di cui si parla costituiscono una bella montagna di cadaveri. Bastò moltissimo meno, bastarono le bubbole di Al Jazeera perché tu, David e Nicolas, vi decideste a spezzare le reni al regime di Gheddafi, a fare lo scalpo a uno che era andato in pensione da tempo, col vostro beneplacito, dalla professione di piantagrane internazionale, per farvi belli a prezzi di saldo presso l’opinione pubblica democratica e quella islamica. Per soddisfare questo capriccio prendeste per i fondelli pure la Cina e la Russia, che adesso sul caso Siria se la prendono comodissima, il modo molto urbano della diplomazia di mostrare il dito medio.

GIORGIO NAPOLITANO 31/05/2012 Da quando è presidente della Repubblica Re Giorgio passa il tempo a fare da tutore ai politici. Sollecita, suggerisce, ammonisce, incalza, allude, addita, mette in guardia, bacchetta, rispedisce al mittente, indica la via: un vero timoniere presidenziale. Per questo, anche sull’adombrata riforma semipresidenziale ha qualcosa da dire: “Il presidente della Repubblica deve essere una figura imparziale, al di sopra delle parti, così come l’hanno voluto i costituenti della Repubblica Italiana nel 1946.” Premesso che non si capisce per quale misterioso motivo a quei formidabili costituenti sia stato dato il potere di riplasmare l’Italia una volta per tutte fino alla fine del mondo, credo di arguire che quei formidabili costituenti nella figura imparziale, al di sopra delle parti, vedessero un augusto signore uso ad aprire la bocca lo stretto necessario, e non una suocera petulante che s’immischia tiranna in tutto.

MICHELE RUGGIERO 01/06/2012 Non hanno fatto in tempo, gli ex furbetti del quartierino (li chiamiamo così, ex, perché anche a noi ogni tanto piace professare il roboante culto della legalità), ad essere assolti in Appello (con la sola eccezione dei furbetti della pattuglia post-comunista), che la nostra magistratura ha sparato un’altra delle sue magistrali cannonate, che il mondo ormai comincia a conoscere, e a temere. Il pm della procura di Trani ha chiesto alla Consob di valutare il blocco dell’operatività per l’agenzia Standard & Poor’s: l’agenzia di rating sarebbe colpevole di aver provocato deliberatamente «una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari». Siccome non ci crede nessuno, a parte i fissati delle associazioni dei consumatori del Belpaese, che sono anche più pazzi dei grillini, il pm ha scommesso sull’efficacia della ridondanza, miserabile espediente che tuttavia non manca mai di imbambolare la truppa robusta degli sciocchi, osando scrivere cose orribili, come «fatti di rilevante offensività» o «artifici concretamente idonei»: cose che neanche il pessimo Zamarion, nei suoi sogni più trasgressivi, arriverebbe mai a concepire.

Crisi libica: l’isolamento di Obama, Cameron e Sarkozy

La crisi libica rischia di avere un significato molto più importante di quanto la modesta portata del conflitto potrebbe far pensare. Era stato il vostro tuttologo di sfiducia ad anticiparlo tre settimane fa. Son cose che riescono più spesso ai dilettanti che godono il privilegio di spararle grosse in perfetta libertà, che alle ammosciate penne dei grandi giornali, le quali, si sa, hanno una reputazione da difendere. Ecco qua comunque la profezia:

Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni.

Un intervento sconclusionato, non di rilievo veramente strategico, giacché Gheddafi si era già “arreso” all’Occidente, nel quale la manifesta pretestuosità dei motivi umanitari e “democratici” (su questo non mi ripeterò) si sposava alla mancanza di perentorietà e di forza nell’azione militare. Il velleitario Sarkozy ha sbagliato, anche se per motivi opposti, dove sbagliò pure il velleitario Chirac ai tempi della seconda guerra del golfo: nella sopravvalutazione del peso della Francia nel contesto internazionale dopo il crollo del blocco sovietico e nella sottovalutazione di quello dei paesi emergenti. Allora fu De Villepin a cercare d’ingraziarseli e di cooptarli in funzione antistatunitense con un famoso discorso all’ONU che ebbe molti applausi, ma che certo non diede alla Francia la leadership sperata. Questa volta Sarkozy, nonostante la cortissima coperta della risoluzione ONU, sperava nella regola del silenzio/assenso. Il guaio è che ha trascinato nell’errore i due bambolotti che guidano gli Stati Uniti e il Regno Unito.

E così l’altro giorno, dopo che già l’Unione Africana aveva sostenuto la necessità di un dialogo fra il governo libico e gli insorti, al vertice di Sanya (Cina) i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, un imponentissimo pezzo di demografia, territorio ed economia mondiale – si sono dichiarati contrari all’uso della forza per risolvere la crisi in Libia e hanno criticato i bombardamenti della Nato. Posizione che ha incassato subito l’approvazione del vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, il quale, dopo aver ribadito all’agenzia vaticana Fides la necessità di una forma di diplomazia “che rispetti la realtà libica” – parole misurate ma già assai significative – ha detto: “In questo senso ho apprezzato la posizione dei BRICS. Mi sembra molto saggia perché privilegia l’azione diplomatica sull’uso della forza”. Subito dopo Obama, Cameron e Sarkozy hanno replicato congiuntamente in un articolo pubblicato su quattro quotidiani – Le Figaro, The Times, The International Herald Tribune e Al-Hayat – con quella che sembra insieme una dichiarazione d’impotenza, una richiesta di comprensione all’opinione pubblica mondiale e una excusatio non petita: “Non si tratta di spodestarlo con la forza”, si legge nell’articolo, “ma è impossibile immaginare che la Libia abbia un avvenire con Gheddafi”, e “che qualcuno che ha voluto massacrare il proprio popolo giochi un ruolo nel futuro governo libico”.

La realtà che invece nessuno poteva immaginare fino a qualche mese fa è che i tre moschettieri si sarebbero cacciati in un cul-de-sac dal quale molto difficilmente usciranno vincenti. Di volenterosi entusiasti non se ne vedono all’orizzonte, a parte il Qatar, nota potenza in grado di spezzare le reni ai castelli di sabbia del deserto arabico, mentre i paesi europei si sono tutti imboscati. Questa operazione “troppo facile” all’inizio per essere non tanto disinteressata, che sarebbe stato chiedere davvero troppo, ma almeno inquadrabile in un giustificato, responsabile, condiviso disegno strategico occidentale; quest’impresa guerresca troppo facilmente trascurata dalle orde dei pacifisti; questa missione civilizzatrice troppo facilmente benedetta dai media nel nome di una insostenibilmente facile retorica democratica; insomma, questa cavolata bella e buona non trova solidarietà in Occidente perché puzza di falso lontano un miglio. Ma intanto è andata avanti, senza che si veda la minima luce in fondo al tunnel. Operazioni di terra senza l’appoggio di una nuova (e impossibile nel senso auspicato dai tre) risoluzione ONU, oltre che difficilmente accettabili dalle opinioni pubbliche europee ed americane, apparirebbero come una prova della protervia dell’Occidente: e nella storia, si sa, quanto più un re per il resto debole, “illuminato” e conciliante s’impunta, tanto più facilmente si manifesta l’odio contro di lui. Perfino una riuscita operazione d’intelligence volta all’eliminazione fisica di Gheddafi appare a questo punto come un grande azzardo: la vicenda è oramai di tale chiara lettura che nessun velo d’ambiguità potrebbe metterla al riparo dalle reazioni di mezzo mondo.

Incaponirsi in questo imbroglio come per adesso mostrano di voler fare, a parole, i tre vanagloriosi moschettieri – e il Consiglio Nazionale di Transizione Libico, il cui jusqu’au-boutisme, per dirla alla francese, così anche BHL capisce, non sembra molto più sensibile di quello dei fedeli del Raiss alle sofferenze del “popolo libico” – rischia di fare solo danni. Berlusconi finalmente si è mosso, dicendo chiaro e tondo che l’Italia non parteciperà ai bombardamenti, mettendo così fine ai tentennamenti del ministro degli esteri e all’inopportuno attivismo pro-ribelli dell’assai garrulo portavoce della Farnesina Maurizio Massari. Sullo sfondo, per l’Italia (e per la Turchia) un non impossibile ruolo di mediazione se saprà farsi avanti al momento giusto, da capitalizzare, come indennizzo, nel dopoguerra.

Questa contenuta ma ferma alzata di scudi dei BRICS è solo la prima manifestazione di quello che sarà uno scontro/confronto ineludibile nel XXI secolo. Conosciamo benissimo l’enormità dei danni collaterali che l’avvento dei tempi di democrazia ha causato in Europa nell’ultimo quarto di millennio: i totalitarismi, per esempio, versione illiberale dell’universalismo che è proprio della democrazia, o i nazionalismi aggressivi che scaricano all’esterno la pressione derivante dalla difficile gestione delle istanze democratiche di massa al proprio interno. L’Occidente ricco e maturo si confronterà e si scontrerà a lungo con un mondo in tumultuoso sviluppo economico ma democraticamente ancora immaturo, prima che quest’ultimo diventi, anch’esso, “Occidente”. Dispiace che l’esordio veda l’Occidente dalla parte del torto. Ma a parte questo piccolo dispiacere, sicuro che agli spiriti più perspicaci il succo nobile ed elegante di tutta la faccenda non sia sfuggito fin dall’inizio dell’articolo, son pronto tuttavia a ribadirlo ai più tardi di comprendonio. Ed è questo: IO L’AVEVO DETTO.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Crisi libica: Silvio, è ora di muoversi

Avete notato? I bollettini di guerra che arrivano dalla sponda sud del Mare Nostrum oramai sono stati derubricati a notizie di seconda e terza fila. Leggo per esempio sul sito internet del Sole24Ore: “La tensione resta altissima in Libia”. Tensione? Che razza di titolo è per una guerra? La ragione di questa retrocessione è semplice: ci si annoia. Infatti, a parte qualche sfortunato che ci rimette ogni tanto la pelle, e che anche dopo morto si chiede perché cavolo è toccato proprio a lui di dire addio alla parabola terrena in una farsa di guerra e non in una guerra vera; a parte le continue lagne dei partigiani bengasini che ancora si chiedono perché i loro liberatori occidentali avessero promesso che, niente paura, ci capiamo, siamo fra uomini, voi ci mettete la faccetta olivastra e i moschetti dell’era giolittiana, anche per la gioia dei nostri pubblicitari, e al resto pensiamo noi, e ora invece non si fidano neanche di mettere la loro faccetta bianca fuori della carlinga degli aerei; a parte questo, non succede un bel niente: le sabbie mobili e infuocate del deserto hanno inghiottito tutto, compreso l’imbarazzo di chi ha promosso questa mattana, e di chi l’ha applaudita.

L’Italia ha cercato di resistere ai diktat franco-britannici-americani, ma non ha resistito abbastanza. Riconoscere ufficialmente il gruppetto bengasino come “unico” rappresentante della nuova Libia ed accettare la pregiudiziale della dipartita di Gheddafi sono state due sciocchezze che ci hanno tolto importanti munizioni diplomatiche da gestire in proprio, tanto più che la risoluzione ONU non le contempla affatto, tanto più che fin dall’inizio hanno sbattuto contro la realtà dei fatti, e tanto più, infine, che vanno con ogni probabilità contro i nostri interessi. Domani (martedì) il capo del Consiglio nazionale di Transizione di Bengasi, Mustafa Abdul Jalil, sarà a Roma dove incontrerà Frattini, Napolitano e in serata Berlusconi. E’ meglio che il presidente del consiglio metta la museruola a Frattini e non prometta un bel nulla. Il 14 aprile al Cairo ci sarà poi una conferenza internazionale sulla Libia con la partecipazione dell’ONU, la Lega Araba, l’Unione Africana e l’Organizzazione della Conferenza Islamica. Nel frattempo è sempre più chiaro che i giovanotti che hanno combinato la frittata, Sarkozy, Cameron & Obama, non hanno la più pallida idea di come venirne fuori. Soprattutto il primo, che ha scommesso sulla “virtù” di un machiavellismo a costo zero, tanto pensava facile la partita, e invece si ritrova con un’altra rogna dopo quella in Costa D’Avorio, dove l’unilateralismo “democratico e umanitario” francese ha aggravato più che composto gli odi fra le fazioni in quella che è ormai una guerra civile.

La verità è che giorno dopo giorno il colonnello sta ridiventando un “interlocutore”. Dirlo non si può. Ma tenerlo a mente è un dovere. La posizione dei paesi occidentali si sta indebolendo a vista d’occhio. E questo non può sfuggire all’attenzione delle potenze emergenti. Prima o dopo, se non sarà l’Occidente a prendere atto della situazione di stallo, saranno esse, incoraggiate, a farsene interpreti. Le prime avvisaglie ci sono già: mentre l’Unione Africana chiede l’immediata cessazione delle ostilità allo scopo di promuovere un dialogo tra il Consiglio di Transizione e il governo di Gheddafi, la Lega Araba, per colpire al fianco l’Occidente, e per saggiarne la “correttezza democratica”, ossia per rispondere alla demagogia con la demagogia, chiederà all’ONU di imporre una no-fly zone su Gaza per l’aviazione israeliana.

Se il regime change non si vede neanche col binocolo, l’Italia ha tutto l’interesse di anticipare con una propria iniziativa questo change of strategy. Nonostante le posizioni fin qui a malavoglia assunte, ne ha il diritto. In forza dei danni che il nostro paese continua a subire nell’indifferenza ostentata dall’Europa, e in forza dell’impotenza di chi questa guerra ha voluto. Sarebbe il colmo doversi adeguare ad un change of strategy che silenziosamente incombe – dopo aver avuto ragione, aver obbedito per causa di forza maggiore alle ragioni dell’alleanza, essersi letteralmente imbarcati in un mare di guai – senza coglierne i frutti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (7)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FILIPPO ROSSI 31/01/2011 Il direttore di Farefuturo, webmagazine della futuribilissima destra decente & intelligente, per ingraziarsi il bel mondo che conta scrive sul Fatto Quotidiano: non per fare il bastian contrario, ma per lisciare il pelo ai devoti delle manette, coi quali va d’amore e d’accordo, tono melodrammatico compreso. Ora pure lui, insieme con tutto il gregge, nel giro di un mese ha cambiato idea: tutti al voto, per “azzittire le trombe della propaganda di Arcore che, nonostante l’evidenza, continuano a raccontare un consenso plebiscitario nei confronti di Re Silvio”. Questione “di vita e di morte per la democrazia italiana”. Tutte, e diconsi tutte, le opposizioni dovrebbero allearsi. Chi disertasse, si accollerebbe una “responsabilità atroce”. Mah. Che Bunga Bunga, “nonostante l’evidenza”, sia ancora piuttosto forte?

ITALO BOCCHINO 01/02/2011 Ci risiamo. Ancora una volta lo scoppiettante muezzin di Futuro e Libertà ci omaggia delle sue stentoree certezze: “Anche Ben Alì all’inizio non voleva lasciare. A breve il premier sarà costretto a dimettersi.” A breve. Ostrega. Se lo dice Italo, che la sa lunghissima, il fedifrago Cavaliere rischia di arrivare una volta tanto alle nozze d’argento. Con la politica.

MASSIMO FRANCO 02/02/2011 Sapete com’è: dopo aver fatto marameo il 14 dicembre, il Caimano rischia ora d’incollarsi per altri due anni al trono, con tanti saluti alle bronzee facce del Corriere. “Purtroppo, però, è quanto sta accadendo.” Cosa? L’arruolamento di singoli deputati da parte del filibustiere. Ma non sarà altro, naturalmente, che un dannoso tirare a campare… sì sì… campa cavallo… E poi ci sono le “tentazioni della Lega”… sì sì… aspetta e spera che già l’ora s’avvicina… A questo punto “per colpa di tutti” il male minore sono le elezioni. Quelle che noi non volevamo: io non lo dico, voi dovete capirlo. Abbiamo perfettamente capito; e diciamolo: questo si chiama parlar chiaro! Da uomini! Ma perché tutte le mezze calzette se le pappa il Corriere?

BARACK OBAMA 03/02/2011 Dopo due anni di presidenza gioca ancora al piccolo democratico, aggredendo le crisi con frasi fatte e punti esclamativi. Ora quel paesetto che è l’Egitto è sull’orlo del collasso. E mentre il nostro non fessacchiotto e assai temprato Berlusca auspica sì un passaggio indolore di regime, ma – calma a gesso – ha anche il coraggio di dire (sissignori) che “c’è molta differenza tra cosa pensano 80 milioni di egiziani e che cosa pensa un milione o due che sono in piazza”, che mi sembra tra l’altro un pensierino assai democratico (sissignori), il superpresidente, anche dopo la rinuncia di Mubarak a ricandidarsi, considera opportuno che “il processo di transizione inizi immediatamente”: i guai, insomma, li vuole tutti e subito.

GASPARE SPATUZZA 04/02/2011 Ovvero l’uomo che parla come un pentito stampato. Un annetto fa disse di aver fatto parte di un’associazione “terroristico-mafiosa”, neanche fosse Luciano Violante o Peter Gomez. Tre mesi or sono chiese scusa alla “società civile, che abbiamo violentato e oltraggiato”. Oggi si “inginocchia davanti allo Stato” e chiede perdono a Firenze dove era arrivato “da terrorista, per colpirla al cuore”. Parla italiano a meraviglia, finalmente, “u Tignusu”: si sente che è andato a scuola.