Renzi e il Muro

E’ appena il caso di ricordare che alla caduta del Muro di Berlino, 25 anni fa, il Partito Comunista Italiano era ancora in piedi. L’anomalo ritardo della sinistra italiana di allora spiega lo stravagante balzo in avanti sulla via liberal-democrat dell’attuale sinistra renziana. Oggi come allora, a ben vedere, il maggior partito della sinistra italiana costituisce un’anomalia in Europa. Oggi come allora, nei maggiori paesi dell’Europa Occidentale la sinistra è presidiata da grossi partiti socialdemocratici, socialisti, laburisti; mentre in Italia, al posto del Partito Comunista abbiamo uno strano Partito Democratico americanizzante.

Ciò è dovuto alla mancata socialdemocratizzazione della sinistra italiana. Si dirà: ma come è possibile questo se Renzi ha già superato la socialdemocrazia? Se perfino il partito dei D’Alema e dei Bersani era già socialdemocratico da tanto tempo? Se il prestigio della socialdemocrazia dà segni di sgretolamento un po’ dappertutto nel mondo occidentale e già si guarda ad un suo superamento o a una sua rimodulazione?

In primo luogo bisogna chiarire cos’è nei fatti la socialdemocrazia o il socialismo-democratico. Il socialismo, inteso come sistema, è incompatibile con la democrazia liberale. Socialismo-democratico è quindi un eufemismo per democraticismo-sociale: è solo una denominazione che ha reso meno dolorosa la resa della sinistra al sistema liberal-democratico. Col socialismo-democratico i socialisti hanno abbandonato la lettura rivoluzionaria-marxista della realtà, hanno legittimato i loro avversari politici, e sono diventati dei democratici fautori dello stato sociale. In breve, i partiti socialdemocratici sono stati i partiti dello statalismo classico in un contesto liberal-democratico.

In secondo luogo se è vero che, a parole, la socialdemocrazia ha perso molto del suo prestigio; è anche vero che che il liberalismo (nel significato europeo-continentale legato alle implicazioni economiche del termine) oggigiorno viene indicato come causa strutturale dell’epocale crisi economica occidentale. In ciò vi è una lampante contraddizione. Che si spiega col fatto che in realtà, nel mondo occidentale, gli spazi per l’economia liberale si stanno progressivamente stringendo da almeno un secolo. La crisi che stiamo vivendo è stata prodotta da due forme di interventismo statale: lo statalismo classico, indirizzato a scopi sociali, fondato sul welfare e il debito pubblico, che confisca i redditi; il libertinismo economico di origine anglosassone, indirizzato alla crescita economica, fondato sul governo disinvolto del sistema bancario, la politica monetaria e i debiti privati, che confisca i risparmi. In tutti due i casi è la logica di mercato a venire penalizzata, se non bellamente ignorata. E non è un caso, infatti, che nella speranza di risolvere la crisi con ricette miracolistiche, molti guardino all’intervento dello Stato o a quello della Banca Centrale, indulgendo perciò negli stessi errori che alla crisi ci hanno portato.

In terzo luogo socialdemocratizzazione non significa solo abbandonare ricette politico-economiche per abbracciarne altre; implica pure un cambiamento della forma mentis, una rivisitazione dolorosa ed onesta della propria storia, riconoscere finalmente le ragioni degli altri. La sinistra italiana non ha mai fatto questo: ha preferito saltare a piè pari la questione socialista ed approdare direttamente al democraticismo. Ne è venuta fuori una specie di schizofrenia il cui frutto più caratteristico è stato il veltronismo, salottiera filosofia grazie alla quale si poteva civettare con Kennedy e l’America senza per questo rinunciare ad uno solo dei miti della vulgata antifascista della storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dal culto di Berlinguer, incompatibile con qualsiasi svolta socialdemocratica.

Nel fare suo il Pd Renzi non ha risolto questa contraddizione, ma ha anzi portato al punto di rottura le tensioni interne alla sinistra. Il suo è quel Partito della Nazione che era nella mente (e anche nelle parole, ce lo siamo forse dimenticato?) dei fautori del “Fare presto!”, cioè dei fautori del populismo tecnocratico (sì, populismo, anche se con la puzza sotto il naso), e che doveva essere guidato da quella macchietta seriosa dal nome di Mario Monti. Neanche un’Italia sfiancata dai consigli degli ottimati poteva accettare una così libresca ipotesi. L’outsider Renzi colse l’occasione per dare a questa proposta un’immagine più genuina, giovanilista ed accattivante, più democratica nello spirito se non ancora nelle forme: i grandi giornali che avevano appoggiato Monti vi si acconciarono di buona o mala grazia, una parte dell’Italia moderata vi si arrese per stanchezza.

E così, almeno sulla carta, in Italia siamo in presenza di una situazione paradossale: abbiamo a sinistra il più grosso partito liberal e nello stesso tempo, come per il passato, la più vasta sacca di radicalismo politico di massa della vecchia Europa occidentale: una frangia massimalista valutabile in circa un quarto dell’elettorato italiano (Movimento 5 Stelle più sinistra varia), senza contare che la fronda anti-renziana all’interno del partito e dell’elettorato democratico non aspetta altro che un indebolimento delle fortune di Renzi per venire allo scoperto senza infingimenti.

Da ciò si capisce che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è ancora avvenuta, che Renzi ha sfondato, per così dire, sfondando al centro, e che il problema strutturale costituito dal radicalismo di massa di sinistra è ancora drammaticamente vivo, e che questo Muro di Berlino della politica italiana è ancora in piedi. Coloro che per opposte ragioni, positive e negative, accostano la figura di Renzi a quelle di Craxi e Berlusconi, sbagliano. Al di là degli aspetti superficiali che li accomunano (una forte impronta personalistica, per esempio, declinata naturalmente ciascuno a suo modo), Craxi e Berlusconi, a sinistra e a destra, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della politica italiana: riunire la sinistra in una piattaforma socialdemocratica, il primo; riunire la destra in una piattaforma liberal-conservatrice, il secondo. Ma ciò significava rivoluzionare non solo la politica italiana ma anche la cultura italiana, intesa nel senso più largo; significava costringere gli italiani ad un esame di coscienza e a rivisitare la propria storia; ed è per questo che sono stati tanto odiati. Mentre Renzi ha fatto esattamente il contrario. Il suo modernismo è monco: guarda al futuro, quasi ossessivamente, senza però fare i conti col passato. Ciò gli ha permesso di vincere, fin qui, a mani basse, e forse gli consentirà di diventare il dominus della politica italiani dei prossimi anni e forse, volendo essere oltraggiosamente ottimisti, di modernizzare davvero l’Italia. Il suo progetto politico è però infecondo: se la politica italiana vorrà ritrovare una salutare normalità, e strutturarsi in armonia coi tempi ma anche con la propria storia, ai solchi tracciati da Craxi e Berlusconi dovrà per forza tornare.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (151)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CALCIOMERCATO 04/11/2013 Vanno male i rossoneri e i tifosi rossoneri non sanno fare altro che biasimare la dirigenza rossonera per il cattivo mercato estivo. Con ciò dimostrano di non essere migliori dei bersagli delle loro critiche. Il calciomercato rompe i coglioni tutto l’anno annoiando a morte chi ha ancora, come me, la testa sulle spalle e ogni tanto parlerebbe volentieri anche di «calcio». Il calciomercato è diventato da qualche tempo la spiegazione – a posteriori, s’intende – di tutto, dei successi e delle sconfitte, delle annate buone e di quelle cattive. Al trionfo di questa sorta di disturbo mentale di massa hanno contribuito tutti: le società fissate coi top player, i giornali sportivi gossippari, le tifoserie viziate. A dispetto del nome le presunte proprietà taumaturgiche del calciomercato stanno al calcio come quelle dell’interventismo statale stanno alla politica economica. I pezzi grossi le promettono, il popolo le invoca, i giornali le celebrano. E le dure repliche della storia non riescono a scuotere minimamente questa fede. Solo il calciomercato può riparare ai guasti del calciomercato. Teste di rapa.

ROMANO PRODI 05/11/2013 «Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit/Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo gestisca e la politica non si fa con le tabelline.» In una cosa Romano non è mai cambiato: il suo modo felpato di accodarsi alle stupidate alla moda con l’aria sofferta ma composta dello stoico che le dice da una vita nell’indifferenza generale. Che abbia detto una stupidata non ci piove: un parametro in continua oscillazione da gestire con accortezza è un non senso. Nel caso in questione è come dire che non si tratta di un parametro sul quale si possa incardinare una politica economica, ma di una grandezza variabile giudicabile solo alla luce di altre variabili grandezze, e tuttavia di voler considerarlo ancora un parametro; è come confessare di avere fatto una scelta arbitraria e di volerci rimediare con delle scelte dettate da un arbitrio più duttile; è come continuare a pretendere con protervia di essere in grado di dirigere con successo l’economia determinandone preventivamente i numeri.

IVANO DIONIGI 06/11/2013 Profondamente indignato dalla politica di tagli alle università che anche questo governo dimostra di voler attuare, e soprattutto dalla bocciatura dell’emendamento alla manovra che prevedeva uno stanziamento di 41 milioni di euro per gli atenei virtuosi, il rettore dell’Università di Bologna lunedì ha fatto recapitare una letterina a tutti i docenti dell’ateneo. Scrive l’augusto rettore: «Vi invito domani [ieri, martedì 5 novembre, NdZ] a dedicare cinque minuti della vostra lezione (eventualmente dando lettura anche di questo messaggio), nei quali condividere con gli studenti e stigmatizzare sia il sottofinanziamento cronico degli atenei, sia in particolare questo ennesimo affossamento del principio del merito.» Frase che si potrebbe più schiettamente riformulare così: «Vi invito domani a condividere tutti, docenti e studenti, questa mia riflessione che certo non potete non condividere.» I moltissimi – non dubito – docenti “condividenti” si saranno scocciati tuttavia non poco di mettersi sull’attenti e trasmettere alla truppa il pensiero del magnifico rettore. I pochi in cuor loro dissenzienti, invece, hanno meritato tutta la nostra compassione.

BUITONI 07/11/2013 Quando Guido Barilla – allora era ancora un uomo – rivendicando con fanciullesca fierezza l’immagine tradizionalista di un’azienda famigliare ben decisa a tenere qualsiasi coppia gay a distanza di sicurezza da Casa Barilla, si offrì al plotone d’esecuzione della fanatica marmaglia progressista, la Buitoni ne approfittò per lanciare su Facebook il proprio inclusivo messaggio: “A casa Buitoni c’è posto per tutti”. Sappiamo tutti che da allora, quaranta giorni fa, Guido ha intrapreso un folgorante percorso spirituale che l’ha portato a penetrare tutti i misteri della religione gender. Mi pare al contrario che alla Buitoni abbiano fatto un passo indietro. Vedo infatti su internet un banner che recita: “Pasta Ripiena Buitoni – Carne bovina 100% italiana – La tradizione è servita, pronta da gustare”. Ciò si spiega col fatto che il gruppo Nestlé (proprietario del marchio Buitoni) recentemente è stato al centro di uno scandaletto provocato dalla scoperta di carne equina in alcuni prodotti di pasta fresca. E’ bastato questo per riportare in auge il tradizionalismo, ancorché nelle vesti dello sciovinismo culinario e del patriottismo economico: a Casa Buitoni, adesso, c’è posto solo per la carne italiana.

IL NUOVO PENTITO DELLA MINCHIA 08/11/2013 Anche se non sono ancora in grado di mettere insieme un solidissimo impianto accusatorio fatto di suggestive mezze verità, meglio ancora se depistanti, il mio personalissimo teorema sulla “trattativa” è questo: l’industria del pentitismo deviato ha lo scopo preciso di non venire a capo di nulla, ma di adombrare e di sottendere, di inquinare con le sue emissioni nocive la storia recente dell’Italia repubblicana, di tenere il paese sotto lo scacco della Strategia della Confusione. E’ per questo che ai pentiti di mafia, anche gli ex picciotti di quartiere, piace moltissimo contraddirsi fra di loro e dialogare con la giustizia sopra i massimi sistemi del mondo mafioso e politico. L’ultimo della serie è un tale Francesco Onorato che ci ha rivelato finalmente i nomi dei mandanti dell’assassinio del generale Dalla Chiesa nella tarda estate del 1982: Andreotti e Craxi, il Divo e il Cinghialone. Queste le sue parole: «I politici a Riina prima gli hanno fatto fare le cose, poi l’hanno mollato. Prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere.» Resta da capire perché i malfattori si sentissero il fiato addosso. Craxi nel 1982 era ancora un uomo abbastanza nuovo della politica. Da qualche anno era il leader di un Partito Socialista che si era scrollato di dosso ogni senso d’inferiorità nei confronti del Pci. Divenne Presidente del Consiglio nel 1983 dopo un buon successo elettorale del Psi, ma tra i laici alla guida del governo lo aveva preceduto perfino Spadolini del piccolo Partito Repubblicano. Non mi pare fosse mai stato ministro in precedenza. E con la Sicilia i suoi legami politici erano pressoché nulli. Ma ci sarebbe il caso Moro. Secondo altri bei tomi del pentitismo, infatti, Dalla Chiesa sarebbe stato a conoscenza di segreti inerenti al sequestro Moro molto pregiudizievoli per il buon nome del Divo, che avrebbe perciò spedito il generale a Palermo al solo scopo di sbarazzarsene. Si dà il caso però che durante il sequestro Moro Craxi fu uno dei pochi, causando anche qualche clamore, a non conformarsi alla linea della fermezza propugnata dalla Dc e dal Pci. E quindi in quel caso certo non agì in combutta con Belzebù. Debbo perciò pensare che anche Craxi fosse mafioso, se solo ne fossi in grado: non sono Superman.

Il populismo, le voilà

Per Eugenio Scalfari, l’Italia, che fino ad un mese fa era sull’orlo del baratro, ora “guida la battaglia salva-Europa”. Mentre non passa giorno che il Presidente della Repubblica non saluti l’orgoglio nazionale ritrovato, e che la stampa in coro non biascichi stancamente, a mo’ di prologo, il dogma recentissimo della credibilità anch’essa ritrovata, prima d’imbarcarsi in auspici nebulosi sul destino delle riforme. Il Presidente del Consiglio riesce a fare ancor peggio, e da uomo di stato qual è, afferma che sono gli evasori a mettere mano nelle tasche degli italiani. Per chi va in cerca di applausi a buonissimo mercato, è una battuta facilissima. Da politicante senza tanti scrupoli di coscienza. Volevate il populismo? Eccolo qua. Se non sentite come puzza, è evidente che vi ci trovate benissimo. D’altronde siete stati abituati a chiamare populismo l’ottimismo facile e lo stile poco ortodosso di Berlusconi: accecati dalla forma, avete perso di vista la sostanza. Non per niente la nuova era è improntata alla “sobrietà”, che è lo stile preferito dai Tartufi e dagli Ayatollah di tutti i tempi. Con la resa del governo Berlusconi il populismo, se per esso si intende la demagogia di massa, invece di scomparire, è tracimato. Nell’arena propriamente politica, le attuali opposizioni al governo Monti, di destra e di sinistra, hanno sentito potente il richiamo della foresta e vi si sono tuffate con voluttà. Tuttavia il loro becero massimalismo non è il frutto di un rigetto fisiologico di una nascente area di ragionevolezza o consapevolezza, ma è il sintomo di una patologia che ha investito tutto il corpo della nazione. Ad esso, infatti, si contrappone, e ne è il riflesso, il massimalismo educato della nuova compagine governativa e dei suoi cantori. Ad ormai due mesi dall’inizio della svolta che doveva raddrizzare la torre pendente chiamata Italia e dare aria ai suoi irrespirabili locali con due o tre colpi decisi da maestro, l’atmosfera è talmente pesante che, per placare l’isterismo, il Prestatore di Ultima Istanza di vittime sacrificali ha inondato di questa moneta svilita il mercato dei media e della politica. Casta ed evasori, evasori e casta, come e più di prima: che noia mortale! Il governo degli esperti si è adeguato servilmente a questo vento fetido con tutta una serie di misure non tanto da stato di polizia ma da stato sull’orlo di una crisi di nervi. Forse adesso qualcuno che si professa “liberale”, ma vive questa suo liberalismo come una religione fuori dal tempo e dallo spazio, comincerà a rendersi conto che la vera missione storica, al di là della reclamizzata rivoluzione liberale, dell’incompiuta stagione berlusconiana, che non è finita e non è stata senza frutto, era di irregimentare e di riportare nel recinto della politica, almeno per quanto riguarda la sua metà del cielo, tutto questo radicalismo di massa che perseguita l’Italia dalla fine della prima guerra mondiale. Pagare dazio era inevitabile. Non c’era alternativa. E il suo successo avrebbe costretto anche l’altra metà alla ristrutturazione, nel corpo e soprattutto nell’anima. L’intuizione berlusconiana era feconda e costruttiva. Io, nel mio piccolo, ho sempre sostenuto che la vera grande riforma di cui necessitava l’Italia, la solida piattaforma per tutte le altre riforme, era di arrivare ad un sistema politico fondato su un onesto partito conservatore ed un onesto partito socialdemocratico: dico “onesto”, perché una politica fattiva deve sempre coniugarsi con la temperie culturale del paese, senza fuggire nel passato o nel futuro. E’ un fatto che tutti i protagonisti di politiche “inclusive” e lungimiranti, ma nient’affatto “consociative”, si siano attirati odi profondi e criminalizzazioni da chi ha vissuto la politica in modo cupamente messianico, ivi compreso qualche sedicente e zelante liberale: da Giolitti, “ministro della malavita”, pur essendo persona integerrima, a Craxi, ed ora a Berlusconi. Nel passato, la loro dipartita ha significato l’imporsi, prolungato o temporaneo, di forze distruttive. La storia che vi raccontano è diversa; molti lo fanno per semplice viltà; in ogni caso, non me ne importa un piffero.

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P.S. Veniamo ora a sapere che per il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, un altro noto discepolo della religione della misura e della sobrietà, “chi evade in un momento come questo tradisce la Patria”. Come volevasi dimostrare.

C’è chi può e chi non può

GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.

LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.

IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.

LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.

LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.

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Non disturbate il manovratore

Peccato che l’Italia resista. Peccato che questo popolo maledetto, ignorante e cialtrone non si adegui al verbo dei dottori della legge. Non ci si raccapezzano più: com’è possibile che dopo quasi vent’anni di demonizzazione sistematica il consenso per il Caimano sia ancora così saldo?

Il fatto è, cari i miei polli, che er popolo, la ggente, e la plebe tutta non si fanno più infinocchiare tanto facilmente; che in Italia, grazie alla Resistenza Berlusconiana, non la democrazia libresca che piace a voi perché potete egemonizzarla e volgerla a piacimento ai vostri fini, ma – aprite bene le orecchie, beghine che non siete altro – la democrazia reale si è irrobustita; è maturata; e non bastano le scene madri di ordinaria nomenklatura a farla crollare sotto i colpi della solita marmaglia fasciocomunistoide che come ultimo crimine prima di tirare le cuoia ha deciso di tentare l’assalto al Palazzo d’Inverno in nome, udite udite, della liberaldemocrazia e delle istituzioni.

E sapete perché non lo capite, o meglio ancora, perché non lo sentite? Perché non credete né nell’individuo, né nella libertà, e quindi, in ultima analisi, non credete neanche nella società. Nel bel mezzo del vostro cervello c’è sempre il Leviatano, lo Stato senz’Anima, che una volta era quello marxista, ed oggi è quello imperniato sulla Costituzione: ma sempre e solo di un sistema di regole si tratta. Un Sistema di Regole delle quali voi siete gli unici interpreti. E’ per questo che senza un Comitato di Salute Pubblica, un Comitato Centrale di Partito, o una più informe Casta Sacerdotale che forte del suo privilegio ermeneutico costituzionale emani il quotidiano pacchetto di ordini alle plebi, insomma, senza un Grande Manovratore, voi questa società non sapete immaginarla. Ed è per questo che nella vostra testa il nemico ha le sembianze del Grande Vecchio, dello Stato Deviato, della Cricca, della Casta, del Palazzo, del Satrapo: sono le vostre caricature.

Per quanto ammantata di dottrina, questa rimane la filosofia del branco, e dello stato di polizia. Qualsiasi società è un sistema fiduciario: le regole e le istituzioni vengono dopo. Senza la fiducia la società è un branco. Senza la fiducia una società istituzionalizzata è uno stato di polizia. In Italia esiste una grande setta che lavora da decenni per distruggere qualsiasi fiducia, che è quasi riuscita a criminalizzare mezzo secolo di storia democratica del paese, avendone criminalizzati sistematicamente protagonisti e partiti politici. Ha messo le mani su tutto, ha messo sotto processo presidenti della repubblica, presidenti del consiglio, partiti, – quelle “istituzioni” perennemente nella bocca degli smemorati e delicatissimi tartufi della retorica costituzionale – ha tagliato teste importanti, ma fallisce sistematicamente in ciò che è più sovranamente democratico: il voto. E’ una società nella società, che pretende che la società nel suo complesso rinneghi sistematicamente una parte di se stessa, corrompendo così le fondamenta morali di una democrazia liberale.

Ma la consapevolezza è cresciuta nel paese durante il periodo berlusconiano; è cresciuta la resistenza a difesa della memoria e di queste fondamenta morali. Sono cresciuti gli anticorpi democratici. Lo vediamo proprio in questi giorni da sorprendenti episodi. E notate, là dove trovate la resistenza trovate anche i bravacci che si muovono spontaneamente in branco, in obbedienza alla loro natura servile: dai cinquanta firmaioli del Corriere della Sera che hanno messo nel mirino Ostellino, colpevole di aver scritto un eroico articolo “oggettivamente” berlusconiano contro il Grande Orecchio Giacobino, e di essere un liberale di lunga e onesta carriera in un giornale che ormai si nota solo per la sua viltà, e che ormai è colonizzato da gente che ha fatto le scuole nella sinistra radicaleggiante; agli squallidi lanciatori di monetine – devoti alla Costituzione, mica populisti loro – che a Lissone si sono rifatti vedere per l’inaugurazione di una piazza intitolata a Bettino Craxi. A Lissone c’è un sindaco leghista, come leghista è il sindaco di Verona, Tosi, la cui amministrazione ha appena intitolato un nuovo ponte sull’Adige alla memoria di Mariano Rumor, che fu segretario della Democrazia Cristiana: che pena vedere gli “zotici” della Lega arrendersi col tempo ad un minimo di decenza e verità, senza per questo santificare nessuno, e le penne dei grandi giornali scantonare ancora dopo vent’anni da Mani Pulite. La vediamo, questa resistenza, nella risposta di una femmina cazzutissima come Marina Berlusconi al teatrino di Genova, una delle scene madri di ordinaria nomenklatura di cui parlavo all’inizio, perché il premiarsi a vicenda è caratteristica dei protagonisti di tutte le nomenklature. Ecco allora che alla voce di chi “disturba” il manovratore, si vuole sovrapporre il coro ufficiale del paese “turbato”. Ma non funziona.

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Berlusconi, politico

Vogliamo dare un consiglio agli analisti della vita politica italiana desiderosi di capire il fenomeno Berlusconi, la sua ascesa e la sua longevità. Abbandonate le cricche, i complotti, le anomalie, le compravendite, gli ipnotismi catodici, i nuovi populismi: in una parola, la fuffa. Usate i metodi tradizionali della riflessione storico-politica. E scoprirete che, nel caravanserraglio della politica italiana degli ultimi vent’anni il Berlusca è l’unico che si sia mosso con razionalità e metodo. Con un disegno globale. Ossia “italiano”. Ci vide più chiaro perché era estraneo alla politica politicante, fuori dalle sette e dalle ridicole genealogie delle sue gelose famiglie, comprese le più piccole, che anche quando non contano un piffero pesano come un macigno sulla zucca dei nostri politici di professione. Ci vide più chiaro perché non aveva un passato politico da emendare, da nascondere, o da salvaguardare con cretino feticismo. Ci vide più chiaro perché era megalomane, e quindi abbastanza incosciente o coraggioso da rompere gli steccati e i tabù imposti dalla vulgata vetero-resistenziale.

Fu così che creò il centrodestra. Il centrodestra: che ora sembra la cosa più normale del mondo, almeno come progetto politico. Ma non lo era allora. Ci voleva del fegato anche solo a parlarne di un centro con in più “la destra” – ve lo siete dimenticato? – a dimostrazione che anche in politica, come in tutte le cose del mondo, per veder chiaro in un contesto problematico ci vogliono delle qualità morali, e non solo astrattamente intellettuali. Nel vuoto lasciato da Mani Pulite Berlusconi ebbe l’audacia di sporcarsi le mani arruolando fra le sue truppe la soldataglia reputata più vile, quella missina e quella leghista, cosa che un soprammobile benintenzionato e ottimamente parlante come Mario Segni non avrebbe mai avuto il coraggio di fare: il populismo referendario era il massimo per un democristiano. Tutto ciò era necessario, colmava un ritardo e metteva fine, a suo modo – e in quale altro modo se non questo, anime sognanti della bella politica? – ad un’anomalia tutta italiana. Con l’inquadramento di questi materiali “vili”, compresa la pattuglia dei dilettanti di Forza Italia, Berlusconi ha risposto ad un’esigenza reale del paese, non ad una pulsione irrazionale: l’organizzazione politica dell’elettorato conservatore. Un processo che ancor oggi continua, ma che ormai – non ci si illuda a sinistra – ha messo radici. Tanto che questa unità è sentita più alla base che ai vertici e fa sentire la sua voce insofferente – cui Berlusconi fa da astuto interprete – quando le schermaglie dentro lo schieramento politico al quale essa fa riferimento si fanno più intense. La solidità del “berlusconismo” deriva dal progetto – moderato, sensato e conservatore, al netto di quel folklore sul quale perdono il loro tempo i più pensosi perditempo fra i commentatori politici – non dall’eccellenza dei suoi interpreti. Tant’è che questa presunta anomalia fra non molto, a quanto pare, si adeguerà persino lessicalmente a quella famiglia europea di cui fa già parte; mentre invece il parlamento europeo ha dovuto, esso, adeguarsi all’anomalia “democratica” italiana: lo segnaliamo ai discepoli della religione dei “fatti”.

A sinistra questo coraggio è mancato. A sinistra manca proprio un “progetto”, una prospettiva che tanga tutto insieme. Lo si sente, ma non lo si dice veramente, non si elabora il problema, si eludono quei dolorosi nodi della storia che una volta sciolti aprirebbero la via alla più naturale delle soluzioni, affine – etichetta compresa – a quella degli altri paesi europei. Un progetto nobilita i materiali vili, mentre la sua mancanza non viene surrogata dai migliori degli uomini. Tanto meno dai migliori presunti. Hai voglia di sperare qualcosa dalla “rottamazione”, hai voglia di selezionare il meglio della società civile, hai voglia di riunire gli integerrimi: è l’ossessione dei migliori, che in politica è l’ultima risorsa degli idioti, mentre è il pane dei rivoluzionari. E dei golpisti. Fateci caso: la sinistra cerca un Uomo, a capo di selezionati uomini, ma di una piattaforma politica, che dia un senso alla “Cosa”, non se ne vede l’ombra. Così si spiega che da una parte non ci si faccia scrupolo di cercar d’imbarcare materiali, vili o pregiati che siano, che con la costruzione di un sensato centrosinistra non hanno niente a che fare; e che dall’altra a sentirsi vivi, in qualche modo certo non sano, siano proprio quei materiali “vili” che la storia ha bocciato. La sinistra ha un’unica strada da seguire: riunire le belle anime “democratiche” con le varie sinistre in libertà in un progetto, di sinistra, che non sia né “democratico” né piazzaiolo, e che riannodi le fila con la tradizione socialista che negli anni ottanta parlò per bocca dei Mitterand, dei Gonzales, e degli Schmidt. E dei Craxi, naturalmente. E rimuovere dal cervello la fissazione per l’anomalia Berlusconi. Le anomalie non durano. Per quanto lui sia pittoresco la sua creatura politica è tutt’altro che anomala. Non lo è.

Devo per forza chiarire che queste considerazioni sono “politiche”, ossia s’inquadrano in un contesto storico preciso, che per quel che ci riguarda è quello europeo, continentale e infine italiano dell’inizio del terzo millennio, e non appartengono alla filosofia politica? Questo è l’equivoco in cui cadono anche i sedicenti liberali italiani: dico “sedicenti” perché il loro comico esclusivismo fa dubitare spesso della natura del loro liberalismo. Vogliono fare politica? La facciano. Hanno due possibilità: infiltrarsi negli schieramenti politici più importanti, sopportandone con coerenza le inevitabili conseguenze, e non svegliarsi un giorno, le verginelle, al grido vittimistico di “rivoluzione liberale tradita”; oppure mettere insieme un partitino liberale destinato a sua volta ad avere, per ancora lungo tempo, un ruolo ancillare in qualsiasi coalizione scelga di stare. Il resto sono chiacchiere, o peggio ancora, terzi poli. Certo non politica. Quella, ormai da troppo tempo, la fa solo Berlusconi.

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Cara sinistra, uccidi Berlinguer

Anno quasi nuovo, e vita irrimediabilmente vecchia per la sinistra italiana. Di tutti i problemi “strutturali” del nostro paese questo è oggi senza alcun dubbio il più grande, perché sta alla base della piramide. Dietro la facciata della contabilità. E mai risolto, perché finora al suo nodo centrale si continua a girare intorno, facendo finta di non vederlo. Trova incredibile, ad esempio, Vendola, che Bersani possa allearsi con Fini. Ed ha perfettamente ragione, l’incredibile Vendola. Se la politica del Partito Democratico si riduce al più miserabile tatticismo, nel tentativo disperato di rimpolpare i numeri in qualsiasi modo, perfino con i “liberali” di Fini e con i “clericali” di Casini, cosa inconcepibile in qualsiasi paese di quella civile Europa sempre a sproposito evocata, significa che i Democratici di sinistra non hanno niente da dire alla sinistra. Ma se d’altra parte i Rottamatori si riducono a proporre il taglio lineare intergenerazionale della classe dirigente, nella disperata speranza che da teste meno canute e spelacchiate sorgano per incanto idee naturalmente nuove, significa che per il momento non hanno niente da dire alla sinistra. E se d’altra parte l’incredibile Vendola si riduce a sventolare davanti agli occhi degli orfani rossi il quadretto seducente del polo lottacontinuista, ecosolidale e porcellino con le ali, nel disperato tentativo di ridargli un po’ di colore, significa che il subcomandante Nichi non ha niente di nuovo di dire alla sinistra. Il tutto mentre nel partito della sola questione morale esplode la questione morale con De Magistris, Alfano e Cavalli che scrivono una pubblica lettera al duce dell’Italia dei Valori, Di Pietro, con tanto di citazione finale del pessimo Berlinguer, il disastroso padrino di tale questione. L’albero si giudica dai frutti, infatti, e i frutti non potevano essere che questi: il vuoto al proprio interno, il livore per gli avversari politici.

Da ogni parte la si guardi, la sinistra sbanda. Le soluzioni proposte, in un senso o nell’altro, sono draconiane e disperate. Con l’acrobatica invenzione del “Partito Democratico” la sinistra credette di superare il radicalismo di massa del PCI, mentre lo fuggiva, lasciando inevase tutte le domande sulla sua storia. Svuotata dell’ideologia, che implicava una rottura con l’ordine esistente ed un approdo finale, alla sinistra restò in corpo un bisogno insoddisfatto che fu surrogato dalla questione morale, peraltro già presente nell’armamentario propagandistico comunista anche se mai diventata egemone. Per inciso, e viene perfino da sorridere nel notarlo, lo stesso giustizialismo debole incarnato dalla rottamazione giovanilistica proposta dai vari Renzi e Civati dimostra quanto sia difficile uscire da questa prigione intellettuale. L’operazione PD costituiva però anche l’azzeramento di una tradizione e di una storia che affondava le radici nel secondo ottocento. Di quella storia la liquidazione dei socialisti ai tempi di Mani Pulite non sarà l’ultimo capitolo. Non può esserlo.

Scegliendo il PD, ma istigando la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, sola architrave possibile per strutturare la sinistra italiana dopo il crollo del Muro, i post-comunisti si sono negati la possibilità di governare e di far maturare quella tradizione, con cui bisogna fare i conti. Perché esiste, non perché è bella. E questo vale anche per voi, cari liberali testoni che vivete sulla luna. Cosicché si sono permessi di civettare con Montezemolo, coi grandi banchieri, di fare belle serate al Lingotto, fino al momento in cui il vento gelido della crisi economica in Occidente ha messo fine ai bei sogni della crescita costruita sui debiti pubblici e privati e sul denaro a costo zero. Davanti ai Marchionne si sono trovati spiazzati. Incapaci di qualsiasi costruttiva mediazione. A farla ci pensavano gli Angeletti e i Bonanni, o gli ex socialisti del governo Berlusconi, i Tremonti e i Sacconi. Mentre a sinistra la CGIL si isolava sempre di più e la fronda identitaria ma infeconda di Vendola s’ingrossava di conserva. Hanno buttato giù dalla torre Craxi, invece di Berlinguer: ora si trovano in mano un nulla che vaga rabbioso senza pace, senza idee, senza meta, senza padre né madre nelle piazze.

In quanto ai liberali che vivono sulla Luna, e guardano con gran disgusto e disappunto a questi discorsi, visto che loro stanno ben oltre questa disperante mediocrità, sappiano che un sano liberalismo ha un fondamento morale: si basa sulla fiducia e si consolida là dove è meno diffusa la mala pianta del settarismo. Oh sì sì, avete mille volta ragione, fatte pure delle belle leggi, imponete pure quelle poche e belle leggi che ci vogliono, commissariate pure la patria e governatela con la vostra intelligenza, e con le vostre classi dirigenti illuminate, ed istruite pure il volgo, ma nel giro di qualche anno vi accorgerete che avrete costruito sulle sabbia.

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La storia deviata

Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso “veramente” democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche “laico” non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito. Molto male gliene incolse: nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.

Nel discorso di Moro non si parlava di fascismo, di golpe, e dei soliti disegni autoritari. Si parlava di corruzione. La Storia Deviata infatti da tempo batteva soprattutto su questo tasto. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe “capitalista”, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste.

La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente.

La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future.

La terza conobbe due sviluppi, paralleli, ma i cui protagonisti erano in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: “la questione morale” di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo e mallevadore della propria democraticità per dare del fascista al prossimo. Al messianismo comunista (che succedeva al messianismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la “democrazia compiuta” che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino: col corollario dei suoi provvidenziali “nemici”, evidentemente. Nel mio piccolissimo, sono stato tra i primi qualche anno fa ad usare con rinnovata frequenza questo termine, “giacobino”. Se dà fastidio a molti, sono più che contento. Se ne facciano una ragione: il termine è esattissimo. La pubblicistica prerivoluzionaria in Francia faceva il pieno di scandali e di cricche; mise a punto i meccanismi della demolizione ad personam; grondava di retorica sulle virtù dell’uomo onesto, il futuro “cittadino” della repubblica.

Oggi alla Storia Deviata fa l’occhiolino Gianfranco Fini. Gliene vengono applausi, considerazione, patenti di democraticità e liberalismo. Anche se fra i suoi ci sono dei veri e propri invasati, con quel tocco di pittoresco che fa tanto italiano e che riesce a volte anche a far ridere. Dimentica però che non c’è più il corpo molle della DC. Allora il giochetto era facile. La creatura berlusconiana è assai più coriacea. Nel paese sono cresciuti gli anticorpi. Non è più tanto facile incantare la gente agitando la mazza della legalità. Le bocche da fuoco dei berlusconiani fanno il verso a Repubblica, firmaioli compresi, con grande e divertente scandalo dei benpensanti che per trentacinque anni hanno considerato tale attività in non plus ultra del progressismo democratico. Quando il grandioso baraccone della Storia Deviata rovinerà su se stesso, una mezza Italia si domanderà di cosa aveva paura; all’altra si apriranno gli occhi su nuovi cieli e potrà cominciare a pensare a vincere invece di continuare a raccontare a tutta la gente del suo falso incidente. E sarà la riforma delle riforme.

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Lumi da Parigi?

Chissà se il risultato delle elezioni regionali francesi riuscirà a svegliare dall’eterno letargo i cervelloni della sinistra italiana. Ne dubito. Se non fossero così zavorrati dalla mitologia antifascista, oggi nella versione antiberlusconiana, forse potrebbero anche coglierne il dato che più dovrebbe balzare all’occhio italico non foderato di spessa mortadella emiliana: non la vittoria, ma la vittoria del partito “socialista”.

Diciamo subito in primo luogo che il dato delle elezioni regionali in Francia ha un significato politico più importante di quanto accada per quelle italiane, e minori conseguenze pratiche. Sebbene anche in Francia, patria della centralizzazione e di una burocrazia tanto grandiosa quanto miracolosamente ancora funzionante, le piccole capitali come Lione, Nantes, Bordeaux, Tolosa o Marsiglia si stiano pian piano affrancando dal complesso d’inferiorità nei confronti della Ville Lumière, nella testa del francese medio l’Esagono continua ancora grosso modo a comporsi di due entità: Parigi e “la provincia”, ossia tutto il resto. Per cui il Presidente di Regione rimane ancora una figura non molto lontana da quella di un importante ma grigio funzionario, il cui nome viene spesso dimenticato perfino dai suoi amministrati. Cosicché per i francesi queste elezioni rappresentano soprattutto l’occasione per sfogarsi e mandare avvertimenti alla classe politica, senza incorrere, per così dire, in alcun “pericolo”. Tuttavia, l’indicazione uscita dal voto delle regionali è forte: al secondo turno il partito di Sarkozy ha preso appena il 36% dei voti, mentre la sinistra organizzata intorno al PS – con una forte presenza dei Verdi e qualche rimasuglio comunista – è stata premiata col 54% dei voti, senza avere avuto e soprattutto sentito il bisogno di contrarre alleanze spurie con centristi ed altra strana fauna.

Diciamo in secondo luogo che questo scenario si replica più o meno uguale in tutti i piccoli e grandi paesi europei quando la sinistra vince incardinandosi su di un forte partito socialista, socialdemocratico o laburista. Ciò significa che dalla maggioranza degli elettori di quei paesi il partito socialista, nonostante la ragione sociale e la netta coloritura politica, laica e magari anche radicaleggiante, che vinca o che perda viene sentito come una forza “nazionale”, responsabile e non partigiana. Ma questo non accade in Italia, la grande anomalia. E questo è il grande problema che la nostra sinistra evita ancora di affrontare a viso aperto, preferendo cavalcare il mito comodo dell’anomalia altrui. E in questo si distingue particolarmente quell’umanità superiore che, sonnecchiando nello spirito, motteggiando schifata e non capendo una mazza, vivacchia in maniera sopraffina sulle rive della Senna. Come fa a diventare una forza politica “nazionale”, come fa ad essere sentita come una forza “nazionale”, una sinistra che in obbedienza al retaggio comunista – ma se ne rendono conto sì o no? – mentre predica l’amore universale per i diversi di tutte le specie, per sentirsi viva continua a coltivare il mito della propria diversità, aggiornandolo di decennio in decennio secondo le mode più accattivanti e più opportune – noi comunisti, noi antifascisti, noi onesti – e scavandosi così la fossa giorno dopo giorno? Ci provò il “socialista” Craxi a farla uscire da questa maledizione, e lo si volle archiviare come un criminale. Ancor oggi ogni timido passetto in avanti in quella direzione viene bollato come collaborazionismo, revisionismo, tradimento. Ci pensano come anticorpi maligni gli scemi+scemi della purezza democratica a rimettere in riga il reprobo colpevole di tale misfatto: i siamo-tutti-Saviano, i vaffanculisti, gli adoratori della legge. E’ una corrente irrazionale, isterica, nel fondo violenta, che la nazione, più che riconoscere e decifrare, sente al livello più elementare, avendone paura. Berlusconi se ne fa interprete e le contrappone con gusto blasfemo perché inconcepibilmente casalingo il Partito dell’Amore. E a sinistra ridono, esattamente come i folli.

Diciamo allora in terzo luogo che in realtà in Italia l’unico partito “italiano”, e il meno settario, è proprio il partito ad personam di Berlusconi. In questo sta la sua razionalità; ed è per questo che vive nel “popolo” nonostante goffaggini catastrofiche e nonostante l’umana carne già debole di per se stessa dalle sue parti sia ancora più debole; è per questo che la più disorganizzata delle forze politiche tanto più vince quanto più la posta è alta e meno legata a interessi particolari o locali; ed è per questo che sopravvivrà a Berlusconi. Le altre forze politiche italiane, parrocchie, parrocchiette, tribù, clan e club, non so.

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La tribù dei Nasi Turati e la leggenda di Mani Pulite

A sinistra c’è ancora un bel po’ di gente che guarda a Mani Pulite come ad una nuova Resistenza, e che vorrebbe eternarla, come quella, nella coscienza della nazione: la Rifondazione della Repubblica, dopo le “deviazioni” del pentapartito. Ma una Rifondazione tradita, come la Resistenza fu tradita. Insomma, i soliti miti, durissimi a morire, della cosmogonia comunista e post-comunista, che incantano solo quelli che vogliono farsi incantare. Ma non noi, che stiamo ai fatti e agli antefatti.

I luoghi. Non è possibile capire Mani Pulite se non si considera il suo retroterra politico e geografico. Mani Pulite scoppiò nelle roccaforti democristiane del Nord, nel Lombardo-Veneto, dove da decenni ormai la tribù sempre più scontenta dei Nasi Turati votava DC quasi unicamente, ma assai saggiamente, in funzione anticomunista. Paralizzata intellettualmente dall’aggressività della piazza e della propaganda comunista, ma incollata saldamente al potere dalla Guerra Fredda, per la DC il governo era diventato una sinecura con un unico minaccioso interlocutore, più che un competitore. Ciò ne aveva impedito ogni evoluzione, e aveva significato un graduale scollamento dal proprio elettorato ed una lenta ma costante deriva verso sinistra. Inoltre, in un paese in crescita – parlando in termini epocali – accade sempre che ad un certo punto il malcostume nella vita pubblica, fin lì tollerato, ed in parte inevitabile, venga sempre più chiaramente sentito, magari confusamente, non solo come un vago impedimento al bene comune; ma anche come un impedimento a quegli stessi meccanismi di sviluppo economico che un livello, per così dire, “fisiologico” di corruzione fino ad allora poteva perfino oliare. Insomma la corruzione, favorita dal grado relativamente modesto di libertà economica e dalla burocrazia, e diffuso a tutti livelli della società, non solo nel ceto politico, diventa un problema quando si rivela manifestatamene antieconomica per troppi attori della società. Non si tratta certamente di un fenomeno morale in senso stretto; si tratta piuttosto dell’istinto di conservazione proprio di una consorzio civile ancora vivo, che assume in superficie i caratteri della moralità pubblica, spesso e volentieri con qualche traccia di fariseismo. Sennò dovremmo pensare che le nazioni progredite siano costituite da persone oneste, mentre quelle all’ultimo gradino della scala siano popolate da farabutti. E’ più il Nuovo che si scontra col Vecchio, che non il Bene col Male. E’ un fenomeno tipico dei paesi di nuova o ritrovata democrazia, che segue gli anni del boom economico, come si può constatare in questi anni nell’Europa orientale. La nascita e la crescita del movimento leghista in queste zone del paese fu il risultato congiunto della diserzione DC e della sempre più evidente crisi del comunismo mondiale, che incoraggiava i colpi di piccone allo status quo, e che d’altra parte stava alla base anche dell’espansione craxiana a sinistra. Nonostante il linguaggio elementare, condito da un bel tasso di demagogia, della Lega, i Nasi Turati cominciarono, votandola, a mandare segnali sempre più espliciti alla Balena Bianca: meno tasse e meno corruzione erano messaggi che suonavano benissimo ai loro orecchi destrorsi. Ricordiamoci, a questo riguardo, che fin che la Lega negli anni ’80 si limitò ad usare la sua retorica anti-immigrati e identitaria su scala regionale, le sue fortune politiche restarono molto limitate. Il boom fu quando la Lega Lombarda cominciò ad agitare la clava della protesta fiscale. Il crollo del Muro di Berlino e la crisi del PCI-PDS fecero cadere le ultime paure ed accelerarono la fragilizzazione della classe politica al Nord e soprattutto nel Lombardo-Veneto. Se nel 1992 la magistratura si sentì finalmente abbastanza forte per procedere alla “bonifica” fu perché sentiva di avere l’appoggio di una grossa parte dell’opinione pubblica, ossia della tribù dei Nasi Turati. Il Moniteur Padano di questa Rivoluzione, almeno nelle sue fasi iniziali, fu infatti L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri. Mani Pulite, quindi, da un punto di vista sociologico, nacque a destra, non a sinistra.

Il golpe (sventato). Hanno torto coloro che oggi parlano di complotto; ma non hanno torto quelli che parlano di golpe. Proprio la vicenda di Mani Pulite dimostrò quanto fosse stata giustificata fino ad allora la diffidenza della tribù dei Nasi Turati per quella dei Trinariciuti. I golpisti rivoluzionari, la storia insegna, non fanno complotti, ma aspettano l’occasione per agire, con la solidarietà spontanea delle sette e delle minoranze organizzate, sul corpo di quelle società impegnate ed indebolite dal passaggio sempre delicato dal Vecchio al Nuovo. E’ l’istinto del predatore che acutizza la loro vista e promuove una tacita comunità d’intenti, trasversale alla società ma unita da un’ideologia che fa premio anche sul rispetto dei propri ruoli all’interno di quest’ultima. Si videro cose meravigliose: magistrati orbi di mattina, e con l’occhio di falco il pomeriggio; e la storia patria si arricchì, inaspettatamente, di gesta eroiche: compagni G., presi col sorcio in bocca, che, fra l’ammirazione tacita del popolo rosso, si autoaccusavano di millantato credito. Se quella farsesca combriccola di faccendieri di terz’ordine che fu la P2 divenne un mostro marino dalle cento teste sempre pronto ad emergere dalle acque, fu in realtà perché in essa la sinistra, inconfessabilmente, si specchiava. E se la sinistra trovò un alleato in un certo gotha industrial-finanziario, e nei suoi giornali, fu perché un corpo indebolito attira sempre le fauci di tutti i predatori. E così la rivoluzione di Mani Pulite non fu, come avrebbe potuto essere, un momento di verità; l’occasione per una grande confessione, come auspicato dal cinghialone; per uno svecchiamento della classe politica; per la presa di coscienza di un intero paese e per un nuovo inizio. Prevalse l’istinto settario che la dirottò verso altri lidi. Onde per cui quella stessa tribù dei Nasi Turati che l’aveva innescata, di lì a poco, alla prima occasione, la disinnescò dandosi al salvatore Berlusconi. E il pericolo oggi è che una sinistra popolata da vecchiette virtuose e petulanti che vanno sinistramente in giro a ricordare al mondo le condanne passate in giudicato dei mariuoli, consegni comode ed irresponsabili maggioranze ai berlusconiani, e che all’immobilismo DC succeda l’immobilismo PDL.

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