Una settimana di “Vergognamoci per lui” (157)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 16/12/2013 Nel suo primo discorso da segretario della Lega Matteo doveva spararla grossa e l’ha sparata nel più frusto dei modi: «L’Euro», ha detto infatti, «è un crimine contro la nostra umanità». Ha anche aggiunto che per l’indipendenza della Padania i suoi sono pronti a disubbidire: «abbiamo centinaia di sezioni pronte a essere centri di lotta e di controinformazione». “Crimini contro l’umanità”, “centri di lotta e di controinformazione”: dovete capirlo, Matteo usa questo linguaggio da soldatino dell’antagonismo perché il suo cuore in gioventù fece in tempo a battere per l’estremismo rosso, tanto che alle elezioni del Parlamento Padano del 1997 fu il candidato dei Comunisti Padani. Dal Comunismo Padano al Socialismo Nazionale Padano non c’è che un passo e infatti col tempo Salvini è diventato un forzanovista padano meno tradizionalista, acculturato e romantico di quelli italici. E con queste premesse Matteo non poteva che essere, naturalmente, anche il più antiberlusconiano dei leghisti.

EUGENIO SCALFARI & BARBARA SPINELLI 17/12/2013 Cronache esilaranti dall’Olimpo dell’Italia Migliore. Svelenito dall’espulsione dal parlamento del Pregiudicato, Eugenio Scalfari si è ormai abbandonato senza più infingimenti a quello spirito termidoriano che tanto si addice alle barbe dei vegliardi giacobini. E’ diventato lettiano, e perfino su Alfano non sputacchia. Per Travaglio e Grillo mostra invece il solito disprezzo e per le intemperanze di Renzi aperta insofferenza. E’ così disgustato da questa brodaglia di demagogia e velleitarismo che nell’attaccare il cripto-grillismo della sua carissima collega e amica Barbara Spinelli non esita a richiamare dall’oltretomba il fantasma del suo illustre padre. Toccata sul vivo dal cattivo gusto di questa scomunica, la sua carissima collega e amica accusa il perfido nonnetto di “violenza”. In quanto al Movimento 5 Stelle, afferma che va ascoltato: «non è solo l’Italia peggiore che ha votato per lui a febbraio.» Dice proprio così (mi son quasi commosso): «l’Italia peggiore». E chiude con queste parole: «è inutile e quantomeno scorretto accusare Grillo di condannare alla gogna i giornalisti, quando all’interno d’una stessa testata appaiono attacchi di questo tipo ai colleghi». Che è come dire – quantomeno – che per certe pratiche non proprio simpatiche si ispirano tutti alla scuola de “La Repubblica”.

ENRICO LETTA 18/12/2013 «Nonostante molti fuori da qui non ci credessero, abbiamo mangiato il panettone e se continuiamo a lavorare bene contiamo di mangiarlo anche il prossimo anno». Così ha detto ieri un gasato Enrico Letta rivolgendosi ai dipendenti della Presidenza del Consiglio. La convivialità del discorsetto è stata un po’ infelice visti i tempi di magra, e difatti è stata subissata dai fischi del popolo del web, ma io, che non sono malizioso, non me ne sono affatto scandalizzato. Anche perché, lo ricordo agli indignados di giornata, il panettone è ormai da decenni il più plebeo ed economico dei dolci e dei piatti natalizi, e forse l’unico lusso commestibile a portata dei morti di fame nei giorni delle feste. Ma non capisco proprio in cosa consista la grande impresa della squadra di Letta. Il suo governo è figlio delle larghe intese, è stato benedetto dal Presidente della Repubblica, da Bruxelles, dai Vescovi, da Confindustria. Ciononostante non ha combinato un bel nulla. E’ questa per lui è stata una rivelazione. Perché ha scoperto come fosse possibile nei momenti di crisi puntellare la propria posizione senza muovere un dito, lasciando che fossero i partiti a logorarsi fra di loro. E’ stata una riscoperta dell’arte resistenziale democristiana. A Letta son bastati appena otto mesi (scarsi) per deliziarsene.

CHARLOTTE GAINSBOURG 19/12/2013 A detta dell’attrice francese, sul set di “Nymphomaniac”, l’ultima opera del noto malato di mente Lars Von Trier, le cose funzionavano sostanzialmente così: «Io e Shia Labeouf, Stellan Skarsgård, Willem Dafoe, Uma Thurman e Stacy Martin (…) non abbiamo mai fatto sesso davanti alla cinepresa. Ho accettato di mostrarmi nuda, ma per le scene più spinte entravano in azione le controfigure (…) c’erano due cast completi – noi attori tradizionali e loro attori porno – che si alternavano continuamente». E’ consolante per noi mortali scoprire questi residui di doppiezza borghese in gente di così larghe vedute. Se all’arte di questi bolsi e noiosissimi aedi della trasgressione è lecito sacrificare ogni pudore perché non partecipare in pieno alla grande impresa? Ci si vergogna forse della grande arte del grande maestro? Subappaltare copule ed eiaculazioni a dei professionisti del sesso è forse più dignitoso che esibirle schiettamente in prima persona, una volta che si è avallata la magnifica operazione? Non ci siamo proprio. Non capisco proprio come Lars possa sopportare questa gentucola. O forse anche lui è un filisteo.

L’ANCI 20/12/2013 Mettiamo che sia vero. Mettiamo che, come dice il presidente dell’Anci Piero Fassino, la legge di stabilità «configura una secca ed inaccettabile riduzione delle risorse a disposizione dei Comuni con gravi ed inevitabili conseguenze sulla erogazione dei servizi ai cittadini e sulle condizioni di vita di milioni di persone e di famiglie». Ma sono vent’anni ormai che lo stato è incatenato al proprio debito pubblico, è da un lustro che siamo piombati nella Grande Recessione, ed è da un bel pezzo che tutti hanno capito che agli enti locali è stato chiesto di arrangiarsi fino a nuovo ordine per il bene della patria. E anche se fosse ingiusto, a che serve ogni volta lagnarsi dell’inevitabile? I brutti tempi servono per farsi venire buone idee. E la necessità aguzza pure l’ingegno dei cretini. Non posso credere che in una così valorosa associazione, rappresentata da un Presidente, un Segretario Generale, un Ufficio di Presidenza, un Consiglio Nazionale, un Comitato Direttivo, un Comitato di Indirizzo Scientifico, e organizzata intorno ad una trentina di Uffici e Dipartimenti vari, una ventina di Commissioni, una ventina di Sedi Regionali, ecc. ecc., non ci sia gente in grado di raccogliere la sfida e con una voglia matta di far vedere a quei cazzoni del governo cosa sono capaci di fare, loro, con le misere risorse a propria disposizione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (120)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO TRAVAGLIO 01/04/2013 Il fustigatore del Fatto Quotidiano rimprovera al M5S di aver perso un’occasione storica per liquidare il berlusconismo, per cambiare le sorti di questo paese e incamminarlo finalmente sulla via gloriosa della «democrazia compiuta», la «società perfetta» che è nei cuori di legioni di democratici antidemocratici. Una sciocca paura essere di accomunati alla corrotta partitocrazia, una malintesa caparbietà ha confuso la menti degli inesperti grillini. Costoro sono saliti al Quirinale per pretendere un impossibile incarico senza fare peraltro alcun nome: in breve per fare gli sbruffoni con l’ostentazione di tutta la loro purezza. Se invece di questa alzata d’ingegno da dilettanti si fossero presentati «con una proposta chiara e netta: un paio di nomi autorevoli per un governo politico guidato e composto da personalità estranee ai partiti», nomi come Zagrebelsky e Settis, e di altri campioni indiscussi della «società civile» nel cui fanatismo il M5S poteva riconoscersi almeno in parte, il Pd e Bersani, e qualsivoglia parlamentare immune da berlusconismo, nel senso più largo del termine, non avrebbero mai potuto dire no senza cadere nell’infamia. Questo è un classico, intimidatorio ricatto giacobino. Bersani usò una variante buonista dello stesso metodo quando propose Grasso e la Boldrini per la presidenza delle Camere. Il suo era un tentativo di sedurre o quantomeno di spaccare il M5S con i nomi di due altri campioni indiscussi della «società civile». Travaglio fece fuoco e fiamme e nella sua stolida purezza ridusse Grasso in pochi giorni al rango di lacchè di Berlusconi. Se non l’avesse fatto, magari i grillini avrebbero avuto la lucidità necessaria per accogliere astutamente la mossa di Bersani come prologo necessario alla geniale contromossa oggi auspicata dallo stratega del manipulitismo italico. L’ennesima dimostrazione, comunque, che in assenza di una vera trasformazione, anzi, di una «conversione» socialdemocratica, la sinistra resta divisa tra il giacobinismo dalle buone maniere e quello dalle cattive maniere.

GUIDO ROSSI 02/04/2013 A me sembra che i suoi articoli da vecchio saggio su “Il Sole 24 Ore” non abbiano né capo né coda, e si limitino a spolverare un sempre aggiornato conformismo con un moralismo compunto scortato sui due lati da una stuola di nomi illustri, seguendo in quest’ultimo aspetto l’esempio dell’imbattibile Barbara Spinelli. Per metter fine allo stallo politico italiano, condizionato da una democrazia malata che ha dato due terzi dei voti a due forze politiche irresponsabili, nel suo ultimo articolo ha riproposto il teorema di Cuccia: le azioni si pesano e non si contano. Naturalmente nel nome della democrazia. Questo è il succo dei suoi paludati ragionamenti. Non voglio dire che voi non lo possiate cogliere. Ho solo il timore che i nomi di Benedetto Croce, di Nicolò Cusano, di Papa Francesco, di Alexis de Tocqueville e di Nicolò Machiavelli, e che ridicole parolette d’ordine dell’antiberlusconismo, come “egolatria” e “egoarca”, vi possano accecare. Anche perché non è affatto detto che dei grandi di cui si fa scudo capisca veramente molto. Per esempio, secondo Rossi, per Tocqueville il «fine ultimo della democrazia» è «una maggior eguaglianza di condizioni economiche dei cittadini». Ma Tocqueville non diceva affatto questo. Diceva che i «tempi di democrazia» erano caratterizzati dalla «uguaglianza delle condizioni», e non si riferiva affatto in primo luogo alle condizioni economiche. Tocqueville riteneva inevitabile l’avvento di questi tempi, e riteneva che in se stesso ciò fosse una cosa buona. Ma solo come il frutto di un lungo processo storico naturale. Tocqueville non santificava la democrazia – tanto che previde le forme terribili che il «dispotismo» avrebbe potuto assumere in «tempi di democrazia» – né condannava i regimi aristocratici. Anzi, dimostrava come proprio là dove l’aristocrazia era veramente viva, ed aveva un ruolo attivo nell’economia e nel governo del paese, come in Inghilterra, essa tendesse sempre più ad unire i suoi destini a quelli della borghesia, in modo tale che dai «tempi di aristocrazia» si passasse senza cesura evidente ai «tempi di democrazia». Per Tocqueville la democrazia non aveva alcun «fine ultimo». I «fini ultimi» della democrazia stanno nell’armamentario dei demagoghi, cui piace la piatta uguaglianza di una massa di schiavi. Ne “L’Antico Regime e la Rivoluzione” Tocqueville cita Mirabeau: “Meno di un anno dopo l’inizio della Rivoluzione, Mirabeau scriveva segretamente al Re: «Confrontate il nuovo stato di cose con l’Antico regime (…) L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta uguale facilita l’esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l’autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione». Era questo un capire la Rivoluzione da uomo capace di guidarla.”

CASAPOUND 03/04/2013 Per giungere a una sua compiuta sgangheratezza alla vicenda dei marò mancava solo il tocco esilarante. Ora l’abbiamo, grazie allo smagliante contributo degli italiani tutti d’un pezzo, riunitisi davanti a Montecitorio per protestare contro un governo imbelle al motto di “Riprendiamoci i nostri soldati”. Magari con un blitz. Una pensata davvero magnifica. Dovete capirli: questi tromboni fanno parte integrante, pure loro, di quell’eterna Italietta che mostrano di disprezzare; la stessa che ha riservato loro una parte in commedia alla quale non vogliono assolutamente rinunciare. Tanto è comoda.

BARBARA SPINELLI 04/04/2013 Anche se è una democratica notoriamente molto schizzinosa, a Barbara Spinelli Grillo in fondo non dispiace. Peccato solo che il vaffanculista abbia la testa oltremodo dura, e diffidi di tutti, anche delle forze politiche con le quali potrebbe lavorare per il bene dell’Italia. S’intende che di questa diffidenza è colpevole Berlusconi, sempre lui poveraccio, colui che ha sputtanato definitivamente la classe politica italiana. Della commissione dei dieci saggi nominata da Napolitano Barbara pensa il tutto il male possibile. Vede in essa il segno di una chiusura partitocratica della classe politica nei confronti delle istanze che la società civile ha espresso col voto. Questa pericolosa «oligarchia di sapienti» vuole solo «escludere l’alieno Grillo», quando l’alieno vero è Berlusconi, sempre lui poveraccio. E questo vuol dire ferire la democrazia. Così scrive su “La Repubblica”: “È con la forza dell’inerzia che quest’ordine fa oggi quadrato contro Grillo, per neutralizzarlo e spegnerlo. Sbigottito dalla democrazia partecipata e dalle azioni popolari, il vecchio sistema si cura coi veleni che ha prodotto, indifferente alla vera nostra anomalia che è Berlusconi: anomalia che spiega Grillo e le sue rigidità. I veleni sono le cerchie di potenti, legati ai partiti e non all’elettore, e si sa che la democrazia, quando si moltiplicano le domande cittadine, secerne le sue ferree leggi delle oligarchie. «I grandi numeri producono il potere di piccoli numeri», disse tempo fa Gustavo Zagrebelsky: «L’oligarchia è l’élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica in res privata.» Anche tre anni fa bisognava far fuori Berlusconi, sempre lui poveraccio. Ma allora il Caimano era al governo. Il problema non era quello delle «oligarchie di sapienti” ma quello di una debordante democrazia che solo i cafoni possono apprezzare. Così scriveva su “La Stampa”: “Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi.” Niente di nuovo. E’ un giochetto vecchio come il cucco. Sanno sempre tutto loro. Loro chi? Ma loro, la vera Oligarchia dei Sapienti, le Spinelli e gli Zagrebelsky, il Comitato di Salute Pubblica Ombra in seduta permanente. A voi, babbei della società civile, non resta che obbedire.

MAX PAPESCHI 05/04/2013 Mostra monografica a Torino, al Castello del Valentino, dedicata all’artista Max Papeschi. Non ci crederete, ma anche questa cima ha un debole per i colpi ad effetto, ossia per trovatine del kaiser perfettamente prevedibili, di quelle fatte apposta per titillare servilmente la curiosità ebete di gente annoiata ma felice di gratificare il proprio ego intellettuale gustandosi in santa pace boiate autentiche ma autenticate. Sul sito blog del Sommo leggiamo che «Il suo lavoro Politically-Scorrect, mostra una società globalizzata e consumista rivelandone i suoi orrori in maniera ironicamente realistica. Dal Topolino Nazista al Ronald McDonald Macellaio le icone cult perdono il loro effetto tranquillizzante per trasformarsi in un incubo collettivo.» Questo sorprendente cumulo di banalità illustra alla perfezione la missione dell’artista beatamente integrato nella società globalizzata e consumista. Dico sorprendente perché tanta piattezza adolescenziale fa persino pensare al dolo. Che sia davvero un genio, allora?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (94)

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LUIGI ZINGALES 01/09/2012 Quello che mi preoccupa è che il nuovo libro dell’economista padovano sia già uscito negli Stati Uniti. Anche al di là dell’Atlantico, che pure sembrava uno spartiacque rassicurante, ci sarà dunque qualche ben istruito “sucker” che si berrà tranquillo tranquillo la famosa storia di Berlinguer la Cassandra, l’austero uomo politico padre della “questione morale”. Scrive Zingales: «La sua era una battaglia contro il sistema di potere democristiano. “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela”, diceva, “gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi”. Berlinguer rivendicava la superiorità morale del suo partito, ma, come dimostrarono poi i fatti, era la moralità di un partito che non era stato mai al potere e che, come tale, non aveva avuto l’opportunità di essere corrotto.» Come detto di recente, il Pci era invece il partito che si batteva «per l’onestà e contro la corruzione» già nei manifesti della campagna elettorale del 1953, quando di «sistema democristiano» non ce n’era ancora veruno. Partito degli onesti per partito preso, con tutte le conseguenze logiche, politiche e culturali del caso, il partitone che sapeva mobilitare le masse conservava a livello nazionale un potere d’interdizione eccezionale nei confronti dell’esecutivo. Negli anni ottanta, quelli del “CAF”, le finanziarie erano oggetto di aperta negoziazione coi comunisti, come riportano senza alcun scandalo le gazzette dell’epoca. A livello amministrativo il Pci dettava poi legge in un pezzo non trascurabile d’Italia, e si può ben dire che l’Occidente uscito dalla seconda guerra mondiale non abbia mai visto l’eguale di un tale partito-partito, di una tale macchina di potere ben oliata e ramificata con una così forte presa sulla società. Un esempio di partitocrazia tanto professionale da zittire i critici. Ma il comunismo stava crollando nel mondo. Negli anni settanta i comunisti aprirono perciò la stagione dell’eurocomunismo, quello buono. Ma durò poco. Per evitare questa questione, la vera questione morale dei comunisti, Berlinguer attaccò “oltre frontiera”, come fanno certi stati per liberarsi delle pressioni interne, aprendo la stagione della «questione morale», che fu, e continua ad essere, una stagione d’odio. Perché dunque Zingales nel suo nuovo libro “Manifesto capitalista”, centrato sul problema di quell’illegalità diffusa naturalmente nemica, al contrario di quanto pensa larga parte dell’opinione pubblica, di un per così dire “corretto capitalismo”, sente il dovere di tirar fuori di tasca il santino dell’ex segretario del Pci? Perché, ahinoi, siamo in Italia, dove fuori della sinistra non c’è salvezza. Essa benedice e scomunica. Così che qualche anno fa pure il liberismo, per farsi accettare, in fondo in fondo, ma proprio in fondo, e a guardar bene, ma proprio bene, si riscoprì di sinistra. Queste pratiche costituiscono una specie di clientelismo culturale di alto bordo, spesso involontario. Si entra in una grande chiesa, e ci si fa il segno della croce, magari nel segno di Berlinguer. Scrive ancora Zingales: «Perché in Italia prevale la cultura della furbizia invece che quella dell’onestà? Non esiste fiducia senza cultura della legalità. E’ questa manca innanzitutto perché in Italia il delitto paga.» Discorso vagamente hobbesiano, direi, non “liberale”. Per Hobbes la società civile nasce dal timore dell’uomo per l’uomo; i quali uomini rinunciano tutti insieme per contratto ad una parte del loro “diritto naturale”, che è la libertà di usare il loro potere come singolarmente vogliono; e s’intende che tale contratto viene vanificato quando manca un potere coercitivo in grado di farlo rispettare: “vaste programme”, direbbe De Gaulle. La verità è che l’assunto va capovolto: è “la cultura della legalità” – brutta, fredda e pomposa espressione – che non esiste senza la “fiducia”. Lo spirito civico non dipende dalla moralità individuale, ma dal grado di coesione della società. Quanto più essa è penetrata dallo spirito di fazione, tanto più s’indebolisce il comun sentire, tanto meno funzionano i freni naturali agli egoismi particolari e all’infingardaggine generalizzata. La “questione morale” nasce in Italia dallo spirito di fazione. Di qui i bei frutti che tutti, compreso Zingales, possono ammirare.

LUIGI CIOTTI 02/09/2012 Secondo me è la notizia del giorno. Pensavate di vivere in un paese corrotto fino alle midolla? Distante mille anni luce dal resto dell’Europa? Un paese dalle fondamenta morali fradice? Una fogna a cielo aperto? Sbagliavate. Secondo “Eurobarometer” – dati aggiornati alla fine del 2011 – il 12% dei cittadini italiani si è visto chiedere una tangente nei dodici mesi precedenti, contro una media europea – udite udite – dell’8%. Confessate: è troppo bello. Per darvene un’idea più palpabile ciò significa che in media in un anno in Europa 2 cittadini su 25 si vedono chiedere una tangente, mentre in Italia su 25 sono …3! Inoltre, sempre secondo le rilevazioni di “Eurobarometer”, se la corruzione è un serio problema nel proprio paese per l’87% degli italiani, lo è anche per ben il 74% degli europei. Ma siamo a cavallo, dico io! Siamo a cavallo! Siamo quasi come gli altri! Abbiamo ormai imboccato la strada della rinascita morale! Evviva! Il bello è che i giornali italiani hanno pubblicato questi dati – pure la matematica nel nostro paese ubbidisce alle regole del melodramma – come se confermassero in pieno la straordinaria eccezionalità del caso italiano. Ed infatti nel Dossier preparato da Libera, Legambiente, e Avviso Pubblico [Avviso Pubblico = Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie (ogni giorno se ne impara una di nuova)], che ha dato spunto alla pubblicazione dei dati di “Eurobarometer”, si può leggere che (per fortuna, ma questo non lo dicono) secondo un diverso (e provvidenziale) sondaggio – il Global corruption barometer di Transparency International, che mi sembra una denominazione molto più in linea con la cultura e il culto della legalità – le percentuali sopramenzionate sarebbero del 13% per l’Italia e del 5% per l’Europa, numeri che hanno molto confortato gli amici di Don Luigi Ciotti. Su queste ed altre ferree basi, il Dossier calcola che la corruzione pesi in Italia per circa 10 miliardi di euro in termini di Pil. Don Ciotti ci è andato giù apocalittico come al solito: «Ora basta: servono scelte chiare e nette, anzi categoriche.» Ha detto. «Come nella lotta alla mafia, non sono possibili mediazioni nella lotta contro la corruzione, che tiene in ostaggio la democrazia e si affianca all’emergenza etica. Il nostro Paese versa in uno stato di “coma etico” ed è culturalmente depresso…» Ma forse, direi, pure un pochetto isterico ed a corto di idee, tranne quelle, notoriamente efficaci e lungimiranti, di stampo savonaroliano.

[“Be’, si potrebbe anche dire, di converso, che la media italiana è ben del 50% superiore a quella europea”, mi fa notare qualcuno. Rispondo così: “L’avevo notato. Se è per questo la media europea incorpora anche l’Italia; per cui la media italiana sarebbe in realtà più del 50% superiore alla media degli ALTRI paesi europei. Ma c’è un ma. La cosa avrebbe un peso significativo se le percentuali di partenza fossero molto più alte di quelle pubblicate, del 30 o del 40%, tanto per dire. Ma così non è. L’esempio fatto con le 25 persone serve appunto a dimostrare che in base alle cifre pubblicate la differenza è così piccola che nella pratica non sarebbe nemmeno percepibile. Tuttavia qui non si vuole negare naturalmente il problema della corruzione. Qui si vuole dire che la confusione regna sovrana, sia dal punto di vista dei numeri e sulla loro interpretazione, sia dal punto di vista delle soluzioni. D’altronde, se qualcuno affermasse che in Italia in tasso di corruzione è doppio di quello tedesco, tutti quanti sarebbero pronti a rispondere: MAGARI! Per fare un altro esempio di come coi numeri si possa essere esatti e capziosi allo stesso tempo, si immagini un leader di governo che vanti per il proprio paese una crescita dell’economia tripla a quella dei vicini, tacendo il fatto però che quella dei vicini è solo dello 0,25% del Pil. La realtà dei numeri mostrerebbe che ci troviamo di fronte a due paesi in stagnazione economica, uno che cresce dello 0,25% e l’altro dello 0,75%, anche se in effetti il buffone al potere non mentirebbe parlando di un tasso di crescita economica addirittura triplo di quello dei vicini…Con questo cosa voglio dire? Voglio dire che, oltre a tutti gli altri difetti, quando penso di avere ragione ho anche quello di essere noiosamente puntiglioso…”]

OSCAR GIANNINO 03/09/2012 Benché siano gli esseri più tediosi, inconcludenti e opportunisti del mondo, e benché, s’intende, mi consideri molto superiore a loro dal punto di vista intellettuale e morale, non ho mai partecipato al “crucifige!” indirizzato ai politici. Lascio stare il fenomeno della corruzione, ché quello ormai è un argomento disprezzato dagli spiriti più indipendenti. Parlo solo della loro attività politica e specialmente del loro linguaggio. La prudenza mi ha sempre suggerito un semplice ragionamento: non posso credere che se il novantanove per cento di loro cade immancabilmente nel linguaggio insulso che li contraddistingue, quel «politichese» perfettamente congeniale alle mezze verità, ossia alle falsità per omissione, nel quale il tono del comiziante surroga la vaporosità dei contenuti, ciò significhi che la politica recluti per necessità naturale la sua soldataglia tra i più infingardi tra gli uomini. Penso che anche nel migliore dei novizi le ragioni dell’ambizione personale, le ragioni del partito, quelle dell’elettorato, quelle della folla dei postulanti, la necessità di venire a compromessi, di conquistare il consenso, di tessere alleanze, la necessità di convivere con degli imbecilli e fors’anche con delle canaglie; tutto questo ne forgi pian piano il linguaggio in quello stampo obbrobrioso che ben conosciamo. E’ come se dalla tribuna il critico, che tanto vedeva chiaro, venisse sbattuto di colpo nel rettangolo di gioco, e lì improvvisamente, nel fuoco dell’azione, si sentisse prigioniero di campi gravitazionali di cui non sospettava minimamente l’esistenza. A questo ho pensato quando ho letto ieri l’intervista a Oscar Giannino sul Corriere della Sera. E’ vero che in gran parte è il solito Giannino. Ma è anche vero che gli escono di bocca cose strane, come queste: «[Casini e Fini] …hanno costretto Monti a fare un passo indietro. (..) Con queste e altre persone e aree, nella società civile e nel sindacato. Con tutti coloro che sono interessati alla discontinuità e al cambio di marcia nella politica economica. (…) Ripeto: la cosa migliore è non mettere in imbarazzo Monti. Ha ridato al Paese la credibilità internazionale che Berlusconi ci aveva fatto perdere. Ma poi i partiti della maggioranza non gli hanno permesso di fare la svolta necessaria per la crescita.» Il passo indietro. Oddio, il passo indietro. La società civile. Oddio, la società civile. La discontinuità. Oddio, la discontinuità. Monti che ridà credibilità al Paese. E Berlusconi che gliel’aveva fatta perdere. La svolta per la crescita. Oddio, la svolta. E oddio, la crescita. Caro Oscar, stai attento! E pensare che sei solo un mezzo politico.

BARBARA SPINELLI 04/09/2012 Ai tempi non tanto lontani del governo Berlusconi era preoccupatissima per le sorti della democrazia. Quella che vedeva era una democrazia malata, «esagerata», populista, senza controlli, ed anche antieuropea, nazionalista, non solo in Italia. Il commissariamento della democrazia italiana era un dovere democratico dell’Europa, che i sinceri democratici della penisola dovevano accogliere con intima convinzione. Berlusconi era un bubbone da estirpare, il simbolo di un cesarismo volgare, sciatto e moderno allo stesso tempo. Ora lamenta l’abdicazione dei partiti e della politica. Perfino Monti potrebbe essere tentato da una sorta di «cesarismo postopolitico». Ed «…anche il popolo elettore tuttavia ha le sue responsabilità. Non dai tempi di Berlusconi, più volte rieletto, ma da molto prima, nutre sfiducia nella politica, nei propri rappresentanti, nello Stato.» In Italia regna sovrana la passività, mentre in Spagna ed in Grecia le proteste degli indignados contro le cure da cavallo e i «diktat» sono, pur nella loro scarsa lucidità, manifestazioni di vitalità. E in quei paesi, anche là dove si è passati per un governo tecnico, si è infine tornati alla strada maestra della politica e degli elettori. «In Italia no, tutte le istituzioni vacillano, e nell’inerzia si continua a implorare un Cesare postcostituzionale.» Io dico allora che dobbiamo tutti sperare nella vittoria della coalizione dei buzzurri. Così potremo sentire Barbara tuonare di nuovo contro i pericoli del cesarismo volgare di una democrazia esagerata ed invocare sacrosante misure di salute pubblica, magari europee. E così il vostro famigerato opinionista di sfiducia, nemico acerrimo e valoroso della Spinelli, potrà rifilarvi senza fatica un bel po’ di minestra riscaldata, già passata su questi schermi, del tipo di questa: «Ero contrario alla nascita del governo dei tecnici per due ragioni: la prima è che essa avrebbe di fatto indebolito la fiducia nelle istituzioni democratiche, nonostante tutte le correttezze procedurali possibili, in un momento in cui la democrazia non se la passa tanto bene nel mondo occidentale; (…) Ero contrario alle elezioni perché per l’Italia ribellarsi al commissariamento “europeo” dopo averlo invocato pur di detronizzare Berlusconi avrebbe significato, in un momento di vuoto di potere, un massacro.»

NICOLA ZINGARETTI 05/09/2012 Be’, non è che dobbiamo proprio vergognarci per lui. Piuttosto, arrossiamo simpateticamente con lui, tutti quanti. Quando si tratta di parlare italiano nessuno in Italia nasce imparato. Figuriamoci nel profondissimo Veneto, la terra che non si è ancora vergognata di aver partorito il sottoscritto. Quando ci scappa, ci scappa, come una bella scoreggia (o scorreggia, dipende dai gusti). E’ tutta salute. C’azzecca la natura, c’azzecca la storia. A noi ce sta scritto nel sangue. Per il presidente della provincia di Roma, sconosciuto fuori dell’Agro Romano a tutti i burini della penisola, la presentazione della sua candidatura alla carica di governatore del Lazio costituiva in pratica il suo esordio sul proscenio mediatico nazionale. Ha bucato il video grazie ad un «a me hanno imparato che…» …che in francese non farebbe una grinza. Ecco, magari era solo un involontario francesismo di un habitué di una lingua nella quale effettivamente «imparare» ha anche valore di «insegnare». Ma non credo. Preferisco salutare in Zingaretti – ma che dico? – in Nicola, non un rappresentante dell’Italia migliore, come capita troppo spesso a sinistra, ma un nostro fratello: frateelloo d’Itaaliaa…

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (83)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BRUNO TABACCI 16/07/2012 Giunto felicemente al suo primo quarto di secolo di vita, Bruno Tabacci fece i primi passi della sua carriera politica nella Democrazia Cristiana. Era un solidissimo centrista, ragion per cui già allora strizzava l’occhio al nemico: il suo mentore era infatti Giovanni Marcora, uno dei tanti guru della sinistra democristiana. Partito da consigliere comunale ed arrivato alla presidenza della regione Lombardia (grazie all’appoggio di Ciriaco De Mita, segretario del partito e pezzo grosso della ovviamente imprescindibile sinistra democristiana), Bruno giunse pure al suo quarto di secolo di vita nella Dc, ma non tanto felicemente: fu travolto da Mani Pulite insieme al partito, anche se dopo qualche annetto la magistratura gli ridiede l’onore. Passata la buriana giustizialista, che gli aveva raffreddato i naturali empiti amorosi nei confronti dei rossi, Bruno entrò nell’Udc, allora berlusconiana. Ma non durò molto. Ai tempi del governo Prodi s’inventò la sinistra Udc, divenendone la solitaria bandiera. Poi passò al Pd, e subito dopo all’Api. Quindi divenne assessore nella giunta di centrosinistra del rossissimo sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, per molti anni aspirante rifondatore del comunismo. Ora Bruno si candida alle primarie del centrosinistra, e non vede affatto male la partecipazione della sinistra vendoliana alla coalizione. Come non è affatto male la traiettoria politica del nostro, peraltro del tutto legittima. Il guaio, grosso, è che Bruno – e con lui tutti i Tabacci d’Italia – è sinceramente convinto che siano gli altri ad essere venuti a lui, e non lui ad aver cambiato campo. Chiedeteglielo: sarà lui stesso a confermarvelo, e vi guarderà con commiserazione, stupito dalla vostra scarsa intelligenza. E allora capirete, invece, perché quando sente parlare di “centrodestra perbene” ed altre facezie simili, il popolo “moderato”, quello che vota, se la dia puntualmente a gambe levate, via lontano da tanta probità.

GIULIANO FERRARA 17/07/2012 @ferrarailgrasso ha sempre avuto un debole per Rosi Bindi. No, non scherzo. Voglio dire, l’ha sempre considerata una donna verace. Cioè, voglio dire, le ha sempre riconosciuto una sua bislacca, simpatica autenticità. Quindi non mi sorprende che con animo donchisciottesco abbia voluto duramente riprendere quel fellone di Grillo: una botta di vita, nel senso più nobile del termine, in un periodo di magra come questo. Devo tuttavia dire, caro Giulianone Cuor di Leone, che il beau geste non ti è riuscito tanto bello. Forse l’infiammato cuore ha ottuso la tua nota finezza da spadaccino della parola: «La dichiarazione da puttaniere su Rosi Bindi dimostra che Grillo ha un pisello piccolissimo», hai scritto su Twitter e riportato sul Foglio.it, cedendo ad uno dei più disgustosi miti del volgo. Infatti, che significa screditare Grillo per il «piccolissimo pisello», ancorché in senso figurato, se non dare credibilità all’eresia del Superpisellone, che ogni persona bennata, come io e te, disprezza dal più profondo dell’anima? Quale vantaggio potrà mai venire all’uomo dal possesso di un ingombrante salsicciotto, e quale qualità estetica si potrà mai inverare in un’orrida proboscide? E quale donna mai, se non prezzolata, potrà apprezzare un simile mostro? Radici antichissime ha il dogma della binità del Pisello: unico è il Pisello, ma due sono le Persone, il Pisellone e il Pisellino, corrispondenti ai due stati fondamentali in cui è possibile conoscerlo in natura: at-tenti! ri-poso! E sia il buon gusto sia la comodità vogliono che nel primo stato il Pisello abbia eleganti proporzioni, e svetti dritto e vittorioso contro la volta celeste, improba impresa per un affarone ingobbito; e che nel secondo si riduca con vereconda discrezione alle dimensioni dell’organo riproduttivo del Putto, come dimostrano esempi eccelsi, in primis i Bronzi di Riace: controlla, controlla pure.

GIANFRANCO POLILLO 18/07/2012 Avrebbe fatto meglio a tenersela nella sua vulcanica mente, il sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo. L’idea che l’accorpamento di un certo numero di festività si scarichi automaticamente sul PIL con effetti positivi, e quindi semi-miracolosi data la situazione, sembra il frutto di una fede mezzo astrochiromantica in quello scientismo economico che si esalta soprattutto nelle frazioni decimali: il dirigismo economico, infatti, pecca nelle cose piccole come in quelle grandi. Ma questo è il meno. Quello che non possiamo perdonare al sottosegretario è di aver inutilmente messo in subbuglio i pasdaran della Repubblica Italiana, gli antifascisti dell’Anpi, che appena hanno il visto il 25 aprile e il primo maggio in pericolo, hanno dato fiato alle loro implacabili e assai ripetitive trombe: possono capire tutto, i nostri magnanimi partigiani, «ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo». E perché mai? Loro ci sono riusciti benissimo: alla storia, alla nostra storia, hanno rinunciato fin da principio, avendola ridotta a una o due date, sulle quali campano alla grande, e rompono altrettanto.

BARBARA SPINELLI 19/07/2012 Moody’s declassa il debito italiano, lo spread risale, e tutti quanti noi, chi più chi meno, a chiedercene imbufaliti la ragione. Eppure la risposta è facilissima: l’annunciata e pochissimo strombazzata ridiscesa in campo del Cavaliere. Noi, come popolo, non ci possiamo arrivare appunto perché italiani, bipedi abituati a vivere oramai in casa con l’immondizia, a respirarne a pieni polmoni, quasi con soddisfazione, l’olezzo fragrante, e a guardare con occhi tranquilli in faccia al mostro, senza coglierne la mostruosità. Barbara invece l’ha capito subito. Lei è cittadina del mondo, legge i giornali stranieri, in ispecie quelli delle contrade più civili, dove trova conferma delle sue superiori vedute. E’ per questo che i suoi articoli viaggiano sempre scortati da citazioni tratte da questa o quell’autorevole testata, dai virgolettati di questo o quell’illustre nome della cultura, della politica, delle scienze che il mondo ci offre al di fuori dei nostri angusti e miserabili confini. Ed è per questo che lei fa parte di quell’italianissima sottospecie, quella migliore, che allo straniero chiede sempre legittimazione.

GLI SMEMORATI DI LIBIA 20/07/2012 Piagnucolano molto i giornali e i telegiornali sulla sorte dei poveri siriani. Bisogna dire che ormai è proprio un bel macello, degno in tutto della pittoresca ferocia delle guerre civili. Chi li conta più i morti? Quisquilie, per russi e cinesi, che continuano imperterriti a porre il veto ad ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avalli più o meno velatamente il regime change. L’ultima, oltre al voto negativo di Russia e Cina, ha visto le astensioni di due altri paesi, tra cui quella del Sudafrica. Ciò significa che dei quattro paesi Brics (sui cinque totali) attualmente membri del Consiglio di Sicurezza, solo uno, l’India, ha votato a favore della risoluzione. Vi ricordate? Pur di dare inizio alla caccia grossa a Gheddafi li avevamo presi per i fondelli, dimenticando che anche gli staterelli tascabili, vere barzellette tipo Andorra o San Marino, hanno il loro amor proprio, figuriamoci questi colossi. Lo so che gli analisti credono di più ai rapporti di forza, agli «interessi», alla formidabile forza inerziale che la tradizione convoglia nella politica estera di ogni specifico paese, ma trascurando l’amor proprio a mio avviso commettono un errore imperdonabile di superficialità. Le passioni dominano il mondo, anche a livello di tribù o di nazione. La guerra di Troia ne fu la dimostrazione scientifica, fin da principio. Ed io al grande Omero credo religiosamente.

Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione

Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.

Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.

Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.

Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (6)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ROBERTO SAVIANO 24/01/2011 Se voi foste un grand’uomo o anche una mezza sega con la testa sulle spalle, la qual cosa è già un promettente indizio di saggezza, non fuggireste a gambe levate davanti ad una laurea honoris causa che nella sua balordaggine vi copre di ridicolo insieme al nobile consesso che compiacente ve l’ha appioppata? Il nostro invece non fa una piega, ingolla tutto. E, fedelissimo al suo ruolo, ringrazia come da copione con dedica ai giustizieri. Questa è la dura vita dei dissidenti italiani: manca ancora il Premio Stalin, è vero, ma non è detta l’ultima parola.

EMMA MARCEGAGLIA 25/01/2011 La presidentessa di Confindustria va da Fazio e tira fuori gli attributi. Dice che da sei mesi il governo non fa un tubo. Non riesce a varare le riforme? E allora tanto meglio fare altre scelte. Caspita, è così che si fa! Bisogna battere i pugni sul tavolo! Basta manfrine inconcludenti! E che diamine… E sul caso Mirafiori? O santi numi, non è assolutamente la fine del contratto nazionale di lavoro, non vorrà scherzare! Ma che dice mai? Ma perché mi fa queste domande? Lei è un bruto, lo sa? Lei è un bruto!

ADRIANO GALLIANI 26/01/2011 Sopravvissuto con valore agli insulti di una Natura tremendamente matrigna, sarebbe ingeneroso invidiare al fratello brutto di Nosferatu i successi che la vita gli ha dato. Ma questa non gliela possiamo lasciar passare liscia: l’ingaggio del bandito Van Bommel. Piagnucoloso, vittimista, osceno e infaticabile postulante di cartellini rossi e gialli, questo disgraziato non si limita a fare entrate criminali sulle gambe degli avversari, che è un piacere volgare dei normali lestofanti della pedata, ma è capace di fiondarsi indignato col suo brutto muso ad una spanna dal viso agonizzante del malcapitato che ha appena azzoppato: quest’arte miserabile ha bidonato centinaia di arbitri. Mai mi sarei immaginato di vederlo vestire la maglia del Milan. Il mio Milan. Oui, je suis rossonerò: e questo, scommetto, siete voi che non ve lo sareste mai immaginato.

ROBERTO SAVIANO 27/01/2011 Di solito, nelle repubbliche delle banane, come l’Italia, o nelle autocrazie, come l’Italia, o nei paesi popolati da una quantità insospettabile di deficienti perché sennò non si potrebbe spiegare, come l’Italia, agli scrittori che “danno fastidio” non pubblicano neanche i capolavori. A Saviano toccherà invece la disgrazia di vedersi stampata e messa in commercio perfino la sbobba raccapricciante dei monologhi di “Vieni via con me”. Segnale inequivocabile: e il nostro infatti è impazzito di gioia prorompendo nella formula di rito del bulletto chiagnifottista approdato finalmente al top della Casta: “Marina, CHE FAI, MI CACCI?”

BARBARA SPINELLI 28/01/2011 Se non ci si riesce col Voto, se non ci si riesce con la Giustizia, si provi con l’Ostracismo! Ostracismo riveduto e corretto, però: per quanto ristretto il volgo dei cittadini della polis aveva il brutto vizio di spedire in esilio i salvatori della patria. E lo stolido popolo italiano come potrebbe bandire dalla patria l’affossatore della patria? Non se ne parla nemmeno. Or dunque la Classe Dirigente, per superiori ragioni di decenza democratica, si faccia carico di esautorare il Caimano. Dimostri finalmente di essere responsabile! Cazzolina, lo stile è tutto, è proprio vero: lassù nell’Olimpo Repubblicano anche i golpe sanno di buono.

Torture e solletichi

Come forse sapete, la Pizia, la Papessa, la Cassandra della stampa italiana e della Stampa propriamente detta ha preso idealmente armi e bagagli e si è trasferita a Repubblica. Idealmente, perché Barbara Spinelli rimane ottimamente alloggiata nel suo appartamento parigino anche a spese del nuovo giornale, come lo era del vecchio. Almeno così dicono i giornali.* Se sia vero non so, però mi sembra un tratto strepitosamente elegante d’autentica civiltà europea, che noi in Italia ci sogniamo. Il passo è del tutto naturale: Repubblica è un quotidiano di fanatici, e la Spinelli è un’estremista. E’ cosa nota a tutti, ma non si può dire. La Stampa è un quotidiano che pende paurosamente a sinistra: è cosa anche questa nota a tutti, ma anche questa non si può dire. Non abbastanza comunque per la Spinelli. Il solito comitato di redazione bolscevico comune a tutte le gazzette italiane, tranne tre o quattro, non l’ha presa affatto bene. Ma io penso che il direttore Calabresi sia tranquillissimo.

Il quotidiano torinese la nuova Barbara Spinelli ce l’ha in casa: è Michele Ainis, uomo a dire il vero, e pure professore, costituzionalista. Ecco, “costituzionalista”: uomo delle regole, uomo dalla parola esatta, una sentinella della democrazia, per dirla con Staino, un guardiano della democrazia, per dirla con la Spinelli, un commissario della democrazia, per dirla col sottoscritto e con chi non è affetto da gonzaggine acuta. In definitiva uno dei prevedibilissimi, preoccupatissimi e tristissimi – nel senso di tristo – sacerdoti del Sinedrio Laicista & Repubblicano, la Casta degli uccelli del malaugurio.

Costui, tutto compreso dunque del suo nuovo ruolo di primo iettatore, ha scritto serissimo una baggianata fenomenale, “La censura goccia a goccia”, con tanto di citazione colta, del poeta Béranger (à vrai dire, je ne le connais pas, et ça, c’est embêtant!). Una citazione, non dieci, come abitudine di Barbara, ma siamo sulla buona strada. La censura goccia a goccia sarebbe quella berlusconiana nei confronti dei soliti imbonitori della controinformazione democratica alla RAI: i nomi li conoscete, e sono veramente troppi per ricordarmeli tutti. “E’ insomma il metodo della goccia cinese, che alla fine ti lascia il buco in fronte. Ma le torture, almeno quelle, sarebbero vietate”, chiosa, spassosamente, l’Ainis, il difensore degli okkupazionisti della RAI, quando un buco nel cervello degli italiani l’hanno scavato proprio questi raccomandati di ferro, avvitati ai loro posti per superiori meriti democratici, ossia per obbedienza alla loro parrocchia, chi da trent’anni, chi da venti, chi da lustri; e ad ogni cambio di stagione un nuovo arrivo. Si sono moltiplicati come conigli. Sì, sono riusciti a far credere a questo maledetto popolo di teledipendenti di essere indispensabili, anche quando non sapevano fare una minchia, soprattutto far ridere. Un po’ alla volta sono diventati dei piccoli boss, che nelle loro zone franche fanno quello che vogliono. Gli intoccabili della RAI. Dei direttori generali, mezze figure che non fanno male ad una mosca, al massimo fanno il solletico, se ne infischiano alla grande. Delle regole, pure. Una cupola. Una cricca. Anche danarosa. Il metodo: piangere, e puntare il dito; puntare il dito, e piangere, ossessivamente. E’ il metodo, se mi si permette un’analogia che mi è venuta in mente proprio adesso, della goccia cinese. Una tortura.

* Update del 21/10/2010: la signora Spinelli paga l’appartamento di tasca propria, secondo quanto scrive in una lettera al giornale che leggo di solito: quello, naturalmente.

E io che credevo di essere cattivo…(2)

A SINISTRA LA DEMOCRAZIA NON VA PIU’ DI MODA (Zamax, 13 dicembre 2009)

Aria di crisi tra i progressisti e l’amata democrazia? In verità, negli appena due secoli, o poco più, di storia della democrazia moderna, i progressisti l’hanno amata più a parole che nella sostanza. I più disinteressati e seri tra i conservatori-reazionari l’hanno sempre avversata vedendoci solo il male; i conservatori-liberali l’hanno spesso contrastata vedendoci, insieme al bene e all’inevitabilità, anche il male che ne doveva, almeno per un certo tempo, venire. E non avevano torto, quest’ultimi, se consideriamo che i totalitarismi del novecento sono fenomeni concepibili solo in tempi di democrazia e di proclamato universalismo dei diritti, ancorché pervertito dall’odio di classe o ridotto al microcosmo nazionale o razziale. Sono stati, nel mondo europeo-occidentale, i due secoli per eccellenza delle “masse” e dei “popoli”. (…) Se però sono stati i secoli delle “masse” e dei “popoli” ciò significa che sono stati anche i secoli di chi li ha creati come concetti politici: le “avanguardie” e le “minoranze organizzate”. (…) I progressisti hanno amato il popolo e la democrazia perché, e finché, a quanto pare, potevano proporsi come demiurghi di masse passive e servili, quando non impaurite; e i controrivoluzionari usciti dalle loro stesse file usarono le loro stesse armi. (…) Ma ora in Occidente, per fortuna, dopo due secoli di apprendistato, il popolo non è più una massa manovrabile tanto facilmente sul tavolo della politica. Ora il popolo è passabilmente, nella maturità dell’era democratica, solo una somma di individui, ciascuno dei quali con la sua testa pensante. E questo alla sinistra, massimamente in Italia, dispiace. Il giocattolo non funziona in più. Di fronte agli esiti imprevisti del suffragio universale è tutto un gran parlare di democrazia “malata”, di “anomalie” e di “populismo”. E quindi? E quindi è ovvio che per il consesso tartufesco dei Druidi Democratici la democrazia vada virtuosamente “imbragata”. Come? Col rispetto di “regole” sempre più invasive; con la trasformazione della Costituzione in una laica “Religione del Libro”, di cui loro sono, a proprio capriccio, i custodi e gli interpreti; con l’appello universale alle Istituzioni e ai Giudici. Costoro non sono i difensori della democrazia contro le minacce di un regime potenzialmente autoritario: sono, loro, nel pieno rispetto del loro pedigree politico-culturale, gli araldi di un fascismo o comunismo “debole”, sotto le spoglie “corrette” di una democrazia nei fatti commissariata.

MADAME BARBARA, GUARDIANA DELLA RIVOLUZIONE (Zamax, 4 marzo 2010)

Ora, se c’è gente che non si fida del “popolo” è proprio la genia dei giacobini, e in genere tutte le prime scelte della razza umana che si sono susseguite dal ceppo originario fino al popolo viola. Pure il conservatore non si fida del popolo. Ma è più onesto. Lo prende per un orecchio, gli dice che è brutto, sporco, cattivo e che fino a quando non sarà presentabile e non avrà raggiunto l’età della ragione, sarà meglio che di certe cose si occupi lui, il notabile, e anche per il suo bene. Il giacobino è invece il ventriloquo, l’avvocato, il magnaccia, e il kapò del popolo. Se non obbedisce lo bastona. All’uopo, s’inventò a suo tempo un organo onnipotente e onnisciente, il Comitato di Salute Pubblica, la cupola dove tutto si decideva, regolamenti di conti fra i vari boss compresi. Fu il modello dei Comitati Centrali dell’epoca sovietica. Per dirla in modo poetico, e sulla scorta di un esempio illustre, potremmo dire che rappresentava un «popolo trascendente» che guardando lontano frenava se stesso. Diciamo pure un popolo eletto, una casta di bramini, il clero di una religione civile, cui la Consulta fa solo da paravento: nella Repubblica Islamica si chiamano Guardiani della Rivoluzione.

CHI AZZOPPA I CUSTODI DELLA DEMOCRAZIA  (Barbara Spinelli – che ha il fegato di citare perfino Tocqueville: è un crimine!!! –  La Stampa, 25 maggio 2010)

Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi. Nella sua descrizione degli Stati Uniti, Tocqueville chiama i guardiani i «particolari potenti»: sono la stampa, le associazioni, i légistes ovvero i giuristi. In loro assenza «non c’è più nulla tra il sovrano e l’individuo»: sia quando il sovrano è un re, sia quando è il popolo.

Madame Barbara, Guardiana della Rivoluzione

A quanto pare, a forza di martellare senza pietà gli orecchi della società civile, “giacobino” è diventato un aggettivo assai poco lusinghiero anche a sinistra. Bene. Avete visto? E’ così che si fa, cari amici berlusconiani. Adesso anche la sempre più giacobina Barbara Spinelli ha sentito il bisogno di allontanare da sé ogni sospetto di ropespierrismo: è un nostro piccolo trionfo. Ma attenzione: lo ha fatto come cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare, da femmina autentica e diabolica, addossando con un colpo di bacchetta magica tale colpa nefanda addirittura al Cavaliere. Ah questa poi! Però, caro Berlusca, non me la prenderei più di tanto. In fin dei conti, antropologicamente parlando, è una promozione: prima, nella considerazione della meglio Italia, non eri lontano dallo stato scimmiesco, specie per quanto riguarda la lascivia. Mi sorprende anzi che qualcuno che conta ti abbia accomunato a gente che, a suo modo, possedeva il bene dell’intelletto, e non solo, come te, gli istinti propri del mondo animale.

“La sua rivoluzione” – scrive sulla Stampa la Vestale, Cassandra & Pizia del Tempio Democratico Italico – “come accade nelle rivoluzioni giacobine, ha raccattato il potere a terra per salvarlo. Il presidente della Consulta Francesco Amirante ha detto in pratica questo, giovedì: sono i giacobini e non i democratici a idealizzare la sovranità assoluta dell’elettore. Le costituzioni esistono perché del popolo non ci si fida del tutto, e la Consulta rappresenta un «popolo trascendente» che guardando lontano frena se stesso.”

Premessa: dovete sapere (ma ormai lo sanno tutti, tranne i pochi bifolchi che in Italia non leggono i giornali) che la signora Barbara non va mai in giro da sola nel gran mondo dell’intellighenzia. Ogni suo vezzo, ogni suo batter di ciglia, ogni suo motto delizioso, è accompagnato dal contrappunto illuminato e sapiente di uno dei cicisbei di lusso che la gran donna ha pescato nella vasta schiera dei grandi uomini di lettere, di pensiero e d’azione del passato e del presente, insieme a qualche minchione che sta alla vostra perspicacia identificare. Nella capriola antigiacobina è assistita da: 1) l’autore del Qohélet, che non è un poema esoterico anatolico-ittita, di derivazione assiro-babilonese, ma di probabile origine sumera, e non privo di contaminazioni proto-persiane, come ho pensato di prim’acchito, ma l’Ecclesiaste; 2) Buñuel e il suo Angelo Sterminatore (Buñuel è un must: “S’alza in volo un branco di mucche/ …Buñuel…/ Lui può.” cantava beffardo Giorgio Gaber molti, ma molti anni fa); 3) il giudice Falcone; 4) il presidente della Consulta (quello attuale-al-giorno-d’oggi-nel-momento-in-cui-scrivo, ché del doman non c’è certezza, lassù, dove i Grandi Saggi si danno il cambio sul trono regale con fanciullesca sfrenatezza); 5) Rino Formica, ex “uomo di Craxi”, ossia un mezzo uomo, come gli “uomini di Berlusconi” delle arringhe travagliesche, convocato solo in qualità testimone; 6) Paul Ginsborg, inglese di Toscana, e ho detto tutto; 7) lo scrittore e giornalista Corrado Stajano, famoso per essersi dimesso dal Corriere nel 2003 per protesta contro “l’arroganza del governo”, di Berlusca naturalmente: tale fu la sua pubblica risolutezza che il regime non ha mai avuto il coraggio di tappargli la bocca; 8 ) l’attor giovane a vita Luca Cordero di Montezemolo; 9) Luigi Einaudi; 10) il direttore dell’Accademia delle Belle Arti Eugenio Carlomagno, il cui nome altisonante, e direi quasi di nobile prestanza – mica un Cirino Pomicino qualsiasi – non poteva non far breccia nel cuore di Madame. Protetta da tali formidabili corpi di guardia, Madame scrive dalle rive della Senna in tutta tranquillità allarmate corbellerie come quella sopramenzionata.

Ora, se c’è gente che non si fida del “popolo” è proprio la genia dei giacobini, e in genere tutte le prime scelte della razza umana che si sono susseguite dal ceppo originario fino al popolo viola. Pure il conservatore non si fida del popolo. Ma è più onesto. Lo prende per un orecchio, gli dice che è brutto, sporco, cattivo e che fino a quando non sarà presentabile e non avrà raggiunto l’età della ragione, sarà meglio che di certe cose si occupi lui, il notabile, e anche per il suo bene. Il giacobino è invece il ventriloquo, l’avvocato, il magnaccia, e il kapò del popolo. Se non obbedisce lo bastona. All’uopo, s’inventò a suo tempo un organo onnipotente e onnisciente, il Comitato di Salute Pubblica, la cupola dove tutto si decideva, regolamenti di conti fra i vari boss compresi. Fu il modello dei Comitati Centrali dell’epoca sovietica. Per dirla in modo poetico, e sulla scorta di un esempio illustre, potremmo dire che rappresentava un «popolo trascendente» che guardando lontano frenava se stesso. Diciamo pure un popolo eletto, una casta di bramini, il clero di una religione civile, cui la Consulta fa solo da paravento: nella Repubblica Islamica si chiamano Guardiani della Rivoluzione.

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A sinistra la democrazia non va più di moda

Aria di crisi tra i progressisti e l’amata democrazia? In verità, negli appena due secoli, o poco più, di storia della democrazia moderna, i progressisti l’hanno amata più a parole che nella sostanza. I più disinteressati e seri tra i conservatori-reazionari l’hanno sempre avversata vedendoci solo il male; i conservatori-liberali l’hanno spesso contrastata vedendoci, insieme al bene e all’inevitabilità, anche il male che ne doveva, almeno per un certo tempo, venire. E non avevano torto, quest’ultimi, se consideriamo che i totalitarismi del novecento sono fenomeni concepibili solo in tempi di democrazia e di proclamato universalismo dei diritti, ancorché pervertito dall’odio di classe o ridotto al microcosmo nazionale o razziale. Sono stati, nel mondo europeo-occidentale, i due secoli per eccellenza delle “masse” e dei “popoli”. E’ importante tenerlo a mente, oggi, per rendersi conto dei pericoli insiti nel processo democratico, considerato in senso lato, che ha investito i nuovi giganti del pianeta terra e in generale i paesi del mondo extra-occidentale. Ed è una cosa che dovrebbe far riflettere coloro che spingono con leggerezza incosciente, anche qui da noi, nel Primo Mondo, per trasformare molto prematuramente l’ONU in un efficiente organo di democrazia planetaria.

Se però sono stati i secoli delle “masse” e dei “popoli” ciò significa che sono stati anche i secoli di chi li ha creati come concetti politici: le “avanguardie” e le “minoranze organizzate”. Con l’affacciarsi della democrazia moderna, o per meglio dire, del suo primo grande simulacro continentale dopo il prolungato parto anglosassone, fece la sua lugubre apparizione durante la Rivoluzione Francese anche il suo primo interprete, mediatore, tutore e giudice: il Comitato di Salute Pubblica; evocato, guarda caso, proprio in questi giorni come deus ex machina della situazione politica italiana da uno dei nostri ultimi comunisti sulla breccia, dal nome profetico di Migliore, perché il Fato ha già deciso di farlo passare alla storia come il Romolo Augustolo dell’impero rosso nostrano. I progressisti hanno amato il popolo e la democrazia perché, e finché, a quanto pare, potevano proporsi come demiurghi di masse passive e servili, quando non impaurite; e i controrivoluzionari usciti dalle loro stesse file usarono le loro stesse armi. Comunismo, fascismo e nazismo non sono state, cara avanguardista Barbara Spinelli, “escrescenze” di una democrazia esagerata e senza “limiti”, ma di una democrazia prima distorta e poi sequestrata da avanguardie di militanti.

Ma ora in Occidente, per fortuna, dopo due secoli di apprendistato, il popolo non è più una massa manovrabile tanto facilmente sul tavolo della politica. Ora il popolo è passabilmente, nella maturità dell’era democratica, solo una somma di individui, ciascuno dei quali con la sua testa pensante. E questo alla sinistra, massimamente in Italia, dispiace. Il giocattolo non funziona in più. Di fronte agli esiti imprevisti del suffragio universale è tutto un gran parlare di democrazia “malata”, di “anomalie” e di “populismo”. E quindi? E quindi è ovvio che per il consesso tartufesco dei Druidi Democratici la democrazia vada virtuosamente “imbragata”. Come? Col rispetto di “regole” sempre più invasive; con la trasformazione della Costituzione in una laica “Religione del Libro”, di cui loro sono, a proprio capriccio, i custodi e gli interpreti; con l’appello universale alle Istituzioni e ai Giudici. Costoro non sono i difensori della democrazia contro le minacce di un regime potenzialmente autoritario: sono, loro, nel pieno rispetto del loro pedigree politico-culturale, gli araldi di un fascismo o comunismo “debole”, sotto le spoglie “corrette” di una democrazia nei fatti commissariata.

La meglio democrazia

Non ho mai fatto della democrazia il mio vitello d’oro. Quindi non mi scandalizzo se a qualcuno puzza questo barbaro condominio politico che la modernità impone a belli e brutti, a colti e bruti, e perfino a maschi e femmine. E trans. Con l’articolo maschile o femminile. Gradirei, però, che coloro che da qualche tempo arricciano il naso di fronte al pargolo, a quanto pare mostruoso, generato da questo coito universale, cominciassero a parlar schietto e non deviassero il corso della ragione, per spiegar le magagne, verso le zone pericolose dell’antropologia e magari della genetica. Non lo possono fare; parlar schietto, voglio dire; avendola adorata, la democrazia; e fatta adorare al popolo.

La democrazia per funzionare e per essere salda ha bisogno di una vasta logistica materiale ed immateriale, creata ed intessuta pezzo per pezzo per lunghissima pezza nella società. Si può anzi dire che prima di diventare forma di una società, essa debba vivere nei costumi di un popolo. In quell’auspicabile e raro caso la democrazia trionfa attraverso una rivoluzione incruenta che altro non fa che ratificare e ordinare i cambiamenti prima sotterranei e poi sempre più manifesti che insensibilmente ma profondamente hanno attraversato per secoli la società. Non è un caso, per restare in un contesto europeo, che proprio là dove questa metamorfosi dallo stato aristocratico a quello democratico è avvenuta senza troppe scosse telluriche, come in Gran Bretagna, la “forma” democratica conviva ancora con re, regine, pari e parrucche; mentre là dove la democrazia ha trionfato violentemente dentro un corpo acerbo, come in Francia e poi nel continente, la sua carica universalistica abbia annichilito ogni vestigia del passato. E in ogni caso l’avanzata tumultuosa della democrazia moderna è stata caratterizzata fin quasi all’altro ieri dal lungo tirocinio del suffragio ristretto, che ritagliava, per intima necessità in tempi ufficialmente non aristocratici ma nei costumi non ancora interamente democratici – come provano abbondantemente i collassi novecenteschi – aristocrazie di fatto nel corpo della nazione, col nome fittizio di “classi dirigenti”. E non è un caso, però, che proprio nell’Europa continentale, e più largamente nell’Occidente non anglosassone – e massime disgraziatamente in Italia, sembrerebbe – una volta portato a termine questo infinito apprendistato, anche in tempi di suffragio universale rifiorisca periodicamente il mito delle “classi dirigenti”. Cos’è, oggi, questa nostalgia canaglia delle “classi dirigenti” nel nostro paese, se non l’inconfessato desiderio di una democrazia sotto la tutela di una casta di bramini? Beninteso, nel nome della democrazia? Dai montagnardi che sognano un Comitato di Salute Pubblica a “controllo della legalità”; al Partito della Società Civile che mira a guidare, intimidendolo, il paese in forza di qualche centinaio di migliaia di firme di gente “qualificata”; ai vecchi arnesi di una spompata aristocrazia di denari che vorrebbe arruffianarsi anche l’Italia Futura facendo l’occhiolino al politicamente corretto; ai liberali di molta illiberale intransigenza e poco giudizio che oramai sperano solo in un agente esogeno sul quale saltare in groppa?

E’ tutto un gran sospirare, un gran sbuffare spazientito contro questa umanità maledetta che misteriosamente popola la nostra penisola. Uno scherzo di natura che nemmeno l’acribia dello storico ormai riesce a giustificare. Curioso che gente che pratica con generoso esibizionismo la religione della razionalità e che agita ogni santo giorno in faccia al volgo la retorica “dei fatti e dei numeri” arrivi poi a tali astrochiromantiche conclusioni. Non c’è proprio speranza. Un deserto mai visto, nel tempo e nello spazio. Di questo dotto e tranquillo isterismo, dello stesso livello scientifico dei trattati sul buon tempo antico, che farà sorridere qualcuno fra qualche anno e moltissimi fra qualche decennio, nei giorni scorsi abbiamo avuto illustri esempi. Per Giovanni Sartori, firma del Corriere della Sera, dal crollo delle ideologie è stata purtroppo travolta anche quella tensione ideale che vivifica la democrazia, e la insana e sfibrante bonaccia che oggi paralizzerebbe moralmente l’Italia ne sarebbe testimone. Per la sacerdotessa della Stampa, Barbara Spinelli, che vorrebbe ipnotizzarci con le spire suggestive delle citazioni colte intrecciate con quelle allusive dei riferimenti ai fatti di cronaca, viviamo tempi particolari, e particolarmente da noi, chiaro; momenti che secernono veleni. Il peggio di sé non poteva darlo che l’inevitabile Eugenio Scalfari, che su Repubblica, portandosi dietro quale pezza d’appoggio un’opera di Diderot – se non l’avete capito uno dei precursori del suo genio – s’imbarca in un microsaggio di sbrigativa sociologia razzial-progressista, in stile diciamo giorgiobocchesco, sulla natura della truppa berlusconiana. Così parla l’oracolo, prima di accennare ad alcuni casi individuali particolarmente disgraziati, come “l’Alano da riporto” Belpietro (un cane grosso e minaccioso, sembra di capire, senza la maestà e la nobiltà di un cane di razza: divertente, se fossi il direttore di Libero mi farei incidere questa lusinghiera definizione come esergo su un medaglione sotto il proprio profilo, come un imperatore romano):

“A parte il fatto che la nostra attualità è da qualche tempo trita e ritrita e non presenta eccezionali novità, sta di fatto che il tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] delineato da Diderot sta diventando al giorno d’oggi sempre più numeroso. È un settore della società in crescita esponenziale. Nella classe dirigente, ma anche nei ceti sottostanti. Del resto l’uomo del sottosuolo non fa parte della classe dirigente se non in funzione servile. Servile, ma essenziale: ne riecheggia i desideri, ne soddisfa i bisogni, si incarica di condurre a termine le operazioni abiette, è la controfigura dei potenti quando si tratti di questioni troppo delicate e rischiose. Funge anche da buffone di corte; per divertire il suo signore e ricordargli qualche spiacevole verità.(…) Bisognerebbe chiedersi la ragione per cui la popolazione di quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] sia tanto in crescita. La risposta è già stata data molte volte: insicurezza, paura del futuro, ripiegamento sul presente, percezione rachitica della felicità scandita sull’attimo d’un presente fuggitivo senza proiezioni verso l’avvenire, indifferenza diffusa verso la sorte degli altri, gelosia verso le fortune altrui, sopravvalutazione dei meriti propri. Furbizia nell’elusione delle regole. Cortigianeria. Crollo (apparente) delle ideologie in favore d’un pragmatismo diventato a sua volta ideologico. Vi basta? Molti di questi elementi psicologici fanno parte da gran tempo dei connotati italici [mio neretto, N.d.Z]. Ma in certi segmenti della nostra storia diventano dominanti e questo è uno di quei momenti. Ecco perché quel tipo umano (disumano) [mio neretto, N.d.Z] è diventato moltitudine.”

Senza voler essere troppo indulgenti verso il miserabile consesso della schiatta italica, direi però che è il momento di darsi una calmata. Se la conditio sine qua non per essere ammessi nella cerchia delle persone equilibrate e raziocinanti è di riconoscere che in Italia siamo alle soglie di una dittatura, o quasi – la qual cosa fa ridere chi abbia ancora la testa sulle spalle – è chiaro come la paranoia antiberlusconiana, che è il riflesso della cattiva coscienza della meglio Italia, arrivi a scambiare per sintomi mortali ed eccezionali cose vecchie come il mondo. Anch’io nel mio ragionamento mi porto dietro una pezza d’appoggio. In una lettera a Louis de Kergolay del 25 ottobre 1842, Alexis de Tocqueville, sempre lui (e che ci possiamo fare se vide meglio degli altri?), scriveva:

Hai mai letto la storia d’Inghilterra successiva alla rivoluzione del 1688? Sono attualmente impegnato in questa lettura e vi trovo un grande piacere, anche se lo storico Smollet è il più pedante che esiste sulla terra. Dopo questa lettura comincio a credere che giudichiamo talvolta con troppa severità il nostro paese e i nostri tempi. Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca delle storture, delle debolezze e dei vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenze degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

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Escrescenze plutocapitaliste

Il fatto è che nel frattempo il mondo è cambiato, attorno a lui. Berlusconi è figlio di un’epoca di vacuità della politica: il mercato la scavalcava impunemente, ignorando ogni regola; l’imprenditore-speculatore sembrava più lungimirante e realista del politico di professione. Il liberalismo dogmatico regnò per decenni, e Berlusconi fu una sua escrescenza. Ma questo mondo giace oggi davanti a noi, squassato dalla crisi divampata nel 2008. La regola e la norma tornano a essere importanti, il realismo dei boss della finanza è screditato, la domanda di politica cresce. È quel che Fini presagisce: senza dirlo si esercita in toni presidenziali, conscio del prestigio miracolosamente sopravvissuto del Colle. La crisi del 2007-2008 è sfociata in America nella sconfitta di Bush, ma quel che Pierluigi Bersani ha detto in una recente conferenza è verosimile: «Il capitalismo non finisce, ma finisce una fase ad impronta liberista della globalizzazione. E non finisce perché c’è Obama, ma c’è Obama perché finisce». Questo spiega come mai Berlusconi – a seguito della sentenza Mills che lo indica come corruttore di testimoni e della vicenda Noemi in cui appare come boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne – irrita più che mai chi ci guarda da fuori. (…) Berlusconi va oggi controcorrente: all’estero non ha altra sponda se non quella di Putin, figura tipica di politico-boss. Tuttavia la società italiana gli crede ancora, e questo consenso varrà la pena studiarlo, con la stessa umile immedesimazione mostrata da Obama. Varrà la pena studiare perché gli italiani somigliano tanto ai russi, come se anch’essi avessero alle spalle regimi disastrosi. (Barbara Spinelli, La Stampa)

Berlusconi “escrescenza” del liberalismo dogmatico: sarebbe sufficiente perlustrare velocemente qualche motore di ricerca per scoprire la notevole frequenza di certi termini nel linguaggio dei nazisti e dei comunisti; pur avendo la ragionevole certezza che la Spinelli non faccia parte né dei primi né – con qualche riserva – dei secondi, non posso però non annusare nell’espressione un vago istinto “liquidatorio”. Tanto più che la diaconessa dell’eurodemocrazia, pur risparmiandoci la parola “cricca”, ci rifila poi però tre volte la parola “boss”, il che non è bel segnale di magnanimità liberale, sia di quella dogmatica sia di quella addomesticata. Tanto più che se il nostro Silvio si presenta alla festa di compleanno di una diciottenne – pubblicamente, non di nascosto, insieme a decine di persone e ai genitori della ragazza – alla nostra allarmata signora appare come un “boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne”: come s’adoprano, quando vogliono, in sbrigative crocifissioni queste anime sensibili e democratiche! Tanto più che secondo la Pizia di Parigi gli italiani oramai somigliano tanto ai quei russi che nello spirito son rimasti ancora per molti aspetti servi della gleba. Curioso: per i Soloni – sempre gli stessi – che ci rompono i marroni da mezzo secolo e passa, fino a qualche decennio fa somigliare ai russi sarebbe stato un gran complimento. Oggi è un’offesa sanguinosa.

Ecco, lo dico con la massima serenità, io credo nell’uso di questo linguaggio vi siano tutti i segni di una sorta d’arianesimo intellettuale; e credo perciò che con grande senso della responsabilità nei confronti dell’Italia tutta la signora Spinelli dovrebbe chiarire la propria posizione rispondendo senza ambiguità a queste tre domande:

  1. Perché ha definito Berlusconi “escrescenza”?
  2. Perché ha usato per ben tre volte la parola “boss”?
  3. Perché ha scritto che gli italiani somigliano ai russi?