Perché la destra è ancora Berlusconi

Le parole d’ordine da spedire all’opinione pubblica italiana si originano a sinistra, passano per il centro e poi arrivano anche a destra. Prendiamo questa fregnaccia, oramai elevata a dogma: la rinascita del centrodestra comincia dal giorno del pensionamento di Berlusconi. Sulla carta sembra ragionevole: Silvio è un vecchietto, di battaglie ne ha combattute perfino troppe, e i sondaggi, che nel caso delle recenti elezioni britanniche hanno fatto furore, danno il suo partito ai minimi storici; anche se, converrete, è già un fatto straordinario (e rivelatore) che Forza Italia, il partito più spernacchiato del mondo, sia ancora in vita dopo una campagna di denigrazione di durata ventennale.

Ciò avrebbe senso se l’Italia fosse un paese normale, dove un normale partito di destra potesse avere cittadinanza. Sappiamo invece bene cosa intenda per destra perbene il giornalista collettivo perbene: una specie di sinistra democristiana del nuovo millennio, inodore ed insapore, alla quale è vietato di parlare al popolo di destra nella sua terragna complessità e varietà, sotto minaccia di anatema e relative persecuzioni.

Che sia così, l’hanno dimostrato palpabilmente gli sviluppi immediatamente successivi alla dimissioni di Berlusconi e alla nascita del governo Monti nel 2011. Pareva che Berlusconi avesse già un piede nella tomba politica, ma non ci fu nessuno capace di proporre una rifondazione della sua piattaforma politica sulla base di una visione complessiva – cioè berlusconiana – della destra. Non era una semplice questione d’intelligenza: era anche una questione di fegato. Non vi ricordate il caso del riformatore Segni? Ci fu un momento, al tempo di Mani Pulite, nel quale il politico sardo, sì democristiano ma forte della sua immagine di uomo nuovo, avrebbe potuto far suo quel progetto. Berlusconi, prima di scendere in campo, lo propose quale leader del centrodestra, di un centrodestra, cioè, che prima non esisteva nemmeno come sostantivo nel dizionario della politica italiana. Ma Segni rifiutò. E perché? Perché ebbe paura.

E così, dopo l’insediamento di Monti, invece della rinascita della destra perbene pronosticata dai begli spiriti de “Il Sole 24 Ore”, magari con lo stesso improbabilissimo Monti alla sua testa, l’indebolimento di Berlusconi ha prodotto solo una serie di nuovi capetti intenti a presidiare il loro territorio di competenza e a farsi la guerra fra di loro: molto più facile (nonché tollerato ed incoraggiato obliquamente da quella grande stampa che poi farisaicamente lamenta la mancanza di una destra moderna) rinchiudersi nella ridotta della destra responsabile, cioè del nulla centrista; oppure in quella della destra identitaria; che buttare il cuore oltre l’ostacolo con un disegno di largo respiro.

Lo si è visto anche in questi giorni: solo l’ostinato Berlusconi ha avuta la presenza di spirito di trarre immediatamente le conseguenze del varo della nuova legge elettorale, rispolverando la vecchia idea di un partito repubblicano che non sia l’espressione astratta, settaria e perdente di un nobile consesso di happy few anglofili, ma la casa dei conservatori italiani; e solo l’ostinato Berlusconi ha saputo trovare parole pacate di dissenso dalla politica occidentale verso la Russia, senza per questo cadere nell’ambiguità anti-occidentale. E’ colpa di questo personaggio pittoresco se gli altri restano muti, quando si arriva al dunque?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Fitto il Demolitore

Quando Alfano e i ministri pidiellini del governo Letta maturarono lo strappo con Berlusconi che avrebbe portato alla nascita del Nuovo Centrodestra, Raffaele Fitto volle interpretare, con l’ottusa intransigenza che non pochi danni aveva già causati alla causa del centrodestra, la figura del capo dei lealisti. Non gli credeva nessuno, naturalmente. E men che mai il suo antico mentore Silvio, che tentava disperatamente di tener insieme le anime del partito: troppa scoperta era la voglia del musone pugliese di spingere i traditori alla rottura col partito. In quei giorni di burrasca, meno di un anno e mezzo fa, ad Alfano che rilanciava l’idea delle primarie del centrodestra, Fitto rispondeva che a decidere sul candidato premier sarebbe stato il solo Berlusconi fintantoché il fondatore fosse rimasto al timone del partito.

Oggi Fitto è a capo di una vera e propria corrente di Forza Italia, dipinge se stesso come un dissidente mezzo perseguitato e come tale usa i giornali dell’anti-berlusconismo antropologico come megafono; e in più chiede a gran voce le primarie per eleggere i nuovi vertici del partito. Col Patto del Nazareno ha usato la stessa tattica. Lo ha propagandato a destra e a manca come un asservimento di Forza Italia alla politica del governo, ed ha agitato lo spettro di una sua possibile confluenza nel futuro Partito della Nazione renziano. Alla rottura del Patto (peraltro non del tutto consumata) mentre Berlusconi cominciava a riannodare i fili dell’alleanza con Salvini, senza nel contempo rompere con Alfano, non badando, saggiamente, agli sciocchi veti vicendevoli dei due giovanotti, Fitto si metteva a denunciare la subalternità di Forza Italia alla Lega, come prima aveva denunciato quella nei confronti di Renzi.

Fitto non è nuovo a queste alzate d’ingegno. Nel 2010 regalò la Puglia alla sinistra incaponendosi contro la candidatura della Poli Bortone che aveva buone possibilità di vincere; ad opporsi alla fondatrice di “Io Sud” restarono solo Fitto e suoi sodali, tenacemente sordi a ogni buon senso; Berlusconi, sempre troppo buono, preferì non guastare i rapporti col genio del Salento ed incassare una sconfitta scritta in partenza.

Nonostante queste corbellerie, di cui non ha mai fatto ammenda, Fitto il Ricostruttore va dritto per la sua strada: distruggendo tutto, dice di voler «ricostruire il centrodestra, dare un contributo alla ricostruzione del nostro partito e del nostro paese». Quali siano però le sue idee, nessuno lo sa. E probabilmente nemmeno lui. In questo l’imbronciato Fitto è tremendamente democristiano. Alla Convention dei Ricostruttori ha voluto parlare «per prima cosa» dei contenuti dell’impegno politico della sua corrente. L’espressione «per prima cosa» è servita naturalmente per puntellare il nulla che ne sarebbe seguito: per intenderci, una premessa «forte» tanto quanto una «forte» risposta prodiana.

Infatti Fitto ha tirato fuori dal cilindro nientepopodimeno che la minestra riscaldata dello sforamento del 3% del rapporto deficit/Pil, rinfacciando a Renzi di aver mancato alla promessa di ottenere in sede europea quella flessibilità nei conti pubblici tanto necessaria alla nostra economia. Inoltre, ha attaccato il governo per non essere riuscito «ad ottenere altri portafogli in Europa» e di essersi accontentato «dell’Alto rappresentante della politica estera». In sostanza: finanze allegre e cariche, il pane della politica dai tempi di Tiberio e Caio Gracco.

Il fatto grave è però che Fitto, esattamente come tutti gli altri aspiranti piccoli leader del Centrodestra, è intimamente anti-berlusconiano proprio in ciò che ha costituito e costituisce l’essenza del berlusconismo come fenomeno strettamente politico, e che è il motivo vero per cui ancor oggi la vecchia e malandata figura del Cavaliere è combattuta con ogni mezzo: la volontà pervicace di riunire in un’unica piattaforma politica tutte le possibili destre del paese.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Renzi, ovvero lo schema Ponzi in politica

Con l’elezione di Sergio Mattarella alla carica di Presidente della repubblica Matteo Renzi ha vinto ma ha anche perso. E non poteva essere altrimenti. Infatti, solo un uomo a cui il Presidente del Consiglio avesse dato il via libera avrebbe potuto vincere; allo stesso tempo, però, agli occhi dell’opinione pubblica e del mondo politico tale scelta sarebbe equivalsa a una scelta di campo, ancorché dettata dalle convenienze e non dalle convinzioni. E questo perché Renzi, nel suo pragmatismo muscolare, non ha mai proposto un suo progetto politico per la sinistra. Se Renzi ne incarnasse uno, scelte realistiche anche se non omogenee alle sue idee politiche non correrebbero il rischio di essere viste come figlie del puro opportunismo. Il risultato è che di Renzi ormai non si fida più nessuno; che il Rottamatore si sta tagliando i ponti alle spalle, a destra e a sinistra; e che d’ora in poi potrà contare solo su appoggi interessati.

C’è una differenza sostanziale tra Berlusconi e Renzi; che Berlusconi, al di là dei tatticismi politici ai quali non si può sempre sfuggire, incarnava e incarna ancora un progetto politico sensato e storicamente plausibile: la riunione del centrodestra, dai centristi alla Lega. Tutti i tatticismi berlusconiani, in questo momento, sono mirati alla sopravvivenza, alla resistenza, nell’attesa di riproporlo. Non piace? E’ una questione secondaria. A destra non ci sono altre soluzioni politiche reali. Tutto il resto, politicamente, se prendiamo in considerazione il paese reale e non l’Italia dei sogni, è solo chiacchiera. Solo dopo che gli attori politici del centrodestra, e il suo elettorato, avranno preso coscienza di questa realtà (e sarà un passaggio fondamentale) si potrà cominciare la battaglia per tirare fuori il meglio possibile da questo coacervo. Questo, se parliamo di politica. Se poi parliamo di qualcos’altro, è tutta un’altra faccenda. Se Berlusconi è sopravvissuto a tante batoste politiche, alla caccia grossa della magistratura, all’umiliazione delle condanne penali, alla gogna mediatica, è perché, piaccia o non piaccia, rappresenta un progetto politico. E’ questo il segreto vero della sua altrimenti inesplicabile resilienza.

Per la sinistra italiana l’unico progetto politico e storicamente fondato è quello socialdemocratico, nel senso più largamente culturale del termine, implicante il rifiuto del giustizialismo e una dolorosa revisione della propria storia. Fa sinceramente ridere che si possa pensare di riunire la sinistra (o gran parte di essa) in una piattaforma liberal in un momento in cui il radicalismo la sta divorando, non solo in Italia. Se Renzi sposasse con coerenza un progetto liberal andrebbe fatalmente incontro a una scissione, farebbe del Pd – nella realtà italiana – un partito centrista, e consegnerebbe il grosso della sinistra al radicalismo. Con l’elezione di Mattarella Renzi ha invece scelto di ricompattare il Pd intorno a una persona che rappresenta l’Italia nata dalla Resistenza con tutto il corollario dei suoi cascami ideologici. Il fatto che Mattarella sia cattolico ed ex-democristiano non significa un bel nulla. Sappiamo bene come molti ex-democristiani di sinistra, espressione di un cristianesimo catacombale, dopo esser stati esemplarmente risparmiati dal diluvio di Tangentopoli e inghiottiti dal Moloch ex-comunista, siano diventati tra i più zelanti (e ridicoli) sacerdoti della religione civile fondata sulla Costituzione: in una parola, i pasdaran della conservazione. Questo fa di Mattarella un personaggio pericoloso per Renzi. Primo, perché anche una nullità una volta messi i gradi di Presidente della repubblica si sente in dovere di dimostrare di essere qualcuno, tanto più che la Costituzione materiale ha da lungo tempo emancipato il primo cittadino della repubblica dal ruolo noioso di primo notaio della repubblica. Secondo, perché se si monterà la testa Mattarella ubbidirà a Scalfari piuttosto che al Rottamatore; lo stesso Scalfari che, dopo aver spedito un ultimatum a Matteo qualche giorno fa, ieri ha lodato (insieme al Pd) questo Renzi riallineato. D’altronde è palpabile la soddisfazione che si respira fra i non-renziani del partito, in Sel, e persino tra i grillini. Ma è una soddisfazione che sa di rivalsa e ha qualcosa di maligno. Diceva Bersani appena dopo l’elezione: «se tutto va come deve andare sarà un ottimo presidente. È un giurista. Non è uno che fa passare qualsiasi cosa. Certe sciocchezze incostituzionali non le farà passare». A buon intenditor, poche parole.

Sarebbe anche bene che i commentatori smettessero di giudicare le vittorie e le sconfitte politiche in termini di politique politicienne. Queste vanno valutate in prospettiva, e sullo sfondo più ampio del consenso elettorale. Il Pd sta già subendo da qualche tempo una perdita fisiologica di consensi tra gli ex elettori del centrodestra; la sterzata renziana non farà altro che renderla strutturale, passato il breve momento del trionfo, senza peraltro fargli guadagnare voti tra gli aficionados della sinistra radicale, che oggi non si fidano di Renzi più di quanto non facessero ieri. Se il tempo lavora a favore delle cose sensate, vuol dire che lavora contro le ambiguità del trionfante Renzi; mentre la forza delle cose spinge, a dispetto dello stato comatoso e delle sue divisioni, ad un ricompattamento del centrodestra. Ed un ricompattamento del centrodestra significa una sola cosa: berlusconismo, sia l’Impresentabile o no a guidare l’indistruttibile Armata Brancaleone. E’ assai probabile che l’atteggiamento collaborativo di Berlusconi nei confronti di Renzi non verrà meno per vari motivi: il primo è che non ci sono alternative; il secondo è che Berlusconi non vuole lasciare a Renzi alcun alibi in caso di rottura; il terzo è che Berlusconi spera che sulle riforme non sia la sua Forza Italia ad implodere, ma sia proprio la ringalluzzita sinistra del Pd a creare problemi a Renzi. Matteo, con la solita simpatica spudoratezza, e con qualche contorsione lessicale, ha fatto finta che i problemi riguardino solo il Cavaliere, affermando che quest’ultimo, poveretto, «ha due opzioni di fronte a sé: decidere se soffrire nel fare delle riforme che condivide oppure decidere di offrirsi per fare delle riforme importanti e avere così la possibilità di poter raccogliere e condividere i dividendi con noi».

Il fatto è che Renzi in politica ha un problema strutturale. Se vuole essere liberal (cioè statalista moderato e modernizzatore) la sinistra (e non parlo solo del Pd) non lo segue; se rinuncia ad essere liberal si mette nelle mani della sinistra conservatrice. Non avendo un progetto politico realistico, che è quello menzionato all’inizio dell’articolo, e dal quale potrebbe ripartire in caso d’insuccesso, è come un generale costretto a vincere in continuazione, e destinato a sparire alla prima sconfitta. Il renzismo, perciò, assomiglia ad una sorta di schema Ponzi applicato alla politica: un rilancio continuo, un attivismo frenetico, che intontisce e disarma i critici, e che gli assicura un carisma da vincitore, fino al momento fatale in cui inciamperà e tutti gli saranno addosso.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Perché Berlusconi non ha (ancora) un successore

Le reazioni di media e politici di area potenzialmente conservatrice ai risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria spiegano chiaramente perché Berlusconi è ancora il leader del centrodestra italiano: è infatti l’unico ad aver parlato schietto e con qualche grado di ragionevolezza; tutto il resto della ciurma si è abbandonato alla disperazione o al velleitarismo. Berlusconi ha ribadito ancora una volta la bontà del suo progetto politico originale: la riunione di tutto il centrodestra italiano, senza preclusioni di sorta. Primo: perché è sensato farlo; secondo: perché non c’è alcuna alternativa.

Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Ma sembra che a parte Berlusconi nessun altro abbia tratto le conseguenze di questa elementare verità; che nessuno abbia avuto veramente coscienza di cosa voglia dire affondare la piattaforma politica berlusconiana. Sembra invece prevalere l’insofferenza, l’incapacità di non farsi travolgere dalle delusioni, la voglia di far fruttare le rendite di posizione. Per andare dove? Verso l’irrilevanza, il nulla.

Qualcuno, ingenuamente, si è fatto perfino infinocchiare dalle lusinghe della grande stampa borghese, che all’elettorato conservatore aveva spedito questo messaggio gravido di promesse ineffabili: il berlusconismo è populismo; il berlusconismo è un’anomalia; ci si liberi di Berlusconi e finalmente anche l’Italia avrà un centrodestra perbene, normale, europeo. Si è ben visto, invece, cosa abbia significato l’indebolimento di Berlusconi: l’esplosione del populismo vero e proprio alla sua destra; e del perbenismo democristiano alla sua sinistra. Qualcuno, per frustrazione o per qualche altro meno nobile motivo, ha cominciato ad usare il linguaggio della sinistra, lagnandosi del padre-padrone Berlusconi. Ma dire che Berlusconi è (o è stato) il padre-padrone del centrodestra, oltre che una grossolana esagerazione, è anche un modo per dire che se Berlusconi è il perno attorno al quale ruota tutto il centrodestra, non lo è in virtù del suo, propriamente suo, progetto politico. Che così sia, invece, dall’altra parte l’hanno sempre capito benissimo, fosse solo per istinto.

E’ per questo che i media, che gli sono ostili quasi in blocco, hanno sempre amplificato non solo le divisioni all’interno del centrodestra, ma anche le avanzate elettorali dei leghisti a scapito (apparentemente) degli italo-forzuti. E’ assai divertente, per esempio, rileggere per l’ennesima volta, come se fosse la prima volta, e come se tutti l’avessero dimenticata, la storiella della Lega – il partito strutturato, legato al territorio e vicino alla mitica gente – destinata a mangiarsi Forza Italia, il partito di plastica. Quante volte abbiamo sentita questa profezia, poi puntualmente smentita dai fatti? Capisco benissimo che siano proprio i giornali ostili al centrodestra a lusingare Salvini in questa direzione. Sorprende, anche se non troppo, che anche in quelli vicini al centrodestra si flirti con quest’ipotesi, che farebbe la felicità del partito de La Repubblica.

Quali siano poi gli straordinari meriti della svolta lepenista, nazionale, di Salvini è difficile capire. Forse – ma è ancora tutto da vedere – quello di aver semplificato il quadro della politica identitaria a destra. La sua rimane comunque un’operazione di chi massimizza i vantaggi di una posizione di minoranza, infischiandosi del quadro generale. Non occorre intelligenza politica per fare una cosa del genere: basta l’istinto. Ma è la politica di un perdente, o meglio, di chi in cuor suo non pensa veramente in grande. In una parola, è ancora velleitarismo. Come quello di Fitto, la cui “rivolta” viene in questi giorni cantata dalla stessa stampa di sinistra che lusinga Salvini. E’ lo stesso Fitto che tempo fa metteva il broncio (il tipo è di una musoneria spaventosa) perché Berlusconi non era abbastanza brutale col traditore Alfano; mentre oggi, esattamente come Alfano, dice «mai con Salvini». Mentre Salvini dice «mai con Alfano». Dove vogliano arrivare queste cime, lo sa Iddio!

Ma non sono poi troppo diversi da loro i quattro gatti liberali che non hanno perdonato a Berlusconi – con tutti i suoi voti! – la mancata rivoluzione liberale. Dimenticano troppo facilmente la guerra a tutti i livelli che Berlusconi ha dovuto subire; il fatto che spesso la sua azione politica si è ridotta giocoforza al primum vivere (e che Berlusconi vivesse era …vitale); il fatto che spesso a remare contro erano gli stessi alleati e che le resistenze stavano anche dentro il suo partito; il fatto che spesso in realtà al popolo italiano (il popolo italiano vero, anche di centrodestra, non quello immaginato dai liberali) le ricette liberali in economia piacciono solo sulla carta; il fatto che lo stesso Berlusconi probabilmente non ha idee chiarissime e propositi ferrei, ma gli altri meno ancora di lui. Se anche fossero giustificate tutte le lagne dei liberali contro Berlusconi (e molte lo sono) ciò non significa che per dispetto bisogna cadere nell’irrazionalità, e cominciare a coltivare illusioni stranissime, a volte flirtando con soluzioni palingenetiche, come se dai cataclismi e dalle ceneri della vecchia Italia potesse spuntare all’improvviso quel paese d’elezione dove loro hanno sempre sognato di far politica; quel paese d’elezione che in realtà non esiste nemmeno in Europa.

E che dire di quei cattolici che adesso denunciano la svolta moderatamente libertina di Forza Italia, dopo che se sono andati lasciando il campo libero alla vecchia corrente liberal-socialista, e che fanno finta di non vedere che i partiti popolari europei cui dicono di rifarsi questo libertinismo moderato l’hanno abbracciato da anni, se non da lustri? Meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che se all’orizzonte non si vede alcun successore di Berlusconi è prima di tutto perché non si fa avanti nessuno che sia veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine; cioè che dimostri quell’ampiezza di visione politica che è il miglior retaggio del berlusconismo, al di là di quegli aspetti pittoreschi (e a volte anche ridicoli, se vogliamo) che catturano l’attenzione dei pedanti, dei faziosi e dei mediocri.

[pubblicato su LSblog]

[RISPOSTA AD UN COMMENTO SU LSBLOG – Il fatto è che “per essere veramente e coraggiosamente berlusconiano nel senso migliore del termine”, oltre a non avere, auspicabilmente, i difetti di Berlusconi, bisogna anche avere, in un contesto come quello italiano, e per parlar chiaro, “due palle così” (scusate). Cioè qualcuno che, oltre a fare bei discorsi, sappia anche resistere al fuoco delle polemiche politiche, a quello dei media, e magari alle attenzioni della magistratura, nel momento in cui dimostrasse di voler veramente incamminarsi verso il progetto di un centrodestra “fusionista” aperto anche alla destra “identitaria” (tranne ovviamente gli estremisti fatti e finiti). Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, è che il berlusconismo rappresenta un tentativo di “normalizzazione” della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un riflesso animalesco, la damnatio memoriae). Il successo definitivo del progetto berlusconiano costringerebbe anche il resto dello spettro politico a normalizzarsi; spettro politico oggi diviso, non a caso, tra l’anomalia Renzi, sempre più simile ad una specie di veltronismo muscolare, e l’anomalia di una sinistra massimalista (compreso Grillo) di proporzioni nient’affatto fisiologiche. Dietro queste anomalie c’è tutta la nomenklatura (e a tutti i livelli) di quell’Italia “antifascista” che i conti con la storia non ha ancora veramente fatti. Davvero pensa che i personaggi dai lei citati saprebbero e avrebbero saputo raccogliere questa sfida, non dalle sale ovattate del quartier generale, ma sotto il fuoco delle pallottole?]

Salvini e Quagliariello pari sono

Da un punto di vista berlusconiano la stampa berlusconiana non solo è rachitica, ma spesso è pure una palla al piede. Da quelle parti oggi si sente dire: Salvini ha salvato la Lega, Salvini ha vinto. Non ha mica cincischiato, Matteo: ha puntato sull’anti-europeismo senza se e senza ma, sulle mirabolanti proprietà taumaturgiche della «sovranità monetaria» (nuovo rifugio dei gonzi, detto tra noi), ha usato l’accetta nei comizi, e così ha ricompattato un partito ed un elettorato. Un esempio, questo giovanotto! Così dicono al Giornale. Ma, ragazzi, che razza di esempio sarebbe questo? Questa è la classica strategia (se così si può chiamare un indirizzo privo di qualsiasi respiro strategico) di chi si accontenta di vincere tutte le battagliette di quarta categoria andando sul sicuro; di chi si accontenta di marcare il proprio territorio come un gatto; per poi prepararsi a perdere infallibilmente la guerra con l’aria di chi dice: «io ce l’ho messa tutta». E che razza di ambizione sarebbe questa? Un’ambizione da mezze cartucce, una vocazione ad essere minoranza, pervasa da un’intima certezza di sconfitta che si cerca di soffocare con le spacconate: se v’inabissate nel profondo della destra identitaria ad un certo punto – non potrete sbagliarvi – sentirete sempre un odore di muffa e un profumo di crisantemi.

E che dire poi dei berlusconiani «perbene», cioè di quelli riabilitati dalla grande stampa, sempre da un punto di vista berlusconiano? Ma che sono anch’essi una palla al piede, naturalmente. Sentite cosa dice Quagliariello, rivolgendosi agli italoforzuti: «Chi propone la ricostruzione dell’area moderata deve prima rispondere a queste domande: con Merkel o con Le Pen? Con l’Europa o contro? Nell’Euro o fuori?». In pratica l’esponente Ncd, tutto contento di mostrare la sua sciocca e astratta ortodossia, vorrebbe che Berlusconi si tagliasse gli zebedei: che non solo facesse una scelta di campo europeista (peraltro mai sconfessata da Berlusconi) ma che la facesse in modo così reciso da non poter poi più parlare politicamente all’elettorato marcatamente di destra. In pratica, cioè, Berlusconi dovrebbe fare lo stesso errore che condusse al suicidio la Dc. Il fatto curioso è che il liberale Quagliariello adora la figura del generale De Gaulle, cui ha dedicato studi e libri: sì, proprio lui, l’artefice della Quinta Repubblica francese, che «perbene» non fu mai, e che negli anni ruggenti della sua avventura politica fu considerato dalla sinistra italiana un fascista o quasi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Monti e il centrodestra

Monti può fare adesso tre cose:

  1. Non candidarsi, aspettare gli eventi e fare la riserva della repubblica. Questa scelta obbedirebbe alla sua più vera natura. In questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  2. Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. Anche in questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  3. Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica».* Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. Loro lo sanno benissimo. Scriveva ieri il direttore de L’Unità, Claudio Sardo:

Eppure [la discesa in campo, NdZ] sarebbe per Monti un gravissimo errore. Perché, anche se Berlusconi fosse davvero completamente irrilevante – e questo non è, come ha dimostrato lo stesso premier con le sue clamorose dimissioni – Monti sarebbe costretto a giocare nel campo disegnato da Berlusconi, quello della seconda Repubblica, vanificando di colpo la transizione avviata dal suo governo. Non sarebbe più Monti al centro di un’area europeista, composta dal centrosinistra e dai moderati, ma verrebbe sospinto in uno spazio dove convivono pulsioni populiste e antieuropee.

* E’ una verità che si può cogliere anche nelle piccole cose: basti pensare che il gruppo socialista europeo ha dovuto cambiare la sua ragione sociale al solo scopo di accogliere fra le proprie fila gli stravaganti “democratici” italiani.