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Brutto, sporco, cattivo, ma berlingueriano

Scrivevo l’altro giorno a proposito di Berlinguer: «Quei grillini che lo venerano, e sono legione, hanno tutte le ragioni di farlo. Non vorrai rimproverare loro, cara sinistra democratica, di essersi bevuta tutta, fino alla feccia, con la massima coerenza, la vulgata che tu hai propagandata?» E guarda caso ieri al comizio in Piazza Santissima Annunziata a Firenze Beppe Grillo è salito sul palco in braccio a Di Battista – lui novello Berlinguer e il giovanotto novello Benigni – arruffianandosi i novelli montagnardi con un «Vi ricordo qualcuno?» che verosimilmente avrà colpito al cuore con (inaudita) crudeltà lo sbalordito Veltroni. E poi, proprio nel cuore dell’Italia rossa, e proprio per espugnarlo, quel cuore, ha finalmente pronunciato le ferali parole: «Il Movimento 5 Stelle è l’unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità.» Il guaio per la sinistra girondina è che Beppe mente solo quando dice che il suo movimento è l’unico a professare la retta fede berlingueriana, ma per il resto dice la verità. La sinistra comme-il-faut, per sfuggire alla verità, continua ad ingannarsi cullandosi in una concezione caricaturale e tutta di superficie del populismo, come se forme becere, pacchiane, eclatanti o rumorose di azione politica siano sempre e necessariamente forme distruttive di azione politica, e per converso forme seriose non lo siano. E’ per questo che le viene comodo descrivere il grillismo come una specie di degenerazione “antagonista” del berlusconismo, senza rendersi conto che la “questione morale”, dietro la maschera compunta, è la politica ridotta allo stato belluino, è la negazione della politica, è populismo puro, è Grillo.

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Berlinguer il populista

Il “Fatto Quotidiano” ha riesumato l’ultima intervista di San Enrico Berlinguer prima di morire. Vedo già il tetragono popolo di sinistra piangere di commozione. «Dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realtà di un paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale, dall’iniquità sociale (…)», diceva Berlinguer, «per portare invece nell’Unità Europea il volto di un paese più pulito, più democratico, più giusto.» Prima che ti metta ad esaltare il “profeta”, mio caro, eterno e incorreggibile bambolotto di sinistra lascia però che t’inviti ad una piccola riflessione: come mai Berlinguer, dipingendo l’Italia di allora (in quei giorni il mostro era Craxi), ha saputo prefigurare così compiutamente il paese uscito stremato da vent’anni di berlusconismo (ti toglie proprio le parole di bocca, non è vero, bambolotto?) se il ventennio di Silvio cominciò dieci anni dopo la sua morte? Delle due l’una: o il paese era già berlusconiano nel 1984 e il berlusconismo non è stato affatto una patologia particolare, oppure quell’immagine era una caricatura. E infatti quella di Berlinguer non era una profezia, ma semplicemente la frusta, trita, trinariciuta formula di fede del post-comunista, solo aggiornata rispetto a quella del comunista. Era ancora il dogma velenoso dell’Italia dei buoni e dei cattivi, propagandato senza soluzione di continuità dalla fine della seconda guerra mondiale, ma senza il filtro marxista, caduto in disgrazia. “Comunista” non era più sinonimo di “migliore”. Occorreva rifondare la “diversità” piuttosto che morire socialdemocratici. La “questione morale” fu la continuazione del comunismo con altri mezzi. Smessi i panni marxisti, il comunista restò nudo, cioè giacobino. Per questo la sinistra potè diventare “democratica”, ma non espressamente “socialdemocratica”. Ci avrebbero poi pensato i giornalisti, gli intellettuali, gli accademici, gli artisti, i cineasti, i nani comme-il-faut e le ballerine politicamente corrette, e infine e definitivamente i magistrati, con le sentenze, a piegare la realtà italiana all’immaginetta evocata da Berlinguer, che non era solo la sua, ma quella interiorizzata dal popolo di sinistra e che tu, bambolotto, volevi sentire confermata. Per quanto gelido e sussiegoso, e quindi ancor più odioso, quello di Berlinguer era un populismo vero e lui fu un lugubre sacerdote del settarismo di massa. Quei grillini che lo venerano, e sono legione, hanno tutte le ragioni di farlo. Non vorrai rimproverare loro, cara sinistra democratica, di essersi bevuta tutta, fino alla feccia, con la massima coerenza, la vulgata che tu hai propagandato?

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (163)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA REPUBBLICA & L’ESPRESSO 27/01/2014 Claudio Abbado ci ha lasciati il 20 gennaio. E’ stato stupendo vedere come gli storici organi dell’Italia Migliore abbiano saputo vincere lo sgomento profondissimo per l’immensa perdita e con uno sforzo eroico siano riusciti a rendere al Maestro un omaggio degno quanto dovuto. Ed è così che si è arrivati alla decisione di riproporre «una collana nata in collaborazione» col Sommo: 12 CD «che portano una grande emozione» dedicati al «genio assoluto nella storia della nostra cultura», in uscita settimanale con La Repubblica e L’Espresso a 9,90 €. Il 25 gennaio è uscita la prima delle pietre miliari, un CD con musiche di Beethoven. Il Maestro era morto da appena un centinaio di ore: strepitoso. Ma sacrosanto. Era giustissimo infatti battere il ferro finché era caldo, prima almeno che la coltissima moltitudine degli antiberlusconiani si dimenticasse che Abbado era un grande direttore d’orchestra e non la sua strombazzata protesi: la macchietta dell’impegno civile.

FABRIZIO BARCA 28/01/2014 La testa d’uovo del Partito Democratico l’altro giorno era a New York, a tenere una conferenza all’Onu sulle disuguaglianze nel mondo, organizzata dall’Istituto italiano di cultura, dove “La Stampa” lo ha intervistato. Barca era abbronzato, riportava Alain Elkann, indossava una giacca a vento arancione ed era appena tornato dalla Patagonia reduce da una settimana di trekking. Non è un delitto, sia chiaro, spostarsi fino alla fine del mondo per delle amene escursioni tra boschi, valli, steppe, altipiani, laghi e ghiacci. Però mi chiedo, da berlusconiano – ed è un serio quesito di stampo antropologico quello che pongo – perché da noi l’uomo di sinistra tenda troppo stesso a recitare la parte del figlio del Popolo e della Resistenza, per capirci quel babbeo che si sveglia la mattina belando Bella Ciao, ed imposta tutta la sua giornata di conseguenza; oppure perché, al contrario e sempre troppo spesso, gli scappi di essere così schifosamente trendy. E’ vero che noi a destra abbiamo per modello Silvio; ma meglio un autentico, vitale e pittoresco spaccone come lui che una doppia e funerea caricatura.

EUGENIO FINARDI 29/01/2014 Proprio quando si pensava che ormai avesse appesa definitivamente la chitarra al chiodo, Eugenio ha sorpreso tutti annunciando il suo ritorno in campo. Il fatto è ancora più straordinario se si considera che il suo nuovo album, a quasi quarant’anni di distanza dalla musica ribelle – quella che ti vibrava nelle ossa, che ti entrava nella pelle, che ti diceva di uscire, che ti urlava di cambiare, di mollare le menate e di metterti a lottare – è di nuovo «un disco di lotta» senza se e senza ma. Bravo. Son sicuro che farà un figurone, vista anche la roba che c’è in giro da lustri. Ne sono sicuro perché da tempo mi sono arreso all’evidenza: certi artisti per dare coraggiosamente il meglio di se stessi hanno bisogno di essere in pace con la propria puerile coscienza politica e di credere ancora con candore alla rivoluzione. Dico con candore perché questi non sono frivoli furbacchioni alla Jovanotti, che è nullo in tutto. Sono solo casi disperati: se guarissero dalla malattia non avrebbero più niente da offrire all’umanità.

L’UNIONE EUROPEA 30/01/2014 Barbara Spinelli bastona l’Unione Europea sulla questione ucraina e per una volta posso dire di non essere completamente in disaccordo con una delle mie vittime preferite. La questione se l’Ucraina sia europea o russa è foriera di pericolosi equivoci. Se proprio bisogna scegliere, allora è giusto dire che l’Ucraina è, senza alcun dubbio, molto più russa che europea, per profondissime ragioni culturali, linguistiche, religiose. L’epopea ucraina è fondamentalmente anti-musulmana o anti-ottomana, da una parte, e anti-cattolica o anti-polacca dall’altra, mentre i rapporti con la Russia sono sempre stati conflittuali, ambivalenti, improntati ad un sentimento di odio-amore, tipici di un paese geloso delle proprie peculiarità, ma che, allo stesso tempo ed in larga misura, si è considerato per secoli un bastione e una culla dell’ortodossia e dello slavismo orientale in una vasta zona di frontiera. La conquista dell’indipendenza vide la nascita di un paese ancora molto imperfettamente fuso, abitato per un terzo da russofoni, da gente bilingue, da gente che parla un misto di ucraino e russo, oltre che da altre minoranze. Con tutto questo l’Europa e gli Stati Uniti, invece di esercitare con duttilità un’intelligente azione di sostegno a Kiev nei confronti dell’ingombrante vicino russo, si sono inventati, di sana pianta, con lo stesso spirito frivolo mostrato verso le primavere arabe, un’Ucraina “europea” che non è mai esistita. Se oggi siamo alle soglie della guerra civile non è solo colpa del famigerato Putin.

LUCIA ANNUNZIATA 31/01/2014 «Partigiani o fascisti?» si chiede la direttrice dell’Huffington Post a proposito dei descamisados di Grillo, a conferma che nel 2014 in Italia c’è ancora un popolo numeroso, bacchettone, opportunista, saputello, rompicoglioni, e in definitiva molto ottuso, che non si è ancora arreso alle mordaci e spassose verità di Flaiano («I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.») o di Churchill («Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.»). Fosse solo questo! Nella domanda dell’Annunziata c’è di peggio: c’è l’incapacità della sinistra di vedere nel sanculottismo grillino la caricatura di se stessa, il frutto maturo della stagione moralistica lanciata da Berlinguer per rinverdire, camuffandone i tratti, i fasti della diversità comunista. Per quanto strampalata, la richiesta di impeachment dell’ex compagno Napolitano non è poi tanto più pretestuosa di quella che il Pci preannunciò nei confronti dell’innocente Leone, che però si dimise prima, o di quella avanzata dal Pds nei confronti del picconatore Cossiga. E i complimenti rivolti dal cittadino De Rosa alle colleghe democratiche in Commissione Giustizia alla Camera per la loro naturale predisposizione per le arti lewinskiane, cosa sono se non il riflesso di quelli rivolti dal bel mondo progressista alle parlamentari berlusconiane? Ma sembra che De Rosa abbia un’attenuante, almeno così dice chi lo difende: sarebbe stato insultato. Gli avrebbero dato del «fascista». Tanto per chiudere il cerchio in bellezza.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (156)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EZIO MAURO 09/12/2013 Spiego ai gonzi la genesi del fenomeno editoriale “La casta”, che è questa: 1) Alle elezioni politiche del 2006 Berlusconi doveva essere maciullato dall’armata prodiana, apertamente sostenuta da quegli sfatti poteri forti che già avevano provveduto alla normalizzazione di Confindustria con la nomina di Montezemolo dopo il periodo di rottura di D’Amato, e che in Berlusconi avevano sempre visto un outsider. 2) Prodi uscì invece dalla contesa con Berlusconi sì vittorioso, ma per puro miracolo, barcollante come un pugile suonato, e il suo governo si rivelò fragile fin dall’inizio. 3) Fu proprio durante quel governo Prodi, della cui agenda la casta economica degli sfatti poteri forti aveva sperato di fare da supervisore, che il vento dell’antipolitica cominciò a soffiare forte, e si ebbe l’esplosione del vaffanculismo grillino. 4) La casta economica, vistasi troppo compromessa nel suo sostegno a Prodi, pensò allora di schivare il vento dell’antipolitica assecondandolo, allontanandolo da sé e deviandolo tutto contro la classe politica. 5) Fece le cose alla grandissima, proprio senza vergogna, per cui il libro “La casta” divenne un caso mediatico ancor prima di essere pubblicato: in breve, il libro meglio raccomandato del dopoguerra. 6) Fu così che l’antipolitica del partito del Corriere della Sera andò a sommarsi all’antipolitica del partito della palingenesi vaffanculista, figlia becera, oltranzista e ribelle, a sua volta, dell’antipolitica del partito di Repubblica, organo della “questione morale”. Eppure oggi, nonostante tutto, Ezio Mauro, dopo la “schedatura” grillina di Maria Novella Oppo e di Francesco Merlo, ritiene che il capo del M5S così facendo confermi «che la sua concezione della libertà di stampa è quella tipica della casta». Invece è quella di chi ha imparato alla perfezione sulle pagine di Repubblica e dei suoi cloni a sentirsi moralmente superiore e a dare compulsivamente dei pennivendoli, dei servi e dei lacchè non solo agli scribacchini berlusconiani come il sottoscritto ma anche ai compagni di strada non sufficientemente puri. Quella della “casta”, al confronto, è roba commovente, democristiana, da mammolette.

DON LUIGI CIOTTI 10/12/2013 L’ostinazione, la coerenza, e il bolso militantismo di quest’uomo hanno dell’incredibile. Anche nel giorno dell’Immacolata Concezione il sacerdote che combatte tutte le mafie d’Italia – mafie rigorosamente al plurale e nel senso più largo del termine, quindi mettetevi una mano sulla coscienza e non chiamatevi fuori con frettolosa autoindulgenza – ha voluto recitare la sua parte come da copione. L’apostolo della Costituzione e della Resistenza era a Genova dove ha celebrato la Messa nel ricordo dello scomparso don Andrea Gallo. Durante il rito, obbedendo all’ingiunzione di uno straordinariamente prevedibile e politicamente impegnato Spirito Santo, si è messo a cantare Bella Ciao, dal gregge accompagnato. Uno strazio. Una crocifissione. Un calvario. Un’abominazione. Una desolazione. Un’abominazione della desolazione. Nessuno in chiesa ha riso. Cosa in effetti piuttosto sconveniente. Di solito. In questo caso però, vista la corale buffonata andata in scena, sarebbe stata proprio una cosa come Dio comanda. Una liberazione.

CAROLINA MARCIALIS 11/12/2013 Son brutti tempi, lo sappiamo, ma proprio per questo è bello cogliere fra le erbacce della disastrata quotidianità il fiore raro e prezioso di una notizia non solo divertente ma anche capace di allargare il più intristito dei cuori. Dobbiamo questa perla al carattere verace della signora Cassano, la quale ha chiuso una gagliardissima tirata contro la ex gieffina Guendalina Tavassi, colpevole di una battuta un po’ troppo da malafemmena sul suo Fantantonio, con queste parole: «E poi per mio marito ti leccheresti le dita… Di donne facili come te ne ha già avute 700!! Fatti una vita… Fallita!!» Che la signora Cassano creda davvero alle sparate del signor Cassano direi che è commovente. Ma che se ne mostri in qualche modo perfino orgogliosa è qualcosa di assolutamente esaltante: è una conferma ruspantissima dell’eroismo dell’amore. Anche di quello coniugale. Alla faccia dei tempi e dell’anemica cultura di genere. Fantacarolina.

LA CORPORAZIONE DEI PIAZZAIOLI 12/12/2013 Straordinario il moralismo da quattro soldi che si è abbattuto sulla jacquerie dei Forconi. In effetti non solo si è vista sfilare tanta gente in buona fede, allergica di solito agli schiamazzi di piazza, ma abbiamo anche assistito a brutture come il blocco delle strade; la sguaiataggine, la grossolanità sbrigativa e insieme contraddittoria delle opinioni; l’istinto del branco pronto a trovare il traditore nell’inedita figura del pizzicagnolo crumiro; l’ipocrisia di vocianti consorterie che si lamentano con lo stato solo perché ne reclamano, pure loro, la “protezione”; il vittimismo da finti morti di fame; il furore cieco di chi non sa nemmeno lui cosa vuole, tranne fare piazza pulita; gli insulti rivolti indistintamente a politici, sindacati, banche; i vandalismi; le strumentalizzazioni politiche. Privo della solita etichetta progressista il tanfo della piazza questa volta è arrivato intatto in tutta la sua fetida genuinità anche alla narici di chi ne reclama il monopolio: il bel mondo democratico, che è quasi svenuto, non prima di aver lanciato l’allarme antifascista.

STEFANO FOLLI 13/12/2013 In principio c’era il populismo berlingueriano della “questione morale”, la politica ridotta al principio della lotta dei buoni contro i cattivi: barbaro principio, ma osannato a sinistra e temuto altrove. Questo populismo all’ingrosso partorì il vezzeggiatissimo populismo dei “girotondini”, figli del fior fiore della società civile. Poi venne alla luce il populismo sanculotto dei “vaffanculisti”, di cui mezza sinistra si innamorò. Poi spuntò, per viltà, il populismo degli “anticasta”, sponsorizzato dalla casta economica. Poi si fece sentire il populismo oltranzista degli “antagonisti”, combriccola manesca ma non priva di protezioni e simpatie. Poi fu la volta del populismo salottiero di chi denunciava i guasti del plebiscitarismo democratico ed invocava il commissariamento della democrazia, nel nome, s’intende, del controllo della legalità democratica, salvo poi accusare di cesarismo antidemocratico gli invocati commissari. Poi, felpato, istituzionale, cominciò a pontificare il paludato populismo dei sostenitori del governo tecnico. Infine arrivò il populismo dei “forconi”, poveri fessi senza lo straccio di una raccomandazione: perciò sono stati massacrati. “Sanfedisti”, li ha chiamati Stefano Folli: plebaglia controrivoluzionaria, insomma, l’unica plebe che non ha mai una giustificazione.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (137)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL FANTASMA DI ENZO BIAGI 29/07/2013 Ecco l’ennesima dimostrazione che l’antiberlusconismo è un brutto male. E’ morto ieri il cardinale Ersilio Tonini, ma sembra sia ri-morto Enzo Biagi. Dei novantanove anni della sua lunga vita l’unica cosa degna di ricordo sembrano le dure parole che ebbe ad “AnnoZero” subito dopo la morte del giornalista – col quale aveva lavorato in un programma televisivo dedicato ai “Dieci Comandamenti” – a proposito della faccenda dell’Editto Bulgaro. Tonini fece di Biagi un martire. Ma era un ridicolissimo sproposito. Il “Fatto” – dieci minuti di interviste, e spesso moraline finali, in onda subito dopo il TG1 – faceva venire il latte alle ginocchia: basti pensare che una giuria di critici televisivi lo giudicò il miglior programma d’informazione dei primi cinquant’anni della RAI. Nientepopodimeno. Di puntate ne fecero più di ottocento. Un martirio. La mia rubrica ha toccato quota seicento e il mio sogno è sempre stato quello di riuscire a martirizzare i miei lettori più a lungo di quanto fece Biagi coi suoi telespettatori. La cifra stilistica di Biagi era un motteggiante moralismo espresso col distacco del vecchio nonnetto. Ciò gli dava un’aria d’indipendenza. In realtà era un perfetto conformista, e in fondo gli piaceva bacchettare con molta urbanità chi cadeva in disgrazia. Essendo Berlusconi un outsider, era perciò anche antiberlusconiano. Con la meritata tirata d’orecchi dell’Editto Bulgaro, che non lo minacciava affatto, colse la palla al balzo per chiudere in bellezza un programma che stava conciliando ormai il sonno ai più, in calo di ascolti, e di cui si progettava il trasloco o la trasformazione: umiliato ed offeso, non accettò dalla RAI nessuna proposta. Andò incontro al martirio con un’ottima buonuscita, e la società civile ai suoi piedi. Il miglior affare della sua vita.

RENZO PIANO 30/07/2013 Con la collaborazione di una ditta tedesca il famoso architetto italiano ha finalmente realizzato uno dei suoi sogni: una casetta minimalista e ridotta all’essenziale, dal suggestivo nome di Diogene. La casa è costruita in legno, ed è dotata di isolamenti termo-acustici, di un collettore per le acque piovane, di pannelli solari, di compost toilet e di chissà quante altre diavolerie. Dispone di cucina, doccia, tavolino e cuccia per dormire, e misura la bellezza di sei metri quadrati. A prima vista, mi sembra che stia ad una casa tradizionale come un bagno chimico sta ad un bagno tradizionale. Il gingillo costa sui ventimila euro e qualche disperato lo potrebbe trovare pure intrigante. Purtroppo però di questa casettina non potrete mai fare la vostra residenza: come alloggio vìola tutte le leggi nazionali, regionali, comunali e rionali in materia, nel nostro paese almeno. Perciò se già sognavate di vivere come un novello Walden – ma col conforto della legge – deliziosamente rintanati nella vostra capanna tecnologica piazzata al centro di quella verde radura di quell’ameno boschetto, è meglio che abbandoniate subito queste vostre scusabili fantasticherie. Al massimo la potrete collocare in giardino, a fianco della casetta in legno per gli attrezzi, e a quella del vostro migliore amico, Fido; e viverci clandestinamente da separato in casa, se proprio col resto della famiglia i rapporti sono pessimi; oppure parcheggiarci, sempre clandestinamente, il vecchietto di casa insieme alla badante. Sempre che non abbiate già una roulotte, ossia un Diogene con le ruote, nel qual caso il problema nemmeno si pone.

ANTONIO MURA 31/07/2013 Durante la requisitoria relativa al “processo Mediaset” il procuratore generale della Cassazione ha fatto due importanti affermazioni: 1) «il compito della Cassazione è farsi carico del proprio ruolo in modo avulso da aspettative e passioni, che sono frutto del libero dibattito ed espressione della democrazia, ma devono restare fuori dall’aula» ; 2) «sono presenti tutti gli elementi costitutivi della fattispecie di reato di frode fiscale ascritta agli imputati» e Silvio Berlusconi «è stato l’ideatore di questo meccanismo di frode fiscale». Allora, proviamo a ragionare spassionatamente: a cosa serve al Caimano tutta l’infinita truppa di manutengoli, avvocati, azzeccagarbugli, professionisti dell’imbroglio, maneggioni, faccendieri, trafficoni e commercialisti al suo servizio, se poi perfino i «meccanismi» di frode fiscale se li deve inventare lui, povero diavolo? Suvvia, cerchiamo di essere sereni: diamo qualche merito anche ai suoi tirapiedi.

L’AFFAIRE MONTE DEI PASCHI DI SIENA 01/08/2013 Il Monte dei Paschi era un coso originalissimo anche prima del patatrac. Non vi era in Italia, e forse nel mondo, un esempio di istituto bancario che coltivasse un legame – lecito, per carità, fino a prova contraria – così stretto con la politica. Un vero e proprio matrimonio, che molti trovavano pure virtuoso. La politica scomparve improvvisamente dalla vita del Monte dei Paschi non tanto al momento dello scoppio dello scandalo sui derivati e sull’acquisto di Antonveneta, quanto piuttosto al momento dell’intervento della magistratura. Non se ne seppe più nulla. Lo scandalo fu funestato anche dalla morte di un alto dirigente della banca, che ebbe il cattivo gusto di buttarsi dalla finestra del suo ufficio: un tonfo sordo sul selciato, prontamente replicato dal tonfo sordissimo che questa morte ebbe sui media. Dopo essere stato sepolto, il poveretto sparì negli abissi dell’oblio in un silenzio arcano. Cominciò l’inchiesta, che fu un vero e proprio correttissimo rito scandinavo. Un mortorio. Non ci diedero neanche un ossicino da rosicchiare. Io speravo molto nelle intercettazioni, non in quelle pertinenti, ma in quelle non pertinenti, ossia impertinenti, grazie alle quali di solito vengono a galla pietose debolezze, particolari scabrosi, storie di donnine. Niente di niente. Adesso è arrivato l’avviso di chiusura delle indagini. A Mussari viene contestato anche il reato di insider trading: l’8 novembre 2007 il grande mariuolo «comunicava, al di fuori del normale esercizio della professione» la notizia dell’acquisto di Antonveneta a Maurizio Cenni e a Fabio Ceccherini all’epoca rispettivamente sindaco e presidente della provincia di Siena (oltre che al responsabile dell’investment banking di Jp Morgan per Europa, Africa e Medio Oriente Enrico Bombieri). Non si vede cosa ci guadagnasse il mariuolo, ma trattasi di comunicazione di informazioni privilegiate secondo la magistratura. Ma allora perché Mussari si sentiva in dovere di comunicarle ai più alti rappresentanti di quegli enti, comune e provincia, che nominavano i vertici della fondazione Mps, azionista di controllo della banca? Doveri istituzionali, secondo i difensori di Mussari. Possibile, ma in ogni caso assai intriganti.

BEPPE GRILLO 02/08/2013 Il più ortodosso nel parlare alla pancia della sinistra è stato lo scalmanato Beppe: «Berlusconi è morto. Viva Berlusconi! La sua condanna», ha detto, «è come la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Il Muro divise la Germania per 28 anni. L’evasore conclamato, l’amico dei mafiosi, il piduista tessera 1816 ha inquinato, corrotto, paralizzato la politica italiana per 21 anni, dalla sua discesa in campo nel 1993 per evitare il fallimento e il carcere. Un muro d’Italia che ci ha separato dalla democrazia». Dalla democrazia. Già, già, dalla democrazia. Che noia. Beppe non è più un giovincello. Sa benissimo che per la sinistra italiana, dal brigatista in su, la vera Liberazione, la “democrazia compiuta”, questa solenne cretinata antidemocratica, non è mai arrivata nel nostro paese. Ad impedirne il pieno dispiegamento c’era stato prima il corpo flaccido e clerico-fascista della Dc, poi quello corrotto e burbanzoso del pentapartito craxiano. Infine è arrivato il Berlusca, la quintessenza del degrado morale e civile dell’Italia Peggiore. La Grande Bubbola nacque dalla necessità di nascondere le pulsioni antidemocratiche che hanno sempre agitato invece il corpaccione della sinistra, in buona parte ereditato da quel fascismo nato da una sua costola; sinistra che dal radicalismo di massa non è mai riuscita ad emanciparsi, così come non è mai diventata tranquillamente socialdemocratica. Al riparo della Grande Bubbola la sinistra ha vissuto comodissimamente, ramificando il suo potere in ogni segmento della società, tanto che a destra ormai è rimasta solo la plebe. Ma la Storia andava avanti implacabile e divenne infine necessario piegare la Realtà alla Grande Bubbola. Il Sinedrio dei Giudici avanzò allora sulla scena, per puntellare a colpi di sentenze la baracca. Ma non servirà a niente. Le sentenze serviranno solo a rendere più chiari e grotteschi i contorni della Grande Bubbola, fino al giorno del suo fragoroso tracollo. Sarà quello il vero giorno della Liberazione.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (126)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 13/05/2013 La «meglio gioventù», oggi come allora, è in genere fatta di giovanotti arroganti, raccomandati, opportunisti, senza una sola idea che non sia quella di urlare più forte degli altri contro fascisti e corrotti. E’ solo un modo piuttosto spudorato di essere conformisti. Grazie a questa spirituale connivenza col vero regime, ritroviamo dopo qualche decennio questi vili furbacchioni, sempre in genere, perfettamente sistemati nel supposto regime, dopo aver fatto le scarpe a tanta gente meno troglodita di loro ma anche meno spudorata e raccomandata. Giunti felicemente al porto alto-borghese, costoro giudicano che sia tempo di autocelebrarsi, e di propagandare la statura eroica delle loro imprese giovanili, statura eroica che serve appunto a sublimarne la scelleratezza e la costante dabbenaggine. In chiaro il messaggio è questo: anche quando sbagliavamo (cioè sempre) eravamo i migliori, in virtù della nostra nobiltà d’animo. Beppe Grillo sta con questi filibustieri. Lo ha detto ieri, papale papale, commentando sul suo blog la manifestazione pidiellina di Brescia: «Nei vicoli che portavano alla piazza del Duomo di Brescia sono sfilati ieri, insieme e contrapposte, la meglio gioventù e la vecchiezza della Repubblica.» Sempre le stesse bubbole, da mezzo secolo: siamo alla demenza senile.

IL SISTEMA PROSTITUTIVO ORGANIZZATO 14/05/2013 Ma se voi avete voglia di un gelato, che fate? Mettete su una fabbrichetta di gelati o ve lo comprate? Se siete matti come Berlusconi probabilmente mettete su la fabbrichetta. Pensate, per esempio, ai «sistemi prostitutivi organizzati». Ce ne sono di tutti i colori, da quelli di strada a quelli di alto bordo. Un mercato un po’ sordido, ma sempre un mercato. Se sganciate il giusto, potete sollazzarvi con escort da infarto nel massimo della riservatezza: ne sono sicuro, anche se non ho mai avuto il piacere, se non altro per la mancanza di mezzi. «Sganciare», appunto. Perché, sembrerà strano, ma i «sistemi prostitutivi organizzati» sono «organizzazioni», appunto, a scopo di lucro. Come le fabbrichette, appunto. Berlusconi invece, piuttosto di fare una telefonata o mettere in moto qualche suo fidato tirapiedi, si fa un «sistema prostitutivo organizzato» tutto per sé, non per guadagnarci ma per rimetterci. In pratica un allevamento di belle pollastrelle, un harem di concubine profumatamente pagate, un’allargata ed interrazziale famigliola di mantenute. Appunto: «mantenute». Se siete dell’avviso che le «mantenute» nella stragrande maggioranza dei casi siano delle «puttane», nel senso di «baldracche», probabilmente avete ragione. (Ancora per poco, però: la «puttanofobia» tra non molto sarà un reato, grazie anche ad una campagna di sensibilizzazione di “Repubblica”, e in particolare all’appello “Siamo tutti&tutte puttane”, primo firmatario Saviano.) Ma le «mantenute» non sono «prostitute», anche se possono esserlo part-time e in proprio, all’insaputa o nel disinteresse di chi le mantiene. Il concetto è chiaro fin dalla notte dei tempi. Nessuno ha mai avuto niente da ridire. Ci voleva la Procura di Milano per scombinare l’ordine cosmico. Anche Cavour, lo statista, aveva la sua mantenuta, una ex ballerina. Ed erano i tempi della Politica con la “P” maiuscola. E tre o quattro mantenute sono tra le infelici eroine della Commedia Umana balzachiana, regine dei teatri e delle «cene eleganti»: infelici perché non ebbero la fortuna d’incontrare un vecchietto generoso e disinteressato come il Cavaliere.

ITALIA FUTURA 15/05/2013 Io non ho mai capito cosa sia Italia Futura. La ragione è questa: non lo sanno nemmeno loro, i futuristi. Loro sono un augusto consesso di teste d’uovo che si squagliano come neve al sole non appena l’arbitro fischia l’inizio della partita. Ma nella fase di riscaldamento sono formidabili: esercizi splendidi e propositi ferrei. Annusando il patatrac montiano, già in campagna elettorale si erano eclissati. Poi si sono imboscati del tutto. Ora che lo stallo post-elettorale ha trovato uno sbocco, per quanto precario e conflittuale, ricominciano a pontificare dall’alto della loro vuota albagia giovanilista, efficientista, modernista, discontinuista, e via cazzeggiando. Luca Cordero di Montezemolo e Nicola Rossi hanno lanciato infatti il progetto “Italia Futura 2.0”, che già coll’originale suo nome firma una condanna definitiva all’oblio. Ma cos’è dunque la nuova Italia Futura? E’ quella di prima, Italia Futura Reloaded. Questo ectoplasma, dovete sapere, «è nella politica, ma al di fuori dei partiti, e non è, non può essere, non vuole essere la “corrente” di nessun partito». Per Italia Futura «è arrivato il momento di riprendere la strada maestra, tornando alla mission iniziale: promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del Paese, dando voce a chi non si rassegna a contribuire alla vita pubblica solo il giorno delle elezioni». Essere, o non essere, questo è il suo dilemma: se sia meglio soffrire nell’animo le frecciate e le pernacchie dell’oltraggiosa fortuna o prendere finalmente il toro per le corna, e chiudere senz’altro bottega.

JOHN KERRY 16/05/2013 E allora ricapitoliamo. L’ex terrorista su grande scala Gheddafi cominciò il suo avvicinamento all’Occidente verso il 2000. Nel 2005 gli si era già arreso, in cambio della vita, del potere in Libia, e del privilegio di pavoneggiarsi come la più bizzarra delle popstar davanti ai potenti della terra. L’affare era abbastanza vomitevole, soprattutto per gli anti-gheddafiani, reaganiani & guerrafondai della prima ora come il sottoscritto, ma era stato chiuso. Gheddafi ormai non era niente più che un pittoresco vassallo, perché il Rais, che già al suo eccentrico modo fu sempre molto «laico», era più che mai isolato nel mondo arabo: i «moderati» di lui non si erano ovviamente mai fidati, gli «estremisti» lo consideravano un traditore. La sua Libia era un paese spopolato e potenzialmente ricco. Gli accordi economici con l’Occidente si moltiplicavano, in primis naturalmente con l’Italia. L’Occidente aveva tutto l’interesse di mettere a profitto la dorata vecchiaia assicurata a Gheddafi per estendere la sua influenza “democratizzante” sul paese nord-africano. Venne lanciata, invece, da parte francese, britannica e americana, pur di correre dietro alla moda delle “primavere arabe” e ingraziarsene i protagonisti, pur di comprarsi a prezzi di saldo una facile gloria, e magari nella speranza segreta di ricolonizzare il paese, l’inconsulta campagna di Libia, la più deficiente campagna militare di questo inizio di terzo millennio. A un anno e mezzo dalla morte di Gheddafi la Libia è un paese in preda all’anarchia, conteso da tribù, qaedisti e salafiti. Gli USA non sanno che pesci pigliare ma intanto rafforzano le loro piattaforme logistiche in Italia. Le cose devono andare maledettamente male se il Segretario di Stato John Kerry, sbarcato a Roma nei giorni scorsi, ha stimato opportuno mettere in chiaro che «l’Italia, per il rapporto privilegiato che ha con la Libia, può svolgere un ruolo cruciale per la stabilità del Paese e noi vogliamo lavorare con Roma» e che «in Libia ci sono ancora tantissime sfide e l’Italia può avere un ruolo cruciale per portare stabilità», dichiarazioni che sembrano, sì, un “mea culpa”, ma molto di più una presa per il culo.

CARLO AZEGLIO CIAMPI 17/05/2013 Non è mai troppo tardi per diventare un eroico oppositore del regime berlusconiano. Veniamo ora a sapere che l’ex presidente della repubblica si era tenacemente opposto, nelle sale ovattate del potere, alla partecipazione dell’Italia alla guerra in Irak. A suo dire il losco affare fu deciso a quattr’occhi tra Bush e Berlusconi, e chissà cosa c’era di occulto e inconfessabile nelle pieghe di questo accordo! Roba da «aprire un fascicolo», immagino (e diciamolo a voce bassa: ci sono tanti mattacchioni in toga in giro). Ciampi dissentiva nel merito e nei metodi di questa politica estera. A patirne di più – chi l’avrebbe mai detto? – era la nostra beneamata Costituzione. Dice Ciampi: «Non si può impostare una politica estera su base personale senza neppure comunicarla a chi ha le prerogative istituzionali per condurla e implementarla. Mi costa dirlo, ma questa è la mentalità che rischia di prevalere: le istituzioni non contano, la Costituzione diventa da stella polare un intralcio che rallenta il corso delle cose». Mah, il presidente che «conduce e implementa la politica estera» mi sembra una barzelletta: al massimo ne officia i riti con la sua augusta figura, sempre un po’ sacrale. Però, sapete com’è, la nostra Costituzione è spesso stentorea, verbosa e ambigua insieme, e quindi interpretabilissima: la puoi stiracchiare o restringere a piacimento. Per molti decenni all’Italia progressista piacque la figura del presidente firmaiolo, soprammobile della repubblica. L’irrequieto Cossiga lo si voleva mandare in manicomio. Poi arrivarono i governi Berlusconi, e i presidenti della repubblica si sentirono in dovere di fargli da tutori, e cominciarono a mettere il becco su tutto. E la repubblica – nel pieno rispetto della Costituzione, s’intende – cominciò a diventare presidenziale per far fronte al pericoloso cripto-presidenzialismo berlusconiano, negatore della Costituzione.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

Italia

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l’appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa – a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall’inizio dopo l’errore fatale dell’attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell’uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli “affari” e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (117)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 11/03/2013 Su quello strano tipo del liberale italico in politica che alla fine, per disperazione, «riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno», avevo scritto appena dieci giorni fa. Be’, eccolo che si fa avanti in carne e ossa. Su Il Sole 24 Ore, il giornale che da quando è sceso dall’Olimpo montiano non si vergogna più di niente, l’economista che fu tra i fondatori di Fare per fermare il declino sfida Grillo a non rincorrere unicamente il successo politico, a dimostrarsi statista, «a lanciare al Pd la possibilità della fiducia ad un governo», lasciando a una personalità del Pd, che abbia la fiducia della gente, la guida del governo, senza cercare poltrone per i suoi. Ciò attraverso un programma «fortemente grillino» articolato su tre temi: proposte anti-casta politica, proposte anti-casta economica e proposte istituzionali, tra le quali ci dovrebbero essere l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, il dimezzamento dei parlamentari con adeguamento degli stipendi e delle indennità alla media europea, e l’eliminazione di tutte le province. Non stupisce la cecità del professore sulla vera natura dei rivoluzionari: la storia offre a profusione esempi di questo specifico tipo di gonzaggine. Non stupisce più di tanto il cedimento su tutta la linea alla retorica del populismo anti-casta. Stupisce piuttosto la modestissima portata “liberale” delle proposte, con tutto quello che invece c’è da fare, e presto!, per fermare, adesso!, il declino.

GIULIO TERZI 12/03/2013 Ce la dovremmo prendere col governo, ma siccome il ministro degli esteri è una delle nostre vittime preferite, proseguiamo volentieri con la meritoria opera di persecuzione nei confronti della Farnesina, che sulla faccenda dei marò in attesa di processo in India sta collezionando una serie impressionante di topiche. Dopo aver combinato il disastro cedendo all’inizio, dopo aver ostentato stupido ottimismo, dopo aver belato e brancolato nel buio per mesi, adesso si è risolta per una mossa molto avventata, da disperati, che rischia di trascinarci dalla parte del torto, almeno agli occhi di quel mezzo mondo emergente di cui l’India è tanta parte. I marò in «permesso voto» in Italia restano dunque nel nostro paese. Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.

BEPPE GRILLO 13/03/2013 Il tesoretto di Craxi non fu mai trovato, neanche a Hong Kong, perché non c’era. Bettino non si arricchì con la politica. Ma a Beppe piace lo stesso chiamarlo Bottino. Ed evocare per la milionesima volta il sogno di una generazione di esaltati: il Berlusca ad Hammamet. E chiamare «questuanti» i soliti noti del Pdl. Ed esprimere tutta la sua solidarietà ai magistrati di Milano. Quando vuole Beppe è ortodosso come il girotondino di qualche anno fa: un babbeo fatto e finito, ricorderete, in quanto a conformismo. D’altronde, tolte le pose futuristiche, in cosa si distinguono i militanti del M5S – non parlo di chi li ha votati – dai bigotti di sinistra? Nell’impegno un po’ scomposto con cui indulgono nei sogni bucolico-giustizialisti dell’Italia sedicente onesta. Insomma, gridano più forte. La sinistra «istituzionale» li ha combattuti soprattutto in quanto irregolari e potenziali competitori, non certo per le idee. Ed infatti, in men che non si dica, dopo l’esito del voto ha riscoperto, senza vergognarsene, tutte le affinità elettive che la legano agli ex facinorosi.

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 14/03/2013 Dove non arriva, per pudore, il partito, arrivano loro, gli intellettuali. Non hanno bisogno di ordini. A loro basta l’istinto. Costituiscono una forza di complemento che spiana la strada, che parla forbito alla pancia del paese, nobilitandone le peggiori pulsioni. In breve, sono gli artefici del populismo politicamente corretto. Dopo di loro, e a dar loro man forte, arrivano le icone della società civile, tutti quei personaggi da operetta che la grande cricca progressista ha proclamati i migliori nei loro rispettivi campi. E dopo di questi, eccoti l’esercito dei centomila che non si stanca mai di firmare appelli, di sottoscrivere petizioni o dichiarazioni di solidarietà. Non poteva andare in maniera diversa con la preghierina indirizzata ai cari amici del Movimento 5 Stelle. E’ chiarissimo che si tratta di un fenomeno patologico. Abbiamo il dovere di aiutare queste persone. Di illuminarle, di aprir loro gli occhi, usando il loro stesso linguaggio, l’unico che capiscano nella loro semplicità: chiamiamoli nani, ballerine, lobotomizzati, così, in ordine strettamente gerarchico. E’ un atto d’amore.

ULDERICO PESCE 15/03/2013 Il 16 marzo nell’Aula Pacis dell’università di Cassino ci sarà la prima nazionale del nuovo spettacolo di Ulderico Pesce dedicato ad Aldo Moro. La morbosa fascinazione degli artisti civilmente impegnati per la morte di Moro ha una spiegazione facilissima: i sensi di colpa della sinistra, dal cui seno nacque il terrorismo rosso, e il tentativo inconscio di rimuoverli con un’ossessiva e sempre aggiornata opera di depistaggio. Ma uno così spassoso non l’avevo mai sentito: «…[Moro] doveva morire», dice, «a ucciderlo non sono state le Brigate Rosse, a uccidere Moro e la sua scorta è stato lo Stato. Ma prima ancora di questa domanda bisognerebbe farsene un’altra: perché non hanno fatto nulla per impedire il rapimento? (…) La cosa che mi fa più ribrezzo è vivere in un Paese dove gli assassini di Moro sono ancora liberi… Bisogna restituire luce alla nostra memoria». Sono passati 35 anni ma la superstizione è tutt’altro che estirpata. Caro Papa Francesco, se vuole bene all’Italia, cominci da qui la sua opera di evangelizzazione che le sta tanto a cuore, da questi pazzi furiosi.

[(Risposta ai commenti) Ah ah ah… la retorica della documentazione, dei dati e degli argomenti… Mi ascolti bene: io-me-ne-in-fi-schio. La vostra documentazione è come quelle ventimila pagine obbligatorie di allegati che di prammatica accompagnano le inchieste più sballate. Gigantesche costruzioni barocche fondate sulla capziosa interpretazione dei mille particolari secondari che sempre fanno da sfondo a un fatto, o che da quello riverberano, e che inevitabilmente portano in superficie miserie e insufficienze. Con tale metodo i dottori della disinformazione possono dimostrare qualsiasi cosa, e negare qualsiasi verità. Specie quelle che fanno male. E già, bigotti. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI. I giovanotti delle Brigate Rosse si erano nutriti della propaganda e della “narrazione” della storia repubblicana fatte dal PCI e dal culturame di scelbiana memoria. Essendo giovanotti furono conseguenti con le conclusioni a cui portava quella sbobba velenosa. Al PCI quella propaganda e quella “narrazione” servivano per sfiancare il paese e per acquistare sempre più potere reale. Il compromesso storico doveva esserne il risultato alla fine degli anni settanta, quando il comunismo mondiale stava mostrando le crepe che lo avrebbero portato alla fine. Per Moro, il vero Moro, non quello falsificato dall’agiografia progressista dopo morto, colui che qualche mese prima di essere ucciso dal terrorismo comunista disse alto e forte in Parlamento che “la Dc non si sarebbe fatta processare in piazza”, il compromesso storico non era affatto un riconoscimento di quella “narrazione”, ma un tentativo, che lui riteneva ineludibile, di “costituzionalizzare” il PCI e di riportarlo alla democrazia occidentale. Chi si opponeva da “destra” a questa politica era nel suo pieno diritto: lo faceva per varie ragioni, fra le quali quelle di politica estera, e quella, secondo me sacrosanta, che non era saggio cedere all’aggressività del PCI. Le Brigate Rosse che si opponevano da “sinistra” a questa politica lo facevano in modo criminale, e perché erano imbevute dei miti della democrazia incompiuta (la “democrazia compiuta” è un concetto antidemocratico) e della resistenza tradita che il PCI di lotta e di governo aveva propagandato e che ancora oggi la sinistra non ha abbandonato. Ma il mostro rivoluzionario, che il PCI aveva nutrito, era coerente con se stesso. Se si prescinde da questa verità di fondo, tutto quanto ci gira attorno viene mistificato.]

I MONTAGNARDI IN PARLAMENTO 16/03/2013 Sei mesi fa li avevo definiti «montagnardi», come gli esaltati del gruppo radicale che durante la Rivoluzione Francese si era appollaiato sui banchi più elevati dell’Assemblea. Oggi, in obbedienza al loro Codice di Comportamento, i grillini rifiutano di farsi chiamare «onorevoli» e «optano», obbligatoriamente, per i termini «cittadine» o «cittadini»; e all’apertura del Parlamento della XVII legislatura hanno scelto di occupare gli scranni della parte superiore dell’emiciclo di Montecitorio. Per distinguersi, dicono loro. No, per farsi riconoscere, dico io, in tutta la loro settaria minchioneria, sorpassata solo da quella della sinistra «democratica» che li ha ammaestrati.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (112)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 04/02/2013 Il blog ufficiale di Dario Fo si presenta così: “DARIO FO – NOBEL per la letteratura 1997 – Figura preminente del teatro politico che, nella tradizione dei giullari medievali, ha fustigato il potere e restaurato la dignità degli umili”. Sembra il biglietto da visita di uno che vuol farsi pubblicità o la laurea appesa con la sua bella cornice nella sala d’attesa di un professionista. Come si suol dire, la classe non è acqua. Questo è il personaggio: tutta una carriera dentro la più sguaiata ovvietà del radicale da operetta, le cui effervescenti mattane mascherano un conformismo intellettuale di fondo, puntualmente premiato dalla nomenklatura. Che Beppe Grillo lo proponga alla presidenza della repubblica non stupisce: anche lui vuol fare la rivoluzione, anche lui fa il matto, anche lui con argomenti vecchi come il cucco.

FABIO FAZIO 05/02/2013 «Questo Festival sembra un sottoprodotto del Concertone del Primo Maggio. Che non è musica, ma evento. E Fazio è un ciambellano del potere politico». Così disse Anna Oxa, illuminata dall’ira. Sembrano parole scritte dal quel tanghero del sottoscritto, tanto sono sacrosante. Il guaio è però che il Festival di Sanremo è da decenni un «evento», cioè nulla più di un’ambita piazza mediatica. Spogliatosi definitivamente col passare dei lustri di qualsiasi altra ambizione, soprattutto canora, l’happening sanremese è diventato un balcone dal quale mostrarsi al popolo. E’ per questo che la società civile, che fino a qualche anno sputacchiava schifata ma con molto gusto addosso al Festival, vi ha prima puntato i fari e poi se ne è impadronita. Ed è per questo che all’illustre trombata dalla lista dei “big” Fabio Fazio ha risposto così: «Sanremo non si fa per esclusione, ma per inclusione. Si decide chi mettere e non chi estromettere.» Che non vuol dire una minchia, ma che suona favolosamente democratic & open-minded.

SILVIO BERLUSCONI 06/02/2013 Mentre gli altri dormivano Silvio ha bruciato le tappe della campagna elettorale con vigoria napoleonica. Fin qui è stato perfetto. Bim, bum, bam: ha incalzato il nemico senza neanche dargli il tempo di respirare e di pensare. Tramortiti dalla sua baldanza, politici e giornalisti fanno quasi gli offesi, non perdonandogli l’impudenza di combattere. Mentre Silvio invece sente sempre più l’odore del sangue ed è su di giri. E osa. Anche troppo. L’ultimissima zampata dello stratega di Arcore è stata quella di chiedere a un tipetto piuttosto cazzuto come Oscar Giannino di ritirare la sua lista. «Sono voti sprecati, non vorrei che proprio quelli facessero la differenza», ha detto il generale Berlusconi. Sprecati perché «i dieci punti che Oscar Giannino propone sono già tutti presenti nel nostro VASTO PROGRAMMA», ha poi chiarito, camminando bel bello, ignaro e segretamente ispirato, sulle orme del grande De Gaulle.

GIANNI RIVERA 07/02/2013 Così parlavo qualche settimana fa da questo famigerato pulpito: «E perché allora il suo cocco è il signor Monti (…) che in caso di sconfitta si farà conquistare da Bersani al solo scopo di conquistare il suo feroce vincitore, e di portare le arti tra i villici post-comunisti, come fece con successo la Grecia coi Romani duemila e passa anni fa, e come crede oggi di fare, per esempio, Tabacci, col suo poderoso Centro Democratico, nell’ilarità appena trattenuta del popolo di sinistra, che lo lusinga spietatamente coi buffetti e i complimenti che si riservano di solito agli zietti e ai nonnetti mezzi rimbambiti?» Esageravo? Un pochettino, pensavo. E invece no. Per Gianni Rivera l’obbiettivo è proprio quello e lo confessa candidamente: «La mia nascita politica, nel 1987, è stata grazie a Tabacci, allora segretario regionale Dc. Voglio cambiare un sistema incancrenito, non dico di ritornare alla vecchia Democrazia Cristiana ma portare quella cultura.» Ora vi spiego la strana malattia. Mani Pulite per l’homo demochristianus fu un doppio trauma. Il primo è noto a tutti: la scomparsa della balena bianca. Il secondo è noto solo a quelli che hanno occhi per vedere: essere stato ridicolizzato, lui, la quintessenza del politico navigato, dal dilettante Berlusconi, che seppe credere nella vittoria. Da allora l’homo demochristianus vaga come l’ebreo errante per tutte le contrade della politica, e medita in cuor suo la vendetta del professionista contro i pivellini che l’hanno soppiantato. E così s’intruppa in questa o quella famiglia, immaginandosi di esserne il perno segreto, l’occulto capo, l’attore decisivo, pur non contando un fico secco. E sventura vuole che i barbari glielo lascino credere.

FRANCO BATTIATO 08/03/2013 Come mai l’uomo politico ha in genere una pessima fama? Come mai non se ne trova mai uno veramente buono, onesto, capace, lungimirante e fattivo? Non sarà forse che la politica è una delle attività più rognose del mondo? E allo stesso tempo un mestiere del quale qualsiasi babbeo si ritiene all’altezza? Prendete l’artista prestato alla politica: tutto compreso della sua superiorità intellettuale, si sente pronto ad aprire le porte a un nuovo rinascimento con tocco leggero ed elegante, e perciò cade infallibilmente e rovinosamente al primo ostacolo, rifugiandosi poi per un impulso incontrollato, fanciullesco, nel più pedissequo e ridicolo linguaggio della politica, senza neanche quel briciolo di temperanza che la furbizia suggerisce al più miserabile dei peones. Esempio: il nuovo assessore al turismo della regione Sicilia, Franco Battiato. Alla presentazione del documento contenente le linee programmatiche del suo mandato, convinto di fare qualcosa di rivoluzionario, ha messo le mani avanti nello stile che fu di tutti i suoi predecessori e che sarà di tutti i suoi successori, dicendo: 1) che nelle casse dell’assessorato non c’è un euro; 2) che i manigoldi della precedente amministrazione hanno rubato tutto; 3) che perciò non si può più lavorare; 4) che il presidente della regione dovrà per forza chiedere fondi all’Europa. Essendo di buon umore e nella speranza che si riscattasse, ho cominciato a leggere il documento programmatico, una prosa sbalorditiva, da piccolo tirapiedi della bassa burocrazia, di cui riporto il formidabile incipit: «E’ necessario ripensare al Turismo in un’ottica di rilancio dell’economia isolana, da valorizzare inserendolo all’interno di una rete di sinergie che mettano in evidenza il suo valore specificamente culturale, economico e strategico. In quest’ottica si rende indispensabile l’avvio di interventi condivisi con altri assessorati tramite la creazione di tavoli tecnici congiunti permanenti (ad esempio con l’assessorato ai beni culturali) allo scopo di individuare un percorso finalizzato alla costruzione di una offerta turistica integrata che valorizzi siti di pregnante valore storico e archeologico, anche attraverso la realizzazione di progetti mirati.» E senza dimenticare – se posso dare un suggerimento – le interrelazioni tra l’azione di valorizzazione tessuta dagli attori sul territorio e le reti di socializzazione virtuale che rendono oggi possibile innervare le sinergie della prima in un contesto interculturale di più vasto respiro, ponendo in essere quindi una moltiplicazione solidaristica di percorsi culturali differenti ma convergenti sull’isola, nella prospettiva di giungere, attraverso un ampio, diffuso ed ininterrotto scambio di dati ed esperienze, a una visione globale e pluralistica delle problematiche di valorizzazione turistica da mettere in campo nello specifico delle tematiche isolane, allo scopo ultimo di tracciare un iter operativo finalizzato alla messa in opera di progettualità esecutive ampiamente condivise nel quadro di un’effettiva efficacia programmatica.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (98)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANNI RIOTTA 29/10/2012 Dagli esordi nel Manifesto alla direzione de Il Sole 24 Ore la carriera di Gianni Riotta disegna la traiettoria ideale lungo la quale si muove l’ambizioso perfettamente integrato: dal massimalismo convenzionale al moderatismo convenzionale. E’ una specie di collaudatissimo cursus honorum che nel nostro paese ha fatto la fortuna di legioni di chierici. Col primo ci si fa un nome, senza rischiare un bel nulla. L’importante è non fare pazzie. Poi si comincia a mostrare ragionevolezza. E infine si viene cooptati dai «padroni» della più sedimentata élite, che pescano infallibilmente tra le nature più conformiste. Non sorprendetevi, dunque, che dopo l’ultima performance berlusconiana il nostro scriva su La Stampa che «occupando la fascia populista, Berlusconi affronta corpo a corpo Beppe Grillo e lascia il centro e la sinistra davanti a una prateria di consensi». E’ lo sbilenco assioma politico dell’era repubblicana italica, sconosciuto nel resto del mondo civile: esistono solo il centro e la sinistra. Tutto il resto è populismo.

IL «TRIONFO» DI GRILLO 30/10/2012 Alle elezioni regionali in Sicilia ha votato meno della metà degli elettori. Di questa slabbrata metà poco meno di un terzo ha votato Crocetta, un quarto Musumeci, tra un quinto e un sesto il candidato grillino Cancelleri, poco meno di un sesto Micciché. La scarsa affluenza premia sempre l’elettorato più militante e motivato. Qui l’affluenza era scarsissima e l’elettorato grillino motivatissimo. Però, a quanto pare, il Movimento Cinque Stelle sarebbe pur sempre il primo partito dell’isola. Sì, di qualche incollatura su Pd e Pdl, col 15% del 47% dei potenziali votanti, e senza contare che ad appoggiare gli altri candidati c’erano le strambe liste rionali tipiche del nostro pittoresco paese, liste destinate a sparire come neve al sole in caso di elezioni nazionali. Quindi Ferrara il ciccione ha perfettamente ragione: quello di Grillo è un mezzo flop. Il trionfo di Grillo stava nella testa dei giornalisti. Nelle parole del giorno dopo ne è rimasta solo un’eco. Così, perché bisognava pure sgravarsi.

SCOTLAND YARD 31/10/2012 Sembra che durante la partita di Premier League fra Chelsea e Manchester United l’arbitro Mark Clattenburg abbia impreziosito la sua assai controversa direzione di gara con alcuni epiteti razzisti rivolti a due giocatori dei Blues, Obi Mikel e uno degli spagnoli della squadra, Mata o Torres. Si spiffera che all’iberico abbia dato della «fighetta spagnola» e che si sia indirizzato all’africano con un più corposo, benché poco fantasioso, «negro di merda», o roba del genere. Trovo che il primo dei due insulti faccia più male, perché studiato e velenoso, ma che proprio per questo denoti una certa qual considerazione, e quindi sia meno razzista. Certo, un arbitro non è uno stupido calciatore, né un ancor più stupido tifoso, e dovrebbe saper contenersi. Ma non drammatizziamo. L’uomo è un animale a sangue caldo. Dentro il rettangolo verde ancor di più. Propongo la liberalizzazione degli insulti in campo: così dopo un po’ nessuno ci farà più caso, i calciatori si tempreranno a forza di negri, froci o ebrei di merda e di insinuazioni su sorelle, mogli e madri, nessuno cadrà più nelle provocazioni, si eviteranno le stupide, bambinesche zuccate alla Zidane, e alla fine gli spiriti bollenti si limiteranno a porconare tra sé e sé. Tuttavia gli inglesi hanno preso molto su serio la faccenda. Su queste questioni di razza non scherzano più ed è un vero peccato. Dove sono finiti i vecchi, inarrivabili Britons mai usi a scomporsi? E’ arrivata una notizia che per noi, attaccati ai dogmi, è una vera e propria mazzata: Scotland Yard indagherà sullo strano caso delle parolacce dell’arbitro Clattenburg. La cosa di per sé è già sconvolgente. Ma non vorrei mai che con discrezione anche Sherlock Holmes fosse già stato sollecitato, perché allora sarebbe proprio la fine.

ANTONIO INGROIA 01/11/2012 Dunque l’ormai ex procuratore aggiunto di Palermo parte davvero per il Guatemala, dove sarà alle dipendenze dell’Onu in qualità – leggo – di capo dell’Unità di investigazioni e analisi criminale nel paese centro-americano. Ci mancherà? Non credo. Ha già detto che lì tra i Maya e gli Aztechi si sentirà più libero di dire tutto ciò che pensa e sa sulla trattativa stato-mafia: «se necessario utilizzerò anche la denuncia pubblica», ha aggiunto, «perché tutta la verità deve venire fuori. Dal Guatemala farò non di meno, ma di più, perché emerga tutta la verità.» E non temete: continuerà a dialogare con noi attraverso un blog che sarà l’orgoglio, credo, del sito web di MicroMega. Scommetto una banana Chiquita che nel paese del Quetzal troverà il tempo e l’ispirazione per scrivere anche un altro libro. Insomma, farà davvero più di prima. Insomma, sarà sempre lui. Solo questo mi domando: ma i guatemaltechi, nel loro piccolo, non lo vedranno un po’ strano?

JAVIER BARDEM 02/11/2012 Da quando Antonio Banderas si è messo a sfornare croccanti biscotti insieme alla sua nuova compagna Rosita (a proposito: che sventola! che pollastrella! Mi fa impazzire. Ma che ci fa alle donne Antonio?) l’izquierdista Javier non ha avuto più rivali: è lui il più famoso attore spagnolo. Per essere pienamente all’altezza di tale prestigiosa qualifica, appena tornato dal set dell’ultimo 007 ha deciso di spararla ancora più grossa del solito: «Al governo Rajoy», ha detto a El País, «tanta disoccupazione fa comodo affinché le condizioni dei lavoratori siano terribili.» Y al señor Bardem, me parece, fa comodo tanto il governo Rajoy come la tanta disoccupazione pur di recitare la parte dell’indignato.

Italia

E allora ricapitoliamo

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (89)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PICCOLO MONDO COMUNISTA 27/08/2012 Ovvero la grande guerra tra La Repubblica–L’Unità–PD e Il Fatto Quotidiano–Di Pietro–Grillo. Non avendo mai risolto la sua questione morale, ossia la questione comunista, ossia la questione socialdemocratica, l’unica di cui vale veramente la pena di parlare, nell’anno 2012 la sinistra italiana è ancora all’anno zero. Il più ridicolo di tutti è stato Ezio Mauro: «oggettivamente di destra» ha definiti i comportamenti e le pulsioni dei montagnardi, a dimostrazione che a dispetto delle cosmesi kennediano-democratiche quando il gioco si fa duro gli avverbi preferiti sono quelli di sempre. «E chiamiamoli col loro nome: fascisti!», «Populisti berlusconiani!», han detto altri. «Amici dei Piduisti!», ha risposto Grillo. E allora mettiamoli in fila questi epiteti: oggettivamente di destra, fascisti, populisti, berlusconiani, amici dei piduisti! In pratica: traditori, corrotti e controrivoluzionari. S’intende che questi esaltati, e quello stesso popolo di sinistra che assiste sgomento alla lotta fratricida, hanno tutti per nume tutelare Enrico Berlinguer. Sono tutti figli della Questione Morale, la continuazione del comunismo con altri mezzi, la maschera compunta sotto la quale si nasconde il settarismo, la politica allo stato belluino: come essi, coi loro comportamenti e con le loro pulsioni, mostrano alla perfezione.

ACHILLE BONITO OLIVA 28/08/2012 Sono sicuro che l’anziana signora artefice del famigerato restauro del Cristo del Santuario di Borja fosse soddisfattissima al termine dei lavori. Tanto amore aveva messo nell’opera, e tanto di se stessa, che del Figlio di Dio aveva fatto un figlio tutto suo, una specie di icona rupestre – all’occhio dell’esperto non può sfuggire – di purissima scuola neanderthaliana: un Cristo delle Caverne, nei cui tratti scimmieschi la mamma poteva però vedere solo le perfezioni. Non so invece come si potesse sentire esattamente il povero parroco che aveva armata di pennello la mano della vecchietta. Certamente aveva confidato in parte nella Provvidenza e certamente si stava ora chiedendo perché la Provvidenza gli avesse giocato un tiro così brutto, visto che la Provvidenza non può giocare mai brutti tiri, bensì ammaestra anche quando sembra avversa. Insomma, una fantozziana storia di umili, nel senso di poveri cristi, o, nelle mani di un artista, il canovaccio di un garbato vaudeville sul sacro, e comunque una vicenda che nel silenzio e nella discrezione un po’ alla volta avrebbe trovato la sua soluzione. Ed invece la storia è stata data in pasto all’opinione pubblica, sempre affamata di sordide distrazioni. E sempre più s’ingrossa la fila di gente in attesa di vedere il «mostro». E magari di toccarlo. Che non si sa mai che non faccia il miracolo, e allora chi oserà mai discutere un restauro guidato evidentemente dalla mano di Dio? Per il nostro critico d’arte, tuttavia, questa corsa a vedere il Cristo di Neanderthal è un pellegrinaggio misto di devozione e contemplazione dell’arte: nel Cristo sfigurato ci sono tutte le spagnolesche stimmate di una Passione nuova. Questo è il guaio dei critici d’arte: quando non sono elitari, amano davvero un po’ troppo il popolo.

LUCA ZAIA 29/08/2012 Vedo con raccapriccio che Formigoni non ha ancora rinunciato al suo cavallo bolso da battaglia: la macroregione del nord. E allora ripetiamolo. La Lombardia è già un gigante: da un punto di vista demografico coi suoi dieci milioni di abitanti equivale grosso modo a nazioni come Ungheria, Svezia, Repubblica Ceca, Belgio, o al “Libero Stato” di Baviera. Mettendoci dentro l’Emilia Romagna, la macroregione del Nord conterebbe circa venticinque milioni di abitanti, e come entità politico-amministrativa in Europa starebbe dietro per grandezza solo alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna e alla Polonia e forse a quel che resta dell’Italia, se si mettesse insieme. Io sono convinto che lui queste cose non le sappia, non perché sia un imbecille, ma perché da vero italiano ha sviluppato un timore superstizioso per l’eloquenza dei numeri più semplici. Vedo perciò con sollievo che il suo collega veneto boccia lo stravagante progetto di questa Superlombardia. Vedo però, con ancor più profondo raccapriccio, che lo stesso collega veneto riesce ancora a credere, non si sa come, al progetto della macroregione del Nord. Non so, provo ad indovinare: forse una macroregione del Nord di stampo federale, composta dai liberi stati di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e degli altri liberi stati nanerottoli? Federata con le macroregioni del Centro e del Sud, ammesso, e non concesso, che Siciliani e Sardi siano della partita? Da coordinare col programmato taglio delle provincie e con la programmata istituzione delle città metropolitane? Di solito le idee che funzionano sulla carta nella realtà falliscono poi miseramente. Figuriamoci quelle che già sulla carta mostrano una certa qual traballante ebbrezza alcolica.

ENRICO LETTA 30/08/2012 Intervistato nel corso della convention estiva di VeDrò (in quel di Drò, nel Trentino) il molto costumato (o imbalsamato, a seconda dei gusti) vicesegretario del Pd non ha voluto definire una «boiata pazzesca» la recente proposta del ministro della Salute di tassare le bibite gassate, come lo spingevano a fare i maramaldi della Zanzara, il programma di Radio24, ripiegando ironicamente su «un’idea poco geniale, da ritirare subito». Per non sembrare però un becero qualunquista come tutti quelli che vedono rosso appena ci sono nell’aria nuovi balzelli, ha voluto dare un tocco distintivo alla sua protesta, rimarcando il fatto che alla sua festa a fare furore sono stati proprio il vecchio caro chinotto e la vecchia cara spuma, roba da normali cafoni una volta, ma roba da gente avvertita, responsabile, consapevole, e pure colta, adesso. «Salviamo il chinotto e la spuma bionda!», ha concluso, da difensore di un pezzo pregiato del patrimonio culturale nazionale, pronto ad entrare nell’Olimpo gastronomico di Slow Food.

EMILIO FEDE 31/08/2012 L’ex direttore del Tg4 fonda a ottantun anni un movimento d’opinione. Un movimento d’opinione è una specie di pallone sonda lanciato nel cielo della politica. Se lassù gli auspici sono favorevoli il movimento diventa un partito. Di questo movimento, a parte la sua naturale collocazione nel centrodestra berlusconiano, e la sua naturalissima attenzione verso il mondo femminile, cose che destano tutta la mia simpatia, si sa solo il nome: «Vogliamo vivere». Che come nome, peraltro, è tutto un programma. E niente affatto sorprendente. Emilio infatti, da direttore del Tg4, era sempre attentissimo a tutte quelle piccole, piccolissime, infinitesimali scoperte scientifiche, o presunte tali, che nel campo della medicina sembravano promettere l’elisir di lunga vita e magari l’immortalità. E quando chiedeva al recalcitrante esperto di turno, con tono penosamente spensierato: «E allora professore, vivremo tutti fino a centoventi anni?» era come preso da una smania o da una febbre che gli ardeva negli occhi. Deluso dai progressi della scienza, e sentendo che ormai il tempo comincia insopportabilmente a stringere; disdegnando la filosofia, e ancor più la religione, che son cose da vecchi moribondi; il sempiterno Emilio ha deciso allora di prendere in mano personalmente la questione.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (75)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

JUPP HEYNCKES 21/05/2012 Picchia duro la stampa popolare teutonica contro «l’anticalcio distruttivo» del Chelsea. Mah, se un gioco difensivo ad oltranza ha una sua base razionale non può essere definito «anticalcio». Se invece una squadra nel metterlo in pratica umilia le sue potenzialità, o mette in preventivo una dose immodesta di fortuna, la linea che divide il realismo dalla stupidità si fa molto sottile, cosicché la sconfitta si accompagna sempre ad una figura barbina, mentre la vittoria al contrario ha il sapore di una scommessa miracolosamente vinta, frutto del concretissimo lavoro di straordinari professionisti della pedata. Poi c’è il dilettante, che ogni tanto con l’anticalcio ci prova, e molto male gliene incoglie. Guardate cosa ha combinato Heynckes con Thomas Müller. Il giovanotto è l’ombra del magnifico giocatore degli ultimi mondiali, ma ha grande personalità ed è assai sveglio. Malgrado un sacco di sbavature è cresciuto durante tutta la partita mentre gli altri pian piano si assopivano e a pochi minuti dalla fine è stato lui a buttarla dentro. Quando, poco dopo, il suo allenatore l’ha spedito in panchina, cedendo ad uno dei vezzi più cretini dell’anticalcio da operetta, abbiamo avuto tutti un presentimento, o no?

ANGELO BAGNASCO 22/05/2012 «C’è bisogno di lavoro, lavoro, lavoro. Non smetteremo di chiederlo, tanto il lavoro è connesso con la dignità delle persone e la serenità delle famiglie.» Così dice il cardinale. Non mi è mai piaciuta quella retorica, a volte piagnucolosa, a volte farisaica, che sembra includere il lavoro nel numero delle belle cose del mondo. L’uomo non è fatto per il lavoro. Ossia: la vera natura dell’uomo non è fatta per il lavoro. Se potesse vivere bene senza lavorare, l’uomo non lavorerebbe: al massimo si dedicherebbe ad una libera attività senza orari, scadenze ed impegni da rispettare, la qual cosa non è un «lavoro», e neanche un’attività artistica, perché anche quest’ultima, tanto più quando è libera ed indipendente, ha il suo aspetto angoscioso legato al vil denaro, al bisogno. Per la Bibbia, che la sa lunga, la vita grama dell’uomo comincia con la cacciata dall’Eden. Ed è per bocca di un Dio imbufalito che l’uomo viene avvertito una volta per tutte: «Con il sudore della tua fronte mangerai pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto, perché polvere sei e in polvere tornerai!» Persino un apostolo del liberismo economico come Ludwig Von Mises metteva l’accento sull’aspetto «penoso» del lavoro. Il lavoro, insomma, è una maledizione. Ma mica è il caso di piangere. Dire la verità rasserena, e ci predispone meglio alla necessaria fatica quotidiana. Invocarlo come una benedizione è invece quantomeno un’esagerazione. Chiederlo poi come se fosse un obolo che una qualche misteriosa potenza può concedere a suo piacimento è persino irritante. Tanto vale chiedere l’obolo direttamente, o no?

BEPPE GRILLO 23/05/2012 In vino veritas. Nell’ebbrezza della vittoria in quel di Parma Beppe, l’ultimo e più rumoroso interprete delle correnti palingenetiche che ammorbano la politica italiana dalla fine della prima guerra mondiale in poi, ha parlato di «vittoria della democrazia sul capitalismo». Un vento nuovo, non c’è che dire: da un secolo e passa i demagoghi di tutte le risme vanno sempre a finire là, immancabilmente, povere pecorelle, nel rifugio sicuro dove si può sparare tranquilli contro la Croce Rossa, ossia il bieco «capitalismo», che non è altro che un paroletta suggestiva di conio marxista, anche se non di Carletto in persona. A questa fila anche il nostro montone vaffanculista si è accodato, molto diligentemente, coprendo col chiasso il formidabile belato che gli prorompeva dal petto.

FILIPPO PATRONI GRIFFI 24/05/2012 Replicando al nuovo presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, il Ministro della Pubblica Amministrazione ha svelato un segreto: «La riforma della Pubblica Amministrazione e la Semplificazione sono priorità anche del governo. In questa direzione l’esecutivo sta lavorando sin dal primo giorno.» Sono dunque centottanta giorni di fila che il governo del «fare presto», quello che doveva limitarsi a dare corpo alle chiarissime idee da cui era animato, rimugina su questa riforma, senza riuscire a venirne a capo. Eppure la volontà c’è, fermissima. Secondo me, è tempo di mettere in campo gli incentivi. Un bel premio di produttività, per esempio. Ma che sia grosso.

COSIMO CONSALES 25/05/2012 Gli applausi ai funerali: quando li sento mi cascano le palle. Vogliamo prendere per il culo il caro defunto anche da morto, ora che per lui il tempo degli scherzi è finito per davvero? O troviamo forse in questo vitalismo alle vongole il nutrimento per l’anima nostra fine e sensibile? Non è che magari abbiamo deciso che la morte debba essere sempre per forza considerata un insulto che colpisce l’innocente, al solo scopo di sentirci tutti buoni, bravi ed innocenti, solidarizzando rumorosamente con il suo cadavere? Da un po’ di tempo quando si muore fioccano gli applausi: non mi sembra mica una cosa tanto normale. Possibile che in tutti gli altri secoli che il mondo ha conosciuti l’umanità si sia sbagliata? Al “Concerto della legalità”, ad esempio, non è mancato un lungo applauso per Melissa, la ragazza uccisa a Brindisi. Lo aveva chiesto espressamente il sindaco della città pugliese. Non una menzione, non un ricordo: l’applauso, quello ci voleva. Bah.