Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

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MANIFESTO ELETTORALE 1953

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlunguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (171)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CASO MORO 24/03/2014 Il caso Moro non esiste. L’assassinio di Moro ha una sua collocazione storica chiarissima, che non si limita all’Italia. Anche Francia e Germania ebbero i loro “Moro”, le vittime eccellenti tra le tante vittime dell’ondata del terrorismo rosso degli anni settanta e ottanta; personaggi certo di statura inferiore a quella del politico italiano, ma perché minore era la portata del fenomeno terroristico. Action Directe (simbolo: stella a cinque punte) fece fuori nel 1986 George Besse, amministratore delegato della Renault; la Rote Armee Fraktion (simbolo: stella a cinque punte) rapì Hanns-Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca, in un agguato che costò la vita al suo autista e ai tre agenti di scorta, e lo “giustiziò” 43 giorni dopo: successe qualche mese prima del rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse (simbolo: stella a cinque punte). Tuttavia in Francia e in Germania non si è mai fatta dietrologia sui Grandi Vecchi, e questo perché in quei paesi la sinistra già allora era socialdemocratica da decenni, e quindi la distanza che la separava, non solo dalle azioni dei terroristi, ma anche dalla loro visione della storia era così netta da non provocare sensi di colpa. A tutt’oggi in Italia, invece, c’è una grossa parte del popolo di sinistra che vive ancora nel mito: quello della democrazia «incompiuta», della Resistenza tradita, dell’Italia in attesa della vera «liberazione» dal fascismo eterno e dal partito del malaffare. In questo le Brigate Rosse non differivano né dal Pci né dalla sinistra legalitaria e «resistenziale» dei nostri giorni. Questa propaganda aggressiva e pluridecennale servì al Pci per allargare il suo potere reale nel paese e per irretire la Dc. Al momento di raccogliere i frutti del lungo assedio, si accorse che con questo veleno tra le pareti di casa aveva allevate orde di giovanotti che al mito credevano con tutto il cuore, che in tutta coerenza avevano cominciata la lotta di liberazione armata, e che al grande patto col nemico alle corde guardavano come a un sacrilegio. Per il Pci abbracciare e capitanare il partito della fermezza con tanta durezza dopo il rapimento divenne il modo di rimediare al disastro e per raggiungere per altre vie lo scopo prefissato. A tutt’oggi questa storia vera non è ancora stata digerita dalla nostra sinistra, che in tutti gli anfratti e le zone d’ombra del caso Moro cerca ancora disperatamente, compulsivamente, quasi per una necessità biologica, la traccia miracolosa del grande complotto contro i valorosi comunisti, i soli veri democratici di quegli anni. E’ questo, naturalmente, il vero e ultra-patetico «caso Moro».

GUIDO CROSETTO 25/03/2014 Fino a due anni fa il Fratellone d’Italia era uno dei falchi dell’area liberale, liberista e libertaria dei berlusconiani. Quando le finanze e l’economia caddero nelle mani di Tremonti il colbertista, Guido ebbe dei gran brutti presentimenti. Giustificatissimi: lo spocchioso Tremonti si stimò degno di diventare il Richelieu, il Mazarino e per l’appunto il Colbert di Berlusconi. A Guido allora e per lungo tempo toccò soffrire le pene dell’inferno. Le sue uscite inconsulte erano figlie di questo dolore, e infatti Silvio non gli portò mai rancore. Cominciai a sospettare però che il calvario ne avesse intaccato la solidissima costituzione quando alla fine del 2012 fondò “Fratelli d’Italia” insieme ai supercolbertisti La Russa e Meloni, che con lui non avevano un’idea in comune, a parte un lodevole anticomunismo. Ma ancora un anno fa, nel giorno della morte di Margaret Thatcher, Guido lodava il coraggio della Lady di Ferro e rimpiangeva amaramente l’assenza in Italia di una «destra modello inglese». Oggi il Fratellone è impazzito. Non c’è alcun dubbio. Si scaglia a testa bassa contro l’attuale sistema tradizionale dei partiti, italiano e europeo, si fa paladino dell’Europa dei popoli, denuncia «le grandi lobby e i potenti funzionari», critica «le aperture così veloci del WTO alla Cina» neanche si fosse bevuto tutta l’opera filosofica tremontiana, e s’illumina finalmente quando trova una leader che non si dimostra capace, come nel caso di Grillo, solo «di fotografare una rabbia» senza indicare una via, ma quella strada, invece, quell’idea di futuro la indica, eccome: Marine Le Pen, campionessa dello statalismo di destra. «Grazie alla forza della Le Pen» e «grazie al popolo francese» lo schema si è rotto, scrive Guido entusiasta su “L’Huffington Post”. Sarà anche lo zelo del neo-convertito, ma fa piacere sentire l’omone così pimpante e speranzoso.

GIORGIA 26/03/2014 Giorgia canta nuda contro la violenza sulle donne. «C’è tutto questo e molto di più nel video di Giorgia “Non mi ami”», così assicura D.Repubblica.it. Sarà. Però l’idea non mi sembra molto originale. Di femmine che si spogliano per la salvezza del pianeta; e della flora; e della fauna; e degli animali da pelliccia; e contro la crisi economica; e l’austerità; e contro il cancro; e chissà quali altri malattie; e contro gli autocrati; e l’oscurantismo; e per la democrazia; e contro vescovi; ed arcivescovi; e contro il consumo di carne; e contro la FIFA; di tutto questo esercito di donne nude ne abbiamo fin sopra i capelli. E se provassero a smuovere le nostre coscienze col burqa? Ecco che finalmente anche quel costume da spaventapasseri potrebbe trovare una sua utilità sociale; e il burqa potrebbe diventare la divisa delle suffragette del ventunesimo secolo; e un prezioso prodotto di nicchia per il settore moda; e “burqare” – “indossare il burqa in segno di protesta” – diventare un neologismo di successo. Eh sarebbe bello! Eccitante! Invece no: tutte nude!

CLEMENTE MASTELLA 27/03/2014 Silvio Berlusconi ha nominati i 30 membri del Comitato di Presidenza di Forza Italia. Quelli effettivi. Perché tale Comitato sarà affiancato, aiutato, e certo infastidito da un Comitato 2 formato da una quarantina di italoforzuti trombati nella corsa al Comitato 1, che il magnanimo Silvio non ha voluto lasciare completamente a mani vuote. Tra questi membri di serie B, però, vi è un’illustre personalità che non è italoforzuta né risulta trombata: l’onorevole Clemente Mastella. “Onorevole” non è scritto a caso: l’onorevole, l’uomo e il politico sono ormai le tre persone di una trinità mastelliana che nessun eretico potrà mai dividere, giusto premio alla formidabile inossidabilità dell’orgoglio di Ceppaloni. Da fedele elettore italoforzuto non ho nessuna prevenzione contro l’Onorevole; mi piace anzi che il nuovo corso del partito abbia un’impronta così rivoluzionaria, e non si adegui al conformismo delle rottamazioni; e in più, confesso, il pacioso Clemente non mi è affatto antipatico, specie in questi tempi di esaltati e disperati. E poi in lui la sapienza democristiana – finissima finché si limita alle sfumature e alle tattichette, disastrosa quando ha ambizioni strategiche – è arrivata al massimo grado. Intervistato da “La Stampa” con una sola delle sue risposte è riuscito a: 1) Proclamare umilmente la sua lealtà verso Berlusconi («Intendo che, siccome Berlusconi è in difficoltà, tutti devono fare dei sacrifici e seguire le sue indicazioni.»); 2) Ricordare a tutti quella preziosa filosofia democristiana-ceppalonese, piena di concretezza, che egli porta in dote ai giovanotti di Forza Italia («Tutti noi dobbiamo pensare che, come si dice dalle mie parti, chi è nato tondo non può farsi quadrato. Forza Italia è un partito nato così e non lo si cambia.»); 3) Mostrare la schiena diritta di fronte al capo per mettere a tacere i maligni («Stiamo attenti a non ridurlo come si è ridotto il Milan»). Insomma, un capolavoro. E allora, perché si dovrebbe vergognare? E che ne so? Si vergogni lo stesso!

FEDERICA GUIDI 28/03/2014 «Credo che in Italia sia mancata fino ad oggi una politica industriale e quello che voglio fare è una task force, con economisti e politologi, per lavorare sulla falsariga dell’Industrial Compact europeo per crearne uno italiano». E’ tutta aria tremendamente fritta, naturalmente, ma in bocca ad un Ministro dello Sviluppo Economico sta benissimo. I quartier generali, i gabinetti, e i grandi piani sono passioni irresistibili nell’uomo politico che riceve i gradi di ministro, specie se novellino. Ci si dovrebbe piuttosto stupire che ad indulgere in sciocchezze di questa fatta sia un’imprenditrice, se non fosse che la quarantacinquenne Federica Guidi è già stata presidente dei Giovani imprenditori dell’Emilia Romagna, vicepresidente degli Imprenditori dell’Emilia Romagna, vicepresidente e poi presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, e infine vicepresidente di Confindustria. Solo un essere dotato di una resistenza sovrumana avrebbe potuto uscire da una tale prova parlando ancora la lingua natia.

Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio

Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…

Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!

Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.

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Le vergogne di ieri e quelle d’oggi

Con questa azione vogliamo dimostrare come la DC non sia soltanto lo strumento che per 30 anni ha sorretto fedelmente il potere dei padroni ma sia essa stessa una mostruosa macchina di oppressione e di sfruttamento. Infatti oltre ai fascisti assassini di Almirante operano, ugualmente pericolosi, i fascisti in camicia bianca di Andreotti: coloro che in fabbrica ci controllano, ci schedano, ci licenziano, che fuori parlano di libertà e di democrazia, ma che in realtà organizzano la più spietata repressione antioperaia. (Comunicato delle Brigate Rosse)

Il Fascismo è un virus che muta. E così ci troviamo in una nuova forma di fascismo. Sono forme diverse. Quindi credo che le conseguenze del berlusconismo saranno simili a quelle del fascismo. E’ come se la natura degli italiani fosse infettata. (Andrea Camilleri)

Un consiglio ai ragazzi? Eccolo: farsi condizionare il meno possibile da una società che finge di darci il massimo della libertà, e invece ci dà il massimo del condizionamento. Io, sotto il fascismo, ero più libero di quanto voi siete adesso. (Andrea Camilleri)

L’Antistato di Polizia

La moralità è una bella cosa. Ma esigente. E delicata. Non occorre che copuli con la menzogna, basta che lo faccia con le mezze verità per diventare oscena. E se questo vale per la sfera individuale, figuriamoci per quella di “massa”! Il partito – vecchissimo – della questione morale è oggi in fibrillazione, ma allo stesso tempo non sa darsi pace del fatto che il popolo italiano sia così restio a seguirlo. Eh, la tensione etica dei nostro concittadini non sarebbe più come quella dei bei tempi di Mani Pulite, purtroppo, tanto è lo sfacelo dei costumi! E già qui siamo fuori della verità; e nel pieno invece del vizio della memoria selettiva. Perché in realtà le pulsioni che in questi giorni agitano la società italiana, e il gioco delle azioni e delle reazioni con cui si manifestano in superficie, sono l’esatta replica, seppur soffocata nei suoi effetti dalla maggiore maturità del paese – maggiore maturità, non maggiore inciviltà, cari signori – sono l’esatta replica, dicevo, di quanto successe ormai quasi venti anni fa. Quando infatti fu proprio quello stesso popolo a disinnescare, col voto, la rivoluzione di chi si vantava di aver rivoltato l’Italia come un calzino. Falso: se davvero l’Italia fosse stata così rivoltata la rivoluzione ci sarebbe stata, ma incruenta. Il voto sconfessò l’onestà di Mani Pulite. Anche allora, come oggi, il Grande Orecchio della Legalità Democratica indagava e ascoltava a trecentosessanta gradi, e si dimostrava ultraperspicace e perfino troppo disinvolto quando si trattava di riannodare le fila dei materiali investigativi riguardanti una certa parte politica, salvo poi dimostrarsi lento e svogliato quando si trattava di quelle concernenti un’altra parte politica. Anche allora, come oggi, certe indagini cominciavano a sinistra per finire a destra. Certo, ai piedi del patibolo, per le esigenze scenografiche di un’equanimità fittizia, si affollavano anche certi tirapiedi di sinistra, ma sulla loro testa, per non parlare di quella dei pezzi grossi, la ghigliottina mediatico-giudiziaria misteriosamente non calava mai. Restava sospesa, finché gli astanti si stancavano e ritornavano a casa. Così funzionava e funziona il gran porto delle nebbie, quello vero, che inghiotte le pratiche giudiziarie intestate ai notabili della “società civile” in politica.

Tutto questo è legato a un difetto di fondo dell’edificio repubblicano italiano, che fu accettato dalla fazione rossa con una riserva mentale che non è mai venuta meno del tutto, e che surrogò la delusione per la mancata rivoluzione col bisogno di trovarsi un ruolo come guardiano della democrazia contro un inesistente regime. L’Italia repubblicana fu fin dall’inizio, con tutti suoi difetti, che erano figli della sua storia e non della razza che la popolava, e quindi aggiustabili col tempo, uno stato pienamente democratico e rispettoso delle libertà fondamentali. Non fu, mai, uno Stato di Polizia. E’ cresciuta al suo interno invece la malapianta di un Antisistema di sistema, totalizzante, che ha indebolito lo spirito civico, che ha minato sistematicamente, alla grande, ben più di tutti i miserabili faccendieri della nostra storia recente, la fiducia nelle istituzioni, e che ha fatto mancare i benefici di una vera opposizione, di un’opposizione costruttiva. Ed è significativo che esso, nel momento stesso in cui perdeva consenso politico ma cresceva in potere nel paese conquistando fra l’altro le casematte della magistratura, si sia venuto configurando come un Antistato di Polizia, ad immagine e somiglianza di quel Regime e di quello Stato di Polizia cui la realtà non ha mai dato corpo. E che costringe, oggi come allora – e come negli anni settanta della grande spallata comunista di cui il fenomeno terrorista fu solo la coda violenta, sfuggita al controllo di chi ne aveva nutrito i miti – una maggioranza politica e una maggioranza della società a chiudersi a riccio per quell’istinto di conservazione che è la forma più primitiva e disperata di civismo. Ma che rimane una forma di civismo quando si tratta di respingere offensive la cui retorica democratico-legalitaria non è sufficiente a mascherarne la carica liberticida. In questo braccio di ferro l’Italia è costretta a disperdere le proprie forze dalla fine della seconda guerra mondiale; è un debito pubblico di ordine culturale, gemello di quello economico, che spiega non poco del suo immobilismo. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a trentadue anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni berlusconiani dai pasdaran della giustizia democratica:

Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…

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I servi e le piazze

E’ bastato che qualche colonnello berlusconiano evocasse la possibilità, o sostenesse l’opportunità, di una grande manifestazione pro-Cavaliere perché dal campo dei piazzaioli di professione – senza alcuna discussione i migliori del mondo, almeno di quello reputato civile – cominciassero a piovere accuse di populismo criptofascista e schioppettassero come petardi dalla bocche e dalle penne italoprogressiste i simpatici attributi da sempre riservati alla plebe a loro insindacabile giudizio non perfettamente democratica. Da sempre, da ben prima dell’era berlusconiana. E’ l’esito scontato dei vuoti di memoria di chi scivola sul piano inclinato di un conformismo tanto comodo e gratificante da offrire a chi lo pratica l’illusione di essere originale ed emarginato, e l’ebbrezza acrobatica di gridare nel branco sentendosi puro come un agnello sacrificale, senza minimamente sospettare di star replicando i vizi del passato. E così, come per quel nostro passato che non passa mai, non ci si è neanche provati a resistere alla tentazione di disegnare il quadretto sommario di un truppa di servi e servitorelli svelti nell’accorrere, per complicità o per terragna stolidità, in difesa del padrone e dei suoi particolari interessi.

Vogliamo ricordare, a questo riguardo, che la sgradevole espressione “servo dello stato” – sgradevole in quanto la parola “servo” fa pensare ad una acquiescenza passiva, da bruto o da essere inferiore, a differenza di quel sostantivo, “servitore”, comunemente usato, ad esempio, nella locuzione “fedele servitore dello stato” – vogliamo allora ricordare che questa sgradevole espressione, prima di trasformarsi stranamente e faticosamente per reazione alla protervia terrorista in un nobile attributo dei caduti sul terreno della guerra all’estremismo politico o della guerra al crimine, fu un epiteto dispregiativo divulgato negli anni ’70 dagli ambienti dell’estrema sinistra e dall’ampia corte di chierici al seguito? Vogliamo ricordare che ad usarlo, prima degli “uomini delle istituzioni”, furono i giustizieri delle Brigate Rosse, quando rivendicavano le loro prodezze omicide?

C’è nella sinistra italiana qualcosa che ricorda l’Islam: un serrare i ranghi, volenti o nolenti, dietro alla fatwa lanciata dall’ayatollah di turno, contro partiti o persone. Una pulsione messianica che fa ancora paura e che vive ancora sotto traccia persino in certi intransigentissimi liberali ai quali le frequentazioni anglosassoni non sono state sufficienti per guarire da italianissime tare giacobine. E a cosa conduce tutto questo, ancora una volta, se non alle “piazze piene” e alle “urne vuote” di togliattiana memoria, la formula che compendia inconsapevolmente il fallimento della sinistra durante i sessanta e passa anni di vita repubblicana? La debolezza della sinistra attuale non è il frutto di cause contingenti, perlomeno non solo; è il portato di una debolezza strutturale originale, cui ci si ostina a non porre rimedio. E’ un fatto straordinario per l’Occidente, anche dal punto di vista statistico, che la sinistra italiana non abbia mai vinto le elezioni, se non in coabitazione e per il rotto della cuffia, intruppandosi in coalizioni fragilissime e eterogenee all’inverosimile, raccattando voti dai centri sociali ai conventi, e nascondendosi dietro il faccione di un ex boiardo democristiano. Questo dato macroscopico dovrebbe far riflettere i cervelloni della nostra troppo sottile intellighenzia. E invece sembra loro sfuggire, per effetto di una rimozione collettiva. C’è sempre un palazzo democristiano, una cricca craxiana, un’anomalia berlusconiana che viene loro in aiuto.

Eppure basterebbe poco per capire che mettere costantemente gli italiani di fronte al primum vivere non è una politica; non solo, che la maggioranza silenziosa dei burini è oramai un corpo mitridatizzato, che fa spallucce alle cariche dei piazzaioli, dei giornali e della magistratura. E’ proprio di questo popolo non intimidito che la sinistra ha paura; della prontezza, sorprendente per la nostra storia recente, con la quale mostra di sollevarsi senza essere aizzato; e come un esorcismo ecco allora che da tante boccucce delicate escono a fiotti le incontinenze verbali del solito razzismo salottiero contro le truppe berlusconiane che, ahinoi, votano, e che a volte si concedono, pure loro, ahinoi, di scendere in piazza. Istruttivo, da parte di gente che agita le piazzette – comprese quelle televisive – da mane a sera, e le grandi piazze puntualmente ad ogni solstizio ed equinozio, in obbedienza ai riti della superstizione antifascista o antiberlusconiana; giusto come l’anno scorso quando di questi giorni al Circo Massimo si radunò una folla percepita di due milioni e mezzo di persone (ossia duecentocinquantamila democratici di sinistra) a manifestare non si sa bene perché precisamente ma certo per la democrazia e contro il fascismo incombente, ed a ascoltare la lunga arringa di Veltroni, cui non mancarono alate parole: “Coltivare la democrazia, farla vivere e crescere ogni giorno, significa rispettare l’opposizione, riconoscere la sua funzione democratica: nelle aule del Parlamento, come nelle piazze del Paese.”

Che lo possano fare anche le casalinghe teledipendenti deve sembrar loro, suppongo, una cosa “inaudita” e vagamente hitleriana. Schernire, demonizzare, forse sognare: cari berlusconiani, hanno paura. Procediamo.

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Oggettivamente

Segno dei tempi, ma saranno tempi dal fiato corto, torna “oggettivamente”, l’avverbio cult di una generazione di estremisti rossi, che negli anni settanta serviva immancabilmente a far quadrare il cerchio delle argomentazioni accusatorie negli avvisi pubblici di garanzia spediti dalla propaganda progressista ai segnati d’infamia, ossia a marchiare la selvaggina riservata alle doppiette dei brigatisti. A riportarla in auge – ufficialmente – non poteva essere che barbapapà Eugenio Scalfari, nel pieno di un attacco di giorgiobocchismo, la gotta dei Republicones di età veneranda, laici Mosè che ormai disperano di vedere la terra promessa liberata dai Berluscones. Strano e mostruoso vedere dei vecchi andare così grevemente per le spicce, proprio quando un corpo stagionatissimo ma non guasto nell’animo già dovrebbe pregustare la tonificante levità del suo posticino tra le nuvolette della patria celeste. Eccoti invece questa madeleine proustiana dal puzzo di ciclostile per i sopravvissuti degli anni formidabili:

Le parole del governo alimentano la loro rabbia. Il decreto dei tagli è offensivo. La Gelmini è oggettivamente offensiva. Maroni, che proclama denunce, è oggettivamente offensivo dove l’avverbio serve a sottolineare la stupidità dei comportamenti di fronte alla serietà dei problemi.

Avrebbe potuto scrivere in italiano: “stupidi e incapaci”. Invece no: “offensivo” serve a convogliare nel volgo l’idea dell’arbitrarietà e della violenza consapevole, in una parola “fascista”. Anche se Mariastella è talmente scema da non arrivarci, la sua è una stupidità colpevole, meritevole del patibolo mediatico. Per ora. Oggettivamente. (Sinceramente, a puro titolo personale e da un puro punto di vista estetico, penso che vedere il tenero collo del ministro offerto al boia, la graziosa testolina spiccata di netto, tra le grida belluine dei pantofolai democratici della nostra penisola, sarebbe estremamente accattivante: un quadretto che illustrerebbe per secoli le future Storie d’Italia. Senza contare l’indotto religioso generato da una Santa Mariastella Decollata così sexy, e il dono fecondo all’Arte di un soggetto imperituro, un San Sebastiano per incalliti eterosessuali.)

Ho già scritto una volta, e forse più d’una volta, che la sinistra italiana se vuole rinascere deve morire. Lo ripeto. E’ inutile cambiar nome se non si scende dal piedistallo giacobino. Se oggi Berlusconi “regna” la colpa è di questi enciclopedisti inaciditi, che hanno dichiarato una guerra ideologica ad un avversario politico, nel solco di una vecchia tradizione che però nel passato colpiva più subdolamente, rappresentandolo apertamente come un’anomalia da espellere dal corpo della nazione. Divenuto un outsider Berlusconi non poteva che vincere o essere distrutto. E’ anche per questo che il partito del Corriere della Sera per tre lustri gli ha preferito la sinistra, conscio che un appoggio dato all’outsider, nel caso di una sua sconfitta, avrebbe comportato la distruzione dei suoi sodali. Ma con le ultime elezioni Berlusconi ha vinto la guerra, quale che sia il suo futuro. E dalle parti di via Solferino hanno preso atto. 

Oggi la sinistra ha perso il suo potere d’intimidazione sull’establishment economico-finanziario e si ritrova prigioniera di un radicalismo di massa minoritario e senza speranze. Le intemperanze verbali di Veltroni negli ultimi giorni, tratte a piene mani dal solito Corano antifascista, significano che essa è incapace di uscire dalla sua natura settaria, e che inconsapevolmente ha raccolto tutte le sue forze per chiudere la sua storia con uno spettacolare quanto voluttuoso naufragio.

Gli ultimi fuochi

Com’è chiaro a chiunque si periti di dare un’occhiata panoramica alla storia del nostro paese, e non si faccia inghiottire dalla rumorosa quotidianità della cronaca di questi ultimi anni, non è Berlusconi l’anomalia della vita politica italiana. Al contrario, di qui a qualche decennio nei libri di storia si scriverà che Sua Emittenza, piaccia o no, sarà l’uomo che ha messo fine a quest’anomalia. Nessun paese europeo ha convissuto, per sessant’anni, con al suo interno una fazione potente ed organizzata che ha veicolato ossessivamente nel corpo della nazione l’idea dell’illegittimità politica e morale, non potendo essere formale, di governi e maggioranze regolarmente elette. Un filo rosso unisce i clerico-fascisti mafiosi-servi-degli-amerikani democristiani, e i socialisti-ladri mafiosi-servi-degli-amerikani craxiani, all’uomo nero Berlusconi. La difesa della Costituzione, le grida al tradimento della Resistenza, l’ansia giustizialista di processare gli avversari politici, sono stati concetti e tratti comuni, non a caso, assolutamente non a caso, sia ai capibastone del pensiero sedicente democratico sia al suo sottoprodotto criminale delle Brigate Rosse, che alla liturgia macabra, legalitaria, del processo mai rinunciarono. 

A questa fazione non è riuscito di mangiarsi il paese poco a poco, nonostante che, dagli anni ’80 in poi, cercasse di accelerare i tempi di questa scalata tutta interna al potere stante l’inaridirsi del consenso elettorale. E, nonostante il golpe – quello vero – di Mani Pulite, è stata rigettata dal paese, trovando un baluardo insuperabile – com’è beffarda la storia! – nel magnate brianzolo ex piazzista di aspirapolveri. Che vita politica, che matura democrazia possa essersi sviluppata in un paese costretto a ispirarsi nelle sue scelte più importanti – sempre – al primum vivere, lo si può ben immaginare: settarismo da una parte, immobilismo – per arroccamento, per scelta o per paura – dall’altra. E in quest’ultimo quadro non può sfuggire che dopo la resa democristiana, pur nella loro contraddittorietà e confusione, il leghismo, Craxi e Berlusconi abbiano significato delle pulsioni modernizzatrici e normalizzatrici nel paese. Che oggi hanno vinto ed impongono alla sinistra di cambiare se stessa.

In questi giorni la sinistra postulivista, pur di non dover atterrare dove dovrà atterrare, offre spettacoli tragicomici:

  1. Veltroni, leader dell’ircocervo democratico, va in Europa ed è costretto a dire che “non siamo socialisti” tra lo sguardo sbalordito dei suoi compagni d’oltralpe, che ormai ne hanno le palle piene.
  2. Il trebbiatore Di Pietro, per ora non ancora a petto nudo, raduna in piazza i suoi manipoli di arditi democratici.
  3. D’Alema, proprio lui!, cerca di rimetter in vita l’Unione. Questo D’Alema è veramente spassoso. Un trattato vivente di antropologia comunista. Ai tempi di Prodi manganellava con gusto l’estrema sinistra e flirtava con Monty. Ai tempi di Veltroni flirta con l’estrema sinistra e bacchetta i puristi del PD. E sempre con la stessa gelida espressione che non ammette dissensi. Secondo me merita di essere un giorno imbalsamato come homo sovieticus di razza purissima. Lo dico per la salvaguardia della biodiversità che la globalizzazione minaccia, e quindi credo che il governo dovrebbe stanziare una somma ad hoc, sempre che abbia a cuore la nostra identità.
  4. Perfino quei cattolici tristi e castigatissimi, per cui la Valle di Lacrime di questa terra che Dio ci ha preparato merita una ritoccatina per il peggio (perché loro la sanno più lunga di Dio), ringalluzziti dall’impasse veltroniana, tentano, con l’aiuto della Provvidenza, una OPA sui resti del Partito Democratico, e dalle pagine del settimanale per famiglie menano botte da orbi contro il governo fasciorazzista.

Beh, ora che le melodie neogolliste della maggioranza berlusconiana ha toccato le corde del cuore di una buona parte dell’opinione pubblica, sembrerebbe quasi che io, cui i tremontismi vanno indigesti, presagendo un bipartitismo di fatto composto da un Partito Conservatore d’impronta paternalistica e un Partito Socialdemocratico, tuttavia me ne rallegrassi. Ebbene, sì, me ne rallegro: natura non facit saltus. Di grazia, in quale altro paese dell’Europa, continentale perlomeno, esiste un quadro politico dominato da una forza Liberale-Conservatrice ed un’altra Liberale-Progressista? E perché noi – per un capriccio della storia – dovremmo essere improvvisamente pronti per il Grande Balzo in Avanti? Ma me ne rallegro perché finalmente questa è una base seria, in armonia con la realtà italiana, da cui muovere per un’evoluzione liberale del nostro paese. Perché nel passato questa non è mai dipesa, come pensa il liberalismo d’impronta illuminista, dall’imposizione di una cultura o dal diffondersi di un’istruzione orientata in tal senso, ma dal grado di solidarietà effettivo di una società. L’estinguersi degli odi più profondi, l’estinguersi di una fazione che è stata modello e garanzia per il moltiplicarsi del tribalismo italiano, sta già producendo i suoi piccoli e significativi effetti. La ruota sta lentamente cominciando a girare: lo vediamo, confusamente ma inequivocabilmente, sul fronte dei rifiuti, della TAV, del nucleare. Come scrissi qualche tempo fa:

Il fatto è che anche la democrazia, come pure la più semplice e primitiva delle transazioni economiche, è fondamentalmente basata sulla fiducia. E’ l’esperienza che insegna alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge. Non c’è al mondo marchingegno costituzionale che possa garantire il rispetto delle libertà individuali, se viene a mancare questa fiducia di fondo, che è un po’ il tasso di salute morale di una nazione. A livello sociale è questa fiducia reciproca la vera e sola garante delle nostre libertà civili. Quando questa viene a mancare, inesorabilmente, la conflittualità e la diffidenza tra gli individui porta a delegare ad una entità terza sempre maggiori poteri decisionali, e quanto meno conduce all’abnorme produzione legislativa e all’inasprirsi dei controlli.

Update del 08/07/2008: Massimo Teodori sul Giornale:

La verità è che questo piccolo e cangiante nucleo, di volta in volta giacobino, girotondino, movimentista e massimalista, ha prosperato nelle pieghe della sinistra perché il Partito comunista prima, ed i suoi eredi Pds e Ds poi, se ne sono sempre serviti senza prendere le distanze. Per dirla in una parola, la sinistra comunista e postcomunista non ha mai compiuto una svolta liberale o socialdemocratica, come nel resto dell’Occidente; e quando Bettino Craxi ha portato i socialisti fuori dal frontismo, è stato irrimediabilmente fatto fuori.

La figlia della sinistra

Non c’interessa per nulla sapere perché, nonostante i tre ergastoli, alla non pentita Barbara Balzerani sia stata concessa la libertà condizionata. Non desideriamo saperla in carcere, perché è una perversione morale provare soddisfazione per le afflizioni altrui, chiunque egli sia e qualunque ne sia la causa. E personalmente ci sentiamo persino sollevati che in questo caso non si possa tirare in ballo quel sacro sentimento del pentimento di cui da vent’anni ormai si fa avvilente mercimonio nelle più luride viuzze della giustizia e dei media che onorano il belpaese dei carnascialeschi applausi funerari: un vero pentito è talmente schiacciato dal senso di colpa e talmente illuminato da un’ansia di riscatto morale da chiedere solamente di essere libero di scontare la sua pena.

Né c’interessa sapere se si tratti di uno dei quei  casi in cui il sempre più intollerante fine rieducativo abbia ormai sic e simpliciter del tutto scacciato l’intento punitivo dal concetto di pena, frutto questo di quel nichilismo caramelloso al quale i bei sentimenti di clemenza e di umanità non bastano più, e di quella forma mentis atta a esorcizzare il senso di colpa e di male, tipica di gente che ammazza tanto facilmente quanto facilmente perdona, quando invece perdonare cristianamente significa tenere la porta aperta (ed è un dovere) ad un reale pentimento, ma non vuol dire né dimenticare, né giustificare, né chiedere alla giustizia degli uomini di rinunciare a fare il proprio corso.

L’unica cosa che c’interessa è rimarcare che questa liberazione, nella sua muta e inspiegata meccanica, non è altro che l’estinzione di un debito verso le vite di quei giovani che la sinistra in genere ed il PCI in particolare gettò negli anni ’70 sul tavolo della lotta politica, in un doppio gioco cinico che consisteva nel fomentare con tutta la violenza possibile della sua macchina propagandistica, quella propria del partito, quella della redazioni dei giornali e quella degli intellettuali, utili idioti e non, la criminalizzazione dell’allora classe politica, con la retorica del golpe e quella, oggi come allora, veteroresistenziale; e di ergersi poi cinicamente nel momento supremo, con il paese allo stremo, a garante della legalità. Di questa terroristica intimidazione, di questo profondo impulso veramente golpista, fu interprete e profeta inconsapevole Aldo Moro, quando disse “La DC non si farà processare!”, certo mai immaginando che la sua vita sarebbe terminata davvero, ma non per caso,  in uno di quegli orridi Tribunali del Popolo che a certi campioni del giustizialismo di oggi dispiacevano in fondo solo in quanto illegali. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI, materialmente nelle sue sezioni: dai quadri del partito, gli stessi che per anni con disgustosa impudenza sposarono insieme a  tanti altri la tesi delle presunte Brigate Rosse e che aiutarono qualche loro figlioccio a trovarsi un rifugio all’estero, e che senza dubbio non potevano non sapere, venne solo un silenzio omertoso.

Abbiamo sempre immaginato che un giorno o l’altro, in un soprassalto di dignità, uno di questi ex terroristi, interpellato da qualche mancino padreterno della repubblica sul perché dei loro atti passati, gli rispondesse a bruciapelo, col dito puntato e tra il silenzio esterefatto degli astanti: “Perché? Perché? Perché siete stati voi a chiedercelo. Voi!”