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Un complotto così grandeeeee…

Come insegnò una volta per tutte il Poe de “La lettera rubata”, il miglior modo per nascondervi una cosa che state cercando è di mettervela negligentemente, come se niente fosse, sotto il naso, mentre voi frugate diligentemente e comprensibilmente nei buchi e negli angoli. La morale del “complotto” contro Berlusconi è la stessa. Si può dire che nei primi mesi del 2011 tutta l’Italia Migliore fosse impegnata nel trovare un modo per mandare a casa il Caimano a tutti i costi, impegnata cioè nel famigerato “complotto”: articoli di giornale, interviste, proposte, appelli. Tutto alla luce del sole, tutto meritorio, tutto democratico. Tutto talmente spudorato da apparire normale. Lo spread era ancora sconosciuto alle plebi. La parola d’ordine era questa: Berlusconi è una barzelletta, è una vergogna, è una minaccia per la democrazia, ergo lo dobbiamo mandare a casa. Di economia non si parlava affatto. Questo programma fu nobilmente fatto proprio da Carlo De Benedetti in un’intervista concessa al quotidiano tedesco “Die Zeit” ai primi di marzo del 2011. Dopo aver descritto il mostro e la sua pericolosità, dopo aver lamentato l’assenza di una «vera opposizione», De Benedetti profetò che Berlusconi sarebbe stato rovesciato dal popolo. All’uopo, il democratico numero uno auspicava una “primavera araba” italiana. Siccome all’epoca tutto l’occidente salottiero si era infatuato della “rivoluzione di Twitter” di piazza Tahrir, De Benedetti magnificò la potenza di fuoco di internet con un esempio su tutti: il sito di “Repubblica”. Poi lo spocchioso nemico numero uno del becero populismo si concesse il lusso di una massima dal finissimo gusto grillino: «La gente non ha bisogno di partiti. La gente ha più potere dei politici. Si possono creare le condizioni per la caduta di Berlusconi.» L’intervistatore allora chiese, per puro dovere professionale, non per cattiveria, giacché tutta l’intervista è come permeata da un rilassato cameratismo: «Perché non attraverso il voto?» De Benedetti rispose schietto: «Se il governo non cade, non restano che le elezioni del 2013.» Hai capito. E chi avrebbe guidato un’opposizione divisa e litigiosa? «Tutto il Pd, il più grande partito d’opposizione, vuole Monti.» Ma come? Il Pd è lacerato dalle divisioni! «Esattamente. E’ per questo che potrebbe mettersi d’accordo su un outsider.» La primavera arrivò, ma non arrivò la “primavera araba”, e nemmeno piazza Maidan. Però i preparativi per l’intronizzazione di Monti andavano avanti. Mancava solo l’occasione buona per l’agguato. E l’occasione venne, per la gioia dell’Italia nata dalla Resistenza. Ma non era quello il “complotto”.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (149)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 21/10/2013 Ancor più del salvataggio, si fa per dire, dell’Italia, la vera «mission» del governo Monti era quella di snervare ed infine stroncare il centrodestra berlusconiano. Ma gli antiberlusconiani, di sinistra e di centro, accecati dall’odio per il Caimano non hanno mai voluto riconoscergli niente di buono o di valido. Perciò hanno sempre fatto l’errore di pensare che colpendo il Caimano tutto il resto della baracca sarebbe crollato. Il resto della baracca è questo: l’idea, il progetto politico di riunire il centrodestra degli italiani in carne e ossa, non quello del paese immaginato, per viltà o per calcolo, dal Corsera, dal Sole 24 Ore o dai burocrati di Bruxelles. Ancora nel dicembre 2012 Berlusconi invitava il «professor Monti» ad essere il federatore dell’area moderata, ossia l’invitava a fare l’unica scelta «politica» possibile. Il «professore» non tirò fuori gli attributi e preferì fare una scelta «civica», ossia politicamente corretta, ossia politicamente suicida. Perché la rogna veramente grossa è che se si vuole sostituire Berlusconi alla guida del centrodestra bisogna accettare – cosa che fa ancora tremar le gambe – il progetto politico berlusconiano, che è il centrodestra dell’Italia reale. Ciò spiega l’inesplicabile longevità politica del Caimano anche da «pregiudicato». Per questo il «politico» Berlusconi ha accettato di farsi umiliare al Senato votando la fiducia al governo Letta. Per questo il «professor» Monti, ormai solo in testa all’attuale classifica dell’utile idiotismo, si lagna se ora i Mauro e i Casini «vedono uno spazio elettorale più ampio da quella parte».

LA ZANZARA 22/10/2013 Devo al programma di Radio 24 la strabiliante esperienza di essermi sentito per una volta solidale con Piergiorgio Odifreddi, beffato al telefono da un finto Papa Francesco. Ammesso che una burla del genere possa esser divertente, dovrebbe cercare quantomeno di esser leale, e quindi non dovrebbe mai andar oltre quell’aureo attimo fuggente. Prolungarla vuol dire invece trasformare il malcapitato nell’oggetto del «voyeurismo uditivo» degli ascoltatori, e trasformarci tutti in spioni. Io dopo mezzo minuto mi sono sentito a disagio e ho smesso di ascoltare: ci sarà pure in giro qualche anima come la mia, notoriamente delicatissima, qualcuno non ancora guastato da questo guardonismo mediatico a trecentosessanta gradi che ormai sta trionfando in tutto il mondo, e che ormai ha precluso perfino al leone della savana la possibilità di montarsi in santa pace la sua bella leonessa senza correre il rischio di diventare lo zimbello di una massa di depravati!

ANDREA BOCELLI 23/10/2013 E’ stata una delle più grandi soddisfazioni della sua vita. Lo ha detto lui stesso. Andrea ha ottenuto la Laurea Magistrale in Canto al Conservatorio Giacomo Puccini di La Spezia. Da oggi potete chiamarlo ufficialmente così: Maestro. Per arrivare a tale fatidico traguardo il famosissimo cantante lirico-pop ha sostenuto l’esame in “Storia e analisi del repertorio”, ha discusso una tesi su «Il valore e il senso del canto lirico agli inizi del terzo millennio», ha cantato tre arie tratte dalla “Manon Lescaut” di Puccini, e ha goduto di diversi crediti dovuti all’esperienza maturata in tanti anni di fortunata carriera. Dicono le gazzette che Andrea, al settimo cielo, «ha strappato un 110 e lode che inseguiva da anni». Eppure quest’uomo di anni ne ha la bellezza di cinquantacinque. Che gli servirà mai il certificato in bollo di Mastro Cantante? Per dormire sonni tranquilli? Per poter finalmente cantare, al riparo delle pareti domestiche, a squarciagola, ma con tenera passione, “Caaarta noon viiidi maaai siiiiimiiiiiile a queeestaa…”?

[P.S. 14/09/2014 Solo oggi, e per puro caso, mi accorgo che quel “carta non vidi mai simile a questa” (allusione al “donna non vidi mai simile a questa” della Manon Lescaut) risulta di assai cattivo gusto se attribuito, per quanto scherzosamente, ad una persona cieca. La cosa mi sfuggì completamente quando lo scrissi. Nessuna malizia, naturalmente. Un malaugurato infortunio.]

CARLO DE BENEDETTI 24/10/2013 L’ingegnere torna alla carica con un suo vecchio pallino: un’imposta patrimoniale virtuosa, intelligente, democratica e liberale che ci permetta di abbattere le imposte sul lavoro. L’imposta patrimoniale non dovrebbe certo gravare sulle casette dei morti di fame o sui beni strumentali delle imprese. «Si tratta piuttosto», dice l’ingegnere, «di spostare il peso del fisco dalla produzione e dal lavoro alla rendita improduttiva». Confesso: io non ho mai ben capito cosa sia la «rendita improduttiva». L’espressione puzza di materialismo storico, cioè di aria fritta. Ma l’ingegnere mi stoppa subito: «Sarebbe, del resto, una riforma in senso liberale, non certo vetero-comunista. Perché favorire fiscalmente chi produce e lavora, penalizzando chi accumula, come ci ha insegnato Luigi Einaudi, è l’essenza stessa del liberalismo democratico.» Prima di tutto mi sbilancio: non penso affatto che Einaudi abbia mai detto una sciocchezza del genere. Secondo: ma chi produce e lavora non lo fa forse per «accumulare», ossia per produrre più di quanto consuma, ossia per creare un «capitale» da investire per poter poi produrre ancora meglio e creare un «capitale» ancora maggiore del precedente in modo tale da avere margini per poter consumare di più e in ogni caso per avere una più sicura disponibilità di beni? Terzo: ma chi «accumula» non è forse sempre un piccolo, medio, grande, o grandissimo risparmiatore – in senso assoluto, non in proporzione ai propri redditi, incluso anche chi, per sua fortuna, non ha bisogno di lavorare ma non è uno scialacquatore – il quale risparmiando non crea forse un «capitale» a disposizione di banche e mercati finanziari e quindi di eventuali investimenti? La verità è che l’imprenditore e il risparmiatore sono le due facce della stessa medaglia; sono ambedue, in un certo senso, imprenditori e risparmiatori insieme. Mettere gli uni contro gli altri è l’essenza stessa del liberalismo degli imbroglioni.

ANGELINA JOLIE & BRAD PITT 25/10/2013 Ma come? Non si sono ancora sposati? Li avevo persi di vista, ma ormai davo per scontato che fossero ufficialmente mogliettina & maritino. Mi sembra di ricordare che Angelina avesse addirittura già deciso di regalare per l’occasione l’elicottero a Brad. Invece niente. Che peccato. Sembra che il perfezionismo maniacale della coppia finora sia riuscito solo a spossare i promessi sposi. E tuttavia pare anche che questa volta siamo per davvero vicini all’evento del secolo. Infatti, secondo il mensile Grazia (versione UK) i due avrebbero raggiunto un accordo prematrimoniale ponendo ciascuno la propria firma su un contratto di un centinaio di pagine preparato dai legali delle parti – l’amata futura mogliettina, l’amato futuro maritino – allo scopo di mettere al sicuro da ogni rivendicazione i rispettivi patrimoni in caso di tempestosa separazione. Molti vedranno in tutta questa prudentissima attività diplomatica tessuta dagli avvocati dei fidanzatini la tomba dell’amore. Ma non ne sarei così sicuro, in questo caso. Può darsi pure che nell’intimità del talamo nuziale il ricordo di tanti articoli e commi, inesorabili e stringenti, accenda il desiderio sessuale dei futuri coniugi: è da un pezzo che questi due li vedo strani, ma molto strani.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (144)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANÇOIS HOLLANDE 16/09/2013 Per due anni la Francia è stato il paese più duro col regime di Assad, la cui dipartita veniva considerata la condizione preliminare e necessaria di qualsiasi processo di pacificazione in Siria. Ma il potente protettore del regime siriano, la Russia, non ha mollato di un centimetro, neanche quando l’attacco militare americano sembrava imminente. E così agli Stati Uniti non è restato che accettare un compromesso concepito a Mosca da Putin e Lavrov, in forza del quale Assad acconsente di sottoporre le proprie armi chimiche al controllo internazionale. Il segretario di stato americano Kerry, con notevole faccia tosta, pur con la premessa che «se l’accordo sulla Siria fallisce, l’uso della forza potrebbe essere necessario», ha voluto «ringraziare il governo russo» e ha detto di essere «orgoglioso che il presidente Obama abbia deciso di percorrere questa strada». Ma il presidente francese, con una faccia tosta inarrivabile, ha parlato di «una tappa importante, non di un punto d’arrivo», cui si è arrivati grazie alla «pressione esercitata da Francia e Usa che è stata abbastanza forte da convincere Vladimir Putin a prendere l’iniziativa». Noi italiani non saremmo mai capaci di tale pacifica improntitudine. Infatti non è solo colpa di Hollande. Un millennio di storia nazionale ha fatto dei francesi il popolo più permaloso del mondo occidentale. Il suo amor proprio è ridicolo, ma è anche assai temibile, e all’occorrenza sa rifornirlo di energie impensabili. Quindi è meglio che Assad se ne stia in guardia.

VICTORIA SILVSTEDT 17/09/2013 Anche se può sembrare strano Victoria ha una vita professionale molto intensa. La sventolona vichinga è una modella, una soubrette televisiva, ogni tanto recita in qualche film non troppo pretenzioso e ha fatto anche la cantante. Io credo che sia un peccato. Io credo che Victoria, se davvero tiene alla fama imperitura, dovrebbe mollare tutte queste mezze professioni e dedicarsi interamente al suo singolare stile di vita, che già adesso è la vera ragione della sua crescente notorietà tra il grande pubblico. Victoria infatti passa la maggior parte del suo tempo in bikini, dividendosi tra una spiaggia dorata e il ponte di uno yacht. Nella bella stagione la troviamo di solito in Costa Azzurra, da dove si muove solo per puntatine in Sardegna e Corsica, oppure a Londra, Parigi e New York. Quando comincia a far freddino si sposta a Miami, al sole perennemente caldo della Florida. Questo l’ho capito dopo qualche anno di assidua frequentazione delle home page dei quotidiani italiani, che all’esaltazione delle forme prorompenti della biondona svedese non rinuncerebbero mai. Oramai non sapremmo neanche più immaginare Victoria vestita. Non ci deluda: segua la sua vera vocazione ed entrerà nella leggenda.

CARLO DE BENEDETTI 18/09/2013 Quando nel 1991 la guerra per il controllo della Mondadori si risolse con l’accordo di spartizione col Berlusca mediato dal mitico Ciarra – sanguigno figlio del popolo e della Lupa, amico del Divo Giulio ma anche amico del grande amico di De Benedetti, il principe Carlo Caracciolo, papà di Espresso e Repubblica – l’ingegnere si mostrò soddisfattissimo nella soddisfazione generale. Che l’avesse preso in quel posto non poteva assolutamente immaginarlo. E con lui non lo immaginò nessuno. Ma poi venne il 1992 e il ciclone di Mani Pulite e la Gioiosa Macchina da Guerra pronta a camminare sulle macerie della prima repubblica e prontamente sbaragliata dal Berlusca. Cominciò allora la caccia all’uomo, anzi, al più grande bandito dell’Italia repubblicana, e l’ingegnere sentì in cuor suo che anche lui, tessera numero uno della società civile, da quell’uomo nefando non poteva non aver subito dei torti. E il misfatto infatti fu scoperto. Risarcito con 500 milioni di euro, l’ingegnere può ora esprimere, ancora una volta, tutta la sua contentezza: «Prendo atto con soddisfazione che dopo più di vent’anni viene definitivamente acclarata la gravità dello scippo che la Cir subì. (…) La spartizione del Gruppo Mondadori-Espresso avvenne a condizioni per me molto sfavorevoli per un grave motivo che all’epoca nessuno conosceva.» Eppure allora nonostante la mazzata non sentì neanche un dolorino. Come oggi. Che l’abbiano fregato ancora?

EZIO MAURO 19/09/2013 E’ andato tutto come previsto. Silvio non è il Caimano e soprattutto è troppo furbo per fare il Caimano. Non ha rovesciato il tavolo, non ha mandato a gambe all’aria il governo, e ha annunciato che sarà protagonista della politica anche standosene comodo nel salotto di casa sua, insieme a due fidi e amorevoli consiglieri come Francesca e Dudù. D’altronde, non è forse vero che i boss mafiosi riescono a governare la loro teppaglia anche dal carcere? Lo dico perché fra non molto lo scriveranno le teste quadre di Repubblica o del Fatto Quotidiano, quando si accorgeranno della pirrica vittoria dei facinorosi pasdaran della legalità. E tanto più, quindi, si stringerà l’assedio attorno al resistente di Arcore, partigiano di quella libertà cui ha inneggiato chiudendo il videomessaggio. Sì, perché una volta espletati i doveri della correttezza istituzionale, si è sentito libero di cannoneggiare l’inestirpabile, torvo giustizialismo della sinistra e di chiamare a raccolta gli italoforzuti del partito dell’amore. I più delusi sono invece quelli del partito di Repubblica e dei fogliacci giacobini: speravano che il Berlusca furioso volesse morire insieme a tutti i Filistei. E già qualcuno comincia a dar segni di nervosismo. Come il direttore di Repubblica che ha parlato di «propaganda elettorale» e di «rottura inevitabile», dove «inevitabile» sta naturalmente per «molto problematica», nonostante una voglia folle e inconfessabile.

STEFANO FOLLI 20/09/2013 In una maniera o nell’altra anche per il centrismo benpensante e pantofolaio la colpa è sempre del Berlusca. Uno dei pezzi forti usati contro il povero Silvio dai melliflui e riguardosi illusionisti del giornalismo moderato comme-il-faut è questo: ti lamenti dei magistrati e non hai mai fatto la riforma della giustizia. Così anche ieri Stefano Folli, dopo aver dato ragione a chi parla di “disco rotto” a riguardo delle cannonate berlusconiane contro i magistrati, e naturalmente muto come un pesce sull’eventuale “persecuzione”, ha scritto: «Per anni e anni, avendo dalla sua la forza parlamentare, il leader del centrodestra non ha voluto o saputo promuovere la riforma della macchina giudiziaria.» Be’, mettiamo il caso che ci avesse provato veramente, il Berlusca, anche con una riformicchia del piffero: cosa sarebbe successo? 1) gli amici della Costituzione sarebbero scesi in piazza dalla Carnia ai Monti Peloritani; 2) l’appello di Saviano avrebbe raccolto un milione di firme su Repubblica; 3) quello di Zagrebelski mezzo milione sul Fatto Quotidiano; 4) il Csm e l’Anm avrebbero parlato di volontà eversive; 5) gli intellettuali avrebbero chiesto all’Europa e all’Onu di monitorare l’ormai conclamata autocrazia berlusconiana; 6) la Cgil avrebbe proclamato uno sciopero generale; 7) il Partito Democratico avrebbe accusato Berlusconi di voler piegare le istituzioni del paese ai suoi interessi personali; 8) e Stefano Folli, invece di urlare “Vai Berlusca!”, avrebbe scritto: «ma una riforma della giustizia, proprio perché così necessaria e sentita, non la si può fare spaccando il paese, non riuscendo a trovare e forse neanche cercando il consenso delle istituzioni, degli ordini, delle forze politiche più responsabili del paese: in questo si vedono, ancora una volta, tutti i limiti di governo di un populismo che sa solo vincere le elezioni».

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (11)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

DAVID CAMERON 28/02/2011 Ha avuto il fegato di lamentarsi di Larry, il gatto giunto tre settimane fa a Downing Street per far strage di topi nella residenza del primo ministro. Che i topi la bazzichino è uno di quegli ammuffiti misteri che rendono morbosamente fascinosa la nebbiosa patria di Sherlock Holmes. Il gattone sonnecchia, anche se le unghiate contro gli estranei hanno dato ampia prova dei suoi aggressivi ed intatti istinti felini. Ma ratti e topolini non gli fanno proprio un baffo. Io proverei con una soluzione elementare, miei cari Watson: tenerlo a stecchetto. Così li assassina e se li rosicchia fino all’ultimo tendine ed ossicino. Pulizia completa. Al massimo qualche codina sparsa qua e là come scalpo, a prova della sua efficienza. Gli addetti ai lavori dicono invece che bisogna pazientare. Che deve ambientarsi. Ma certo. Vedrete, vedrete. In capo ad un mese Larry si divertirà un mondo a giocare al gatto col topo con le sue vittime, con corse indiavolate dal salotto alla cucina, dalle camere al bagno, prima di uncinarle vittoriosamente, e cominciare pigramente a torturarle. L’indolente piacere del micio durerà mezz’ora, poi il colpetto finale. A quel punto scoccherà l’ora dell’attenta opera di scarnificazione. Quel tanto che basta per tingere di rosso il dramma, il tocco da maestro con cui Larry lo Squartatore firmerà i suoi capolavori. Allora non resterà altro che scegliere il posto dove collocarli: sul tappeto del tinello più importante del Regno Unito, o nello studio, sul tavolino dove giacciono carte di capitale importanza, o, segno di supremo affetto, sul letto matrimoniale, magari sotto le coperte. Nell’eccitazione del trionfo Larry farà pure una pisciatina proprio su quell’angoletto del salotto dove riposano di solito le auguste chiappe degli ospiti che vengono dai quattro angoli del mondo. Soddisfattissimo, a quel punto si farà una beata dormitina. Così David sarà contento.

CESARE ROMITI 01/03/2011 Ha passato una vita ai piani altissimi della Fiat, quando questa dava del tu allo stato, e con stile felpato parlava a chi di dovere attraverso le sue gazzette ufficiali di Milano e di Torino, e l’Avvocato folleggiava con signorile e ultraprotetta discrezione con una femmina dopo l’altra. Insomma ne ha viste di tutti i colori nelle stanze ovattate del potere. Da vecchio, potrebbe riderne. E farci sorridere. Invece moraleggia. Tristo tristo. E si appella ai giovani perché non mettano a tacere la propria coscienza: “I giovani hanno una sensibilità grandissima. Quando qualcosa non va lo dovrebbero dire. Oggi abbiamo perso un sentimento che è quello della vergogna. Non ci vergogniamo più”. Non sia così categorico. Così pessimista. Non disperi. Ogni tanto invece la forza di vergognarci la troviamo: dei parrucconi senza vergogna, per esempio.

ANDREA MOLAIOLI 02/03/2011 Per il suo secondo film, “Il gioiellino”, si è ispirato alla vicenda Parmalat, muovendosi “nel solco del nostro cinema d’impegno civile”. Per fortuna che ce lo ha detto in anticipo. Pericolo scampato.

SILVIA AVALLONE 03/03/2011 La scrittrice ce l’ha col conformismo. Col conformismo, e ti pareva. E crede che anche gli ultimi scandali – gli ultimi scandali, e ti pareva – che hanno avuto al centro il rapporto tra la figura femminile e il potere – Ruby & Silvio, e ti pareva – hanno radice proprio nel conformismo. E questo perché non c’è più la forza di essere trasgressivi. La forza di essere trasgressivi, e ti pareva. Le piace la trasgressione nella misura in cui – nella misura in cui, e ti pareva – aggiunge il nuovo; nella misura in cui crea il sospetto di un’alternativa – un’alternativa, e ti pareva – che in qualche modo – in qualche modo, e ti pareva – distrugge la possibilità di un totalitarismo – che fa rima con berlusconismo, dico io – di tipo culturale. E magari queste fruste boiate, che bivaccano, mutatis mutandis, nella bocca della meglio gioventù benissimo pensante e sontuosamente integrata da almeno mezzo secolo, le scrive pure, la scrittrice. Non mi parrebbe affatto strano.

CARLO DE BENEDETTI 04/03/2011 Il nome gli è venuto in mente solo perché da molto tempo il sogno proibito ma niente affatto segreto del Partito di Repubblica è di commissariare la democrazia italiana. Fatto sta che per battere quella macchietta che ha fatto dell’Italia una barzelletta il primo dei democratici propone alla sinistra una figura dal profilo esattamente opposto, l’ex commissario europeo Mario Monti: un tecnico prestigioso, un altissimo e rispettato funzionario, un uomo uso a misurare le parole, contegnoso, irreprensibile, serio. Insomma, un professore perfettamente imbalsamato e perfettamente innocuo. Una macchietta. Seriosa però.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (5)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CARLO DE BENEDETTI 17/01/2011 Fin qui muto come un pesce, il presidente del Gruppo Espresso saluta ora il vincitore Marchionne, “salvatore della Fiat”, cui tutti dobbiamo un grazie. Questo è il colpo al cerchio. Però, aggiunge, “non bisogna confondere una situazione specifica con il futuro delle relazioni industriali in Italia”. Questo è il colpo alla botte. Il che significa, o che non è affatto quella cima di cui si favoleggia, o che fa finta di non capire. In ogni caso, doti indispensabili in Italia per far parte del Club dei Migliori, soprattutto se in qualità di Presidente Onorario.

SUSANNA CAMUSSO YET AGAIN 18/01/2011 Non sbaglia un colpo. Smaltita la delusione per il “Sì” di Mirafiori, ha già tirato fuori il piano B, con tanti saluti a quegli operai e soprattutto a quei crumiri di impiegati che hanno seguito Marchionne: il ricorso alla magistratura. Davvero, chi ci avrebbe mai pensato? Tanta ortodossia commuove.

LUCA PALAMARA 19/01/2011 Il gagliardo presidente dell’associazione nazionale magistrati, beatamente dimentico che col Corano della società civile ci rompono gli zebedei ogni santissimo giorno, dal caffè del mattino al bunga bunga di mezzanotte, ha detto in un convegno che “Un buon cittadino è quello che rispetta le regole della società, prima fra tutte la Costituzione che forse troppo spesso è dimenticata o non tenuta nella giusta considerazione.” Non contento della solita predica, ha continuato, impavido: “Oltre a sancire i diritti fondamentali rappresenta la conquista del concetto che il potere non può essere nelle mani di una sola persona…” Arditamente espresso, bisogna proprio dirlo, questo concetto della conquista di un concetto vecchio come il cucco, messo peraltro in pratica con molto successo nell’era moderna dai figli di quell’Albione che, perfida, di sane, solide e sacre costituzioni se ne è fin qui fatta un baffo, alla faccia dei nostri patrioti repubblicani. Fin qui perfetto comunque in quanto a trombonismo costituzionalmente corretto, ha voluto però con concludere con un sonoro “…ma in quelle di tutto il popolo”. E quello, purtroppo, vota.

PIERFERDINANDO CASINI 20/01/2011 Ne conoscete la micidiale mancanza di brio: quando Pierferdy apre bocca è capace di addormentare le più bigotte vecchiette. Le frasi fatte, specie se lungamente meditate, fanno la sua felicità. Così oggi, per la milionesima volta, consiglia al Presidente Bunga Bunga di valutare l’ipotesi “di fare un passo indietro”. Per lui il piacere consiste proprio in questo: non cambiare nemmeno una sillaba delle sue riguardose corbellerie. Due passetti indietro, o uno in avanti, e avrebbe le vertigini.

BEPPE SEVERGNINI 21/01/2011 Magari voi pensate che andandosene da Matrix si sia finalmente imbarcato in una grande impresa: sbagliate. E’ sempre lui, il nostro uomo in UK, quello con la frangetta beatlesiana vita natural durante. La sua audacia, come la sua ironia, incrocia da sempre ben blindata al di sotto della soglia di pericolo. Per questo l’establishment gli ha rilasciato il patentino ufficiale di simpatico anticonformista e per questo le sue minestre riscaldate passano per graziosamente mordaci, mentre i capolavori di certa gente in gambissima non li caga nessuno. Così, al momento giusto indignato speciale in mezzo a milioni di indignati speciali, ha colto la palla al balzo per farsi passare per eroe senza rischiare un bel nulla. “Never complain, never explain” ha risposto Beppe a chi gli chiedeva spiegazioni. Così lo spiego io: ai gonzi. It’s high time.

Articoli Giornalettismo, Italia

L’Italia rivoltata come un calzino. Da Berlusconi.

Rivoltare l’Italia come un calzino era il sogno dei giustizieri democratici di Mani Pulite ma lungi da rappresentare una rivoluzione culturale l’esibita moralizzazione della politica italiana costituì in realtà il più ortodosso dei richiami all’ordine repubblicano da parte delle forze più conservative di una penisola che sfuggiva loro di mano giorno dopo giorno. Una stanca aristocrazia di denari si univa ad una stanca aristocrazia intellettuale per tenere sotto i piedi la marmaglia della gente nova.

I quindici anni della resistenza berlusconiana – quella vera – sono riusciti a mettere in crisi definitivamente quell’Italietta miserabile soffocata e umiliata in modo innaturale dalla dicotomia fascista-antifascista, dai gerarchi di prima e da quelli di dopo. Non è stata un’opera di distruzione. E’ un’Italia che ha ripreso il cammino, è l’Italia in cammino, per riprender il titolo di un libro di ottant’anni fa del grande storico “nazionalista” Gioacchino Volpe; un organismo liberato da una camicia di forza che ha ripreso a respirare e quindi anche a sudare, e pazienza se questa ridiscussione sulle origini e i fondamenti della nazione ha prodotto degli effluvi non proprio deliziosi. Era inevitabile e necessario. Ma visti in prospettiva storica, ad esempio, anche i partiti del nord e i partiti del sud, il revival dei dialetti o delle proteiformi e mai codificate madrelingue regionali che dir si voglia, costituiscono più uno sfogo che la messa in discussione dell’unità nazionale.

E’ la stagione berlusconiana che ha reso possibile la “costituzionalizzazione” della destra; che ha sdoganato il “liberalismo” (fin qui a parole, s’intende, perché con gli antichi appetiti dei capetti della nuova classe politica e col panico intellettuale causato dalla crisi dell’economia mondiale i buoni propositi si sono squagliati come neve al sole: ma almeno il primo passo è stato fatto); che ha fatto germogliare fiori strani – per la nostra epoca storica – ma eloquenti come il “liberismo di sinistra”; che ha permesso di superare in politica con non disprezzabile equilibrio e maturità gli steccati obsoleti fra “laici” e “cattolici”, evitando di cadere, seguendo le sirene dei cattolici “adulti”, in un moderno cesaropapismo nel quale i cattolici si sarebbero dovuti inchinare ai gran sacerdoti del culto feticista della Costituzione laica e repubblicana; perfino lo stesso Fini neo radical-liberaliggiante è un prodotto della “liberazione” berlusconiana.

Interpretata come un sintomo di debolezza di un leader disperato, e anche se messa in moto da vicende particolari, la controffensiva mediatica e giudiziaria delle armate berlusconiane contro Repubblica in particolare, ma non solo, è al contrario il segno che una nuova classe politica, nata dal necessario riequilibrio dei poteri reali nel paese, si sente oramai abbastanza forte e salda per fare quello che da noi nessuno ha mai osato fare da trent’anni a questa parte: rispondere al fuoco col fuoco per far cadere nella polvere i simboli e le statue del Pantheon della casta democratica.

E’ per questo che nell’ultimo atto della revisione politico-culturale berlusconiana, con zelo didattico, nel mirino dei barbari oltre al “giovane” De Benedetti è finito in questi giorni anche il “vecchio” Agnelli, la cui figura è rimasta impigliata miserevolmente nelle maglie di un’assai poco onorevole ed assai “piccolo-borghese” zuffa fra eredi: non è parso vero di contrapporre tacitamente gli omaggi tributati all’elegante libertinaggio dell’Avvocato, quasi un grazioso ricamo sul tessuto della sua vita aristocratica, alle intimazioni rivolte a Berlusconi di consegnarsi al tribunale del popolo delle Dieci Domande.

“La strategia delle ritorsioni non conviene a nessuno” è il titolo di un pezzo di Stefano Folli sul Sole24Ore sul caso Boffo, a proposito del quale, anche per debolezza patriottica – Boffo è trevigiano, come me – in un primo momento ho sperato che Feltri avesse preso una cantonata micidiale. Le reazioni non mi hanno tranquillizzato per niente, al contrario. Ho assistito solo ad una levata di scudi contro l’agguato messo in opera dai bravi berlusconiani tanto corale quanto evasiva nel merito della questione. Per il momento. Faccio solo notare, al di là della tendenziosità di un titolo che allude vagamente all’inadeguatezza e fors’anche all’illegittimità della strategia politica berlusconiana complessiva, che se fosse stato per i chiacchieroni dal garbo conciliante e impeccabile, ossia accomodante, anche la gioiosa macchina da guerra di Occhetto avrebbe avuto vita facile e di un’Italia faticosamente in cammino manco ci sogneremmo.

[pubblicato su Giornalettismo]

POST SCRIPTUM: siccome non riesco a convincere quei testoni dei lettori dei  miei articoli, che anzi si guardano l’un l’altro scuotendo il capo come per dire: “Questo è pazzo!” – cosa lusinghiera in quanto io decido di mia spontanea volontà di interpretarla come un tributo involontario alla genialità – ho replicato alla sfilza delle perplessità e dei dissensi con una lunga spiegazione terra terra:

Ma ragazzi, cercate di vedere le cose con gli occhi della storia e non con quelli della cronaca. Non fatevi incantare dalle chiacchiere sulle prime e le seconde repubbliche. La bella politica non ci sarà mai e i protagonisti della politica saranno sempre in generale degli esempi di mediocrità. La politica, anche se il concetto è necessariamente un po’ vago, dovrebbe rappresentare la società e i rapporti di forze al suo interno. Entra in crisi quando vi è un decifit di rappresentazione e si forma un tappo alla sua porta d’ingresso. Alla fine degli anni ’70, anche a causa della situazione internazionale, l’Italia aveva raggiunto il massimo della mummificazione politica: la balena rossa e la balena bianca, ovvero un elettorato comunista così massiccio da costituire la più grande anomalia delle nazioni occidentali, e un elettorato bianco che votava sempre più turandosi il naso visto che per la DC – sempre a causa in gran parte della situazione internazionale – la politica era una sinecura e del suo elettorato fondamentalmente “conservatore” (non in senso religioso, ma nel senso dell’allergia alle tasse e alla burocrazia, per dirla in soldoni) se ne sbatteva altamente. In campo economico c’era il gruppo di potere intorno alla FIAT e satelliti da una parte e i sindacati storici – soprattutto la CGIL – dall’altra. Queste forze, ciascuno nel suo ambito, “gestivano” il paese. Col craxismo si aprì la prima breccia a sinistra. Il nuovo genera il nuovo e quindi il craxismo insensibilmente, quasi sotto traccia, piano piano cominciò a mettere in crisi le sinecure della DC. Infatti una parte dell’elettorato conservatore, incoraggiato dall’indebolimento dell’egemonia comunista, cominciò a guardarsi intorno per trovare un altro interprete dei suoi interessi e lo trovò nella Lega. Le prime Leghe nacquero in Veneto, me lo ricordo bene, perché la Liga Veneta cominciò a farsi un nome proprio nella Marca Trevigiana. Ma era più che altro un fenomeno culturale, quasi folcloristico, più che politico. La Lega Lombarda, che nacque dopo sull’esempio veneto, fin dall’inizio ebbe un carattere prettamente e quasi violentemente politico. I toni nettamente più duri. Tuttavia non vi fu alcun boom della Lega Lombarda fino a quando, invece di limitarsi ai temi identitari, Bossi non cominciò a battere il pugno sul tavolo al grido di “Basta tasse!”. A parte la breve stagione dell’Uomo Qualunque, questa era la prima volta che da una forza politica si prendesse in mano l’artiglieria retorica antitasse, ma la stranezza non è che la Lega finalmente lo facesse ma che in Italia nessuno mai l’avesse fatto prima, perché in realtà questa retorica è merce comune e naturale di quasi tutti i partiti “conservatori” occidentali. E significava anche che la DC non si era mai evoluta e si era oramai disabituata ad ascoltare il suo elettorato. Non bisogna farsi ingannare che la Lega usasse toni fortemente antisocialisti; Milano era il centro del potere di ambedue le forze politiche; ma tutte e due erano il Nuovo nel panorama politico italiano. Non è un caso che Mani Pulite sia esplosa proprio in Lombardia e poi nel Veneto: era il territorio dove le forze politiche tradizionali risultavano più fragilizzate e i venti di novità si facevano più sentire. In un certo senso Craxi fu vittima di se stesso e dei meccanismi che aveva messo in moto. L’idillio degli italiani con Mani Pulite durò solo qualche mese. Si vide ben presto che in mano a magistrati politicizzati essa doveva servire a eliminare proprio tutti gli avversari del Vecchio rappresentato dal PCI, dalla DC, ossia quella disposta a diventare la ruota di scorta del PCI, dall’incartapecorito establishment confindustriale attorno alla galassia del Nord, dai prefetti della Cultura Egemone, dalla burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione nata dalla Resistenza ecc. ecc. Non a caso per quindici anni questi ultimi hanno sempre sostenuto la sinistra. Non a caso leghisti e socialisti craxiani fanno parte dell’esercito berlusconiano. E’ una lotta di potere che in quindici anni ha visto il Nuovo resistere e fortificarsi. Con le ultime elezioni l’Olimpo Confindustriale si è arreso alla nuova realtà. Per questo oggi i killers di lunghissima milizia di Repubblica fanno meno paura e si risponde loro con le loro stesse armi e perfino sbeffeggiandoli. E’ una lotta di potere ma le ragioni della storia e della democrazia stanno dalla parte di Berlusconi, perché la democrazia reale sta anche nel riequilibrio delle forze rappresentate. Per la bella politica, o meglio, per quella presentabile ci risentiremo quando l’Italia sarà un paese “normalizzato” e quando la sinistra seppellirà definitivamente l’ascia di guerra. Questo è il presupposto necessario per l’Italia fighissima che ognun nel suo pensier si finge…