Francesco e Jorge Mario

Se, in ultima analisi, il Papa è il Papa proprio per preservare la Chiesa dall’errore (quand’anche fosse un asino in teologia) è anche vero che deve essere in grado di padroneggiarne il timone secolare, che deve avere capacità di governo e in linea di massima essere un animale politico nel senso nobile del termine. Tuttavia la questione è più complessa. Qualcuno, alla luce di questi ragionamenti, potrebbe allora ritenere che il pontificato di Benedetto XVI sia stato pessimo. Ma sbaglierebbe, giacché ogni stagione ha la sua priorità. E il timido Benedetto XVI fu l’uomo giusto al momento giusto quando si trattò di ribadire, coi suoi modi tanto fermi quanto riguardosi, la validità, la continuità e la vitalità della dottrina in un mondo che la riteneva caduca. Senza gli anni del suo pontificato dove saremmo oggi in tempi rivoluzionari? E tuttavia la questione è ancora più complessa giacché l’azione di un pontefice s’inquadra in un disegno provvidenziale che è troppo dilatato nel tempo perché noi lo possiamo cogliere e che può servirsi anche delle mancanze o delle imprudenze di un pontefice.

Sbagliano perciò quei conservatori che, sconcertati dal nuovo corso bergogliano, arrivano insolentemente a mettere senz’altro in dubbio l’intima ortodossia di Papa Francesco. Ma hanno ragione quando gli contestano molti errori. Ne elenco tre, che inevitabilmente s’intrecciano vicendevolmente.

Il primo è quello di circondarsi, o meglio, di farsi circondare, da una guardia pretoriana, un vero e proprio comitato di salute pubblica formato da progressisti, che approfitta del suo misericordioso anelito ad andar incontro alla gente, del suo voler vedere a tutti i costi il lato buono delle cose, della sua idiosincrasia per le vane sottigliezze – tutte cose buone, s’intende, e connaturate allo spirito cristiano – per rivestire quest’empito di una carica velenosamente rivoluzionaria e per adulterare pezzo per pezzo la dottrina attraverso formule ambigue, funzionanti come palloni sonda, veri e propri ponti gettati verso quell’errore che nella maturità dei tempi non avrà remore a manifestarsi.

Il secondo è l’enfasi messa sul discernimento: bella parola, che però indica qualcosa che è difficilissimo possa trovare un qualche inquadramento credibile nella prassi. Noi parliamo di discernimento proprio perché non possiamo sostituirci all’occhio di Dio: è un invito alla prudenza e quindi è una forma di carità. Ma davvero ci illudiamo di poterlo in qualche modo gestire o regolare, soprattutto se si parte dal rifiuto semi-ideologico della casuistica, cosa d’altra parte piuttosto bizzarra per un gesuita? E’ qui che si affollano le reticenze e che nascono i pasticci. Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto. Casca il mondo? No, il mondo non casca. Ma bisognerebbe mettere efficacemente in chiaro il quadro dottrinale che fa da sfondo a quest’allentamento misericordioso della legge positiva della Chiesa, in modo tale che la chiarezza faccia, pedagogicamente,  contrappeso al perdono, e ne sia al tempo stesso il presupposto. Si sta muovendo in questa direzione la Chiesa? Per niente, mi pare, col rischio di trasformare l’incontro con la gente in quello con lo spirito del mondo.

Il terzo è quello di dare un respiro quasi apocalittico, o millenaristico, e perciò involontariamente terreno, alla lotta dentro la Chiesa a quel problema della farisaica falsità e durezza di cuore (e in parallelo a quelli di portata sociale come la povertà e la corruzione) che, in misura variabile, ci porteremo dietro fino alla fine del mondo e non potrà mai essere liquidato. Se il Papa è – per così dire – fissato con l’amore che copre tutto certamente non sbaglia: questo è un insegnamento eterno, parole di vita. Ma, su un altro piano, più politico, che il Papa deve tenere in mente quale reggitore della Chiesa, ci sono ragioni di opportunità da valutare, giacché quest’ultima sarà sempre campo di battaglia tra le tendenze farisaiche e sadducee. E oggi sono proprio le seconde a costituire la grande minaccia. Davvero oggi il pericolo maggiore nella Chiesa e nella nostra civiltà cristiano-occidentale sarebbe costituito dal legalismo farisaico? Francamente sembra di sognare. Non è che a forza di puntare il dito contro i farisei il Papa finirà per far trionfare definitivamente (si fa per dire, naturalmente) la grande fazione sadducea che amorevolmente lo circonda e di cui sembra non accorgersi?

In economia si parla di variabili pro-cicliche o anti-cicliche. Per esempio, durante un ciclo recessivo possono esserci dei fenomeni pro-ciclici che tendono ad accentuare questa negatività. Allora chi governa è posto davanti alla questione di valutare l’opportunità di varare delle misure anti-cicliche. La cosa che colpisce di questo pontificato è che, sulla base di considerazioni astrattamente giuste, si muove in maniera clamorosamente pro-ciclica aggravando le derive progressiste nella Chiesa. Dov’è il discernimento in questo caso? Oggi la vanità e la mondanità è patrimonio quasi esclusivo del prete che, diventando una caricatura di se stesso, si getta in pasto al popolo confondendosi con esso. Non dico che il Papa debba fare calcoli o essere reticente, giacché sarebbe come fuggire i propri doveri, e so bene che è impossibile sfuggire alle strumentalizzazioni, ma egli sembra proprio non rendersi conto del diverso peso delle forze in campo.

Infine, una nota sulla sua personalità. Papa Francesco è un grande ammiratore di Dostoevskij, e nell’opera dello scrittore russo il male e il bene sono spesso concepiti come le due facce di una stessa realtà, cosicché capita che il grande criminale conviva potenzialmente col santo nella stessa persona. E’ una grande sciocchezza che peraltro è piuttosto diffusa anche nella cultura cattolica, ma che Dostoevskij, che è un grandissimo scrittore, tratta in maniera così fine e profonda da riuscire a spacciarla per vera. Quindi, non è solo politica o sapiente e caritatevole gesuitismo quello che gli mette in bocca giudizi assurdamente lusinghieri su Lutero, ma un tratto della sua personalità che gli rende arduo disingannarsi e che lo induce alla faciloneria. Non voglio affatto dire che sia ingenuo: nel suo intimo egli mette in conto gli errori che inevitabilmente si commetteranno nella stagione dello spericolato aprirsi della Chiesa al mondo, ma è convinto che prima o poi, col tempo, nel Divenire, come in un processo di sintesi (ma meglio sarebbe dire di purificazione, per non incorrere – hegelianamente – nell’espulsione dell’Essere dal reale, o della sua omologazione al Divenire, che dir si voglia) tutto ciò si risolverà in bene. Non vorrei, invece, che egli stesso, prima di quel lontano giorno, prigioniero dei meccanismi che ha messo in moto, finisse per diventare una figura alla Re Lear.

Aggiornamento 13/02/2017 – Nel post ho scritto: «Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto.» Vedo, qui, che i tedeschi ci sono già arrivati. Ma si può veramente pensare che nella prassi – è quello il contesto cui faccio riferimento – i sacerdoti avranno il tempo di seguire e la capacità di capire veramente la situazione delle coppie in questione, e di raggiungere dei veri convincimenti o delle ragionevoli conclusioni, ancorché sempre fallibili, circa l’eventuale nullità dei precedenti matrimoni, o sui buoni propositi delle coppie per il futuro ecc. ecc., neanche si trasformassero in psicanalisti – per così dire – a tempo pieno? E’ impossibile. In ogni caso, anche se si trasformassero in detti superuomini, alla fine dovranno rimettersi alla coscienza di queste anime loro affidate. Ma nella pratica è scontato che tutto questo mitico “percorso” sarà saltato. Si rifiuta la casuistica ma si vuole il “discernimento”, che non sembra altro che una casuistica politicamente corretta, informale e impalpabile: bisogna vivere nel mondo delle nuvole per non capire che si tratta di qualcosa di assolutamente impraticabile e che porta logicamente alla soluzione tedesca. Si noti come nell’articolo linkato della Nuova Bussola Quotidiana il cardinale Müller consigli di «non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi» per motivi esattamente opposti a quelli evidenziati dal Papa in questa intervista pubblicata dal Corriere della Sera. Müller si rifà ai noti pericoli insiti nella degenerazione casuistica (i ragionamenti capziosi miranti a giustificare tutto ciò che serve); mentre il Papa (gesuita!!!) vede assai inopinatamente nella casuistica un possibile alleato del legalismo farisaico, inteso nella sua veste rigida e impietosa [1]: dire che ci sia una grande confusione in giro mi sembra il minimo. La casuistica di per sé – e sottolineo di per sé – non è un qualcosa di negativo: può essere una specie di pre-inquadramento dei problemi particolari, una specie di guida che introduca al discernimento vero e proprio. Opporre la vecchia casuistica al discernimento può funzionare come artificio retorico, ma in realtà è un errore, giacché la prima (tralascio le sue degenerazioni) si aggancia in qualche modo ancora alla legge, mentre il secondo fa riferimento alla carità, ma la fede e le opere non si possono dividere.

[1] Che poi le scappatoie legali fondate sui cavilli siano l’altra faccia e l’inevitabile prodotto collaterale dello zelo legalista è certamente vero: lo prova abbondantemente l’Islam.

Campagne d’infamia

E’ stata lanciata una campagna d’infamia contro il teologo domenicano p. Giovanni Cavalcoli (il quale non è affatto un acido tradizionalista anti-conciliare) messa in moto con la nota tattica del campionamento di frasi ad effetto e delle provocazioni mediatiche. Il bersaglio non è preso a caso, in quanto la sua opera rappresenta una manifestazione di resistenza allo strisciante processo di protestantizzazione del cattolicesimo italiano.

Nell’uomo vi sono due tentazioni contrastanti: quella di negare il peccato originale; e quella di farsi ventriloquo di un Dio vendicatore, come fece Maometto. Entrambe in realtà costituiscono sia un rifiuto di Dio, sia la pretesa di mettersi al suo posto. Oggi viviamo in un’epoca in cui queste due tentazioni sono particolarmente vive. Da noi soprattutto la prima: e lo testimoniano, ad esempio, le reazioni di fronte alla sofferenza in generale e alle disgrazie in particolare. E’ da questa tentazione, che assume oggi l’aspetto di una concezione totalizzante e perciò riduttiva della Misericordia, che con perseveranza p. Cavalcoli, nella sua veste di teologo, vuole metterci in guardia.

La sofferenza non può venire direttamente da Dio giacché Dio è sommo e solo bene: essa viene dalla caduta da uno stato paradisiaco di grazia. Ma Dio, attraverso la provvidenza, governa la sofferenza al fine di volgere il male in bene. Qual è dunque il ruolo svolto dalla sofferenza nell’economia della salvezza? Molteplice: può essere correzione, può essere castigo, può essere segno; può essere prova per coloro che Dio ama, può essere perfino risparmiata (relativamente, s’intende) a coloro che vogliono perdersi, per allargar loro la via che alla perdizione conduce, come già intese un filosofo come Seneca. Sta all’uomo cercare di discernere, senza però ergersi a giudice, come insegna il libro di Giobbe.

Una concezione totalizzante della Misericordia spiega in parte anche le odierne sbandate luterane in seno al cattolicesimo: essa, infatti, si sposa magnificamente con la concezione totalizzante della Grazia di Lutero, che pure partiva non da una negazione del peccato originale, ma all’opposto da una concezione “diabolica” dello stesso: il peccato originale non avrebbe soltanto ferito (irrimediabilmente, senza l’intervento divino) ma senz’altro ucciso l’uomo, condannandolo al “servo arbitrio”, a servire il male, all’incapacità di fare il bene. Tali concezioni totalizzanti (e riduttive) portano alla divisione della fede dalle opere; ambedue hanno esiti deresponsabilizzanti. Ciò non sorprende, giacché la verità è naturalmente una, mentre l’errore è naturalmente plurimo, in quanto scisso in se stesso.

Il peccato contro lo Spirito

Questa è una libera riflessione sul peccato contro lo Spirito. Come tale deve essere intesa. Il tono assertivo di questo breve scritto solo in parte riflette un certo grado d’intima sicurezza nell’autore; per il resto è dovuto alla sua serrata e inevitabile concisione. Ciò detto, procediamo. I passi evangelici che nominano esplicitamente il peccato contro lo Spirito sono tre. Vediamoli insieme:

«Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.» (Matteo 12, 31-32)

«In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno; sarà reo di colpa eterna.» (Marco 3, 28-29)

«Inoltre vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato.» (Luca 12, 8-10)

Ho scritto sopra esplicitamente perché in realtà vi è nel Vangelo secondo Giovanni un passo che esprime lo stesso concetto illustrato dai tre Vangeli Sinottici, senza però nominare a chiare lettere il peccato contro lo Spirito. Lo vedremo poi. I passi di Matteo e di Marco ci portano ad una prima conclusione: tutti i peccati e le bestemmie sono perdonabili, tranne uno, il peccato contro lo Spirito. La Chiesa Cattolica parla di peccati contro lo Spirito, al plurale. A ben vedere, però, non c’è contraddizione: questi peccati sono solo forme diverse di uno stesso peccato; o, se si vuole, è sempre lo stesso peccato contro lo Spirito visto da angolazioni diverse, come vedremo in seguito.

Tra i peccati perdonabili vi è, dunque, anche il parlar male del Figlio dell’uomo, o il parlar contro il Figlio dell’uomo. Che, nel limitato contesto di questi passi, il Figlio dell’uomo non venga per qualche oscura (ed assurda) ragione distinto dal Figlio di Dio risulta chiaro dal passo di Luca: chi lo rinnega, infatti, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio; si tratta, dunque, proprio di Cristo, del Figlio di Dio. Il passo di Luca sembra però clamorosamente contraddittorio: prima afferma che chi rinnega Cristo sarà rinnegato davanti a Dio; e nella frase immediatamente successiva che chi parla male di Cristo sarà perdonato. Ora, ci sono molti modi, anche pittoreschi, di parlar male di Cristo; ma sostanzialmente si compendiano in uno: affermare che Cristo è un impostore. Ma ciò non equivale forse a rinnegare Cristo? Dobbiamo di necessità rispondere di no. Ma non solo: dobbiamo pure concludere che se rinnegare Cristo ci condanna inevitabilmente davanti a Dio, in ciò consiste quel solo peccato contro lo Spirito che non può essere perdonato. Non è un caso che poco prima dell’accenno al peccato contro lo Spirito Matteo scriva quel famoso «Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me disperde.» (Matteo 12, 30), che è un’esortazione ad una vera e propria scelta di campo. Abbiamo così raggiunto due certezze: che col rinnegamento di Cristo qui si intende proprio il peccato contro lo Spirito; e che parlar male di Cristo, dandogli finanche dell’impostore, non significa necessariamente rinnegare Cristo.

Ma chi è Cristo? Cristo è via, verità, vita; ed è figlio di quel Dio che s’identifica col sommo bene. Perciò rinnegare Cristo, prima ancora che rinnegare il nome di Cristo (questa distinzione verrà utile più in là), significa non credere in una verità che con la vita s’identifica perché si odia la verità e la vita; significa rinunciare a ricercare il sommo bene perché si odia il sommo bene. In una parola, significa non amare Dio. Credere, invece, in quella verità che è la vera vita e ricercare il sommo bene significano avere una fede attiva: quella che comunemente chiamiamo semplicemente fede. Il dono della fede, intesa come la capacità di avvertire la presenza di Dio e di una verità, è stato infatti dato a tutti: se così non fosse saremmo privi di quel libero arbitrio che è la caratteristica dei figli di Dio, nati a sua immagine e somiglianza. Il diavolo sa benissimo chi è Dio: eppure lo rifiuta. E i figli del diavolo fanno lo stesso:

«Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità.» (Giovanni, 8, 43-45)

Si noti bene: «a me voi non credete, perché dico la verità»; cioè: non perché non conoscete la verità, ma perché non volete conoscerla, e perché amate la menzogna. Si noti anche: «non potete dare ascolto alle mie parole»; questo non ascolto è dunque il peccato dei figli del diavolo, ed è ancora, necessariamente, il peccato contro lo Spirito. Abbiamo dunque due definizioni (o manifestazioni, o forme, o modi d’essere) del peccato contro lo Spirito: rinnegare Cristo; non ascoltare le sue parole. Veniamo allora a quel preannunciato passo del Vangelo secondo Giovanni che parla del peccato contro lo Spirito senza menzionarlo espressamente. E’ questo:

«Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno: perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.» (Giovanni 12, 47-48)

Alla luce di quanto detto sopra potremmo allora tradurre questo passo giovanneo con il linguaggio usato dai Vangeli sinottici all’incirca in questo modo: «Se qualcuno non mi rinnega [ascolta le mie parole] ma pecca [e non le osserva], io lo perdono [non lo condanno]: perché non sono venuto per condannare i peccatori [il mondo], ma per salvare i peccatori [il mondo]. Chi mi rinnega [mi respinge e non accoglie le mie parole] ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno [la parola che ho annunziato] lo condannerà nell’ultimo giorno.» E cioè: «Se qualcuno non pecca contro lo Spirito, ma pecca in tutti gli altri modi, io lo perdono: perché non sono venuto per condannare i peccatori, ma per salvare i peccatori. Chi pecca contro lo Spirito ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno lo condannerà nell’ultimo giorno.»

Il peccato contro lo Spirito, dunque, non dipende dalla fragilità umana: questo è il suo tratto peculiare e decisivo. Consiste nel rifiuto di Dio, della verità, dell’amore, e quindi anche della grazia. Chi pecca contro lo Spirito preferisce essere condannato piuttosto che riconoscere la paternità di Dio. Nel Catechismo di Pio X si può leggere:

(964) Quanti sono i peccati contro lo Spirito Santo? I peccati contro lo Spirito Santo sono sei: disperazione della salvezza; presunzione di salvarsi senza merito; impugnare la verità conosciuta; invidia della altrui grazia; ostinazione nei peccati; impenitenza finale. (965) Perché questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo? Questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo, perché si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.

Quantunque espresso con molto candore e domestiche parole, il concetto decisivo e terribile qui è quel «si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.» Pura malizia: questo è il peccato imperdonabile. E i peccati elencati non sono altro che distinte manifestazioni del medesimo rifiuto di Dio, del medesimo peccato imperdonabile.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (del Concilio Vaticano II) non dice diversamente:

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. (CCC 1864).

E’ a causa della radicalità di questo volontario allontanamento da Dio che S. Giovanni nella sua Prima Lettera scrive:

Se qualcuno vede suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; così a quelli che commettono un peccato che non conduce alla morte. Vi è un peccato che conduce alla morte; non è per questo che dico di pregare. Ogni iniquità è peccato; ma ci sono peccati che non conducono alla morte. (5, 16-17)

Pregare per questo peccato significherebbe impetrare un’ingiustizia, significherebbe chiedere a Dio di accogliere chi lo rifiuta. Nella realtà di tutti i giorni, non essendo nostra facoltà giudicare, cioè conoscere con certezza assoluta se un’anima sia buona o cattiva, nel senso di liberamente disposta al bene o al male, cosa che spetta a Dio, noi possiamo bensì chiedere a Dio di illuminarla, e di condurla sulla retta via se nel suo intimo è disposta al bene, ma non di trasformarla da cattiva in buona: Dio può tutto, ma non entra mai in contraddizione con se stesso.

Quindi peccare contro lo Spirito significa essenzialmente questo: non amare Dio. Tutti gli altri peccati – che tutti, nessuno escluso, si possono perdonare – quando s’innestano in questo peccato fondamentale, questo peccato fin da principio che è solo in attesa di maturazione, danno forma alle varie manifestazioni del peccato contro lo Spirito, alle sue personificazioni, per così dire. Quando S. Paolo, per esempio, scrive:

O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né gli impuri, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né i cupidi, né gli ubriaconi, né i maldicenti, né i rapaci erediteranno il regno di Dio. (1 Corinzi 6, 9-11)

parla appunto di queste personificazioni del peccato contro lo Spirito. Personificazioni nel senso di attuazioni, giacché il peccato propriamente detto è un atto, mentre il peccato contro lo spirito è qualcosa che precede l’atto, e che muove da una realtà metafisica: esso, per così dire, si nasconde dietro i peccati propriamente detti colorandoli di sé; presenza che noi possiamo scorgere o intuire, ma sulla quale solo Dio può porre il suo sigillo. Che sia così lo conferma anche un altro passo paolino:

Infatti voi la sapete: nessun fornicatore o depravato o avaro, cioè idolatra, ha parte nel regno di Cristo e di Dio. (Efesini, 5, 5)

Si noti, cioè idolatra: siamo ad uno stato, per così dire, di pienezza negativa nella volontà di peccare, dopo che il proprio talento è stato definitivamente sotterrato. Infatti, se le parole di S. Paolo fossero prese alla lettera, non molti davvero potrebbero scampare alla condanna di Dio. La ragione e la carità non ci possono far concludere, per esempio, che tutti gli ubriaconi di questo mondo saranno destinati alla Geenna. Qui S. Paolo parla di chi, dopo aver peccato, non prova un sincero pentimento nemmeno nell’angolo più riposto del cuore, in quel sacro recesso che è magari destinato nel turbine del disordine morale ad essere per lungo tempo non inteso. Ma chi non si pente non ama Dio. E non ama nemmeno se stesso, perché solo chi ama Dio ama veramente se stesso. Chi ama il bene in Dio, ama il bene anche in se stesso. Costui invece si condanna da solo. E’ una perversione? Sì. E’ un non-senso? Sì. Ma il male è anche perversione e non-senso. Il mistero d’iniquità è tale soprattutto perché coerente nella sua assurdità.

Queste considerazioni servono anche per rispondere ad un’obiezione tanto prevedibile quanto umana. Qualcuno infatti potrebbe dire: ma allora i peccati non contano nulla? Se solo il peccato contro lo Spirito è quello che decide la nostra condanna, e tutti gli altri sono perdonabili, non potremmo allora peccare continuamente in tutta tranquillità confidando nel sistematico perdono di un Dio infinitamente misericordioso? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché ciò significherebbe essere sleali con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. In secondo luogo, perché ciò significherebbe non pentirsi sinceramente; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. Chi non pecca contro lo Spirito non può peccare e poi non pentirsi.

Chiarito ciò, è il momento di tornare all’altro corno del problema: se non amare Dio è il peccato contro lo Spirito, il peccato non perdonabile; e se il parlar male del (o contro il) Figlio dell’uomo è un peccato perdonabile; occorre di necessità ammettere che si può amare Dio parlando male di (o contro) Cristo. Come si deve intendere questo? Ricordiamoci quanto detto sopra: Cristo è via, verità, vita; è ricerca del sommo bene nella verità e nella carità. Chi ha l’anima disposta al bene anche nel momento in cui è più lontano dal bene e da Dio, e offende Dio, in qualche modo infinitamente imperfetto continua ad amare Dio, e non se ne stacca mai definitivamente. Il caso classico, il più comune, di parlar male di Cristo senza bestemmiare lo Spirito, si realizza quando nella tribolazione, per malattia o per altri motivi, si cade nell’amarezza e si impreca contro Dio senza tuttavia accompagnare alla parola o al pensiero la parte più profonda del cuore. Questa è una cosa che in realtà, in una forma o nell’altra, da quella più indiretta a quella più schietta, da quella più larvata a quella più grave, avviene quasi ogni giorno. Oppure si può parlar male di Cristo indirettamente, per omissione, per viltà: il più famoso rinnegatore di Cristo, suo malgrado, è l’uomo su cui Cristo fondò la sua Chiesa, Pietro; tre volte lo rinnegò, misurando amaramente tutta la sua fragilità umana; egli peccò per debolezza; ma non peccò contro lo Spirito, sennò non sarebbe stato perdonato. Paolo, invece, non si limitò a parlar male di Cristo, a considerarlo un impostore, ma arrivò a perseguitare i cristiani; se Dio scelse S. Paolo è perché nell’anima di Saulo insieme alla cecità c’era un’autentica sete di verità e di bene; perché in Saulo all’errore, al peccato di confinare meschinamente l’amore di Dio nello zelo verso la Legge, non si accompagnava la menzogna del cuore; perché anche quando odiava Cristo non odiava in cuor suo la verità, e la ricercava, cioè ricercava Cristo; e perciò anche quando perseguitava i cristiani, gravemente peccando, Saulo non bestemmiava lo Spirito.

Bisogna inoltre considerare che nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale, ci sono sempre stati e forse ci saranno sempre uomini che non riconosceranno in Cristo quel bene che onoreranno con l’esempio della loro vita; uomini che in buona fede non onoreranno il nome di Gesù ma albergheranno nel loro cuore sentimenti di giustizia che saranno computati a loro giustificazione; uomini che per i misteriosi ma sapienti disegni della Provvidenza – che se vuole porta qualsiasi persona di buona volontà alla conoscenza di Gesù – ameranno la via, la verità, la vita ma saranno destinati a non amare o non conoscere durante la loro vita terrena il nome di Gesù. I motivi di questa incolpevole ignoranza possono essere infiniti[1].

E d’altra parte: forse che gli uomini che vissero prima di Gesù Cristo non conobbero il bene? Ma se lo conobbero, conobbero anche, senza conoscerlo, Gesù Cristo. E Mosè stesso, forse che non conobbe ed onorò Dio? Ma se lo conobbe, conobbe anche, senza conoscerlo, il Figlio dell’uomo. O forse che l’essenza del bene cambia a seconda dei luoghi e dei tempi? Bisogna sempre stare attenti a non giudicare secondo le apparenze, secondo la carne: anche le parole, in se stesse, sono carne. Il monito sul peccato contro lo Spirito ha un tacito ma importante corollario per i cristiani: si può peccare contro lo Spirito e parlare bene del Figlio dell’uomo, cioè si può rinnegare Cristo parlandone bene. Gesù ce lo fa capire ammonendo gli scribi e i farisei che parlano bene di Dio, proprio nei passi immediatamente successivi a quello sulla bestemmia contro lo Spirito nel Vangelo secondo Matteo:

«O ammettete che l’albero sia buono e allora il frutto sarà buono, oppure ammettete che l’albero sia cattivo e allora il frutto sarà cattivo. Dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere! Come potete dire cose buone voi che siete cattivi? Dalla pienezza del cuore parla la bocca. L’uomo buono da uno scrigno buono trae fuori cose buone, e così l’uomo cattivo da uno scrigno cattivo trae fuori cose cattive. Io vi dico che di ogni parola infondata [vana, insincera] gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato.» (Matteo 12, 33-37)

E’ come se dicesse: «Ho detto prima: chi parlerà male di Dio ma non bestemmierà contro lo Spirito sarà perdonato. Voi, invece, che parlate bene di Dio ma bestemmiate contro lo Spirito non potete fare il bene e non sarete perdonati.» Ed infatti nel Vangelo secondo Luca la medesima reprimenda riportata da Matteo è seguita da queste parole:

«Perché mi chiamate: Signore, Signore, e non fate quel che dico?» (Luca 6, 46)

Il medesimo concetto è illustrato nella Lettera di S. Giacomo:

Ma qualcuno potrà dire: «Hai la fede e io ho le opere». Mostrami la tua fede senza le opere e io ti mostrerò la fede partendo dalle opere. Tu credi che esista un solo Dio? Fai bene: anche i demoni credono e rabbrividiscono. (2, 18-19)

Dunque: anche i demoni credono, hanno la fede in un solo Dio, cioè sanno che esiste un solo Dio; ma rifiutando Dio, non hanno una fede attiva, cioè non hanno la vera fede, cioè non hanno la fede. Se la fede è mossa dalla speranza diventa carità, e vera fede; se l’innata consapevolezza dell’esistenza del Padre ubbidisce allo Spirito essa incontra il Figlio e diventa corpo di Cristo e vera fede; se l’acqua è mossa dallo Spirito diventa sangue. Chi non spera non ubbidisce allo Spirito: bestemmia lo Spirito e si condanna da solo.

Ne deriva che nessuno può fare il bene (il vero bene, s’intende, nel senso più ampio del termine, e se diretto a cose concrete, ben distinto dalla vaga filantropia) se non ha la fede. E nessuno può amare se non ha la fede. Quando Gesù ci dice:

«Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.» (Matteo 10, 37-38)

ci dice implicitamente proprio questo: che nessuno può amare se non ha la fede. Ed infatti, come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ma Cristo è la verità, la via e la vita: noi dunque dobbiamo amare la verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Chi sente di amare davvero ama la verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. Se non lo ama nella verità lo ama solo come oggetto, cioè non lo ama: questi famigliari diventano oggetti, cioè ricchezze nel senso evangelico del termine. Nel Vangelo secondo Luca l’evangelista inizia questo discorso così:

«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.» (Luca 14, 25)

Ma lo finisce così:

«Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.» (Luca 14,33)

«A tutti suoi averi»: famigliari, dunque, come averi. Ai quali, in quanto tali, bisogna rinunciare, come a tutte le ricchezze. Cioè bisogna rinunciare all’idolatria di mettere le ricchezze al posto di Dio; cioè bisogna considerare le cose per quello che sono: cose, che nella loro inferiore natura non potranno mai darci la pace dell’anima; e i famigliari per quello che sono: figli di Dio, non cose. Se l’amore per i famigliari non s’innesta in quella verità che è loro superiore, essi diventano oggetti, ed oggetto di un amore sempre pronto a tramutarsi in violenza, anche contro se stessi, in quanto chi mette Dio nelle proprie cose lo mette prima di tutto in quella cosa che è la propria persona: è una forma demoniaca della comunione di Dio coi propri figli, dove trionfa la morte.

Ne deriva però anche, da questo discorso, che chi fa il bene veramente e ama veramente deve avere necessariamente la fede, anche se non conosce il nome di Cristo o non si riconosce nel nome di Cristo:

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. (Lumen Gentium, Cap. II, 16)

Ma qualcuno potrebbe dire: e allora la Chiesa non conta nulla? Posso tranquillamente contare su Dio, per la salvezza, se faccio il bene? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché anche Abramo, Mosè e i Profeti si salvarono per mezzo di Gesù Cristo e del suo corpo, la Chiesa Cattolica, benché nella storia questi ultimi dovessero ancora comparire e il loro nome non potesse essere ancora conosciuto. E non solo loro, ma anche tutti gli uomini di buona volontà che fuori d’Israele conobbero la Rivelazione solamente attraverso quello Spirito di verità e quella Provvidenza che agiscono sopra la terra dal giorno della sua creazione, e dai quali furono istruiti, benché imperfettamente: essi – come coloro che oggi in buona fede non onorano perfettamente Gesù Cristo ma fanno il bene – come fratelli adottivi entrano a far parte del corpo di Cristo. In secondo luogo, perché chi pensasse di salvarsi al di fuori della Chiesa con le sole opere,

pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria (Lumen Gentium, Cap. II, 14)

dimostrerebbe di essere in cattiva fede, di essere sleale con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. E peccando contro lo Spirito non si può fare il bene, cioè le opere.

Resta inteso che discernere chi ignora il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa nel senso più largo del termine, comprendente «il parlar male del Figlio dell’uomo», con colpa o senza colpa – nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale – in ultima analisi è prerogativa di Dio. Lo sapremo anche noi quando il nuovo mondo verrà alla luce e tutto sarà svelato.

[pubblicato su Papalepapale]

[1] Nella sua famosa opera “Umanesimo integrale” (cioè l’umanesimo teocentrico opposto alla sua caricatura negativa, l’umanesimo antropocentrico) Jacques Maritain elabora lo stesso concetto nel seguente modo: «Tuttavia, le interferenze dello speculativo e del pratico, nell’ordine etico stesso, non devono indurci in confusione, e il rifiuto speculativo di Dio come fine e come regola suprema della vita umana non è necessariamente, per alcuni spiriti accecati, il rifiuto pratico d’ordinare la propria vita a quel medesimo Dio del quale non conoscono più il nome. Il cristiano sa che Dio ha molte risorse, e che le possibilità della buona fede vanno più lontano di quel che non si creda. Sotto nomi qualunque, che non sono quello di Dio, può darsi (e Dio solo lo sa) che l’atto interiore di pensiero prodotto da un’anima conduca su una realtà che di fatto sia veramente Dio. Perché, per il fatto della nostra infermità spirituale, può esserci discordanza tra ciò che noi crediamo in realtà e le idee mediante le quali esprimiamo a noi stessi ciò che crediamo e mediante le quali prendiamo conoscenza del nostro credere. A ogni anima, anche ignorante il nome di Dio, anche allevata nell’ateismo, nel momento in cui decide di se stessa e sceglie il suo fine ultimo, la grazia è libera di proporre come oggetto, come cosa da amare sopra tutto, sotto qualunque nome l’anima stessa se la rappresenti – ma allora (ed è qui tutta la questione, e Dio solo lo sa) pensando sotto questo nome “tutt’altra cosa” da ciò che il nome significa, andando al di là di questo nome d’idolo – la grazia è libera di proporre quella Realtà assolutamente buona, che merita ogni amore ed è capace di salvare la nostra vita. E se questa grazia non è ricusata, l’anima in questione, optando per questa realtà, crede oscuramente nel vero Dio e sceglie realmente il vero Dio, anche quando trovandosi in buona fede nell’errare e aderendo non per colpa sua, ma per colpa dell’educazione ricevuta, a un sistema filosofico ateo, nasconde questa oscura fede nel vero Dio con formule che la contraddicono. Crede negare Dio, e in realtà nega qualcos’altro che Dio. Un ateo in buona fede – in realtà un pseudo-ateo – contro la propria scelta apparente, avrà allora scelto realmente Dio come fine della sua vita.»

Brittany, gli stoici e la Chiesa Cattolica

«“Il suicidio assistito è un’assurdità” perché “la dignità è altra cosa che mettere fine alla propria vita.” Le gravi parole di Mons. Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la vita, nel severo commento alla vicenda di Brittany Maynard, meritano qualche riflessione. Innanzitutto, definire un’assurdità il suicidio significa ignorare deliberatamente un’illustre tradizione filosofica – la stoica – che rivendica il suicidio razionale come scelta doverosa da parte del saggio che non si sente più all’altezza del suo compito.» Così inizia un articolo apparso su Il Secolo XIX, peraltro nient’affatto oltranzista nei toni e nel contenuto, di Luisella Battaglia, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, dall’eloquente titolo “Perché il suicidio di Brittany non è indegno come dice il Vaticano”. Articolo sul quale voglio fare delle brevi osservazioni, in merito al pensiero degli stoici sul suicidio e alla posizione della Chiesa Cattolica sulla vicenda in questione.

Nelle due grandi correnti filosofiche che dominavano la scena nel mondo greco-romano all’avvento del cristianesimo, lo stoicismo e l’epicureismo, c’era dentro, come si usa dire oggi, tutto e il contrario di tutto; anche molto “cristianesimo”, soprattutto nella riflessione sui beni materiali e su quelli spirituali: in una parola, nella riflessione sul “vero bene” o sul “sommo bene”. In ciò il miglior stoicismo aveva molti punti in comune col miglior epicureismo; il quale ultimo si riduceva poi sostanzialmente all’opera di Epicuro, il cui pensiero andò presto incontro a quel generale travisamento grossolanamente materialista che tuttora ben conosciamo. Su questa nascosta vicinanza fra le due scuole di pensiero certi passi, quasi apologetici, dello stoico Seneca sopra la figura del filosofo del “piacere” risultano assai eloquenti.

E’ alla luce della più ampia riflessione sul “vero bene” che si capisce meglio quella sul suicidio degli stoici, la quale in realtà nel suo nocciolo è intimamente contraria a quella degli attuali sostenitori dell’eutanasia. La possibilità del suicidio, o del “lasciarsi morire”, negli stoici (e certo in Seneca, per esempio) viene generalmente contemplata quale segno di virile accettazione della morte e di disdegno verso l’attaccamento carnale alla vita. Il suicidio – quale extrema ratio, s’intende, – diventa così un’altra occasione per ribadire che il “vero bene”, incorruttibile e pieno, rimane nella “virtù”; che esso cioè è spirituale. Se in questo contesto la “qualità della vita” viene evocata è solo per significare che il suo deterioramento non intacca affatto ciò che è essenziale e che perdendo la vita in realtà nulla si perde. Nei sostenitori dell’eutanasia la prospettiva è diversa: il “vero bene” rimane chiuso nel cerchio della materia, anche quando intesa nel senso più largo del termine, comprensivo perciò delle sue proprietà intellettuali. Col deterioramento della “qualità della vita” è il “vero bene” a deteriorarsi: il suicidio assistito diventa in questo caso l’ultimo atto “ragionevole”, o “sensato”, prima dello spegnersi dell’autocoscienza.

Nella riflessione stoica sul suicidio c’è molto più pudore, più ubbidienza ad un fato o ad una volontà superiore che affermazione di libertà; e non è difficile scorgere in essa un embrione di speranza, un embrione di provvidenzialismo pre-cristiano: «libertà è ubbidire a Dio», scrive Seneca nel “De vita beata”. Sarà la risposta della Rivelazione, ossia il cristianesimo, ossia Dio, a completare questa riflessione e a dire a quest’uomo sull’orlo del sacrificio di se stesso, Abramo ed Isacco racchiusi in una sola persona: «non temere, abbi fiducia in me fino in fondo, non ti chiedo questo: farò tutto io, al momento dovuto».

Brittany Maynard, non si sa con quale grado di consapevolezza o di intima convinzione – ed è per questo che anche nel suo caso, come in tutti gli altri casi di suicidio, e come d’altra parte in tutti casi di “peccato”, la Chiesa Cattolica non ha giudicata, cioè “condannata”, la persona – si è proposta invece come esempio e “segno di contraddizione”, e allo scopo di conferire pubblicamente “dignità” ad un atto che la Chiesa giudica “intrinsecamente cattivo” ha cercato l’aiuto dei media. Tutte cose legittime, s’intende. Ma i media di tutto il mondo hanno trasformato il messaggio di Brittany in una campagna soffocante dal sapore semi-totalitario a favore dell’eutanasia. E’ a questa valanga che la Chiesa Cattolica assediata ha risposto, mettendo i puntini sulle “i”, non a Brittany. Ed è per questo che ora gli stessi media vogliono trasformare questa risposta al loro assedio nell’arcigno rimbrotto rivolto da una Chiesa senza cuore ad una giovane donna sfortunata.

[pubblicato su LSblog]

MIEI COMMENTI AL MIO E AD ALTRI ARTICOLI APPARSI SU LSBLOG SULLA VICENDA BRITTANY

Ripeto che mi sono limitato a delle brevi osservazioni su due punti dell’articolo della Battaglia. 1) L’accenno alla tradizione filosofica stoica, che (pur nella sua varietà) a mio parere non è pertinente (mentre lo è certamente quello a Hume, per esempio). 2) Le parole di Mons. Carrasco de Paula, che, sempre a mio parere, vanno intese, oltre che nella loro interezza, come una risposta, e direi pure un minimo di risposta, alla impressionante campagna mediatica a favore dell’eutanasia veicolata dal caso Brittany. In fondo non si aspettava altro: che qualche “prete” –  finalmente – dicesse qualche parolina non in linea con questa rappresentazione sciropposa del dramma di Brittany per parlare di una Chiesa senza cuore. Mi sembra che l’articolo della Battaglia – che, ripeto, non è affatto “oltranzista nei toni e nel contenuto” – sotto questo aspetto abbia un pagato un piccolo dazio all’isteria generale. Sono poi bel lontano dal pensare che a chi si trovi di fronte a scelte drammatiche che riguardano la propria persona sia per forza necessario l’ausilio della cultura. Non lo credo affatto. Non parlo di “consapevolezza” o “intima convinzione” da un punto di vista intellettuale, ma morale. Lo voleva, o non lo voleva? Lo voleva veramente? I cristiani non possono non farsi questa domanda, anche se si trattasse di Hume in persona… Non mi sfugge poi il fatto che l’insistenza della Chiesa sulla distinzione tra peccato (da condannare) e peccatore (verso il quale usare misericordia) possa sembrare una furbizia “gesuitica” compiacente ma nel fondo offensiva. A questo posso solo rispondere che non è così.

Primo. Quello di Seneca non è buon senso. Il “vivere bene” si riferisce alla vita morale, non a quella fisica. Una vita “virtuosa” è una vita interamente compiuta, che duri venti anni o che duri cento. “Egli pensa sempre quale sarà la vita, non quanto essa debba durare.” Perciò è pronto a lasciarla ogni giorno. (Esattamente come insegna il Cristianesimo). Come in tutta la sua opera egli attacca chi è schiavo dei beni materiali: perciò anche chi è attaccato “carnalmente” alla vita. E’ da questo punto di vista che bisogna intendere le sue parole. Ho scritto l’articolo proprio perché ho una lunga consuetudine con l’opera di Seneca. Secondo. La “povertà di spirito” (o “in spirito”) evangelica significa la “povertà nello spirito”, cioè la “non schiavitù delle ricchezze”, cioè la “non schiavitù dei beni materiali”. Il “povero nello spirito” è colui che non è “ricco” nel senso evangelico, cioè colui che non è schiavo dei beni di questa terra (che sono buoni, come tutta buona è la creazione, ma che possono essere occasione di corruzione morale). Il “povero nello spirito” è assai ambizioso: non mira ai beni di questa terra, ma al sommo bene: di lui sarà il regno dei cieli. E si dice “povero nello spirito” appunto perché questa “povertà” deve essere spirituale, non materiale. Anche chi è “benestante” può essere “povero nello spirito”. Lo stesso discorso vale per il “ricco”. Il “ricco” condannato dal Vangelo è il “ricco nello spirito”. Anche un miserabile può essere “ricco nello spirito”, cioè schiavo dei beni materiali. Insomma: “povero di spirito” significa “povero secondo lo spirito” (da elogiare) non “povero secondo la lettera”, e per converso, “ricco” significa “ricco secondo lo spirito” (condannabile, schiavo di Mammona) non “ricco secondo la lettera”. E’ stupefacente la confusione che si continua a fare, anche dentro la Chiesa Cattolica, su questi termini evangelici.

Giova poi ricordare che Seneca ebbe salute cagionevole fin da bambino, e più volte anche in età adulta lo dettero per spacciato. Molte volte avrebbe potuto “ragionevolmente” suicidarsi. Comunque basta leggersi il “De Providentia” (si fa presto, e lo si trova su Internet), nel quale tratta del significato della sofferenza e dell’atteggiamento di Dio, per capire che la prospettiva del “buon senso eutanasico” è del tutta estranea alla sua filosofia. D’altra parte, a ben guardare, quel conformismo mediatico che oggi contegnosamente celebra il precipitoso suicidio di Brittany, è lo stesso che in altri casi celebra il grossolano vitalismo di chi dice di “aver sconfitto il cancro”, o peggio ancora, “la bestia”, quasi che soccombere alla malattia fosse una vergogna. Nel primo e nel secondo caso, che sono le due facce di una stessa medaglia, io vedo solo un triste esorcismo collettivo. Se poi vogliamo parlare di “buon senso” in termini puramente umani, mi sembra strano che non si veda , che non si senta, come il gesto di Brittany abbia qualcosa di esagerato nella sua fretta, qualcosa che stride, per così dire, con la ragionevolezza dei sentimenti.

E allora mi si perdonerà se chiudo anch’io con una …citazione, metafore militari comprese, di quel Seneca seguace dello stoicismo che si è tirato in ballo per il caso Brittany – e non solo qui su LSblog, naturalmente – senza coglierne, a mio avviso, il vero spirito. “E cosa c’è di più precario dell’attesa di eventi accidentali e della mutevolezza delle condizioni fisiche e di quello che sul corpo influisce? Come è possibile che quest’uomo possa obbedire a Dio, accettare di buon animo ogni evenienza, non lamentarsi del suo destino e trovare il lato positivo in ogni situazione se anche il più piccolo stimolo piacevole e doloroso può sconvolgerlo? E non può essere neppure un buon difensore o salvatore della patria né proteggere gli amici se tende al piacere. Dunque, il sommo bene deve salire fino a un luogo da cui nessuna forza possa farlo precipitare e a cui non abbiano accesso dolore speranza e timore né alcuna altra emozione che possa intaccare il valore del sommo bene. Ma soltanto la virtù può salire fin là. Dovrà vincere questa salita col suo passo, terrà duro e sopporterà ogni evento non con rassegnazione ma di buon grado, ben sapendo che le avversità della vita sono una legge di natura e, da buon soldato, sopporterà le ferite, conterà le cicatrici e, anche in punto di morte, trafitto dalle frecce, amerà il comandante per cui è caduto. Avrà sempre in mente l’antica massima: segui Dio. Invece chi si lamenta, piange e si dispera è costretto a forza a eseguire gli ordini ed è obbligato lo stesso a obbedire, anche controvoglia. Ma che sciocchezza è questa di farsi trascinare invece di seguire? Così, per Ercole, è stupidità e incoscienza della propria condizione affliggerti se qualcosa ti manca o ti è difficile da sopportare e stupirsi o indignarsi di quanto capita ai buoni come ai malvagi: intendo malattie, lutti, infermità e tutte le altre traversie della vita umana. Affrontiamo dunque, con grande forza d’animo, tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. E’ un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: libertà è ubbidire a Dio.” (De vita beata)

Che Dio non voglia la sofferenza degli uomini mi sembra pacifico, visto che li vuole in paradiso. E visto che Cristo invita tutti ad esser “lieti”. “Accettare” la sofferenza non significa certo “ricercare” attivamente la sofferenza – cosa che denoterebbe quantomeno uno stato patologico – non fosse altro perché significherebbe presumere di saperne più della Provvidenza, ossia più di Dio. Ma la sofferenza esiste in questo mondo. L’uomo in qualche misura “soffre” anche quando è perfettamente sano. Il Cristianesimo ci dà una risposta sul perché e sul come affrontare – la croce di Cristo – spiritualmente questa sofferenza. E ci dice – sorridendoci, per così dire – che questo male, che non può venire direttamente da ciò che è Sommo Bene, cioè Dio, Dio stesso lo trasforma in bene, modulandolo ai fini della nostra salvezza. In altre parole è Dio che nella sofferenza lega le mani al Diavolo, che non mira (o non mira solo) alla nostra rovina fisica, se noi da Lui ci facciamo guidare. Naturalmente ciascuno è libero di considerare queste considerazioni delle solenni corbellerie… però ci tengo che siano ortodosse (nel senso di cattoliche)…

La Chiesa, Israele e la Terra Promessa

Ha detto Cyrille Salim Bustros, arcivescovo di Newton dei greco-melkiti (Usa), nel corso del Sinodo vaticano sul Medio Oriente, chiusosi, fra l’altro, con la richiesta alla comunità internazionale di metter fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, in applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite:

La Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Vogliamo dire che la promessa di Dio nell’Antico Testamento sulla Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Noi cristiani non possiamo più parlare di Terra Promessa al popolo ebraico, parliamo di Terra Promessa come Regno di Dio che si stende fino ai confini della terra. Non ci sono più popoli preferiti, popoli eletti. Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto. E questo è chiaro per noi, non ci si può basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi.

Ebbene, se non stiamo a sottilizzare e ad equivocare volutamente sulle parole, da un punto di vista cristiano – e ripeto da un punto di vista cristiano – ciò è sostanzialmente esatto. Per quanto mi riguarda, è vero ed esatto. Tuttavia parole così sbrigative (quasi malizioso, quel “popoli preferiti”) potrebbero indurre molti a vedere in negativo la “promessa” del Dio dell’Antico Testamento, come se non solo fosse stata abolita, ma anche “rinnegata”, quando invece è importante coglierne gli elementi di continuità con l’avvento del Regno di Dio. La prima promessa, men che mai rinnegata, fu superata più che abolita. Fu la prima promessa a tenere in grembo la seconda e più grande promessa, una Nuova ed Eterna Gerusalemme, che della prima fu uno sviluppo e una precisazione, e questo più grande bene non poteva nascere che da un altro bene.

E’ l’universalismo cristiano che ha desacralizzato qualsiasi concetto legato a popoli, a razze, e ad autorità terrene. La secolarizzazione è opera del Cristianesimo, che seppe distinguere quello che era del “secolo” da quello che era di Dio. Questo caratteristica dirompente – “dissacrante” nel vero senso della parola – del Cristianesimo, oggi dimenticata dalla civiltà che ne è figlia perché questa di quella è imbevuta, a riprova del suo completo trionfo, fu invece ben sentito, istintivamente sentito, nel mondo greco-romano dove i cristiani erano spesso accusati di “ateismo”. Fu una rivoluzione, che però aveva radici nell’ebraismo. E’ infatti nell’Antico Testamento che troviamo con chiarezza le radici della separazione tra quello che oggi chiameremmo “potere civile” e le “autorità religiose”: fu Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele; solo alla “stirpe di Aronne” fu riservato l’officio sacerdotale; e la tribù dei Leviti, alla quale Aronne apparteneva e che si occupava della gestione del culto religioso, fu l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non furono assegnati territori.

Sono sempre le parole e le storie dell’Antico Testamento che ci confermano come il Regno di Dio, se comincia a formarsi su questa terra, su questa terra però non può giungere a compiutezza. Mosè non mise mai piede nella Terra Promessa alle cui porte aveva condotto il suo popolo. Salì sul monte Nebo, nella terra di Moab, e potè vederla.

Ma il Signore gli disse: «Questa è la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe […] Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.»

Mosè morì lì, nella terra di Moab,

e nessuno ha conosciuto la sua tomba fino ad oggi.

Ciò significa che la promessa non veniva completata con la conquista di Canaan, ma che essa racchiudeva in sé una seconda e più grande promessa: non era infatti concepibile che un suo profeta ne venisse escluso. La morte di Mosè nella terra di Moab, prima di entrare in quella Terra Promessa della quale sarebbe stato Re, ha lo stesso significato teologico del rifiuto di Gesù, Re d’Israele – tu lo dici, io lo sono – di farsi Re su questa terra: nella definitiva Terra Promessa si entra attraverso la morte. Tanto che per tagliare ogni cordone ombelicale con illusioni terrestri ed impedire culti superstiziosi Dio volle far sparire perfino ogni traccia della tomba di Mosè.

E se è vero che non ci sono più popoli “preferiti”, non è altrettanto vero che il concetto di popolo “eletto” sia sparito. Uscì con Cristo definitivamente dai confini razziali, dentro i quali d’altronde non fu propriamente mai, e non poteva esserlo, perché il seme non può smentire il frutto, neanche nell’Antico Testamento: la conquista della Terra Promessa si apre con la presa di Gerico, che ha come prologo il patto della donna, prostituta e straniera Raab con gli esploratori di Giosuè, il quale dopo la conquista

salvò la meretrice Raab, tutta la parentela e quanto le apparteneva, ed essa abitò in mezzo ad Israele fino ad oggi.

La salvezza di Raab preannuncia la salvezza della donna “cananea”, del buon “samaritano” o del centurione presumibilmente “romano” e in ogni caso non ebreo, ossia gli stranieri del Nuovo Testamento, e indica che nel senso più intimo e vero anche nel Vecchio Testamento il concetto di popolo eletto superava il pregiudizio etnico. “Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto”, ha detto l’arcivescovo Bustros, ma specifichiamo: in potenza; perché a ciascuno Dio ha dato il libero arbitrio. Ma un popolo eletto esiste, anche se è solo Dio a conoscerlo: nemmeno la Chiesa intesa come organizzazione e assemblea dei fedeli vi si può identificare, tant’è che essa “non giudica”, ossia “non sentenzia”.

Tutto questo precisato, è verissimo che terre sacre e sacri confini non esistono in nessuna parte del mondo: vale per Israele, vale per qualsiasi altra nazione, vale perfino per il Vaticano. E’ la stessa civiltà giudeo-cristiana-occidentale che rifiuta questo feticismo territoriale. Per quanto profonde ne siano le radici, per quanto ostinate le tradizioni, gli stati si formano in ultima istanza su coordinate spazio-temporali, non metafisiche. Gli stati, le nazioni e le lingue nascono, si trasformano, e molto spesso muoiono. E quindi i conflitti fra questi vanno auspicabilmente risolti col buon senso e con la ragione, anche se le soluzioni non potranno mai essere indolori, com’è giusto con tutto ciò che si muove nel campo del relativo. Appunto per questo, per riguardo alla storia, e ad una presenza che non è mai venuta totalmente meno, tanto più se si parla di un territorio che dopo la conquista araba del VII secolo dopo Cristo non ha mai veramente conosciuto il concetto di “nazione”, estraneo all’Islam, non si può negare agli ebrei la solidità delle proprie rivendicazioni territoriali. Che hanno limiti e non hanno stimmate divine: su questo non ci piove. Ora, però, parlare astrattamente di Gerusalemme come città aperta, ambire di tripartirsi la Vecchia Gerusalemme, quando la Nuova dovrebbe interessarci di più, e dopo che da queste malattie ci saremmo dovuti emancipare da un bel po’ di tempo; “santificare” le risoluzioni dell’ONU, anche quando non stanno in piedi; o predicare, come fanno tutti come se fossero al bar, la necessità di due stati, senza dire come e dove (ed io la vedo molto, ma molto difficile); più che ad una ben ponderata e feconda proposta, somiglia proprio, mi pare, ad un articolo di fede, o al suo plebeo sottoprodotto, il luogo comune. E dovrebbe essere il contrario, o no?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La Chiesa di Ratzinger

Non era poi difficile indovinare che con l’ascesa al soglio pontificio del pastore tedesco di piccola taglia ma di non piccolo ingegno Joseph Ratzinger per la Chiesa Cattolica si sarebbe aperto un periodo aspro e di confronto col mondo. Non certo per le belliche volontà di Benedetto XVI, ma per il carattere particolare – ma non esclusivo, ovviamente – che avrebbe assunto il suo pontificato, nel quale la priorità sarebbe andata alla chiarezza e alla testimonianza: un segno dei tempi in tempi confusi, senza essere per questo particolarmente drammatici; tempi positivamente segnati dal disgelo post-comunista e dalla stordente accelerazione dei processi di globalizzazione, alla preparazione dei quali non fu estraneo un papa di “sfondamento” come Giovanni Paolo II.

Ratzinger è andato incontro alla sfida col carattere mite, riguardoso e determinato che gli è riconosciuto, ma con piena consapevolezza. Col senno di poi – nostro ma non dell’Onnipotente, che tutto vede e prevede – si può dire che vi si fosse preparato per tutta una vita. Ha cominciato con segnare onestamente e correttamente i limiti del “dialogo” interreligioso, che è l’unica maniera proficua con la quale impostarlo, soprattutto entro la famiglia delle religioni monoteiste. Lo ha fatto a suo modo, ma con nettezza: rimarcare ciò che vi è di comune nelle loro radici non è altro, infatti, che rimarcarne ciò che vi è di differente ed inconciliabile. Una religione rivelata non può essere che una e una sola, come una sola è la verità. Fermo restando che si presuppone sempre la buona fede in chi professa una religione differente, e che questo “sarà computato a sua giustificazione”. Avrà scontentato coloro che plaudono alla stracca liturgia del dialogo che i media compiacenti propagano, dove tra vicendevoli complimenti si gira stucchevolmente intorno alle cose, ma i più seri e i più onesti non avranno potuto che apprezzare.

Sul fronte interno ha messo fine, per il momento, alle mai sopite illusioni – che sempre spunteranno e sempre saranno deluse – di evoluzione democraticista della Chiesa Cattolica. La Chiesa Cattolica non può essere sovranamente collegiale. Ciò sarebbe la negazione della sua essenza, che si basa sul primato di Pietro. Essa, sul piano dogmatico, non si nega alla ricchezza dei contributi dell’ingegno umano, e particolarmente a quelli di chi ad essa appartiene, ma esige una “conferma”. Come la Rivelazione, completata dalla resurrezione di Cristo, fu una “risposta” alle ansie e alle congetture degli uomini, e al Logos dei filosofi, non una loro negazione, giacché lo Spirito di Verità aleggiava sopra la terra fin dal principio, così nei successori di Pietro – non necessariamente i migliori e i più profondi degli uomini ma in grazia del loro particolare carisma – la Rivelazione si arricchisce e si chiarisce in tutte le sue sfaccettature, accogliendo o correggendo quanto penetrato dalla mente umana. In questo la Chiesa Cattolica ribadisce la sua natura straordinaria, irriducibile a quella di qualsiasi entità puramente mondana. E questa diversità sola sta alla base del concetto di laicità e di separazione tra Stato e Chiesa. Chi vuole democratizzare la Chiesa Cattolica non solo distrugge la “chiesa”, ma distrugge pure lo “stato” transeunte e non totalizzante della migliore tradizione giudaico-cristiana-occidentale.

Sul piano del confronto con la società non ha potuto che ribadire la sua dottrina morale. La Chiesa Cattolica ne ha viste e vissute troppe per farsi impressionare dalla marea montante della libertà dei costumi. Essa non ne contesta, tranne che nei casi più gravi, la “legittimità”. Ma allo stesso tempo, di fronte ad un mondo anticristiano ed evidentemente insicuro cui la libertà nella legge non basta senza la benedizione cristiana, mantiene intatto il suo patrimonio dottrinario e ne dà testimonianza. Anche se il prezzo sarà alto, la Chiesa non si piegherà. Potrà perdere consensi al suo interno, ma ne potrà acquistare al di fuori. I tempi di difficoltà sono tempi di semina. E la Chiesa non ha fretta. E sa che una società “cristiana” non è una società di fedeli, ma una società che suo malgrado impara dall’esperienza che allontanandosi dal nucleo dei suoi insegnamenti ne paga carissime le conseguenze; cosicché vi ritorna, magari maledicendola. Prima dell’ennesima ribellione e dell’inevitabile pentimento.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Dawkins & Hitchens: rigorosamente atei, ma apocalittici

Bisognava solo aspettare un minchione con abbastanza fegato per farlo: dico, chiedere l’arresto del Papa per crimini contro l’umanità. Alla fine ne sono arrivati due, la premiata ditta Dawkins & Hitchens, una coppia di aspiranti martiri dei resti dell’oscurantismo medievale nel nostro tempo, specializzata in quell’esercizio spesso fruttuoso e in ogni caso privo di rischi che tanto successo ottiene fra le schiene pieghevoli e le menti deboli dell’Occidente noioso e pantofolaio: sparare con comodità contro la Croce Rossa, ossia contro la Chiesa Cattolica. Sorprendentemente, ma solo il linea teorica, perché grande è la confusione sotto il cielo, sono stati due atei di superiore statura, integrali e consapevoli, a dar voce al crucifige delle plebaglie moderne, che da due secoli a questa parte si traduce spesso e volentieri nell’accusa di “crimini contro l’umanità”. Giustamente, giacché da quando le menti del volgo sono state illuminate dai Lumi – nomen omen – che si sostituirono alla Luce che venne nel mondo due millenni or sono, l’Umanità ha sostituito la Divinità, e la Ragione la Fede. E da allora la condanna per “crimini contro l’umanità”, tanto grave – e definitiva – nel suo sapore metafisico, è diventata un surrogato del Giudizio Divino. Che l’ideologia dei Diritti Umani abbia esordito nella storia con macelli prodigiosi è del tutto in linea con la sua natura profonda: infatti mentre per la conciliante, consolante, amica e saggia filosofia cristiano-cattolica il Figlio dell’Uomo è pur sempre il Figlio di Dio, e Fede e Ragione si danno la mano in un fecondo sposalizio, per i fanatici della Ragione l’unico Dio è l’Uomo, geloso quanto quello dei cieli ma a differenza di quello per nulla misericordioso.

E’ invero tonificante vedere come i nemici del Cristianesimo, con le loro micidiali parodie del Cristianesimo, dal Cristianesimo non sappiano uscire. Ma mentre il Dio della Bibbia è tanto buono da concedere all’uomo tutta una vita terrestre per imboccare la retta via, e anzi, nella sua sapienza insondabile, e per dirla con le parole del Vangelo, gli abbrevia perfino i giorni della grande tribolazione nel momento esattissimo nel quale la sua fede potrebbe soccombere; ma mentre lo stesso Dio ricorda all’uomo sofferente per la finitezza mortale del suo corpo e per l’indefinitezza spossante della sua anima il destino della sua natura divina – sua dell’uomo – dove tutto si comporrà in unità, nel riposo di una Nuova Gerusalemme, ed in vista di questo nobile ed entusiasmante obbiettivo gli proibisce di stabilire gradi definitivi di giudizio su questa terra, distinguendo il Suo Giudizio dal diritto “solo” positivo degli uomini; ma mentre dunque il buon Dio e i suoi umili accoliti dimostrano una certa incoraggiante coerenza che nella nostra civiltà è riuscita a fare meraviglie, la razza massimamente democratica e massimamente tollerante dei nostri tempi non riesce a fare altrettanto: non vuole sottrarsi all’orizzonte solo terrestre, ma non riesce però a sottrarsi agli impulsi divini; per cui di quando in quando invoca, o meglio, nomina un suo Angelo Sterminatore.

Per questo dico che è sorprendente solo in linea teorica che due alfieri dell’ateismo, due adoratori dell’incompiutezza dell’uomo, della scientifica e rilevabile relatività di questo animale un po’ troppo intraprendente, si siano abbassati a pratiche “superstiziose” quali mettere in moto la retorica dei diritti umani: perché si scaldano tanto, e perché s’indignano, di grazia, i vari Hitchens & Dawkins se non credono risolutamente a nulla di ciò che travalichi la schiavitù del tempo e dello spazio? Specialmente per ciò che riguarda l’uomo? Non dovrebbero, in perfetta coerenza con la loro superiore intelligenza delle cose, che non chiamiamo filosofia perché in quest’ultima l’amore ci mette diabolicamente lo zampino, limitarsi a godere seraficamente dello spettacolo del genere umano, col suo regolare quanto caotico festival di sopraffazioni, coi suoi processi di distruzione creatrice? Negatori furiosi di ogni ombra di diritto naturale, non riescono neanche a graduarne gli effetti sul diritto positivo. Come tutti gli amici dell’uomo plasmato dalla sola terra, all’infuori dei molto più temperanti figli di Fido, quando discendono dalle regioni superiori conoscono solo la mannaia. Rigorosamente atei, ma apocalittici: non credono a nulla, ma sui principi non transigono.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La provocante forza della Chiesa Cattolica

Non deve stupire che Benedetto XVI non abbia fatto cenno alla questione pedofilia nei giorni della liturgia pasquale. Se la Chiesa Cattolica fa atto di contrizione, non lo fa certo per piegarsi allo “spirito del mondo”. Il Papa era aspettato al varco, il palcoscenico già allestito dalla grancassa dei media, davanti alla gran platea del mondo. Ma la Chiesa è troppo avvertita per prestarsi alle forche caudine di questa sorta di liturgia profana. La Chiesa, come ha detto il Papa, che non parla mai a caso, e men che mai nei momenti topici, non si fa intimidire. Per cui si è sottratta allo spettacolo, con un silenzio fermo, franco e maestoso, come quello di chi passa misteriosamente in mezzo alla folla inferocita: un silenzio religioso.

Non vi è nessun complotto contro la Chiesa Cattolica. “Complotto” è una parola troppo meschina per descrivere l’attacco concentrico di cui essa è oggetto da qualche tempo. La venuta alla luce di fatti di pedofilia al suo interno ha semplicemente aperto una breccia nelle sue mura poderose: lì si sono ammassate, senza alcun bisogno del richiamo del trombettiere, le forze che le sono avverse. Giova ricordare che solo oggi, nell’era delle comunicazioni di massa, la pedofilia è entrata dalla porta principale nel gran dibattito dell’opinione pubblica. Anche la Chiesa ne è stata investita, e non poteva essere altrimenti. E’ significativo che oggi ad essere nel mirino dei moralizzatori siano proprio quel Cristianesimo e quella Chiesa che nella storia, sulla scorta della tradizione ebraica, seppero dire una parola definitiva su tale crimine “contro natura”; laddove invece fuori della civiltà giudaico-cristiana tale parola chiara non fu mai detta; laddove invece nel mondo delle arti, con cenni più o meno espliciti, e fino a non molto tempo fa, la pedofilia, o almeno l’efebofilia, era non di rado un piccante e grazioso dettaglio di quel mondo pagano, libero e sensuale, “naturale”, che si voleva contrapporre con idealizzata nostalgia alla camicia di forza della civiltà cristiana.

Che sulla Chiesa Cattolica in particolare si stia abbattendo questa tempesta è un segno della sua forza: perché sprecare energie su moribondi il cui destino è già segnato? Non parlo tanto delle Chiese Ortodosse, che da quando chinarono il capo a Cesare, ancora in epoca bizantina, non si sono mai interamente riprese. Parlo, ad esempio, delle chiese protestanti europee, ridotte oramai allo stato comatoso di chi non ha più nulla da dire. Ed infatti nulla riescono a dire da quando si sono disciplinatamente incanalate, ovviamente tra applausi discreti, in uno sfatto democraticismo, e alla Rivelazione hanno mostrato di preferire l’impalpabile filosofia dei diritti umani. Questo lento tramonto era già scritto nel loro atto di nascita. Il protestantesimo si è fatto chiesa solo adattandosi alle esigenze delle nuove compagini nazionali, ossia dei Prìncipi: la traduzione in lingua della Bibbia ne costituì spesso una specie di manifesto. E’ possibile che nei paesi dell’Europa settentrionale l’intrinseca debolezza teologica di queste chiese nazionali abbia favorito una transizione meno problematica nella modernità, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, in quanto l’elemento religioso non si contrapponeva necessariamente al rinsaldarsi dell’entità statale. Mentre la Chiesa Cattolica mantenne la sua integrità, e con quella l’universalismo che le è proprio. E’ per questo che l’anticlericalismo duro e puro, anche nei momenti di bonaccia della contesa politica, è caratteristico soprattutto dei paesi latino-cattolici. E’ per questo che la distinzione tra stato e religione, che il Cristianesimo possiede già alla radice, si è fatta strada con più facilità nei paesi protestanti: non già per la superiorità del protestantesimo, al contrario, per la sua inferiorità, che ha imposto parametri assai meno stringenti di chiarezza.

Per il mondo protestante, che ora sta pagando il conto, per così dire, di questa partenza “truccata”, si è trattato di una sorta di lunghissimo e fruttuoso regime interlocutorio, che ha fatto da battistrada al mondo intero. Ma oggi, nella centrifuga disorientante della globalizzazione anche la forza vivificante delle sette vigorose del Nord-America sembra venir meno, mentre si appalesano sempre più i limiti di una cripto-veterotestamentaria mancanza di “pietas”. A dispetto delle apparenze, e parlando in termini epocali, la forza delle cose fa sì che non solo il mondo extra-occidentale si stia progressivamente cristianizzando nel momento in cui, volente o nolente, avendone o non avendone coscienza, e tra una crisi di rigetto e l’altra – vedi le convulsioni islamiche – giorno dopo giorno si arrende insensibilmente ai canoni della civiltà cristiano-occidentale; ma anche che nel mondo occidentale propriamente detto la dialettica stato-religione, partendo però da un punto che ha superato le criticità più accese e violente delle vecchie contrapposizioni, somigli sempre più a quella che abbiamo conosciuta nei paesi cattolici. La bufera di questi giorni è solo il movimentato e scomposto prologo di un travaglio necessario come la respirazione alla vita della società civile che nella Chiesa Cattolica, roccaforte senza riserve del diritto naturale, avrà in futuro, come ebbe nel passato, un imprescindibile protagonista. Nel mondo intero.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Le vittorie di Pirro dell’Islam e degli utili idioti democratici

[Sull’improvviso ravvivarsi della questione dei crocifissi in aula, dovuta alla recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, ho scritto un articolo in buona parte messo insieme con cose già scritte in passato in questo mio blog, alcune anche tre anni fa: mi lusingo del fatto che, dal mio punto di vista – ovviamente – stiano tutte ancora perfettamente in piedi.]

Non saranno certo la decisione dell’antica antichissima e prestigiosa prestigiosissima Università di Cambridge di ammettere il burka alle cerimonie di laurea o la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, contraria alla presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche, a cambiare il corso della storia. Che una studentessa musulmana, alla conclusione del corso di studi in quel di Cambridge UK, nel giorno del suo trionfo, e non nella notte di Halloween, abbia il fegato di indossare uno straccetto che la fa somigliare ad un semovente blindato di stoffa senza visibili feritoie, dice di più, forse, dello stato morale della cultura accademica europea che dei capricci della signorina; che la pomposa Corte annoveri tra i suoi componenti l’immancabile Zagrebelski – Vladimiro stavolta – indica ancora un volta come una certa nostra nomenklatura sappia piazzare i suoi uomini dappertutto giocando al martirio democratico. Tuttavia sul gran sfondo della storia queste cose non costituiscono che degli episodi di cronaca, delle piccole battaglie perdute da parte di un cristianesimo e di una civiltà cristiana destinati a vincere.

L’avanzata islamica nel mondo è solo un grandioso effetto ottico. L’Islam stesso è figlio – degenere – del Cristianesimo. E’ l’universalismo cristiano che ha dato forma alla nostra società occidentale accompagnandola nella sua evoluzione. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. E’ l’universalismo cristiano, con quell’unico Dio cui l’uomo finalmente e pienamente al singolare guarda come suprema istanza, che ha deassolutizzato il concetto di famiglia, di clan, di tribù, e di nazione e che ha posto questo mondo sotto il regime di una legge transitoria, positiva. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura. Senza quelli in cosa si differenzierebbe da un ente o da un’associazione? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia. Su questa base essa ha potuto agire in libertà adattandosi nei secoli e millenni ai cambiamenti di una società della quale essa stessa aveva posto le basi, e la cui evoluzione in fondo si può riassumere nel frutto di uno scambio tra Dio e l’uomo quale cittadino di questa terra, non quale cristiano, nel quale il primo dà all’uomo tanta più libertà, anche di fare il male, quanto più quest’ultimo gli obbedisce nelle cose fondamentali. Storicamente parlando, le libertà individuali si ampliano sempre con un primo impulso di trasgressione, in cui la libertà si accompagna alla negazione della legge morale e quindi di un diritto naturale; ma lo spirito di conservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva: non si torna tuttavia indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà, ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati. Questa è la società cristiana, che non è la società dei cristiani.

Tutta la cultura dei “diritti dell’uomo” così come i totalitarismi moderni sono fenomeni concepibili solo al suo interno: sono fenomeni post-cristiani, così come l’Islam; anche le ideologie e le religioni anticristiane sono parodie del Cristianesimo; di un Cristianesimo che non superato il problema della morte e che non ha saputo distinguere la società cristiana dal Regno di Dio. Il monoteismo, e con sé l’attrazione irresistibile per i diseredati di un universalismo che radeva al suolo caste, tribù e clan – così come fu molti secoli dopo per quello dei rivoluzionari giacobini o di quelli comunisti, ma anche per quello purificato su scala ridotta dei nazionalisti – fu l’arma intellettuale che portò Maometto al potere; il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

L’imperfetto universalismo islamico si trova oggi sotto la pressione irresistibile della civiltà cristiana – quella società che invece il Cristianesimo, rimanendo fermo nei suoi pochi principi, ha saputo declinare nella storia e nella geografia senza far violenza a popoli e nazioni – e a questa penetrazione cristiana indiretta, inodore, camaleontica, ma terribilmente reale nei costumi e nel linguaggio soccomberà. Ed è proprio per questo che in Occidente, sulla linea del fronte, senza forse rendersene pienamente conto, quello stesso Islam che nei secoli scorsi esercitò perfino fra le arti della Cristianità il fascino di un mondo sensuale e tollerante benché popolato da infedeli, oggi adotta delle linee di resistenza fondate su un assolutismo dei precetti dagli esiti a volte carnevaleschi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

In un mio commento, per chiarire meglio il mio pensiero sui rapporti nella storia tra Stato, Società e Cristianesimo, ne ho fatto un piccolo riassunto, sempre con un collage di vecchie cose:

Nel secondo secolo dopo Cristo, e quindi la bellezza di circa 1850 anni fa, Giustino Martire (100-165 d.C.) a difesa dei cristiani, appellandosi al carattere pio, filosofico e “razionale” del sovrano, indirizza all’Imperatore Antonino il Pio una “Apologia per i cristiani” nella quale scrive, fra l’altro, con una chiarezza sorprendente che dovrebbe far riflettere quanti credono che il Cristianesimo, nei suoi rapporti con lo Stato, non sia alla radice diverso dall’Islam e che la distinzione fra Stato e Religione sia in definitiva solo un prodotto culturale di due millenni di storia occidentale:

«Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui. In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.»

(“soltanto Dio” e “sovrano degli uomini”, naturalmente: fin qui arrivavano, a loro rischio e pericolo.)

Io considero, retrospettivamente, che l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo, quando a dispetto della loro potere temporale i papi spesso non erano sicuri nemmeno a Roma – sia stata necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Considerando inoltre la tendenza – quasi un carattere ereditario – alla frammentazione delle Chiese Protestanti, nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, è stato il Papato.

A questo proposito, faccio notare che l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo sono tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico -, mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il “sentimento nazionale”, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare. E’ dunque ragionevole prevedere una lenta ma duratura Reconquista cattolica nel cuore dell’Europa protestante, che sappia raccogliere le istanze di chi non s’arrende alle derive relativiste di un’insana secolarizzazione, non della secolarizzazione in se stessa, nel quadro, oggi quanto mai necessario, di riconciliazione e ritrovata identità culturale continentale che la Riforma aveva spezzato.

Santo subito!

Insomma ce l’ha fatta il furbacchione. Roberto Balducci, da poco vaticanista del TG3, è riuscito a farsi rimuovere da un posto che ormai gli stava dolorosissimamente sulle palle. Aveva sparato la sua cazzata senza molte speranze domenica sera chiudendo il suo servizio con una presa per il culo del Papa:

“Domani il Papa va in vacanza e ci saranno anche due gatti… che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti,  forse un po’ di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole”.

Da cronista, se il pastore tedesco e le pecorelle al seguito gli facevano proprio schifo, avrebbe potuto dire che c’era poca gente in giro e che la Chiesa avrebbe dovuto interrogarsi su questo. Ad esempio. Invece no, ha voluto proprio fare il ritrattino di un gruppetto di ebeti che ascolta un ebete. Non era sul suo blog, o su Facebook, non era nemmeno lì in veste di corrosivo opinionista, cose che avrebbero legittimata la sua bischerata; no, era lì in veste di cronista, e in quest’ultima veste le prese per il culo non sarebbero state accettate nemmeno se si fosse trattato di un comizio elettorale dei quattro gatti del Partito della Foca Monaca. Ma insomma bisogna capirlo, sentire le prediche di un vecchio coglione fuori del tempo era una tortura atroce per un rappresentante qualificato della società civile, quale il nostro eroe. E allora lui e il suo direttore hanno fatto una chiacchierata; il direttore gli ha detto che aveva fatto una minchioneria, e che forse era meglio passare a qualche nuovo incarico, e Roberto per senso di responsabilità, esultando in cuor suo, ha detto di essere d’accordo, e quindi è stato “rimosso”. Questa “rimozione” è il primo gradino del cursus honorum del martire in ciabatte. Intanto il risultato minimo – un nuovo incarico – è stato raggiunto. Adesso è il momento di giocare bene le proprie carte, visto che si va in giro idealmente con sul petto la medaglietta di vittima dei clerico-fascisti, roba che fa girar la testa alle colleghe e schiattare d’invidia i colleghi; bisogna battere il ferro finché è caldo. Quindi è ora mettere in moto l’international connection. Far sì che domani o domani l’altro la sua bella faccia da schiaffi trionfi sulle pagine delle gazzette di mezzo mondo sotto o sopra il titolo di: “giornalista italiano cacciato dalla TV per aver osato criticare il Papa”. Allora davvero potranno spalancarsi orizzonti di gloria: ci saranno interviste, e, visto che l’ingegno fa laicissimi miracoli, ci sarà l’occasione per ricordarsi di un mucchio di particolari significativi e strazianti della sua breve carriera di vaticanista. Poi magari ci sarà un libro. La vetrina di una libreria di New York, una faccia , un titolo: “Victim of the Pope, an italian story”…

Bei sogni, roba di lusso: questa da lunghi decenni ormai è la sorte strana e lacrimevole delle vittime del regime clerico-fascista italiano, che ad ogni persecuzione raddoppiano le fortune.