Gli ultras, l’inno fischiato e l’Italia Migliore

Finale di Coppa Italia. Fuori e dentro lo stadio protagonisti gli squadristi del tifo. Inno nazionale fischiato. E poi la solita sfilza di analisi indignate, piagnucolose, piccine piccine. La causa profonda di quanto successo è invece questa:

  1. Le tifoserie militarizzate “organiche” al mondo del calcio sono il sintomo di una società dominata dallo spirito di fazione, dal corporativismo selvaggio, dallo spirito del branco. Ma qual è la più grande fazione italiana? Non è forse quella dell’Italia onesta, democratica, antifascista (erede di quella fascista)? Di quella Italia Migliore, cioè, che a forza di scomuniche e demonizzazioni è diventata nomenklatura in tutti i settori della società, e che inietta veleno da settant’anni nel corpo del nostro paese? Non è stato forse questo lungo esercizio d’odio coronato da successo il vero, tacito esempio che ha illuminato la mente, o meglio, “sdoganato” gli impulsi di tutte le altre piccole fazioni?
  2. Fino a quasi tutti gli anni ottanta la nazionale di calcio italiana era famosa per non cantare l’inno. Tutti muti come mummie. Adesso è il contrario: i nostri sono famosi per cantare l’inno a squarciagola (diciamolo: fanno ridacchiare). Che è successo? E’ successo che col crollo del comunismo la sinistra italiana si è convertita all’italianità. In precedenza manifestazioni tricolori appena un po’ accese erano considerate sospette di becero cripto-fascismo. Nessuno sapeva l’inno, nessuno lo cantava e nessuno nemmeno lo fischiava. Era un orpello da sopportare nell’indifferenza. Questo atteggiamento era frutto della silenziosa intimidazione dell’Italia Migliore. Poi la mafia potente della “società civile” si è convertita all’italianità, piegandola al patriottismo costituzionale dell’Italia nata dalla Resistenza, cioè ad un ideale meschino, settario, giacobino. Ed ha subito cominciato a scomunicare. Per cui adesso l’inno tutti lo sanno e lo cantano. E lo fischiano, in quanto insuperabile esercizio d’infamia.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (174)

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DAVID BECKHAM 14/04/2014 David è finalmente tornato a fare il bronzo di Riace in mutande. L’occasione, una nuova collezione swimwear della H&M. Era un po’ che lo aspettavamo. Noooo, ma che pensate? Toglietemi tutto, ma non la mia vigorosa omo-ritrosia! Eravamo solo preoccupati per lui, e purtroppo oggi lo siamo ancora di più. Hai voglia di parlare di fisico statuario ed altre amenità: l’effetto dei tatuaggi è orripilante. Una metastasi. E davvero, di primo acchito, di fronte a questo abbruttito cannibale delle Isole Marchesi di qualche secolo fa, dalle braccia carbonizzate, lo sguardo è come rapito dalle piaghe provocate da una malattia deturpante. Mi domando come possa ancora, la povera Victoria, espletare i più sacri doveri coniugali con qualche residuo di voluttà. Soprattutto se dovessimo venire a scoprire che pure lì, sotto le mutande, il mostro ha messo radici! Ma non voglio credere che David sia già così sadico. O malato.

GRAZIANO DELRIO 15/04/2014 Prima di diventare molto timorato di Dio e padre di nove figli (avuti dalla stessa moglie: complimenti vivissimi) sembra che il simpatico Delrio, di famiglia comunista, da ragazzo fosse anarchico. E’ per questo, forse, che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio giudica il nuovo corso renziano, che brilla per le tante donne della compagine ministeriale ed ora anche ai vertici delle grandi aziende di stato, alla stregua di una «rivoluzione culturale»: espressione innocente, non ne dubito, ma sinistramente legata al delirio maoista. «Sì, è vero», afferma Delrio, «puntiamo a promuovere le donne, fino ad arrivare a una sostanziale parità di genere nelle nomine.» Questa invece è un’affermazione imprudente, perché prendendola maliziosamente alla lettera si potrebbe sospettare (e mi riferisco soprattutto a certi suoi compagni di partito un po’ esaltati) che per il pio Delrio al mondo ci siano solo, come Dio comanda, maschi e femmine; e che il pio Delrio in materia di diritti LGBTQWXZKRHS abbia ancora molto da imparare.

ALTAN 16/04/2014 Ecco un esempio lampante di come la tediosa ed ottusa Italia migliore non solo non capisca, ma non voglia assolutamente capire Berlusconi. Insomma, c’è questa vignetta: una coppia di vecchietti sulla sedia a rotelle e con la classica coperta sulle gambe. Il vecchietto dice alla vecchietta: «Oggi pomeriggio viene il Berlusconi.» La vecchietta, che sicuramente è di sinistra nonostante l’età veneranda, giacché legge un libro e usa un linguaggio da maschiaccio, risponde: «Che palle.» Io sono invece fermamente convinto che un giorno solo alla settimana in casa di riposo per il condannato Berlusconi sia troppo poco. Lo dico da suo estimatore. Deve convincersene anche lui. Silvio dà il meglio di sé quando intrattiene, quando lo lasciano fare, quando improvvisa, e quando non ha un obbiettivo particolare: è la convivialità in persona. In compagnia dei vecchietti, si sentirà il primo della compagnia. Farebbe lo stesso coi barboni. Si divertirà un sacco, con l’amabilità che gli è propria, nel raccontare le fantasmagoriche avventure della sua vita e le tremende persecuzioni subite. Avrà un pubblico. Canterà canzoni francesi, e declamerà poesie, così, a braccio, meglio ancora se con parecchie licenze poetiche. Sarà un one-man show. Farà, su questo non c’è alcun dubbio, il cascamorto con le vecchiette, perché in loro, nonostante gli insulti del tempo e magari pure un principio di demenza senile, vedrà prima di tutto delle donne. Vorrà conquistarle tutte, pel piacer di porle in lista, e si sentirà in dovere poi, magnanimamente, di spiegare il segreto dei suoi successi ai vecchietti; i quali di sicuro non mancheranno di pensare e di dire: «chel lì l’è matt!»; ma solo per arrendersi con un minimo decoro alla parlantina del terribile vecchietto di Arcore. Ah, se si potesse farne un reality, o qualcosa del genere! Sarebbe la sua vera campagna elettorale. Perfino Renzi tremerebbe.

IL DISFATTISTA NEL PALLONE 17/04/2014 Ecco un altro sintomo della straordinaria stupidità – e starei per dire stupidità “morale” – raggiunta dal calcio italiano: lo stupore con cui vengono accolti gli inviti di Rudi Garcia a non mollare, a sperare ancora nello scudetto, nonostante le scarsissime – sulla carta – possibilità di successo dei lupacchiotti romani. Eppure il comportamento di Garcia è l’unico razionale. Ed è talmente razionale che per arrivarci basta seguire l’istinto o il buon senso allo stato primigenio. Se rimanesse anche una sola probabilità di successo su mille, perché si dovrebbe trascurarla? Tutte le alternative sono peggiori, quindi irrazionali. Eppure chi si comporta razionalmente passa quasi per un dilettante, per un sognatore, per un ragazzino, per un barbaro ingenuo non ancora perfettamente sgrezzatosi al contatto con la profonda e stupida sapienza pallonara italica, che omaggia, vigliaccamente, chi perde saggiamente in compagnia e mortifica chi ha l’impudenza di provare a vincere. S’intende che poi, a cose fatte, questa fauna accidiosa di esperti è sempre la prima a parlare di stagione fallita se arrivi secondo. Perché siamo in Italia, «l’importante è vincere» e null’altro conta. Te lo diranno loro. Non c’è niente di strano. Tutto torna: la viltà è sempre la stessa; la follia pure.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (151)

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IL CALCIOMERCATO 04/11/2013 Vanno male i rossoneri e i tifosi rossoneri non sanno fare altro che biasimare la dirigenza rossonera per il cattivo mercato estivo. Con ciò dimostrano di non essere migliori dei bersagli delle loro critiche. Il calciomercato rompe i coglioni tutto l’anno annoiando a morte chi ha ancora, come me, la testa sulle spalle e ogni tanto parlerebbe volentieri anche di «calcio». Il calciomercato è diventato da qualche tempo la spiegazione – a posteriori, s’intende – di tutto, dei successi e delle sconfitte, delle annate buone e di quelle cattive. Al trionfo di questa sorta di disturbo mentale di massa hanno contribuito tutti: le società fissate coi top player, i giornali sportivi gossippari, le tifoserie viziate. A dispetto del nome le presunte proprietà taumaturgiche del calciomercato stanno al calcio come quelle dell’interventismo statale stanno alla politica economica. I pezzi grossi le promettono, il popolo le invoca, i giornali le celebrano. E le dure repliche della storia non riescono a scuotere minimamente questa fede. Solo il calciomercato può riparare ai guasti del calciomercato. Teste di rapa.

ROMANO PRODI 05/11/2013 «Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit/Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo gestisca e la politica non si fa con le tabelline.» In una cosa Romano non è mai cambiato: il suo modo felpato di accodarsi alle stupidate alla moda con l’aria sofferta ma composta dello stoico che le dice da una vita nell’indifferenza generale. Che abbia detto una stupidata non ci piove: un parametro in continua oscillazione da gestire con accortezza è un non senso. Nel caso in questione è come dire che non si tratta di un parametro sul quale si possa incardinare una politica economica, ma di una grandezza variabile giudicabile solo alla luce di altre variabili grandezze, e tuttavia di voler considerarlo ancora un parametro; è come confessare di avere fatto una scelta arbitraria e di volerci rimediare con delle scelte dettate da un arbitrio più duttile; è come continuare a pretendere con protervia di essere in grado di dirigere con successo l’economia determinandone preventivamente i numeri.

IVANO DIONIGI 06/11/2013 Profondamente indignato dalla politica di tagli alle università che anche questo governo dimostra di voler attuare, e soprattutto dalla bocciatura dell’emendamento alla manovra che prevedeva uno stanziamento di 41 milioni di euro per gli atenei virtuosi, il rettore dell’Università di Bologna lunedì ha fatto recapitare una letterina a tutti i docenti dell’ateneo. Scrive l’augusto rettore: «Vi invito domani [ieri, martedì 5 novembre, NdZ] a dedicare cinque minuti della vostra lezione (eventualmente dando lettura anche di questo messaggio), nei quali condividere con gli studenti e stigmatizzare sia il sottofinanziamento cronico degli atenei, sia in particolare questo ennesimo affossamento del principio del merito.» Frase che si potrebbe più schiettamente riformulare così: «Vi invito domani a condividere tutti, docenti e studenti, questa mia riflessione che certo non potete non condividere.» I moltissimi – non dubito – docenti “condividenti” si saranno scocciati tuttavia non poco di mettersi sull’attenti e trasmettere alla truppa il pensiero del magnifico rettore. I pochi in cuor loro dissenzienti, invece, hanno meritato tutta la nostra compassione.

BUITONI 07/11/2013 Quando Guido Barilla – allora era ancora un uomo – rivendicando con fanciullesca fierezza l’immagine tradizionalista di un’azienda famigliare ben decisa a tenere qualsiasi coppia gay a distanza di sicurezza da Casa Barilla, si offrì al plotone d’esecuzione della fanatica marmaglia progressista, la Buitoni ne approfittò per lanciare su Facebook il proprio inclusivo messaggio: “A casa Buitoni c’è posto per tutti”. Sappiamo tutti che da allora, quaranta giorni fa, Guido ha intrapreso un folgorante percorso spirituale che l’ha portato a penetrare tutti i misteri della religione gender. Mi pare al contrario che alla Buitoni abbiano fatto un passo indietro. Vedo infatti su internet un banner che recita: “Pasta Ripiena Buitoni – Carne bovina 100% italiana – La tradizione è servita, pronta da gustare”. Ciò si spiega col fatto che il gruppo Nestlé (proprietario del marchio Buitoni) recentemente è stato al centro di uno scandaletto provocato dalla scoperta di carne equina in alcuni prodotti di pasta fresca. E’ bastato questo per riportare in auge il tradizionalismo, ancorché nelle vesti dello sciovinismo culinario e del patriottismo economico: a Casa Buitoni, adesso, c’è posto solo per la carne italiana.

IL NUOVO PENTITO DELLA MINCHIA 08/11/2013 Anche se non sono ancora in grado di mettere insieme un solidissimo impianto accusatorio fatto di suggestive mezze verità, meglio ancora se depistanti, il mio personalissimo teorema sulla “trattativa” è questo: l’industria del pentitismo deviato ha lo scopo preciso di non venire a capo di nulla, ma di adombrare e di sottendere, di inquinare con le sue emissioni nocive la storia recente dell’Italia repubblicana, di tenere il paese sotto lo scacco della Strategia della Confusione. E’ per questo che ai pentiti di mafia, anche gli ex picciotti di quartiere, piace moltissimo contraddirsi fra di loro e dialogare con la giustizia sopra i massimi sistemi del mondo mafioso e politico. L’ultimo della serie è un tale Francesco Onorato che ci ha rivelato finalmente i nomi dei mandanti dell’assassinio del generale Dalla Chiesa nella tarda estate del 1982: Andreotti e Craxi, il Divo e il Cinghialone. Queste le sue parole: «I politici a Riina prima gli hanno fatto fare le cose, poi l’hanno mollato. Prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere.» Resta da capire perché i malfattori si sentissero il fiato addosso. Craxi nel 1982 era ancora un uomo abbastanza nuovo della politica. Da qualche anno era il leader di un Partito Socialista che si era scrollato di dosso ogni senso d’inferiorità nei confronti del Pci. Divenne Presidente del Consiglio nel 1983 dopo un buon successo elettorale del Psi, ma tra i laici alla guida del governo lo aveva preceduto perfino Spadolini del piccolo Partito Repubblicano. Non mi pare fosse mai stato ministro in precedenza. E con la Sicilia i suoi legami politici erano pressoché nulli. Ma ci sarebbe il caso Moro. Secondo altri bei tomi del pentitismo, infatti, Dalla Chiesa sarebbe stato a conoscenza di segreti inerenti al sequestro Moro molto pregiudizievoli per il buon nome del Divo, che avrebbe perciò spedito il generale a Palermo al solo scopo di sbarazzarsene. Si dà il caso però che durante il sequestro Moro Craxi fu uno dei pochi, causando anche qualche clamore, a non conformarsi alla linea della fermezza propugnata dalla Dc e dal Pci. E quindi in quel caso certo non agì in combutta con Belzebù. Debbo perciò pensare che anche Craxi fosse mafioso, se solo ne fossi in grado: non sono Superman.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (130)

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FRANÇOIS HOLLANDE 10/06/2013 Monsieur le Président, in visita in Giappone, andando ben al di là della normale cortesia istituzionale, ha lodato assai l’azione del premier Abe. Per il socialista francese la politica economica del liberal-conservatore Shinzo Abe è una buona notizia anche per l’Europa. L’Abenomics mette in primo piano la crescita e la capacità di sprigionare fiducia. Ed è un gran vantaggio per il Giappone poter decidere in modo sovrano la propria politica monetaria. Ah, se potessimo farlo anche noi europei! Così dice Hollande, dimostrando di pensarla su questa materia esattamente come quel mattacchione del Berlusca. Dovrei allora essere contento in quanto berlusconiano? Per niente, è la conferma che la sinistra apprezza solo le minchiate di Silvio. E’ la conferma che le politiche espansive che hanno affossato le economie anglosassoni e quella dello stesso Giappone sono l’ultima frontiera dell’interventismo, dello statalismo, e del socialismo democratico, ora che lo statalismo classico ha grattato il fondo del barile. Col cannone della sovranità monetaria tutto si può fare, così spera il popolo bue, incurante del fatto che la prima regola del socialismo finanziario è non aver alcun rispetto per i vostri già poveri risparmi, e la seconda foraggiare una sua nomenklatura e una sua burocrazia.

CLAUDIA GERINI 11/06/2013 Da un po’ di tempo in qua sembra che lo sport preferito dalle attrici cinematografiche sia di andare a caccia di ruoli trasgressivi e di esibirsi in performance al limite del porno-soft. Nessuna vuole rimanere indietro, men che mai le quarantenni. L’attrice romana, per esempio, è la protagonista di “Tulpa”, un nuovo giallo a luci rosse, dicono le cronache. “Tulpa” è il nome di un sex club. Avrebbe potuto benissimo chiamarsi “Bunga Bunga”, ma non sarebbe stato abbastanza fine per la nostra smidollata borghesia. Sembra che il film sia a luci rosse per davvero: «ci sono scene di eros estremo, tanto forti che rivedermi è stato uno choc», ha detto la Gerini, augurandosi che la figlia invece lo possa vedere solo quando sarà trentenne. E allora perché lo ha fatto? Perché il personaggio interpretato è troppo seducente: la classica donna dalla doppia vita, puritana e mignotta, algida e operosa di giorno, lussuosa e lussuriosa di notte. L’unica vera sfida che avrebbe potuto giustificare questo frustissimo parto della fantasia sarebbe stata quella di dire tutto senza far veder niente, col massimo e arrapante decoro. Invece ci viene promesso che vedremo qualcosa di più. Andateci pure. Non ci sarà niente da vergognarsi. Non vi scambieranno per un berlusconiano. E’ sesso, ma griffato.

MASSIMO BRAY 12/06/2013 Durante un convegno organizzato dal patron di Eataly Oscar Farinetti, il ministro della cultura ha incontrato il gotha dell’alta cucina italiana, critici gastronomici compresi. Siccome sono sospettoso di tutte le combriccole saccenti, specie quelle italiane, non so se fosse veramente il gotha – sono scarso in materia – o se fosse il solito sinedrio in cui si entra grazie al valore aggiunto di pseudo-meriti politico-culturali, che sono per definizione progressisti, anche quando tendono al protezionismo. Comunque non cambia nulla. Il ministro ha ascoltato i pareri di tutte le auguste eccellenze sullo stato del settore e poi ha parlato. Del più e del meno, all’inizio, mi sembra di capire. Sarebbe stato saggio attenersi a questa diplomatica ostentazione di disponibilità. Invece il ministro ha voluto strafare e andando più sul concreto ha indicato delle priorità, tra le quali «realizzare una Scuola Normale per la gastronomia, porre il problema delle licenze e della provenienza del cibo e ricominciare a pianificare», a dimostrazione che se non viene tenuta a bada con consapevole durezza, la passione per il socialismo è la malattia professionale di qualsiasi uomo di governo.

EMMA BONINO 13/06/2013 «È un errore guardare alla Turchia con un occhio offuscato da modelli ingannevoli. Si è parlato di primavera turca, ma non è così. I turchi non sono arabi e Piazza Taksim non è Piazza Tahrir.» Cara signora ministro, lei meriterebbe di essere sculacciata. Chi li ha costruiti i «modelli ingannevoli» se non voi? Avete sposato la demagogia per due anni di fila e adesso chiamate stupida la coerenza di coloro che se la sono bevuta? Le due primavere arabe genuine, quella tunisina e quella egiziana, riguardavano due paesi retti da lungo tempo da governi “laici” e “moderati”. La storia insegna che la voglia di libertà cresce là dove se ne vedono gli spiragli, non dove essa è invisibile. Governare l’accesso delle masse all’uguaglianza dei diritti è una sfida tanto pericolosa da aver conosciuto le cadute disastrose nei vari totalitarismi, fenomeni che solo in tempi di incipiente universalismo democratico si possono concepire: una massa uniforme di sudditi ben inquadrata e livellata è infatti la forma democratica del dispotismo moderno. Immemori della nostra storia avete avallato senza alcun prudente discernimento non solo le ragioni delle piazze egiziane e tunisine, ma anche quelle dei ribelli libici e siriani, che di gaio e primaverile non avevano un bel nulla. L’unica differenza tra le primavere arabe genuine – e già degenerate – e quella turca, è che quest’ultima riguarda un paese molto più occidentalizzato. Ma alla radice vi è la stessa tensione tra l’Islam e la secolarizzazione, tra l’Islam e la democrazia. Ora predicate prudenza e fate bene. Ma siamo sempre noi che non capiamo. E già.

[(RISPOSTA AI COMMENTI) Rispondo a lei per tutti. Tengo d’occhio da giorni la Bonino sulla questione turca. So benissimo che la Bonino ha parlato di “occupy” a proposito della protesta turca. In parte, ma solo in parte, è vero. Anch’io ho scritto di una rivolta che riguarda un paese molto più “occidentalizzato”. Poi non raccontiamo frottole (ma avete letto quel che ho scritto?): le primavere egiziane e tunisine (e anche le altre) sono state “cantate” dai media occidentali come rivolte “laiche e democratiche”. Era chi criticava questo apriorismo che metteva in guardia contro le grandi forze islamiste che si muovevano dietro le proteste per coglierne i frutti al momento giusto. Le proteste di piazza erano fatte da una infima minoranza di ceto urbano e “liberale” (questa era appunto la parte genuina del movimento di protesta), almeno all’inizio) che ben presto sarebbe stato inghiottita dalla massa islamica manovrata dalla setta più forte. Con ciò confermando la solita fenomenologia rivoluzionaria. Senza alcuna prudenza, per opportunismo, l’Occidente ha sposato la causa rivoluzionaria. Adesso abbiano gli islamisti al potere in Egitto e in Tunisia. Abbiamo la Libia in piena anarchia. In Siria il macello va avanti senza che si veda una qualche soluzione, anche perché, come avevo previsto (ebbene sì), dopo la presa in giro libica la Russia non avrebbe mollato di un millimetro, e la Cina non avrebbe fatto un passo verso le posizioni occidentali. Non ho sentito nessun mea culpa. Oggi che la protesta investe la Turchia, vedo la Bonino fare discorsi ultraragionevoli e ultrariguardosi. Stiamo attenti a distinguere, per l’amor di Dio! Ma ha ragione! Non l’ho scritto anch’io: “predicate prudenza e fate bene”? La voglia però di distinguere a tutti i costi l’europeizzante primavera turca da quelle arabe serve appunto più a nascondere sotto il tappeto gli errori commessi in questi due anni passati che a rilevarne la specificità. Abbiamo voluto chiamare “dittatori” Ben Alì e Mubarak, dopo che per trent’anni l’Occidente non li aveva mai chiamati così? Anche se per il contesto mediorientale quei due personaggi erano piuttosto bonaccioni, ancorché di gusti autocratici? E perché allora, se tanto mi dà tanto, Erdogan adesso non dovrebbe essere chiamato un mezzo autocrate? Come mai adesso la Bonino mostra tutto questo saggio equilibrio verso la situazione turca?]

LA CONFEDERATIONS CUP 14/06/2013 Per quanto mi riguarda alla fine della stagione calcistica mancano al massimo due partite, quelle della nazionale agli Europei Under 21 in Israele. Poi tirerò giù la saracinesca fino all’inizio del prossimo campionato. Di calcio ne ho fin sopra i capelli, figuriamoci se perderò tempo a sorbirmi quello fasullo. Ha ragione Moggi: la Confederations Cup è un torneo inutile, senza alcun prestigio, che serve solo agli sponsor. Non mi è rimasta in testa una partita che sia una delle edizioni precedenti. Non mi ricordo chi le ha vinte. Niente di niente. A cosa può servire questa coppa, oltre che a gonfiare l’immenso oceano di chiacchiere in cui il calcio ormai annega? Al massimo a inflazionare i trofei, ossia a svalutarli. Se non puoi incrementare la ricchezza di una nazione stampando banconote, nemmeno puoi aumentare la torta complessiva del prestigio sportivo riconosciuto ai risultati ottenuti sul campo inventandoti nuove competizioni e coppette del piffero. Anche se le chiami Supercoppe.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (114)

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L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 16/02/2013 Pur mantenendosi a una certa aristocratica distanza di sicurezza, la lugubre confraternita degli intellettuali nostrani è sempre stata dalla parte del popolo. Del popolo e della democrazia, della trasparenza e della libertà di opinione. Pensiamo quindi che sia solo per soverchio amore e sollecitudine nei confronti del gregge della società civile che anche questa volta gli illustri soliti noti non siano riusciti a resistere alla tentazione di catechizzarlo a dovere. Ecco allora l’appello al voto utile per il centrosinistra, una richiesta all’opinione pubblica e agli elettori di scegliere «come una ragione responsabile spinge inequivocabilmente a fare». Come una ragione responsabile – ripeto, responsabile – spinge inequivocabilmente – ripeto, inequivocabilmente – a fare. Fate ancora meglio: sottoscrivete l’appello. Non si sa mai: in caso di disastro sarete al di sopra di ogni sospetto.

BEPPE GIULIETTI 17/02/2013 Nella schiera numerosa dei giornalisti impegnati nella lotta al berlusconismo e alla volgarità andati in brodo di giuggiole per l’ultima edizione del Festival della Canzone Italiana – quello strano festival, morto stecchito da decenni, dove dimenticabili cantanti e canzoni subito dimenticate fanno da cornice al defilé e al cicaleggio degli ospiti e dei padroni di casa – abbiamo trovato con qualche sorpresa anche il barbuto portavoce di Articolo 21, di solito seriosissimo come un Imam. Beppe ha voluto rendere merito a Rai3 e a tutti i suoi direttori che in questi anni hanno «sempre difeso quei Fazio, Littizzetto, Crozza, Marcoré, per citarne solo alcuni, che oggi tutti celebrano, ma che, appena qualche tempo fa, stavano per essere cacciati dalla banda del conflitto di interessi.» Io non ci vedo nulla di strano: essere omaggiato del titolo ambitissimo di perseguitato dalla «banda del conflitto di interessi» è il segnale che avete fatto un percorso netto, che non avete sgarrato, che non vi sono dubbi sulla vostra ortodossia, e che fra poco strariperete strapagati.

BILL EMMOTT 18/02/2013 L’ex direttore dell’Economist passa per una cima, ma purtroppo per lui non è sfuggito alla sorte capitata a molti giornalisti di mezza tacca arrivati in Italia con la tipica, rilassata curiosità di chi sbarca in un paese famoso per la sua pittoresca, chiassosa e leggera umanità: farsi infinocchiare alla grande dalla truppa dei colleghi italiani. La maggioranza di costoro canta in coro da decenni la stessa solfa, e il dominio di questi bramini è così ferreo da permetter loro il capriccio sopraffino di darsi arie da oppositori del «regime», da «resistenti», o quantomeno da non compromessi osservatori, il che dà loro un’aria seriosa di credibilità. Il povero forestiero che imprudentemente si nutre della loro sbobba viene indotto a credersi un genio di rara acutezza, e tramortito dall’oppio della lusinga comincia a biascicare il mantra. Cosicché gli scritti di Bill (che io manco leggo, naturalmente) non sono altro che uno zibaldone di frusti luoghi comuni sull’Italia contemporanea. Lui ci mette in più lo stile, un certo motteggiante distacco che nella sua britannica minchioneria rende spassosissime le sue scoperte (lo intuisco, naturalmente). Il suo primo libro sul Belpaese s’intitolava “Forza, Italia. Come ripartire dopo Berlusconi”, pubblicato solo nel nostro paese. L’anno scorso lo ha rimaneggiato e ampliato nella versione inglese col titolo di “Good Italy, Bad Italy”, che è la sintesi perfetta della Vulgata: l’Italia dei Buoni e quella dei Cattivi, degli Onesti e dei Disonesti, dei Migliori e dei Peggiori. Segno che l’addomesticamento è giunto a perfezione.

FRATELLI D’ITALIA 19/02/2013 Eh già, non è per quello. Non è per il «voto da non dare col culo». Vi sembrava strano, vero? Giustamente: questa rubrica è un cesso e un cesso deve rimanere, altrimenti nel cesso finisce. E non intendo neanche fare lo sgambetto in campagna elettorale al neo-partitino di destra, al quale anzi auguro di diventare lo squadrone di cavalleria che con la sua carica decisiva darà la vittoria all’armata berlusconiana. No, il fatto è che questa nuova famiglia politica è una compagnia buffissima di sagome una diversa dall’altra. Crosetto ha mandato a quel paese il Berlusca in nome del liberismo; la Meloni se ne è allontanata restando una socialista di destra in economia e flirtando coi progressisti in tutto il resto; La Russa è la destra verace come l’avete sempre sognata nei fumetti: sanguigna, casereccia, pacchiana e sbruffona. E tuttavia questi individui si sono stretti a coorte, ispirandosi al nostro pugnace e strombettante inno nazionale, che mi fa sempre scoppiare dal ridere. Forse non hanno avuto ancora il tempo di conoscersi abbastanza. Sennò non si capisce come facciano Giorgia e Guidone a sorprendersi e a scandalizzarsi per le gagliarde imprese dei fratelloni. E chissà cosa mai succederà quando saranno loro due a guardarsi finalmente negli occhi!

IL GIORNALISTA NEL PALLONE 20/02/2013 Il mondo del pallone è sempre stato un po’ isterico, un ottovolante emotivo di massa, oscillante, alla velocità della luce, tra la più cupa depressione e la più bambinesca euforia. Ma penso che si stia esagerando. Pensate solo al linguaggio, per esempio. Negli ultimi tempi l’uso dei superlativi ha perso ogni freno. Mi tocca ammirare continuamente gol «stratosferici», «straordinari» o «pazzeschi» che quasi quasi riuscirei a fare anch’io. Be’, l’altra sera ho visto Milan-Barcellona. I catalani hanno giocato a memoria alla loro bella e superiore maniera, ma senza nerbo, quasi non facessero sul serio. Il Milan invece ce ne ha messo molto. E ha vinto. E io sono contento. Pensate che tifavo rossonero ancor prima che lo prendesse in mano il Berlusca. Messi mi è sembrato il solito Messi, l’insetto zizzagante e imprendibile: accelerazioni brucianti, fermate repentine, corsette indolenti e sornione, scarti secchi, puntate in verticale, aggiramenti, sempre con la palla inesplicabilmente incollata al piede, quasi ne fosse una protesi. Due o tre volte il suo avversario diretto non l’ha nemmeno visto partire dai blocchi. Se ne è andato alla sua straordinaria maniera, con una rapidità pazzesca: veramente stratosferico. Però non ha segnato. E’ rimasto impigliato insieme alla sua squadra nella rete difensiva dei rossoneri. Tanto basta al giornalista nel pallone per parlare di un Messi incolore, mai entrato in partita, da cinque «tendenza quattro e mezzo» in pagella. Voto: 3.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (87)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GEORGE SOROS 13/08/2012 György Schwartz nacque, si può dire, col desiderio vivissimo di piacere al mondo. Così imparò a mettere in tutto quel che faceva, chiacchierare, lavorare, fare affari, brigare, mangiare, dormire, scoreggiare, una certa grazia sostenuta e vistosa, emblematica dell’uomo superiore e disinteressato che partecipa di necessità, ma responsabilmente, alle cose del mondo. Giunto ricco, saggio, di consigli prodigo e ostentatamente felice all’ottantaduesimo anno di età, questo sussiegoso piacione ha deciso di divorziare dalla sua accortezza annunciando le sue prossime nozze con la quarantenne Tamiko Bolton. No, non è la badante del nonnetto, né la sua mantenuta: è la sua «much younger girlfriend», come si usa dire quando questi casi pietosi interessano una razza di magnati munifica ed illuminata, umanamente agli antipodi di quella berlusconiana.

IL TELEGIORNALE 14/08/2012 Mezzobusto: «Buonasera, buonasera a tutti. Benvenuti, benvenuti a questa nuova edizione del telegiornale. Lo avete sentito nel nostro sommario: è stata una giornata piena di fatti importanti, dal precipitare della situazione in medio oriente all’ondata di calore africano che ha colpito improvvisamente gran parte della penisola, tutte cose di cui daremo conto nel corso di questo densissimo telegiornale. Per cui procediamo immediatamente senza dilungarci ulteriormente. Ma andiamo, andiamo con ordine. Perché oggi a tenere banco, come sapete ormai tutti, e come hanno potuto sentire nel sommario i pochi che non ne fossero ancora a conoscenza, appunto, c’è la notizia del giorno. Una notizia bomba, lo si può veramente dire, una vicenda di cui parlano tutti, e che sta già provocando una specie di dibattito nazionale, fino ai massimi vertici istituzionali. Ma prima di collegarci al più presto coi nostri corrispondenti dai luoghi della vicenda e dalla capitale per le prime reazioni degli ambienti politici, cerchiamo di ricostruire rapidamente le fasi di questa terribile storia che ha sconvolto, ripetiamo, tutti gli italiani, in un servizio preparato dalla nostra redazione, che come potete immaginare si è messa febbrilmente al lavoro non appena le agenzie hanno battuto, appunto, questa sconvolgente notizia. Dicevamo appunto di un fatto che ha scosso l’opinione pubblica, e dobbiamo registrare a questo proposito l’intervento del presidente della repubblica, che ha voluto far sentire la sua voce in merito ad un fatto così drammatico. Lo manderemo in onda nella sua integralità più tardi durante il telegiornale, insieme ad un commento del direttore. Ma intanto procediamo immediatamente ad una ricostruzione dei fatti essenziali e accertati di una storia che tuttavia, lo diciamo subito, conserva ancora degli aspetti non interamente chiariti, per non dire inquietanti, e sui quali la magistratura si sta già muovendo, come vedremo in seguito in un servizio apposito. La notizia, va sottolineato, ha varcato anche i confini nazionali. Per darvi un’idea del suo impatto, pensate che, ad esempio, è stata la notizia d’apertura del telegiornale di TF1, il più seguito canale transalpino. Ma passiamo dunque immediatamente, senza perder tempo, ai particolari della vicenda, non prima di ricordarvi che questa sera alle 22.30 andrà in onda una puntata speciale del nostro consueto programma di approfondimento condotto dal direttore, con un parterre, possiamo già anticiparvelo con sicurezza, di ospiti importanti, tra i quali il ministro degli interni, che illustrerà la posizione del governo su una vicenda che potrebbe ancora nascondere sviluppi imprevedibili. Ma naturalmente c’è soprattutto lo sconcerto legittimo dei cittadini. E il sentimento è unanime, da nord a sud, come potrete constatare voi stessi dalle interviste che abbiamo raccolto nelle strade delle principali città italiane. Ma adesso, come vi avevamo promesso, è il momento della ricostruzione dei fatti nel servizio della nostra redazione. Subito dopo ci collegheremo col nostro corrispondente sul posto per gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda, e a seguire un collegamento con la capitale per le reazioni politiche. Andiamo dunque senza indugio col servizio. E poi, come detto, con i collegamenti sul posto e dalla capitale. Andiamo dunque.» Servizio: «E’ una vicenda che ha sconvolto tutto il paese, da nord a sud, e i cui contorni non sono ancora perfettamente chiari. Su quel che è rimasto in ombra indagherà la magistratura, ma è certo che essa avrà dei riflessi politici, di cui al momento è difficile misurare l’importanza. E in ogni caso bisognerà pur dare una risposta allo sconcerto dei cittadini. Di quest’esigenza si è fatto immediatamente interprete il presidente della repubblica nel suo intervento di questa sera. Ma andiamo ai fatti, anche se l’asciutta precisione del cronista non sarà mai sufficiente a descrivere l’orrore intero di quanto è successo. I residenti non hanno voglia di parlare. Tutti si sono chiusi in un riserbo che non è affatto omertoso. E’ una dolorosa perplessità, che chiede risposte come tutti noi, ed insieme a tutti noi. Ecco, guardate queste immagini che sono state girate qualche ora fa. Danno da sole il senso di sgomento che si è impadronito di tutti gli italiani quando la notizia è piombata nelle loro case. E’ importante sottolinearlo, prima di addentrarci nella nuda cronaca. L’Italia è oggi un paese che chiede verità. La chiede alla giustizia e alle istituzioni…»

MARTA DASSU’ 16/08/2012 Lo dico da un anno: con la risoluzione sulla no-fly zone in Libia, ossia col semaforo verde dato alla caccia grossa a Gheddafi, l’Occidente si è giocata una volta per sempre, in un’impresa piuttosto vergognosa e per un risultato miserrimo, la carta della forzatura e della presa in giro nei confronti degli emergenti colossi del globo. Vedo che adesso ci sta arrivando anche il nostro sottosegretario agli esteri. Ci è voluto, però, un incontro ad alto livello ad Aspen sulla crisi siriana tra americani, europei e cinesi, sennò col piffero che la signora si arrischiava a scriverlo al direttore de La Stampa. La nota ha il sapore di una preziosa rivelazione, riservata a chi ha grandi entrature nel mondo della diplomazia mondiale, che faremmo bene ad apprezzare quel tanto sufficiente, diciamo, a dimenticare le topiche del recente passato. Scrive il sottosegretario: «Il problema, hanno ricordato ad Aspen gli interlocutori cinesi, è che questo tipo di attivismo può finire per scivolare verso una sequenza “libica”: da un intervento iniziale limitato – e che Pechino non aveva ostacolato a New York – a una vera e propria guerra. Per la Cina, il precedente negativo è la Libia. Se oggi Pechino è iperprudente sul caso siriano, lo è per ragioni diverse da Mosca: non per esercitare una sua ultima chance di influenza in Medio Oriente, ma perché si è sentita in qualche modo “beffata”, sul caso libico, in Consiglio di sicurezza.» E sbaglia di nuovo il sottosegretario, perché per la Russia, e per Putin in particolare, vale lo stesso discorso dei cinesi. Russia e Cina la portata del precedente libico l’hanno sentita tutta ancor prima con l’istinto che con la ragione. Leggere la politica estera con la sola logica degli interessi è un esercizio ottuso. E se proprio lo si vuol fare, lo si faccia almeno guardando al di là delle sfere d’influenza regionali, visto che di colossi parliamo.

IL TOP PLAYER 17/08/2012 Non solo in Italia, ma soprattutto in Italia, il calciomercato ha scalzato il calcio giocato dal più alto gradino del podio delle passioni del tifoso militante. Le gazzette sportive hanno pensato bene di andare a rimorchio di questo deficiente, che esse stesse hanno peraltro così magnificamente dirozzato. Risultato: il calcio virtuale ha gettato nell’ombra il calcio reale, quello dei punti, dei trofei, dei secondi posti, dei terzi posti, delle promozioni, delle salvezze, del gioco. Il «top player», il tormentone dell’estate calcistica, è un prodotto derivato della calciomercatizzazione del calcio. Il «top player» sta al circo mediatico-calcistico come «la trattativa» sta a quello mediatico-giudiziario: tutti ne parlano ma nessuno sa bene cosa sia. Il «top player» dovrebbe essere, in teoria, il giocatore di classe superiore e provata che fa fare il salto di qualità alla squadra che lo ingaggia, ma di regola uno su due di questi fuoriclasse nel giro di un anno finisce malinconicamente nel parco schiappe della squadra, dimenticato da tutti, in attesa di finire a conguaglio di qualche operazione di mercato. Non si sa bene perché, ma tutti i club italiani di un certo rango se ne sono incapricciati e hanno promesso alla tifoseria un proprio «top player». Dopo un po’ sono andati a sbattere contro la potenza di fuoco dei maggiori club europei, specie di quelli foraggiati dagli sceicchi. Cosicché hanno pensato ad una svalutazione competitiva. No, non della moneta. Del «top player». Il calciomercato è stato inflazionato da montagne di «top players» mai sentiti prima. Perciò la promessa sarà mantenuta, ed ognuno di questi club avrà nella rosa, vivaddio, il suo bravo Carneadinho.

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (6)

Ultima e breve puntata di questo casuale feuilleton sul mondiale di calcio, che sempre il caso ha voluto passasse alla storia gloriosa del mio blog – non è falsa modestia, è che spero sempre nella Provvidenza – col nome di: “Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori”. Affermazione assurda, in assoluto. Ma che mantiene un suo valore polemico, non solo riguardo alla disgraziata spedizione italiana. Per me, infatti, questo è stato un bel mondiale, uno dei migliori che abbia mai visto. Anche la finale, che non è stata una “bella” partita, ma sicuramente una “buona” partita. Se son giocate bene, mi piacciono anche le brutte partite. Finalmente abbiamo visto “squadre” con un grado di coesione e di gioco a livello di quelle di club, segno che più che il tempo sono le idee chiare a servire. Se vi chiedete cosa intenda per “gioco”, leggetevi, se ne avete voglia, gli altri post. Le squadre che hanno giocato bene, nei limiti delle loro possibilità tecniche, sono state in genere premiate da buoni piazzamenti. Molto buono il Cile. Molto buono il Messico. Ottima, la migliore di tutte, anche se non brillantissima, la Spagna. Buono il “brutto” Paraguay. Più che buoni gli Stati Uniti. Discreto l’Uruguay. Abbastanza buone le squadre asiatiche. Buona, come da tradizione, l’Olanda, ma niente di più. Da Slovacchia e Slovenia il minimo indispensabile del gioco ben organizzato. Germania brillante, ma gioco non buono. E’ con soddisfazione, invece, che registro il fallimento delle squadre che hanno giocato male. Pessima la Francia. Pessima, ahimè, l’Italia. Male l’Inghilterra. Male la Serbia. Male quasi tutte le squadre africane (sufficiente il Ghana, niente di più). Male il Brasile, che grazie al valore dei suoi giocatori poteva naturalmente vincere lo stesso il mondiale. E per l’Argentina vale quasi lo stesso discorso.

Ultima cosa. Adesso sentirete le solite gazzette invocare i “vasti programmi” (per dirla con De Gaulle) a lungo termine, le “politiche” sportive, le scommesse sui giovani. Mezze verità, ma solo mezze, che suonano strane, per non dire mostruose, sulla bocca di gente che quando parlate di “gioco” (che non è la magica e ridicola tabellina dei moduli)  – ossia il programma minimo – vi guarda come se foste un fanatico.

Ah, ultimissima cosa. Sono stati eletti: miglior giocatore del torneo Forlán, che ha preceduto Snijder e Villa. Miglior portiere Casillas. Miglior giovane Müller. Capocannoniere sempre Müller, che, a parità di gol segnati, ha vinto per il maggior numero di assist. Io avrei premiato Müller anche come miglior giocatore del torneo: perfetto in tutte le partite, e forse decisivo in quella in cui è mancato.

E trovo emblematico, e giusto,  che il gol decisivo del mondiale lo abbia segnato un piccoletto in gamba come Iniesta.

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (5)

La Germania dei giovani panzer multietnici – com’era scritto in partenza – si è terribilmente impappinata contro la Spagna. La Germania di questo mondiale, dal punto di vista del gioco, non era diversa da quelle che l’hanno preceduta. Una compagine quadrata, con difensori e centrocampisti laterali di buon dinamismo, larghi sul terreno di gioco (anche se il magnifico Müller e il suo compagno Podolski sono per natura delle punte che si sono adattate a giocare sulla fascia con diligenza tutta teutonica), difensori centrali alti e ben messi, un “numero dieci” e un centravanti vero. Le tabelline esoteriche sul modulo di gioco – 4-4-2, 4-4-1-1, 4-2-3-1 ecc. – sono di scarsissimo interesse, ma i popoli fin dall’antichità hanno coltivato una particolare superstizione per le formule magiche, per cui non è sorprendente che trionfino nelle gazzette. L’ultima mannschaft si è distinta da quelle degli ultimi mondiali (deludenti, al di là dei piazzamenti finali) solo per le caratteristiche dei giocatori, che le hanno permesso di eccellere in certe giocate di rimessa. La Germania si è trovata ad avere in avanti quattro-cinque giocatori (Schweinsteiger, Müller, Podolski, Özil, e anche il vecchio Klose) con alcune qualità in comune: velocità, ottima tecnica, e linearità. In condizioni tattiche ideali la Germania ha dato l’impressione di un meccanismo fluido, potente e preciso. Fino all’incontro con la Spagna queste si sono presentate spesso. La Germania ha incontrato Australia, Serbia (partita persa, di quelle in cui va tutto storto), Ghana, Inghilterra e Argentina, tutte squadre che hanno dimostrato generalmente poca compattezza, squadre lente e lunghe sul terreno di gioco. Squadre insomma a maglie larghe nel mezzo del campo, dove i tedeschi riuscivano spesso ad imbastire manovre fatte di quattro-cinque passaggi in velocità che sorprendevano le difese avversarie. Con una squadra come la Spagna, che gioca cortissima, era logico che alla Germania sarebbero mancati gli spazi in profondità e che le sue azioni d’attacco si sarebbero impigliate sul nascere in un reticolato a maglie fitte. Per questo prima della partita avevo scritto che alla Germania poteva piuttosto riuscire la pugnalata diretta, ossia il passaggio filtrante che salta direttamente questa barriera e mette l’attaccante davanti al portiere. Ma al di là dell’ordinato agonismo e della testardaggine che da sempre la contraddistingue, il gioco della nazionale tedesca rimane piuttosto statico e datato. E’ una squadra che non riesce a pressare efficacemente per lacune organizzative. Le tante mezze cartucce spagnole hanno corso molto meglio monopolizzando quindi il possesso di palla e i panzer sono apparsi – naturalmente – “stanchi” (mentre quando l’Italia stentava e arrivava sempre “seconda” sul pallone nella partita con la Slovacchia, i nostri telecronisti ce la menavano col fatto che gli Slovacchi erano tutti dei marcantoni: le solite amenità dai tempi del Divo Cesare). Khadira girava a vuoto, Schweinsteiger, che ha pure fatto un partitone, correva come un dannato. Ma gli spagnoli, che corricchiavano con sapienza, erano beffardamente sempre in superiorità numerica. E’ completamente falso che ciò sia dipeso solo dalle qualità di palleggio degli spagnoli. Il perché l’ho spiegato nei post precedenti. Riguardo al “reticolato a maglie fitte” di cui ho parlato sopra, il discorso vale sia per la fase difensiva sia per quella offensiva. Ciò spiega anche il palleggio stretto e quasi comodo degli spagnoli fin dentro l’area avversaria, cosa rara da vedere e che sicuramente avrà colpito molto gli spettatori. In una situazione normale, con la difesa avversaria schierata, il gioco degli spagnoli – che è quello del Barcellona – tende idealmente a portare senza sfilacciature tutta la squadra fin sulle soglie della porta avversaria, con la forza del soprannumero e la banalità del passaggio corto, quasi azzerando la situazione ad ogni fascia orizzontale di terreno conquistato. E’ questo il presupposto tattico per i numeri “brasiliani” degli attaccanti.

La cosa curiosa della finale mondiale che ci stiamo apprestando a vedere è che la Spagna è la squadra che, mutuandolo dal Barcellona, ha meglio perfezionato il gioco nato in Olanda nel periodo a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta. Le due versioni gloriose di questo gioco furono quelle dell’Ajax e della nazionale orange dei tempi di Cruijff, e l’Ajax di Van Gaal degli anni novanta. La prima ispirò Sacchi per la costruzione del suo Milan, che ne diede però un’interpretazione più totalizzante e consapevole, più chiara da leggere – e per questo fece scuola in tutto il mondo – ma anche più difensiva, ubbidendo in questo al genio italiano. L’Ajax di Van Gaal, invece, ubbidendo al genio olandese, esplorò le possibilità offensive di questo gioco, e fu il vero modello del Barcellona e della Spagna attuale. D’altronde le connessioni tra il Barcellona e il calcio olandese sono note: i lunghi anni di Cruijff, allenatori come lo stesso Van Gaal, e Rijkaard, sotto la cui guida il gioco messo in mostra negli ultimi due anni dal Barça di Guardiola si era già cementato.

Per quello che ha significato negli ultimi quarant’anni, per le finali perdute, il calcio olandese meriterebbe il primo alloro mondiale. Ma questa squadra francamente non mi sembra complessivamente all’altezza. Né dal punto di vista della tecnica individuale, né da quello del gioco: il “suo” gioco, oggi molto meglio interpretato dai rivali spagnoli.

Gli spagnoli sono arrivati in finale attraverso una serie di vittorie striminzite. Hanno trovato squadre che hanno badato quasi solo a difendersi, e qualche volta a contrattaccare. Talune benissimo (il Cile), o bene (il Paraguay), talune così così (Portogallo, Germania, al di là del valore tecnico di queste due squadre), talune come meglio potevano (l’Honduras). Ha perso la partita inaugurale con una modesta Svizzera che, chiusa nel suo bunker difensivo, e un po’ troppo assistita dalla dea Fortuna, ha pescato il classico e rocambolesco golletto in contropiede Ma Vicente del Bosque, di cui ho un’ottima opinione (il suo Real Madrid resta il migliore degli ultimi lustri, sul piano del gioco), non si è scomposto più di tanto, dicendo subito che loro, gli spagnoli, avrebbero continuato a giocare alla stessa maniera. Non poteva fare altrimenti, ma “dirlo” è un conto, “dirlo” dimostrando una convinzione profonda e tranquilla è un altro. Gli va dato merito.

Credo perciò che da un punto di visto meramente tattico proprio la finale contro l’Olanda sarà per gli spagnoli la partita più facile del mondiale. E’ difficile che gli olandesi possano, per tradizione e temperamento, basare la loro partita sul pressing difensivo, come hanno fatto Cile e Paraguay. Ed è però difficile che possano sottrarre agli spagnoli quel possesso di palla che è una caratteristica degli olandesi, non per qualità tecnica ma per impostazione di gioco. E allora che faranno? Annegheranno in una fragile incertezza? La Spagna ha segnato al massimo due gol in una partita di questo mondiale. Questa volta rischia seriamente di farne di più. Mi sbilancio: prevedo un risultato del tipo 3-1, 4-1 o 4-2.

P.S. C’è un giocatore che mi sta sommamente sulle palle: Van Bommel. Un tipo specializzato in entrate criminali sulle gambe degli avversari, che ha la spudoratezza poi di prendersela con quelli che ha appena azzoppato; uso a piagnucolare per le decisioni dell’arbitro; uso a fare la vittima; uso però ad essere il primo a reclamare cartellini gialli e rossi quando qualcuno dell’altra squadra tocca uno della sua squadra; e nonostante tutto questo, ormai abituato a passarla sempre liscia. Domani lo vedo in difficoltà, lì in mezzo al campo. Secondo me rischia di uscire anzitempo dal campo. Speriamo sia la volta buona.

Update del 11/07/2010, dopo la partita di finale: Non è stata affatto la partita che pensavo, almeno per sessanta-settanta minuti. L’Olanda ha fatto proprio un’intelligente partita di “sacrificio”, simile a quella giocata dal Cile contro la Spagna: l’ideale per mettere in difficoltà gli spagnoli. E’ stato un pressing a tutto campo, non solo nella zona difensiva. In realtà qualcosa del genere me l’aspettavo, ma molto, molto più molle; qualcosa di fatto a metà, di inconcludente, qualcosa quindi di oltremodo rischioso che avrebbe facilitato gli spagnoli. Tuttavia questa aggressività è stata solo parzialmente l’esito del gioco; molta, troppa, è derivata dall’agonismo. L’arbitro ha graziato i due centrocampisti centrali, il solito insopportabile Van Bommel e De Jong, sennò dopo mezz’ora l’Olanda poteva restare in nove.  Alla fine però un cartellino rosso è arrivato lo stesso.

P.S. Il goal di Iniesta, se ho visto bene, è la quintessenza dei problemi di regolamento sul fuorigioco, che da qualche parte ho già denunciato. Sul primo passaggio da sinistra,  infatti, – sempre se ho visto bene – Iniesta era in posizione di fuorigioco, considerata però “passiva”, evidentemente perché la palla non gli è arrivata. Fatto sta che, come è successo mille altre  volte, questa posizione di fuorigioco “passivo” nel giro di due secondi è diventata “letale” ed ha deciso un campionato del mondo. Sempre se ho visto bene, s’intende.

Update del 12/07/2010: La posizione di Iniesta è regolare anche al momento del primo passaggio di Torres. E’ perfettamente in linea quando Torres tocca il pallone. Meglio così.

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (4)

Per i giornalisti italiani, per gli addetti ai lavori, e anche per i tifosi, la “condizione fisica” può cambiare drasticamente di mezz’ora in mezz’ora, di partita in partita, di settimana in settimana. Basterebbe questa sfida alle leggi naturali per capire l’insensatezza della cosa. Le balordaggini sulla condizione fisica servono, a coloro che non capiscono nulla perché nulla vogliono capire, per spiegare quelle che in realtà sono deficienze di gioco. [Zamax, Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (2), 2 giugno 2010]

Telecronaca RAI di Olanda-Uruguay:

Ma soprattutto gli olandesi sono in una condizione fisica straordinaria. (Beppe Dossena, prima dell’inizio della partita)

Gli uruguayani sono in una condizione molto buona, molto meglio degli olandesi. (Beppe Dossena, verso il cinquantesimo minuto della partita)

E hanno sulle gambe pure i supplementari col Ghana! Anche il Brasile nella partita con l’Olanda ad un certo punto sembrò fermarsi di colpo. Tu ci vedi qualche rassomiglianza? (Gianni Cerqueti, giusto per non essere da meno nelle ca$$ate)

Gli olandesi sono in ginocchio. (Beppe Dossena, verso il sessantacinquesimo minuto della partita)

Per il resto, anche dopo la sesta vittoria consecutiva, confermo quanto scritto qualche giorno fa sempre nel post sopramenzionato:

L’Olanda non mi incanta. Per tradizione gioca sempre “abbastanza” bene. Questa è senza infamia e senza lode. Non credo possano bastare i Robben e gli Sneijder.

Non credo che basteranno.

Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (3)

“L’Argentina ha dei killer micidiali in attacco, ma il resto è semplicemente casual.” Questo avevo scritto nel post precedente. E lo si è visto, abbondantemente, nella disfatta contro i tedeschi. Non starò qui a parlare delle scelte balorde dell’”allenatore” Maradona: gli Heinze o i De Michelis in difesa; il magnifico condottiero Zanetti e il ragionier Cambiasso lasciati a casa; Milito, lo stoccatore stanco (ma i viziosi in genere hanno risorse inesauribili), lasciato in panchina; Di Maria schierato a centrocampo – un centrocampo a tre, per di più! – quando il giovanotto, reduce da una stagione straordinaria col Benfica, è un attaccante di fascia purissimo. Malgrado tutte queste sciocchezze l’Argentina non era tecnicamente per nulla inferiore ai tedeschi. Solo che sul rettangolo di gioco è lunga, lenta e vive principalmente delle accelerazioni e delle invenzioni dei suoi attaccanti. Adesso sentiremo le inevitabili bubbole sull’oggetto misterioso Messi; che invece era – e non poteva non essere – il solito Messi. Solo che nel Barcellona, a far ala alle sue trionfanti incursioni nelle difese avversarie trova sempre dei compagni che gli giocano a cinque-dieci metri di distanza, compagni che all’occorrenza sono pronti a ricevere lo scarico della palla, o a portargli via un difensore con una sovrapposizione, insomma, ad aprirgli un ventaglio di opportunità, e a creare vari punti interrogativi nella testa dei difensori. Per questo quando fa le sue scorribande sul fronte d’attacco del Barça Messi ha quell’aria disinvolta e rilassata. Qui il gioco era troppo scoperto e di facile lettura per le difese avversarie: Messi – da solo – contro tutti. Tuttavia il problema argentino non era naturalmente quello offensivo; anche se un po’ arruffona là l’Argentina era sempre efficace per le iniziative istintive di quattro attaccanti di razza come Higuain, Tevez, Messi e …Di Maria. Il problema vero era in mezzo, come succede sempre quando è un problema di squadra. Contro una squadra ad essa perfettamente antitetica, nel bene e nel male, come il Messico, l’Argentina sul piano del gioco ha patito moltissimo. Ha subito il possesso di palla e le iniziative di gioco per quasi tutta la partita. Contro una squadra come la Germania portata al gioco di rimessa per le qualità tecniche di alcuni suoi giocatori lo si è visto ancora in una maniera diversa, e principalmente nella fase difensiva: 1) Nel momento della perdita del pallone gli attaccanti non rientravano. In un gioco di squadra efficace “rientrare” non significa far corse a perdifiato; generalmente significa retrocedere corricchiando normalmente per dieci-quindici metri, ma senza dar tempo al tempo, in modo da creare un primo ostacolo e far perdere attimi spesso decisivi all’azione di rimessa avversaria.  E’ questa automaticità l’aspetto essenziale della cosa, non lo sforzo agonistico. E’ questo abbattimento dei tempi morti che – in genere, ripeto, ovviamente – dà tempo ai centrocampisti e soprattutto ai difensori di accorciare la squadra e formare una barriera contro le iniziative d’attacco degli avversari. 2) I centrocampisti rimanevano fermi. 3) I difensori retrocedevano. 4) Onde per cui nel mezzo del campo, solito problema delle squadre “statiche”, si creavano dei buchi nei quali i tedeschi andavano a nozze.

La Spagna, che non è mai stata brillantissima in questo mondiale, contro il Paraguay non ha giocato bene. Ma ha “giocato”, cercando faticosamente di rimanere fedele a se stessa. E’ sembrata tremolante più che timorosa, come un tennista col classico braccino corto. Ci possono essere varie spiegazioni di tipo psicologico e tecnico: 1) Lo scoglio dei quarti, spesso fatale, ai mai vinti Mondiali. 2) Una partita, che la vedeva favorita, in cui aveva tutto da perdere. 3) Il Paraguay stesso, che ha giocato alla morte la classica partita difensiva stile 2010, che in Italia ci si ostina a non capire, e sì che sarebbe il rancio perfetto per i gusti delle nostre truppe pallonare. Ossia, squadra stretta in trenta metri, fuori della propria area di rigore e al di qua della linea del centrocampo, e pressing asfissiante, che ad intermittenza e quasi a sorpresa ogni tanto veniva portato anche nei pressi dell’area spagnola. Però in genere raramente questa massa di uomini si portava in zona d’attacco. Con squadre così schierate e devote alla causa è difficile giocare, ci vuole pazienza e si rischia la pugnalata in contropiede. Persino il Brasile è andato a sbattere contro un muro per quasi un tempo nella partita contro i morti di fame in cerca di fama della Corea del Nord (tremiamo ancora per la loro sorte, temiamo davvero nient’affatto magnifica e progressiva, al loro ritorno nell’amata patria). La Spagna infine l’ha sfangata. Ricordate la semifinale di ritorno della Champions League dell’anno scorso fra il Chelsea di Hiddink e il Barcellona di Guardiola? Il copione tattico è stato grosso modo il medesimo, con una squadra, il Barcellona, che cercava con ostinazione e con molta fatica di costruire, e una squadra, il Chelsea, che cercava con ferocia e determinazione di distruggere e di ripartire cercando di cogliere di sorpresa l’avversario. Era un pressing offensivo, ossia la ricerca della superiorità numerica in fase offensiva, contro un pressing difensivo, ossia la ricerca della superiorità numerica in fase difensiva, non un “catenaccio”, ché quello è passato a miglior vita da un bel pezzo e oggi non avrebbe nessuna efficacia. Ambedue le squadre giocarono bene. Si qualificò il Barcellona, ma tremò, e molto.

Ora ci aspetta la semifinale Germania-Spagna. Non bisogna farsi impressionare dai risultati roboanti, che a volte dipendono dalle situazioni tattiche createsi nelle partite. Il gioco – che non è la somma delle “giocate”, come ho spiegato nei post precedenti – della Spagna è superiore a quello della Germania, anche se oggi la prima sembra piuttosto spenta e la seconda brilla. La Germania non troverà “buchi” a centrocampo per le sue ben strutturate giocate di rimessa. E’ più facile che le riesca la pugnalata diretta. Ma le mancherà il suo miglior giocatore, quello che finora ha fatto veramente la differenza, Thomas Müller, un vero campionissimo tra mezzi campioncini e buoni giocatori. Può darsi che il suo sia solo uno stato di grazia, ma fin qui è stato veramente perfetto, riuscendo perfino a non strafare. Contro l’Argentina ha fatto il primo gol; poi in una sua incursione dalla destra ben dentro l’area argentina è riuscito, controllando il proprio egoismo, a non tirare da posizione assai allettante e a dare a Klose un comodo match-ball, mandato però sopra la traversa. Decisiva anche la sua giocata da terra e in precaria coordinazione in occasione del secondo e decisivo gol tedesco. Credo perciò che, come è successo nella finale dell’ultimo europeo, sarà la Spagna a fare la partita, e infine a vincere.

L’Uruguay è la squadra più italiana – nel senso migliore del termine – del Sud America. Il piccolo e bicampeón mundial Uruguay (tre milioni e mezzo di abitanti, anche se vasto come mezza Italia), stretto calcisticamente e territorialmente tra i due giganti Brasile e Argentina, ha una tradizione di gioco umile, prudente, furbo e grintoso, confezionato però da giocatori buoni e spesso buonissimi. Così è successo che l’evento più famoso dell’intera storia del paese è rimasto il rapinoso gol di Ghiggia che diede l’alloro mondiale alla Celeste in una partita contro il Brasile al Maracanà nel 1950. Questo eroismo da sporca dozzina incantò l’aedo del calcio all’italiana, Gianni Brera, che fece dell’Uruguay l’alter-ego mondiale del Padova di Rocco nostrano. Abituati ai miracoli calcistici, “los orientales” possono legittimamente crederci anche questa volta. In Italia possono pure contare su un tifoso eccellente, il mio vecchio papà, che visse qualche anno da quelle parti. Alla fine però tornò in patria, e fu una saggia decisione, ché sennò io non sarei mai nato, la qual cosa all’umanità non importerà forse moltissimo, ma a me sta tuttora molto a cuore. Nonostante tutto. Ma non credo che tutto questo basterà contro il metodico accerchiamento che subirà dalla meglio attrezzata Olanda, soprattutto con il bomber Suarez fermo ai box. In caso contrario vorrà dire che “Dios es uruguayo” comincerà ad avere qualche timida evidenza scientifica.

Un’ultima annotazione, sul calcio africano, che mi ha molto deluso. Nonostante il Ghana, che è stato sfortunato ma che avrebbe anche avuto bisogno di un bel sergente di ferro al timone. Mi ricordo ancora le partite delle squadre africane nei mondiali degli anni ottanta. Avevano una solidarietà istintiva fondata sullo strapotere fisico. I figli del continente nero randellavano con un’innocenza così barbarica e omicida che davvero allargava il cuore dell’accidioso uomo occidentale. Ora il continente nero sforna in quantità giocatori di talento. Ma il contatto prolungato con le luci della ribalta europee sembra averli un po’ guastati. Ho visto leziosità, atteggiamenti da primadonna, numeri da circo, poca abnegazione, gioco inesistente, balletti e treccine multi-culti, quasi facessero la caricatura di se stessi, per la maggior soddisfazione del buonismo mondiale. Quando poi ho visto – ad imitazione della Francia – certi capelli ossigenati, e quelle ridicole magliette superaderenti da reduci di qualche gay-pride, mi son subito detto che per loro, e per la Francia, andava a finire male…