Incubo sociopolitico di una notte insonne di mezza estate

Quasi un anno e mezzo fa avevo profetizzato – la profezia è un’attività nella quale mi piace spesso indulgere per una sorta di vocazione naturale e con una sorta di generoso sprezzo della prudenza, assaporandone con signorile modestia i trionfi e chiudendo un occhio e mezzo, con squisita magnanimità, sugli oracoli sballati – avevo dunque profetizzato, un anno e mezzo fa, quasi, che «il destino del M5S è quello di diventare – per quanto tempo non si sa – il nuovo partito radicale di massa della sinistra statalista e giacobina erede del PCI». Il mio ragionamento era semplice, ma forse fin troppo sensato per una banda come quella grillina, composta in gran parte, con tutta evidenza, da una massa di disturbati: dopo le elezioni, vittoriose a livello di partito anche se non di coalizione, il M5S avrebbe gettato la maschera, mostrando la sua vera natura di sinistra senza se e senza ma, mettendo in conto la perdita di una parte cospicua dei consensi ricevuti, quelli presi grazie alla retorica truffaldina del vaffanculismo erga omnes né di destra né di sinistra, che sarebbero stati però più che compensati nel medio termine da quelli guadagnati dall’Offerta Pubblica di Acquisto gettata sull’elettorato del Pd e magari pure sul partito stesso.

Così non è stato. E’ prevalso il tatticismo, cioè la furbizia dei mediocri, cominciando dalla decisione di governare con la Lega, che ha sprofondato ancor di più il movimento nell’ambiguità, e che da una parte non ha impedito che una parte del suo elettorato (quella di destra), constatasse la palpabile differenza fra la destra senza complessi di Salvini e quella reticente di qualche esponente grillino, e finisse così per preferire l’originale all’imitazione, e dall’altra creasse definitivamente diffidenza in quella parte dell’elettorato democratico pronta a traslocare fra i trionfanti grillini, e la blindasse quindi dentro una sinistra con qualche carattere visibile, vetero o liberal che fosse. Così facendo, il Movimento 5 Stelle ha offerto un’insperata ancora di salvezza al Partito Democratico, svelto a sterzare verso sinistra, a rinnegare quel renzismo cui il fatuo trasformismo efficentista e giovanilista non è bastato alle lunghe per mascherare la mancanza di un’identità riconoscibile, e a tornare a uno spirito radicale, barricadero e terzomondista che ha avuto echi anche nel giornale di riferimento, La Repubblica. Ora che l’occasione per il takeover di gran parte dell’elettorato democratico è stata persa non vedo altra concreta prospettiva per il M5S che quella di trasformarsi nel partito verde non di nicchia che in Italia non è mai esistito, cui oggi l’empito millenaristico, apocalittico, angéliste e totalitario della pseudo-religione dell’Indifferenziazione Sessuale e del Climate Change offre spazi insperati di manovra politica.

Col Partito Democratico l’ambiguità si ripropone, anche se di altro tipo, perché radicata, a differenza del caso grillino, in una storia di doppiezza genetica che non sembra conoscere l’oblio. Ho detto spesso che essendo per natura l’errore privo di coerenza e scisso in se stesso, è costretto a oscillare fra due poli contrari, entrambi fallaci. Così, senza sorpresa peraltro, abbiamo assistito nei giorni scorsi alle stucchevoli e oramai perfino morbose celebrazioni della figura di Enrico Berlinguer in occasione del trentacinquesimo avversario della sua morte, alle quali hanno partecipato, con grado alquanto diverso di entusiasmo, sia Renzi sia il nuovo segretario dei democratici Zingaretti. Ora, Berlinguer è quel freddo giacobino che solo con enorme riluttanza cercò di smarcarsi da Mosca senza per questo mai sganciarsi dall’Unione Sovietica; colui per il quale i comunisti italiani furono sempre dalla parte della ragione, e per questo fino alla morte fu antropologicamente ostile a ogni trasformazione dichiaratamente socialdemocratica del Pci, tanto più a qualsiasi svolta liberal; e che s’inventò l’immorale Questione Morale al solo scopo di evitare qualsiasi serio esame di coscienza e perpetuare, velenosamente per il nostro paese, la diversità comunista rispetto agli avversari politici, ancor di più di un tempo corrotti, disonesti, mafiosi, e fascisti per definizione. Oggi il Pd è intruppato in Europa nella famiglia socialista, esibisce allo stesso tempo l’etichetta democratica cucitagli addosso dal veltronismo farfallone e salottiero, e tuttavia venera come un santo laico il comunista Berlinguer in tutto il suo gelido e sepolcrale giacobinismo.

Guardando altrove il panorama politico è quasi altrettanto desolato. Il qualunquismo centrista, perbene e politicamente corretto, ostentante superiorità per i concetti considerati superati di destra e sinistra, sull’altare del quale il popolarismo europeo mostra di voler suicidarsi come un tempo fece la Dc in Italia, si sta avvitando in un liberalismo caricaturale, tanto aggressivo nei confronti dei principi della civiltà cristiana, quanto ostile nei fatti, a dispetto della piuttosto esoterica narrazione anticapitalista di sinistra, di destra e di centro che imperversa nel mondo occidentale, ai principi della libera economia. La quale ultima non ha niente a che fare col libertinismo economico, mentre è il libertinismo dei liberal che quasi infallibilmente si sposa con lo statalismo. Il fatto che tale liberalismo abbia sposato il super-glospan della transizione energetica, con tutti i suoi folli corollari dirigistici su scala mondiale, buoni per arricchire gli amici degli amici e i boss di quella forma di socialismo chiamata capitalismo di stato, come prima aveva sposato quella finanziarizzazione dell’economia basata sulla manomissione sistematica della moneta cui dovremmo appioppare, con maggior rispetto della verità, il nome di socialismo finanziario (come ogni socialismo al servizio di una cupola), lo dimostra ad abundantiam.

Ed inoltre, tale qualunquismo centrista, sta producendo in Italia e in Europa per reazione e successiva sedimentazione destre e sinistre altrettanto caricaturali. Il punto comune fra le tre tendenze è un fenomeno in cui si coagulano tre tendenze perniciose, declinate magari su scale diverse e diversi orizzonti: statalismo, bancocentrismo, giustizialismo. Nel caso centrista il paternalismo dirigista e antidemocratico che lo caratterizza può assumere forme sovranazionali e tecnocratiche; negli altri due, di destra e di sinistra, forme cosiddette populiste. La Chiesa Cattolica in questo quadro generale, invece di dire una parola chiara, come seppe fare ai tempi della Rerum Novarum, sembra persino brillare per demagogia e confusione: scegliete voi se ridere o piangere.

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La questione dei migranti in poche parole

Anche se è contro-intuitiva, la ragione di questo esodo africano non sta nelle guerre e nella fame (le quali vi contribuiscono solo in piccola o infima percentuale) ma nella robusta crescita economica – nonostante tutti gli angoli bui del fenomeno – che da anni l’Africa sta sperimentando, come peraltro l’attuale suo boom demografico dimostra al livello di base, quello del superamento dell’economia di sussistenza e del drastico abbattimento dei pur sempre alti tassi di mortalità infantile. E davvero le prospettive di emancipazione da secolari ritardi non sono mai state come adesso così promettenti per il continente nero. Ci sono, ad esempio, stati come l’Etiopia (chi l’avrebbe mai detto qualche tempo fa?) che stanno oramai pensando in grande, specie nel campo delle infrastrutture e dell’energia. Cosa ha portato tutto questo? Ha portato agli squilibri tipici dei periodi di crescita, ma in un quadro dove i beni primari sono generalmente a disposizione di tutti, com’è ampiamente dimostrato dalla sana e robusta costituzione fisica dei giovanotti che arrivano sulle nostre coste.

E’ tipico della natura umana, tuttavia, accettare molto più facilmente l’uguaglianza nella miseria che la differenza nella ricchezza, seppur riconducibile in questo caso alla povertà di chi è appena uscito dalla vera miseria. E così fino a qualche tempo fa, fra le popolazioni africane in generale, e almeno a livello inconscio, la miseria era sentita fatalisticamente, e quindi con una specie di morbosa tranquillità, come una componente endemica, congenita e ineluttabile della stessa africanità. Era la rassegnazione degli esclusi dal tavolo del mondo. Ma da quando l’Africa è entrata davvero nel Villaggio Globale (compreso quello dei media) le giovani generazioni sentono più il pungolo di questa differenza che quello della loro relativa e non più assoluta povertà, e la sentono soprattutto nei confronti di quell’idealizzata Europa di Bengodi che oggi i mezzi di comunicazione immateriali fanno sentire, e quelli materiali in parte mettono, a portata di mano. La ricerca di un posto al sole può attivare solo coloro per i quali la meta non è più un miraggio fantastico: è l’inclusione, non l’esclusione – intesi in questo caso come esiti di processi di portata storica – la precondizione che ha portato centinaia di migliaia di persone sulle nostre coste.

Ciò ha provocato uno sciame migratorio di natura irrazionale e semi-isterica, umanamente comprensibile ancorché ingiustificato, che ha ingrossato a dismisura il commercio e le vie di terra e di mare dei trafficanti dei veri profughi. In Africa le autorità politiche e religiose, nonché uomini di cultura e anche personaggi del mondo dello spettacolo – nel silenzio dei media occidentali (e anche della Chiesa Cattolica, purtroppo), tesi a propagandare i dogmi progressisti in materia di migrazioni – hanno quasi unanimemente deprecato questo sommovimento che, oltre a strappare dal continente tanta gioventù (per quanto ancora ben poca cosa sul piano dei numeri complessivi, vista la galoppante demografia), manda soprattutto un messaggio sbagliato alle giovani generazioni in un momento cruciale e pieno di speranza della storia africana.

Così in pochi anni sono sbarcate in Italia circa 700.000 persone. Alla luce delle domande fin qui esaminate si stima che poco meno di un decimo abbia i requisiti per ottenere il diritto di asilo politico, in quanto profugo o rifugiato in senso proprio. Altri, sempre poco meno di un decimo, possono aspirare alla protezione sussidiaria. Altri ancora, un quarto circa, possono aspirare a intrufolarsi nelle maglie larghe del vago permesso di soggiorno per protezione umanitaria.

Ciò significa che se anche l’Italia sbrigasse all’istante tutte le pratiche di richiesta di asilo, e l’Europa in un impeto sbalorditivo di generosità si offrisse di accogliere tutti i veri profughi, all’Italia rimarrebbe in pancia la stragrandissima maggioranza dei migranti, la maggioranza dei quali risulterebbe inoltre irregolare sic et simpliciter. Senza contare che gli ostacoli legali, le lungaggini burocratiche, il costo materiale delle espulsioni di fatto tratterranno in Italia per anni la massa degli irregolari. Ciò era risaputo fin dall’inizio del moto migratorio tra Africa e Europa; e la strategia degli immigrazionisti di tutti i colori, quale che fosse il loro scopo ultimo, fin dall’inizio è stata quella di mettere l’Italia di fronte al fatto compiuto. Possiamo fin d’ora dire che tale strategia ha funzionato per i migranti già arrivati: in un modo o nell’altro la maggior parte è destinata a restare qui, per i problemi tecnico-legali sopramenzionati e anche perché saremo sempre più bombardati dalla retorica sentimentale-sensazionalistica sui casi lacrimevoli (e spesso di per sé umanamente comprensibili) di clandestini oramai integrati.

L’Europa, su questo quadro generale della situazione, che è frutto di dinamiche di eccezionale portata, e non l’esito di movimenti migratori fisiologici, tace farisaicamente, attaccandosi alla lettera della legge, anche perché noi – soprattutto quando abbiamo ragione – non sappiamo nemmeno far valere le nostre giuste ragioni e ci perdiamo in scomposte recriminazioni che nella loro goffaggine fanno ridere i paesi d’oltralpe e facilitano il rimpallo delle responsabilità: è la strada per finire cornuti e mazziati.

In campo cattolico, invece, e fin ai più alti livelli, il fenomeno dei migranti ha dato la stura a interpretazioni distorte, orizzontali, immanentiste, nichiliste o millenariste dell’universalismo cristiano, come se il melting pot a tappe forzate imposto per tacito decreto portasse a compimento l’ineluttabile percorso del Cristianesimo nella storia; quando al contrario l’universalismo cristiano, a differenza di quello laicista-giacobino e di quello teocratico-islamico, si stende sul corpo della storia modellandolo nel tempo con dolce imperio, senza fargli violenza e senza annichilire i corpi specifici delle nazioni; da qui una convergenza universale che non è sinonimo di spoliazione e alienazione, e in ogni caso mai di compimento perfetto, anche giunti alla pienezza dei tempi: quel compimento travalica la realtà di questo mondo ed è destinato al grano, non alla zizzania, piaccia o non piaccia il concetto.

Amoris labores

Questa riflessione nasce da un mio commento, presto abbandonato vista la lungaggine con la quale stava prendendo forma, ad un interessante articolo pubblicato sul sito L’isola di Patmos. L’autore dell’articolo – se ho ben capito – seguendo e citando S. Tommaso ci dice in sostanza questo: che persino quando è priva della luce dell’insegnamento della Chiesa Cattolica, la coscienza è sempre sufficientemente illuminata dalla legge naturale, la quale è anch’essa sempre vivente in noi se noi non abbiamo la volontà di tacitarla, per capire che l’adulterio, qualsiasi sia la situazione in cui avvenga (tranne nei «moti improvvisi» …ma lasciamo stare), è una violazione di un precetto negativo di natura tale a «volgere le spalle all’ultimo fine, che è Dio», e che perciò è una colpa grave: colpa alla quale noi diamo il nome di peccato mortale.

Indubbiamente l’adulterio non sta al sesto comandamento come il furto delle pere da parte del …moccioso Agostino sta al settimo comandamento, nonostante il sentimento umiliante di degrado morale patito per quella sciocchezza dovesse restare impresso per tutta la vita nell’animo del santo. Tuttavia la Chiesa, in materia di peccato mortale, parla non solo di avvertenza e di consenso, ma di piena avvertenza e deliberato consenso. Nel caso dell’adulterio questa piena avvertenza e questo deliberato consenso sono sempre raggiunti in qualsivoglia situazione? Sicuramente l’autore mi risponderà che non gli resterebbe altro da fare che ripetere quanto già scritto. Ammettiamo allora che sia così come dice l’autore.

Resta tuttavia il fatto che non tutti i peccati mortali della stessa specie sono uguali, e anzi possono differire grandemente in gravità: le circostanze e le situazioni possono fornire attenuanti rilevanti. Amoris Laetitia, tranne che alla nota 336 (mi sembra, perché è ormai difficile non perdere la tramontana in questo caos), dove accenna effettivamente alla possibilità di colpe non gravi in certe situazioni, non insiste esplicitamente, nella sua vaghezza, sulla non perpetrazione del peccato mortale in alcuni casi di relazioni irregolari, ma piuttosto sulla possibilità che queste coppie non vivano in stato di peccato mortale, e perciò non siano prive della grazia santificante. Ora, lo stato di peccato mortale che segue al peccato mortale non è un atto intrinsecamente cattivo perché non è un atto e non è nemmeno uno stato che in mancanza di confessione pregiudichi la capacità della persona di agire secondo il bene, quasi che il libero arbitrio venisse meno e quasi che tale stato venisse a vanificare la bontà di ogni azione del peccatore: la grazia santificante è sempre in attesa di venire in soccorso al sincero pentimento, il quale predispone poi alla confessione e quindi alla riconciliazione perfetta attraverso il sacramento della penitenza.

A parer mio questa confusione nasce in parte da scelte lessicali infelici, o quantomeno equivocabili, fatte nel passato, che sono a loro volta il risultato di una dialettica non chiaramente impostata tra oggettivo e soggettivo. L’espressione situazione oggettiva di peccato, per esempio, fa pensare a qualcosa come uno stato permanente di peccato. Ora, come già detto e come già chiarito da p. Cavalcoli con la dovuta proprietà di linguaggio (io non sono ferratissimo in cattolicese) in alcuni suoi articoli, come questo ad esempio, il peccato per sua natura non può essere permanente: il peccato è un atto, e un atto non può essere permanente. Il peccato ha delle conseguenze, soprattutto quelle di fiaccarci, di renderci più deboli di fronte alla concupiscenza e di allontanarci da Dio. Ma nella situazione che segue al peccato noi restiamo liberi e capaci di fare il bene: anche se la materia è grave e il peccato commesso mostra tutti i connotati apparenti di quel peccato mortale che ci fa entrare in uno stato di peccato mortale, il quale a sua volta ci fa perdere la grazia santificante, tale grazia santificante può venire in ogni momento riacquistata grazie al sincero pentimento. Perciò noi non ci troviamo mai, in assoluto, in una pretesa situazione di innocenza contrapposta ad una pretesa situazione di peccato (dal sapore luterano): ogni giorno noi siamo in qualche misura, quand’anche minima, reduci da qualche peccato, cioè da qualche atto peccaminoso, perché «l’assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato» (CCC 1459), ma soprattutto perché il Battesimo cancella la colpa del peccato originale ma non le sue conseguenze sulla natura dell’uomo. Non esistono perciò nella Chiesa persone in modalità situazione di innocenza e persone in modalità situazione di colpevolezza. Esistono persone riconciliate o non riconciliate, e fra queste ultime alcune non perfettamente riconciliate ma tuttavia in stato di grazia.

E si presume che in caso di adulterio il pentimento sia tanto più pronto quanto più sia stato commesso in una situazione che concede molte attenuanti. Riassumendo, sembra allora che Amoris Laetitia ci dica questo: che a volte, in una situazione conseguente all’attuarsi di un peccato con le caratteristiche esteriori di quello mortale come l’adulterio, si può vivere in grazia di Dio, o perché tale peccato non è riconosciuto come mortale in quanto non è stato commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso, o perché le attenuanti sono tante e tali che si presume che il pentimento risponda con prontezza al soccorso che la grazia offre dopo ogni peccato mortale. Quindi negli intenti pastorali dell’Esortazione apostolica discernere se un caso d’adulterio si configuri effettivamente come peccato mortale o no, diventa in ultima analisi secondario o comunque non decisivo: il famoso discernimento deve piuttosto cercare di rintracciare i segni di uno stato di grazia che può seguire anche al peccato mortale, naturalmente previo pentimento.

Sembra anche che Amoris Laetitia voglia rispondere alle questioni aperte da un cambiamento dei costumi così profondo da avere ridotto di fatto l’adulterio, nella mentalità comune, ad una specie di corollario fisiologico del matrimonio, e il matrimonio stesso ad una specie di mera prova (susseguente magari ad un’altra mera prova di convivenza, cioè di concubinato), la quale nella sua malintesa prudenza calcolatrice o è già una manifestazione di sfiducia verso Dio, o è già il segno di una scelta contraria alla propria coscienza, e alla quale si accede con tale superficialità o con tali riserve mentali da giustificare il sospetto che vi siano i presupposti per l’accertamento di cause di nullità di massa. Tale cambiamento di mentalità potrebbe costituire un’attenuante importante nei casi sopramenzionati. E perché no? Il filosofo Montaigne scrisse: «Ma il principale effetto della sua potenza [della consuetudine] è che essa ci afferra e ci domina in modo che a malapena possiamo riaverci dalla sua stretta e rientrare in noi stessi per discorrere e ragionare dei suoi comandi. In verità, poiché li succhiamo col latte fin dalla nascita e il volto del mondo si presenta siffatto al nostro primo sguardo, sembra che siamo nati a condizione di seguire quel cammino. E le idee comuni che vediamo aver credito intorno a noi e che ci sono infuse nell’anima dal seme dei nostri padri, sembra siano quelle generali e naturali. Per cui accade che quello che è fuori dei cardini della consuetudine, lo si giudichi fuori dei cardini della ragione: Dio sa quanto irragionevolmente, per lo più.» [1] E per trovare in letteratura un caso illustre in cui i costumi generalmente accettati vengano giudicati da pochi come immorali in base alla legge naturale, senza tornare giocoforza a Sodoma e Gomorra, ci si può rifare ad un passo dell’opera di Platone.

E’ noto come l’opera del grande filosofo greco venga a volte usata per portare argomenti a favore della causa omosessuale, ma assolutamente a torto. Infatti, per chi la legga con un minimo di intelligenza e di sensibilità risulta chiarissimo che l’intento platonico-socratico in materia era quello di riportare alla loro vera, e starei per dire alla loro santa, natura, certi malintesi rapporti di amicizia tra uomini o tra maestri e discepoli rientranti tra i costumi accettabili dell’epoca. Non per niente da questo punto di vista la castità di Socrate assunse dei contorni quasi leggendari. E se non bastasse ciò, nella sua ultima opera, Leggi, Platone – attraverso il suo alter ego, l’Ateniese – scrisse in merito parole chiarissime: «E non c’è da stupirsi se le norme precedentemente stabilite tengono a freno la maggior parte di quelle passioni (…) ma come guardarsi dagli amori dei bambini, maschi e femmine, e da quelli delle donne che assumono il ruolo di uomini, o da quelli degli uomini che assumono il ruolo di donne, donde scaturisce tutta una serie di mali sia per gli uomini in privato, sia per gli stati interi? E quale farmaco, adatto in ciascuno di questi casi, si potrebbe trovare per sfuggire ad un simile rischio? Non è per nulla facile la questione, Clinia. E infatti, se tutta Creta e Sparta ci vengono non poco in aiuto in tutte le altre cose, quando fissiamo delle leggi che sono diverse dalle comuni consuetudini, intorno agli amori – diciamolo con franchezza dato che siamo fra di noi – ci sono assolutamente contrarie. Se qualcuno allora, conformandosi alla natura, ristabilisse la legge in vigore prima di Laio, affermando che è giusto che i maschi non si uniscano con i maschi o con i ragazzi, come se fossero donne, nell’unione sessuale, e chiamasse a testimone la naturale inclinazione degli animali, dimostrando a tal proposito che nessun maschio ha relazioni con un altro maschio perché questo è contro natura, ricorrerebbe forse a un’argomentazione persuasiva, ma in totale disaccordo con i vostri stati. Inoltre, proprio quel fatto su cui diciamo che il legislatore deve riporre la massima attenzione, non si accorda con questa materia. Noi infatti cerchiamo sempre quale, fra le leggi stabilite, conduce alla virtù e quale no: coraggio, allora, se fossimo d’accordo nel stabilire per legge che le consuetudini attuali sono buone o, in ogni caso, nient’affatto vergognose, quale contributo potrebbero darci per incrementare la virtù? Forse esse susciteranno nell’anima di chi viene persuaso l’inclinazione al coraggio, o in quella di chi persuade il genere della temperanza? O nessuno dovrebbe mai lasciarsi persuadere da queste cose, facendo, piuttosto, tutto il contrario? E non biasimerà ognuno la mollezza di chi cede ai piaceri e non è in grado di resistervi? E non criticherà quell’uomo che imita la donna e cerca di farsi simile ad essa? Chi fra gli uomini stabilirà per legge questo costume di vita? Nessuno, credo, se ha in mente che cos’è la vera legge.» [2] Costumi sentiti davvero come accettabili dalla mentalità del tempo se a denunciarli doveva essere Platone attraverso la finzione d’una privata e franca discussione tra amici!

Ma una volta verificato, nei limiti del possibile, l’esistenza di questo stato di grazia, poi cosa succede? L’Esortazione Familiaris Consortio individua una via stretta, realisticamente molto ardua. Al n. 84 si legge: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.» Siccome questo caso particolare di riconciliazione è stato integrato nel CCC al n. 1650 nel modo seguente: «La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza», ciò induce molti (erroneamente) a credere che esso derivi necessariamente e in modo univoco dalla dottrina. Ci sono due osservazioni da fare in merito al passo citato della Familiaris Consortio: 1) l’accento messo sulla «prassi» all’inizio; 2) Il «peculiare motivo pastorale addotto»: ora, questo peculiare motivo («pastorale», si noti bene) si fonda su una ragione di opportunità (l’indurre in confusione ecc. ecc), ma la presenza di questa ragione di opportunità risulterebbe assurda, pleonastica e fuorviante se la non ammissione alla comunione per queste coppie derivasse necessariamente da quella dottrina che nella disciplina ecclesiastica – la quale non contraddice mai la prima, essendo «fondata sulla Sacra Scrittura» – non ha mai avuto uno sbocco univoco, così come la legge naturale non ha mai avuto uno sbocco univoco e necessario nelle leggi positive che lo stato (auspicabilmente) emana in conformità con essa.

Ora, Amoris Laetitia, sulla via della misericordia, vorrebbe in qualche modo allargare questa stretta via …senza trasformarla in quella larga che porta alla perdizione, ma non esplicita bene come. In pratica si guarderebbe con molta longanimità, stante la situazione, ad un peccato abituale, periodicamente cancellato con la confessione, perché si riscontrerebbe nei fatti un sincero pentimento …abituale. E’ ovvio che tale quadro, paradossalmente, potrebbe essere terreno ideale per quel fariseismo e quella degenerazione casuistica (parlo di degenerazione perché la casuistica di per sé non è affatto un male) che proprio gli alfieri più zelanti della stagione della misericordia paventano nella loro confusione. E tuttavia, questa sequenza – che qualcuno di primo acchito potrebbe trovare persino mostruosa – ha una sua non troppo remota plausibilità, giacché essa non è altro che una manifestazione particolare o particolarmente grave di un problema generale e delicatissimo che riguarda tutti i peccatori: infatti nel peccato abituale noi possiamo individuare anche un peccato ampiamente prevedibile (anche dagli stessi che lo commettono) ma non premeditato. Coloro che ammoniscono che un atto intrinsecamente cattivo non è mai giustificabile, neanche quando, nelle presunte intenzioni di chi lo commette, viene attuato o tollerato in vista del bene, hanno perfettamente ragione (giacché un atto intrinsecamente cattivo ha già un suo fine). Ed infatti il peccato in questa particolare sequenza di riconciliazione viene riconosciuto. Coloro che ribattono che Dio non prova gli uomini oltre le loro forze e che col Suo aiuto (sempre necessario) ogni prova può essere superata, hanno pure loro perfettamente ragione, ma va puntualizzato che ciò non significa affatto che, ad immagine di quanto succede nella prova della vita, Dio assicuri loro un percorso netto o che non debbano inciampare a lungo dopo aver imboccato la retta via, anche perché il peccato, che è sempre un male nel quale non si deve incorrere, ha tuttavia una sua pedagogia: ci preserva dalla superbia, ci sprona ad una costanza che rimanga umile, ci tempra ogni volta che ci rialziamo.

L’applicazione, per dir così, anche se l’espressione è rozza, di Amoris laetitia condurrebbe allora in pratica ad una modifica della disciplina sacramentale concernente i divorziati risposati che «non possono soddisfare l’obbligo della separazione» (lasciamo stare per non complicare ancor più le cose il più largo spettro delle situazioni irregolari), così come esposta nella Familiaris Corsortio, motivata più o meno nel modo seguente:

premesso

  • che negli ultimi decenni abbiamo vissuto un cambiamento dei costumi così profondo da avere ridotto di fatto l’adulterio, nella mentalità comune, ad una specie di corollario fisiologico del matrimonio, e il matrimonio stesso ad una specie di mera prova, tale da aver diminuito drammaticamente a livello sociale la percezione dell’intrinseca peccaminosità dell’adulterio e della reale natura del matrimonio;
  • che nella realtà delle cose, pur nella potenzialmente infinita diversità dei casi, e a causa di una potenzialmente infinita diversità di ragioni, la continenza (il vivere come fratello e sorella) risulta una condotta di difficile attuazione nel suo senso più pieno nella grande maggioranza dei casi, specie nell’immediatezza delle risoluzioni, ma che quand’anche non riuscisse tale resta sempre perfettibile;
  • che uno o entrambi i membri di molte di queste coppie di divorziati risposati potrebbero essere intimamente convinti della non validità del loro precedente matrimonio e avanzare cause di nullità dello stesso che potrebbero effettivamente rivelarsi fondate, e nello stesso tempo essere intimamente convinte della potenziale santità della nuova relazione una volta consacrata nel vincolo del matrimonio;
  • che il popolo cattolico – grazie ad un’opera pedagogica diffusa mirata a mettere efficacemente in chiaro il quadro dottrinale che fa da sfondo ad un allentamento misericordioso della legge positiva della Chiesa, in modo tale che la chiarezza faccia, pedagogicamente, contrappeso al perdono, e ne sia al tempo stesso il presupposto – può maturare una coscienza tale che l’accostamento all’eucarestia di queste coppie non gli sia di scandalo per le rette ragioni;

si concede ai divorziati risposati che non soddisfino appieno la condotta illustrata nella Familiaris Consortio, sempre sul presupposto dei buoni propositi e del sincero pentimento e per venire loro in aiuto spirituale, di accedere ai sacramenti della penitenza e della eucarestia, previo discernimento da parte del confessore della fondatezza di suddetti propositi e suddette ragioni, senza che nell’accesso abituale alla penitenza e all’eucarestia debba essere necessariamente vista una scappatoia legalistica alla condizione di peccato abituale.

Scusate lo stile burocratico, e il lessico non del tutto appropriato, ma sono il frutto acrobatico di un parto assai travagliato che le premesse rendevano quasi inevitabile. Restano due domande: 1) Ma davvero si spera fiduciosamente che ciò sia praticabile? O non sarà piuttosto che nella pratica trionferà la soluzione tedesca, quella del rimettersi bellamente alla coscienza di ciascuno, e con essa quella della percezione di un cambio sostanziale della dottrina, visto che della pedagogia diffusa sopra auspicata quale presupposto della misericordia non se ne vede l’ombra e anzi se ne vede trionfare una contraria? 2) Ma siamo proprio sicuri che sul piano dei grandi numeri  la questione dell’accesso all’Eucarestia sia per queste coppie realmente sentita? Io penso che quelle in buona fede possano benissimo trovare la forza di capire la situazione e di pazientare nell’attesa di tempi più maturi nella speranza, in ogni caso, che nel frattempo la loro situazione particolare possa risolversi, tanto più che Dio vede tutto. Penso, inoltre, che in molti casi sia invece un’esigenza mondana, dettata da un sentimento di esclusione sociale, alimentata ad arte da chi vuole adulterare la dottrina.

[1] Saggi, Libro I, Cap. XXIII

[2] Leggi, VIII

Le sospirose sparate di Antonio Spadaro S.J.

«Perché l’Europa non è una “cosa”, ma un “processo”. Non è un sostantivo, ma un verbo. L’Europa non “è”, ma “si fa”.»

Antonio Spadaro scrive banalità anti-identitarie che al buon senso possono apparire condivisibili (sempre che si superi il muro possente dello zuccheroso quanto astratto gergo inclusivista), ma che essendo unidirezionali celano una rappresentazione falsa della realtà, compresa quella trascendente. Vorrei peraltro appena ricordare all’illustrissimo gesuita che se il Verbo era fin da principio, il Verbo era anche presso Dio, e il Verbo era Dio: era qualcosa, non escludeva l’Essere. Se il mondo in cui viviamo, e di cui costituiamo parte, è sottoposto al Divenire, ciò non significa che l’Essere ci sia stato completamente sottratto e che si sia annullato nel Divenire, pardon, nel politicamente corretto e nichilistico processo: sennò saremmo già all’inferno, giacché è proprio l’Essere a tenere in vita provvidenzialmente il Divenire e ad impedirgli di cadere nell’abisso della divisione da Dio, dove non potrà rimanere nemmeno Divenire. Ciò che ci resta è un Essere sottoposto alla corruzione, che aspira a ritrovare lo splendore dell’Essere che gli dà vita nella dimora eterna.

L’identitarismo cade nell’idolatria perché mette questo Essere diminuito che vive di luce riflessa al posto del vero Essere, cioè Dio. L’illustrissimo Spadaro cade nell’idolatria mettendo il Divenire (l’Essere diminuito nella sua totalità) al posto del vero Essere, cioè facendo la stessa cosa su più larga scala, come poi suggerisce questa sua frasetta tremendamente hegeliana:

«Questa visione dunque è profondamente legata al divenire, al superamento dialettico di muri e ostacoli.»

Ma per ritornare all’accento sul fare sopramenzionato notate come questo tipo di ragionamento riecheggi involontariamente quello di un filosofo ferocemente e coerentemente  anticristiano come Nietzsche: 

«Ma un tale sostrato non esiste: non esiste alcun “essere” al di sotto del fare, dell’agire, del divenire; “colui che fa” non è che fittiziamente aggiunto al fare; il fare è tutto.» (Nietzsche, Genealogia della morale, I, 13) 

Constatate dunque tante nefandezze, chiediamo rispettosamente a Papa Francesco di notificare a Antonio S.J. un foglio di via obbligatorio valido per almeno un decennio. A fin di bene, s’intende.

Il discernimento confuso genera mostri

Alcune note sull’articolo di Luciano Moia su Avvenire in merito ai fatti di Staranzano.

1) L’accostamento del caso con quello del Concilio di Gerusalemme «in cui ci si trovò a decidere come organizzare la convivenza tra i cristiani provenienti dal giudaismo e quelli convertiti dal paganesimo» è assurdo, in quanto lì si trattava di organizzare l’accoglienza di cristiani di diversa provenienza, non di accogliere nella Chiesa chi non ne condivideva gli insegnamenti.

2) Quanto all’atteggiamento non giudicante nel linguaggio evangelico si intende l’atteggiamento di chi non condanna il peccatore, cioè di chi non crocifigge il peccatore alla sua colpa, ma lascia sempre aperta la porta al pentimento, al riscatto, ben sapendo che tutti siamo peccatori. Il discernimento, che proviene sia dalla ragione sia dalla carità, e quindi anche dall’umiltà, serve a valutare le attenuanti, che possono anche essere imponenti, di condotte o più precisamente di atti che non possono però in ultima analisi essere giustificati. Qui invece ci troviamo di fronte ad una sfida aperta e pubblica alle verità cristiane, per piegare la Chiesa Cattolica allo spirito del mondo: cioè ad una “ribellione”, per parlare con la mitica parresia.

3) La dialettica tra i principi astratti e le situazioni concrete non annulla la validità dei primi.

4) L’amore omosessuale non esiste, giacché una pulsione disordinata non può essere amore nel senso vero. E questo l’aveva capito persino Platone quattro secoli prima di Cristo: altro che tematiche inedite!

5) Il cosiddetto discernimento, che viene propagandato come una grande novità, non è altro quell’atteggiamento di mutua e persino sorridente comprensione che dobbiamo avere l’uno verso l’altro, ben sapendo che tutti siamo fragili, ma questa comprensione non si estende al peccato in se stesso.

6) L’essere in grazia, in ultima analisi, viene negato solo a coloro che intimamente rifiutano la Grazia; ma coloro che l’accolgono, bene o male, pur carichi delle loro fragilità, cercano di conformare non per costrizione ma per naturale conseguenza la loro condotta agli insegnamenti del Vangelo.

Francesco e Jorge Mario

Se, in ultima analisi, il Papa è il Papa proprio per preservare la Chiesa dall’errore (quand’anche fosse un asino in teologia) è anche vero che deve essere in grado di padroneggiarne il timone secolare, che deve avere capacità di governo e in linea di massima essere un animale politico nel senso nobile del termine. Tuttavia la questione è più complessa. Qualcuno, alla luce di questi ragionamenti, potrebbe allora ritenere che il pontificato di Benedetto XVI sia stato pessimo. Ma sbaglierebbe, giacché ogni stagione ha la sua priorità. E il timido Benedetto XVI fu l’uomo giusto al momento giusto quando si trattò di ribadire, coi suoi modi tanto fermi quanto riguardosi, la validità, la continuità e la vitalità della dottrina in un mondo che la riteneva caduca. Senza gli anni del suo pontificato dove saremmo oggi in tempi rivoluzionari? E tuttavia la questione è ancora più complessa giacché l’azione di un pontefice s’inquadra in un disegno provvidenziale che è troppo dilatato nel tempo perché noi lo possiamo cogliere e che può servirsi anche delle mancanze o delle imprudenze di un pontefice.

Sbagliano perciò quei conservatori che, sconcertati dal nuovo corso bergogliano, arrivano insolentemente a mettere senz’altro in dubbio l’intima ortodossia di Papa Francesco. Ma hanno ragione quando gli contestano molti errori. Ne elenco tre, che inevitabilmente s’intrecciano vicendevolmente.

Il primo è quello di circondarsi, o meglio, di farsi circondare, da una guardia pretoriana, un vero e proprio comitato di salute pubblica formato da progressisti, che approfitta del suo misericordioso anelito ad andar incontro alla gente, del suo voler vedere a tutti i costi il lato buono delle cose, della sua idiosincrasia per le vane sottigliezze – tutte cose buone, s’intende, e connaturate allo spirito cristiano – per rivestire quest’empito di una carica velenosamente rivoluzionaria e per adulterare pezzo per pezzo la dottrina attraverso formule ambigue, funzionanti come palloni sonda, veri e propri ponti gettati verso quell’errore che nella maturità dei tempi non avrà remore a manifestarsi.

Il secondo è l’enfasi messa sul discernimento: bella parola, che però indica qualcosa che è difficilissimo possa trovare un qualche inquadramento credibile nella prassi. Noi parliamo di discernimento proprio perché non possiamo sostituirci all’occhio di Dio: è un invito alla prudenza e quindi è una forma di carità. Ma davvero ci illudiamo di poterlo in qualche modo gestire o regolare, soprattutto se si parte dal rifiuto semi-ideologico della casuistica, cosa d’altra parte piuttosto bizzarra per un gesuita? E’ qui che si affollano le reticenze e che nascono i pasticci. Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto. Casca il mondo? No, il mondo non casca. Ma bisognerebbe mettere efficacemente in chiaro il quadro dottrinale che fa da sfondo a quest’allentamento misericordioso della legge positiva della Chiesa, in modo tale che la chiarezza faccia, pedagogicamente,  contrappeso al perdono, e ne sia al tempo stesso il presupposto. Si sta muovendo in questa direzione la Chiesa? Per niente, mi pare, col rischio di trasformare l’incontro con la gente in quello con lo spirito del mondo.

Il terzo è quello di dare un respiro quasi apocalittico, o millenaristico, e perciò involontariamente terreno, alla lotta dentro la Chiesa a quel problema della farisaica falsità e durezza di cuore (e in parallelo a quelli di portata sociale come la povertà e la corruzione) che, in misura variabile, ci porteremo dietro fino alla fine del mondo e non potrà mai essere liquidato. Se il Papa è – per così dire – fissato con l’amore che copre tutto certamente non sbaglia: questo è un insegnamento eterno, parole di vita. Ma, su un altro piano, più politico, che il Papa deve tenere in mente quale reggitore della Chiesa, ci sono ragioni di opportunità da valutare, giacché quest’ultima sarà sempre campo di battaglia tra le tendenze farisaiche e sadducee. E oggi sono proprio le seconde a costituire la grande minaccia. Davvero oggi il pericolo maggiore nella Chiesa e nella nostra civiltà cristiano-occidentale sarebbe costituito dal legalismo farisaico? Francamente sembra di sognare. Non è che a forza di puntare il dito contro i farisei il Papa finirà per far trionfare definitivamente (si fa per dire, naturalmente) la grande fazione sadducea che amorevolmente lo circonda e di cui sembra non accorgersi?

In economia si parla di variabili pro-cicliche o anti-cicliche. Per esempio, durante un ciclo recessivo possono esserci dei fenomeni pro-ciclici che tendono ad accentuare questa negatività. Allora chi governa è posto davanti alla questione di valutare l’opportunità di varare delle misure anti-cicliche. La cosa che colpisce di questo pontificato è che, sulla base di considerazioni astrattamente giuste, si muove in maniera clamorosamente pro-ciclica aggravando le derive progressiste nella Chiesa. Dov’è il discernimento in questo caso? Oggi la vanità e la mondanità è patrimonio quasi esclusivo del prete che, diventando una caricatura di se stesso, si getta in pasto al popolo confondendosi con esso. Non dico che il Papa debba fare calcoli o essere reticente, giacché sarebbe come fuggire i propri doveri, e so bene che è impossibile sfuggire alle strumentalizzazioni, ma egli sembra proprio non rendersi conto del diverso peso delle forze in campo.

Infine, una nota sulla sua personalità. Papa Francesco è un grande ammiratore di Dostoevskij, e nell’opera dello scrittore russo il male e il bene sono spesso concepiti come le due facce di una stessa realtà, cosicché capita che il grande criminale conviva potenzialmente col santo nella stessa persona. E’ una grande sciocchezza che peraltro è piuttosto diffusa anche nella cultura cattolica, ma che Dostoevskij, che è un grandissimo scrittore, tratta in maniera così fine e profonda da riuscire a spacciarla per vera. Quindi, non è solo politica o sapiente e caritatevole gesuitismo quello che gli mette in bocca giudizi assurdamente lusinghieri su Lutero, ma un tratto della sua personalità che gli rende arduo disingannarsi e che lo induce alla faciloneria. Non voglio affatto dire che sia ingenuo: nel suo intimo egli mette in conto gli errori che inevitabilmente si commetteranno nella stagione dello spericolato aprirsi della Chiesa al mondo, ma è convinto che prima o poi, col tempo, nel Divenire, come in un processo di sintesi (ma meglio sarebbe dire di purificazione, per non incorrere – hegelianamente – nell’espulsione dell’Essere dal reale, o della sua omologazione al Divenire, che dir si voglia) tutto ciò si risolverà in bene. Non vorrei, invece, che egli stesso, prima di quel lontano giorno, prigioniero dei meccanismi che ha messo in moto, finisse per diventare una figura alla Re Lear.

Aggiornamento 13/02/2017 – Nel post ho scritto: «Finirà inevitabilmente che si farà assegnamento sulla coscienza di ognuno, come d’altra parte si fa già di fatto.» Vedo, qui, che i tedeschi ci sono già arrivati. Ma si può veramente pensare che nella prassi – è quello il contesto cui faccio riferimento – i sacerdoti avranno il tempo di seguire e la capacità di capire veramente la situazione delle coppie in questione, e di raggiungere dei veri convincimenti o delle ragionevoli conclusioni, ancorché sempre fallibili, circa l’eventuale nullità dei precedenti matrimoni, o sui buoni propositi delle coppie per il futuro ecc. ecc., neanche si trasformassero in psicanalisti – per così dire – a tempo pieno? E’ impossibile. In ogni caso, anche se si trasformassero in detti superuomini, alla fine dovranno rimettersi alla coscienza di queste anime loro affidate. Ma nella pratica è scontato che tutto questo mitico “percorso” sarà saltato. Si rifiuta la casuistica ma si vuole il “discernimento”, che non sembra altro che una casuistica politicamente corretta, informale e impalpabile: bisogna vivere nel mondo delle nuvole per non capire che si tratta di qualcosa di assolutamente impraticabile e che porta logicamente alla soluzione tedesca. Si noti come nell’articolo linkato della Nuova Bussola Quotidiana il cardinale Müller consigli di «non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi» per motivi esattamente opposti a quelli evidenziati dal Papa in questa intervista pubblicata dal Corriere della Sera. Müller si rifà ai noti pericoli insiti nella degenerazione casuistica (i ragionamenti capziosi miranti a giustificare tutto ciò che serve); mentre il Papa (gesuita!!!) vede assai inopinatamente nella casuistica un possibile alleato del legalismo farisaico, inteso nella sua veste rigida e impietosa [1]: dire che ci sia una grande confusione in giro mi sembra il minimo. La casuistica di per sé – e sottolineo di per sé – non è un qualcosa di negativo: può essere una specie di pre-inquadramento dei problemi particolari, una specie di guida che introduca al discernimento vero e proprio. Opporre la vecchia casuistica al discernimento può funzionare come artificio retorico, ma in realtà è un errore, giacché la prima (tralascio le sue degenerazioni) si aggancia in qualche modo ancora alla legge, mentre il secondo fa riferimento alla carità, ma la fede e le opere non si possono dividere.

[1] Che poi le scappatoie legali fondate sui cavilli siano l’altra faccia e l’inevitabile prodotto collaterale dello zelo legalista è certamente vero: lo prova abbondantemente l’Islam.

Campagne d’infamia

E’ stata lanciata una campagna d’infamia contro il teologo domenicano p. Giovanni Cavalcoli (il quale non è affatto un acido tradizionalista anti-conciliare) messa in moto con la nota tattica del campionamento di frasi ad effetto e delle provocazioni mediatiche. Il bersaglio non è preso a caso, in quanto la sua opera rappresenta una manifestazione di resistenza allo strisciante processo di protestantizzazione del cattolicesimo italiano.

Nell’uomo vi sono due tentazioni contrastanti: quella di negare il peccato originale; e quella di farsi ventriloquo di un Dio vendicatore, come fece Maometto. Entrambe in realtà costituiscono sia un rifiuto di Dio, sia la pretesa di mettersi al suo posto. Oggi viviamo in un’epoca in cui queste due tentazioni sono particolarmente vive. Da noi soprattutto la prima: e lo testimoniano, ad esempio, le reazioni di fronte alla sofferenza in generale e alle disgrazie in particolare. E’ da questa tentazione, che assume oggi l’aspetto di una concezione totalizzante e perciò riduttiva della Misericordia, che con perseveranza p. Cavalcoli, nella sua veste di teologo, vuole metterci in guardia.

La sofferenza non può venire direttamente da Dio giacché Dio è sommo e solo bene: essa viene dalla caduta da uno stato paradisiaco di grazia. Ma Dio, attraverso la provvidenza, governa la sofferenza al fine di volgere il male in bene. Qual è dunque il ruolo svolto dalla sofferenza nell’economia della salvezza? Molteplice: può essere correzione, può essere castigo, può essere segno; può essere prova per coloro che Dio ama, può essere perfino risparmiata (relativamente, s’intende) a coloro che vogliono perdersi, per allargar loro la via che alla perdizione conduce, come già intese un filosofo come Seneca. Sta all’uomo cercare di discernere, senza però ergersi a giudice, come insegna il libro di Giobbe.

Una concezione totalizzante della Misericordia spiega in parte anche le odierne sbandate luterane in seno al cattolicesimo: essa, infatti, si sposa magnificamente con la concezione totalizzante della Grazia di Lutero, che pure partiva non da una negazione del peccato originale, ma all’opposto da una concezione “diabolica” dello stesso: il peccato originale non avrebbe soltanto ferito (irrimediabilmente, senza l’intervento divino) ma senz’altro ucciso l’uomo, condannandolo al “servo arbitrio”, a servire il male, all’incapacità di fare il bene. Tali concezioni totalizzanti (e riduttive) portano alla divisione della fede dalle opere; ambedue hanno esiti deresponsabilizzanti. Ciò non sorprende, giacché la verità è naturalmente una, mentre l’errore è naturalmente plurimo, in quanto scisso in se stesso.

Il peccato contro lo Spirito

Questa è una libera riflessione sul peccato contro lo Spirito. Come tale deve essere intesa. Il tono assertivo di questo breve scritto solo in parte riflette un certo grado d’intima sicurezza nell’autore; per il resto è dovuto alla sua serrata e inevitabile concisione. Ciò detto, procediamo. I passi evangelici che nominano esplicitamente il peccato contro lo Spirito sono tre. Vediamoli insieme:

«Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.» (Matteo 12, 31-32)

«In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno; sarà reo di colpa eterna.» (Marco 3, 28-29)

«Inoltre vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato.» (Luca 12, 8-10)

Ho scritto sopra esplicitamente perché in realtà vi è nel Vangelo secondo Giovanni un passo che esprime lo stesso concetto illustrato dai tre Vangeli Sinottici, senza però nominare a chiare lettere il peccato contro lo Spirito. Lo vedremo poi. I passi di Matteo e di Marco ci portano ad una prima conclusione: tutti i peccati e le bestemmie sono perdonabili, tranne uno, il peccato contro lo Spirito. La Chiesa Cattolica parla di peccati contro lo Spirito, al plurale. A ben vedere, però, non c’è contraddizione: questi peccati sono solo forme diverse di uno stesso peccato; o, se si vuole, è sempre lo stesso peccato contro lo Spirito visto da angolazioni diverse, come vedremo in seguito.

Tra i peccati perdonabili vi è, dunque, anche il parlar male del Figlio dell’uomo, o il parlar contro il Figlio dell’uomo. Che, nel limitato contesto di questi passi, il Figlio dell’uomo non venga per qualche oscura (ed assurda) ragione distinto dal Figlio di Dio risulta chiaro dal passo di Luca: chi lo rinnega, infatti, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio; si tratta, dunque, proprio di Cristo, del Figlio di Dio. Il passo di Luca sembra però clamorosamente contraddittorio: prima afferma che chi rinnega Cristo sarà rinnegato davanti a Dio; e nella frase immediatamente successiva che chi parla male di Cristo sarà perdonato. Ora, ci sono molti modi, anche pittoreschi, di parlar male di Cristo; ma sostanzialmente si compendiano in uno: affermare che Cristo è un impostore. Ma ciò non equivale forse a rinnegare Cristo? Dobbiamo di necessità rispondere di no. Ma non solo: dobbiamo pure concludere che se rinnegare Cristo ci condanna inevitabilmente davanti a Dio, in ciò consiste quel solo peccato contro lo Spirito che non può essere perdonato. Non è un caso che poco prima dell’accenno al peccato contro lo Spirito Matteo scriva quel famoso «Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me disperde.» (Matteo 12, 30), che è un’esortazione ad una vera e propria scelta di campo. Abbiamo così raggiunto due certezze: che col rinnegamento di Cristo qui si intende proprio il peccato contro lo Spirito; e che parlar male di Cristo, dandogli finanche dell’impostore, non significa necessariamente rinnegare Cristo.

Ma chi è Cristo? Cristo è via, verità, vita; ed è figlio di quel Dio che s’identifica col sommo bene. Perciò rinnegare Cristo, prima ancora che rinnegare il nome di Cristo (questa distinzione verrà utile più in là), significa non credere in una verità che con la vita s’identifica perché si odia la verità e la vita; significa rinunciare a ricercare il sommo bene perché si odia il sommo bene. In una parola, significa non amare Dio. Credere, invece, in quella verità che è la vera vita e ricercare il sommo bene significano avere una fede attiva: quella che comunemente chiamiamo semplicemente fede. Il dono della fede,  presupposto indispensabile per la salvezza, e inteso come la capacità di avvertire la presenza di Dio e di una verità, è stato infatti dato a tutti: se così non fosse saremmo privi di quel libero arbitrio che è la caratteristica dei figli di Dio, nati a sua immagine e somiglianza. Il diavolo sa benissimo chi è Dio: eppure lo rifiuta. E i figli del diavolo fanno lo stesso:

«Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità.» (Giovanni, 8, 43-45)

Si noti bene: «a me voi non credete, perché dico la verità»; cioè: non perché non conoscete la verità, ma perché non volete conoscerla, e perché amate la menzogna. Si noti anche: «non potete dare ascolto alle mie parole»; questo non ascolto è dunque il peccato dei figli del diavolo, ed è ancora, necessariamente, il peccato contro lo Spirito. Abbiamo dunque due definizioni (o manifestazioni, o forme, o modi d’essere) del peccato contro lo Spirito: rinnegare Cristo; non ascoltare le sue parole. Veniamo allora a quel preannunciato passo del Vangelo secondo Giovanni che parla del peccato contro lo Spirito senza menzionarlo espressamente. E’ questo:

«Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno: perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.» (Giovanni 12, 47-48)

Alla luce di quanto detto sopra potremmo allora tradurre questo passo giovanneo con il linguaggio usato dai Vangeli sinottici all’incirca in questo modo: «Se qualcuno non mi rinnega [ascolta le mie parole] ma pecca [e non le osserva], io lo perdono [non lo condanno]: perché non sono venuto per condannare i peccatori [il mondo], ma per salvare i peccatori [il mondo]. Chi mi rinnega [mi respinge e non accoglie le mie parole] ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno [la parola che ho annunziato] lo condannerà nell’ultimo giorno.» E cioè: «Se qualcuno non pecca contro lo Spirito, ma pecca in tutti gli altri modi, io lo perdono: perché non sono venuto per condannare i peccatori, ma per salvare i peccatori. Chi pecca contro lo Spirito ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno lo condannerà nell’ultimo giorno.»

Il peccato contro lo Spirito, dunque, non germina sul terreno della fragilità umana: questo è il suo tratto peculiare e decisivo. Consiste nel rifiuto di Dio, della verità, dell’amore, e quindi anche della grazia. Chi pecca contro lo Spirito preferisce essere condannato piuttosto che riconoscere la paternità di Dio. Nel Catechismo di Pio X si può leggere:

(964) Quanti sono i peccati contro lo Spirito Santo? I peccati contro lo Spirito Santo sono sei: disperazione della salvezza; presunzione di salvarsi senza merito; impugnare la verità conosciuta; invidia della altrui grazia; ostinazione nei peccati; impenitenza finale. (965) Perché questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo? Questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo, perché si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.

Quantunque espresso con molto candore e domestiche parole, il concetto decisivo e terribile qui è quel «si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.» Pura malizia: questo è il peccato imperdonabile. E i peccati elencati non sono altro che distinte manifestazioni del medesimo rifiuto di Dio, del medesimo peccato imperdonabile.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (del Concilio Vaticano II) non dice diversamente:

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. (CCC 1864).

E’ a causa della radicalità di questo volontario allontanamento da Dio che S. Giovanni nella sua Prima Lettera scrive:

Se qualcuno vede suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; così a quelli che commettono un peccato che non conduce alla morte. Vi è un peccato che conduce alla morte; non è per questo che dico di pregare. Ogni iniquità è peccato; ma ci sono peccati che non conducono alla morte. (5, 16-17)

Pregare per questo peccato significherebbe impetrare un’ingiustizia, significherebbe chiedere a Dio di accogliere chi lo rifiuta. Nella realtà di tutti i giorni, non essendo nostra facoltà giudicare, cioè conoscere con certezza assoluta se un’anima sia buona o cattiva, nel senso di liberamente orientata in ultima istanza al bene o al male, cosa che spetta a Dio, noi possiamo bensì chiedere a Dio di illuminarla, e di condurla sulla retta via se nel suo intimo è orientata al bene, ma non di trasformarla da cattiva in buona, cioè di toglierle la libertà di orientarsi in ultima istanza al male. Dio può tutto, ma non entra mai in contraddizione con se stesso.

Quindi peccare contro lo Spirito significa essenzialmente questo: non amare Dio. Tutti gli altri peccati – che tutti, nessuno escluso, si possono perdonare – quando s’innestano in questo peccato fondamentale, questo peccato fin da principio che è solo in attesa di maturazione, danno forma alle varie manifestazioni del peccato contro lo Spirito, alle sue personificazioni, per così dire. Quando S. Paolo, per esempio, scrive:

O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né gli impuri, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né i cupidi, né gli ubriaconi, né i maldicenti, né i rapaci erediteranno il regno di Dio. (1 Corinzi 6, 9-11)

parla appunto di queste personificazioni del peccato contro lo Spirito. Personificazioni nel senso di attuazioni, giacché il peccato propriamente detto è un atto, mentre il peccato contro lo spirito si può intendere nello stesso tempo sia come un rifiuto della fede in potenza sia come un rifiuto della fede in entelechia (per usare il linguaggio di Aristotele) che si attua quando si frappone al pentimento e al riacquisto della Grazia in colui che ha commesso un peccato mortale, e quindi lo spinge a reiterarlo con tranquilla protervia, mentre l’atto di fede si esprime, si rivela, si attua, per converso, nella carità e nel pentimento. Questo peccato contro lo spirito, per così dire, si nasconde dietro i peccati mortali propriamente detti colorandoli di sé; presenza che noi possiamo scorgere o intuire, ma sulla quale solo Dio può porre il suo sigillo. Che sia così lo conferma anche un altro passo paolino:

Infatti voi la sapete: nessun fornicatore o depravato o avaro, cioè idolatra, ha parte nel regno di Cristo e di Dio. (Efesini, 5, 5)

Si noti: «cioè idolatra»: siamo ad uno stato di pienezza negativa (o entelechia negativa, per riprendere creativamente l’espressione aristotelica sopramenzionata) nella volontà di peccare, dopo che il proprio talento è stato definitivamente sotterrato. Infatti, se le parole di S. Paolo fossero prese alla lettera, non molti davvero potrebbero scampare alla condanna di Dio. La ragione e la carità non ci possono far concludere, per esempio, che tutti gli ubriaconi di questo mondo saranno destinati alla Geenna. Qui S. Paolo parla di chi, dopo aver peccato, non prova un sincero pentimento nemmeno nell’angolo più riposto del cuore, in quel sacro recesso che è magari destinato nel turbine del disordine morale ad essere per lungo tempo non inteso. Ma chi non si pente non ama Dio. E non ama nemmeno se stesso, perché solo chi ama Dio ama veramente se stesso. Chi ama il bene in Dio, ama il bene anche in se stesso. Costui invece si condanna da solo. E’ una perversione? Sì. E’ un non-senso? Sì. Ma il male è anche perversione e non-senso. Il mistero d’iniquità è tale soprattutto perché coerente nella sua assurdità.

Queste considerazioni servono anche per rispondere ad un’obiezione tanto prevedibile quanto umana. Qualcuno infatti potrebbe dire: ma allora i peccati non contano nulla? Se solo il peccato contro lo Spirito è quello che decide la nostra condanna, e tutti gli altri sono perdonabili, non potremmo allora peccare continuamente in tutta tranquillità confidando nel sistematico perdono di un Dio infinitamente misericordioso? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché ciò significherebbe fare calcoli ed essere sleali con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. In secondo luogo, perché ciò significherebbe non pentirsi sinceramente; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. Chi non pecca contro lo Spirito non può peccare e poi non pentirsi.

Chiarito ciò, è il momento di tornare all’altro corno del problema: se non amare Dio è il peccato contro lo Spirito, il peccato non perdonabile; e se il parlar male del (o contro il) Figlio dell’uomo è un peccato perdonabile; occorre di necessità ammettere che si può amare Dio parlando male di (o contro) Cristo. Come si deve intendere questo? Ricordiamoci quanto detto sopra: Cristo è via, verità, vita; è ricerca del sommo bene nella verità e nella carità. Chi ha l’anima orientata al bene anche nel momento in cui è più lontano dal bene e da Dio, e offende Dio, in qualche modo infinitamente imperfetto continua ad amare Dio, e non se ne stacca mai definitivamente. Il caso classico, il più comune, di parlar male di Cristo senza bestemmiare lo Spirito, si realizza quando nella tribolazione, per malattia o per altri motivi, si cade nell’amarezza e si impreca contro Dio senza tuttavia accompagnare alla parola o al pensiero la parte più profonda del cuore. Questa è una cosa che in realtà, in una forma o nell’altra, da quella più indiretta a quella più schietta, da quella più larvata a quella più grave, capita spesso nella vita di ogni anima orientata al bene. Oppure si può parlar male di Cristo indirettamente, per omissione, per viltà: il più famoso rinnegatore di Cristo, suo malgrado, è l’uomo su cui Cristo fondò la sua Chiesa, Pietro; tre volte lo rinnegò, misurando amaramente tutta la sua fragilità umana; egli peccò per debolezza; ma non peccò contro lo Spirito, sennò non sarebbe stato perdonato. Paolo, invece, non si limitò a parlar male di Cristo, a considerarlo un impostore, ma arrivò a perseguitare i cristiani; se Dio scelse S. Paolo è perché nell’anima di Saulo insieme alla cecità c’era un’autentica sete di verità e di bene; perché in Saulo all’errore, al peccato di confinare meschinamente l’amore di Dio nello zelo verso la Legge, non si accompagnava la menzogna del cuore; perché anche quando odiava Cristo non odiava in cuor suo la verità, e la ricercava, cioè ricercava Cristo; e perciò anche quando perseguitava i cristiani, gravemente peccando, Saulo non bestemmiava lo Spirito.

Bisogna inoltre considerare che nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale, ci sono sempre stati e forse ci saranno sempre uomini che non riconosceranno in Cristo quel bene che onoreranno con l’esempio della loro vita; uomini che in buona fede non onoreranno il nome di Gesù ma albergheranno nel loro cuore sentimenti di giustizia che saranno computati a loro giustificazione; uomini che per i misteriosi ma sapienti disegni della Provvidenza – che se vuole porta qualsiasi persona di buona volontà alla conoscenza di Gesù – ameranno la via, la verità, la vita ma saranno destinati a non amare o non conoscere durante la loro vita terrena il nome di Gesù. I motivi di questa incolpevole ignoranza possono essere infiniti [1].

E d’altra parte: forse che gli uomini che vissero prima di Gesù Cristo non conobbero il bene? Ma se lo conobbero, conobbero anche, senza conoscerlo, Gesù Cristo. E Mosè stesso, forse che non conobbe ed onorò Dio? Ma se lo conobbe, conobbe anche, senza conoscerlo, il Figlio dell’uomo. O forse che l’essenza del bene cambia a seconda dei luoghi e dei tempi? Bisogna sempre stare attenti a non giudicare secondo le apparenze, secondo la carne: anche le parole, in se stesse, sono carne. Il monito sul peccato contro lo Spirito ha un tacito ma importante corollario per i cristiani: si può peccare contro lo Spirito e parlare bene del Figlio dell’uomo, cioè si può rinnegare Cristo parlandone bene. Gesù ce lo fa capire ammonendo gli scribi e i farisei che parlano bene di Dio, proprio nei passi immediatamente successivi a quello sulla bestemmia contro lo Spirito nel Vangelo secondo Matteo:

«O ammettete che l’albero sia buono e allora il frutto sarà buono, oppure ammettete che l’albero sia cattivo e allora il frutto sarà cattivo. Dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere! Come potete dire cose buone voi che siete cattivi? Dalla pienezza del cuore parla la bocca. L’uomo buono da uno scrigno buono trae fuori cose buone, e così l’uomo cattivo da uno scrigno cattivo trae fuori cose cattive. Io vi dico che di ogni parola infondata [vana, insincera] gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato.» (Matteo 12, 33-37)

E’ come se dicesse: «Ho detto prima: chi parlerà male di Dio ma non bestemmierà contro lo Spirito sarà perdonato. Voi, invece, che parlate bene di Dio ma bestemmiate contro lo Spirito non potete fare il bene e non sarete perdonati.» Ed infatti nel Vangelo secondo Luca la medesima reprimenda riportata da Matteo è seguita da queste parole:

«Perché mi chiamate: Signore, Signore, e non fate quel che dico?» (Luca 6, 46)

Il medesimo concetto è illustrato nella Lettera di S. Giacomo:

Ma qualcuno potrà dire: «Hai la fede e io ho le opere». Mostrami la tua fede senza le opere e io ti mostrerò la fede partendo dalle opere. Tu credi che esista un solo Dio? Fai bene: anche i demoni credono e rabbrividiscono. (2, 18-19)

Dunque: anche i demoni credono, hanno la fede in un solo Dio, cioè sanno che esiste un solo Dio; ma rifiutando Dio, non hanno una fede attiva, cioè non hanno la vera fede, cioè, per dirla col linguaggio comune, non hanno la fede. Non che la fede che Dio ci dona non sia già vera fede per il fatto che ad essa non rispondiamo con un atto di fede che la rende operosa; ma che essa diventa vera e viva fede nel senso pieno del termine, e non fa la fine del talento sotterrato dal servo malvagio ed infingardo, quando rispondiamo con un atto di fede a questa vera fede che ci viene donata. Se la fede è mossa dalla speranza diventa carità, e vera fede; se l’anima, se l’impronta del Padre nel nostro essere ubbidisce liberamente allo Spirito essa incontra il Figlio e diventa corpo di Cristo e vera fede; se l’acqua è mossa dallo Spirito diventa sangue. Chi non spera non ubbidisce allo Spirito: bestemmia lo Spirito e si condanna da solo.

Ne deriva che nessuno può fare il bene (il vero bene, s’intende, quello che rende giustizia al benefattore, e se diretto a cose concrete, ben distinto da vaghe filantropie o da attivismi sociale mossi da interessi diversi dalla verità e dal sommo bene) se non ha la fede. E nessuno può amare se non ha la fede. Quando Gesù ci dice:

«Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.» (Matteo 10, 37-38)

ci dice implicitamente proprio questo: che nessuno può amare se non ha la fede. Ed infatti, come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ma Cristo è la verità, la via e la vita: noi dunque dobbiamo amare la verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Chi sente di amare davvero ama la verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. Se non lo ama nella verità lo ama solo come oggetto, cioè non lo ama: questi famigliari diventano oggetti, cioè ricchezze nel senso evangelico del termine. Nel Vangelo secondo Luca l’evangelista inizia questo discorso così:

«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.» (Luca 14, 25)

Ma lo finisce così:

«Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.» (Luca 14,33)

«A tutti suoi averi»: famigliari, dunque, come averi. Ai quali, in quanto tali, bisogna rinunciare, come a tutte le ricchezze. Cioè bisogna rinunciare all’idolatria di mettere le ricchezze al posto di Dio; cioè bisogna considerare le cose per quello che sono: cose, che nella loro inferiore natura, quantunque di per sé buone, non potranno mai darci la pace dell’anima; e i famigliari per quello che sono: figli di Dio, non cose. Se l’amore per i famigliari non s’innesta in quella verità che è loro superiore, essi diventano oggetti, ed oggetto di un amore sempre pronto a tramutarsi in violenza, anche contro se stessi, in quanto chi mette Dio nelle proprie cose lo mette prima di tutto in quella cosa che è la propria persona: è una forma demoniaca della comunione di Dio coi propri figli, dove trionfa la morte, proprio perché la vera comunione non può attuarsi.

Ne deriva però anche, da questo discorso, che chi fa il bene veramente e ama veramente deve avere necessariamente la fede, anche se non conosce il nome di Cristo o non si riconosce nel nome di Cristo:

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. (Lumen Gentium, Cap. II, 16)

Ma qualcuno potrebbe dire: e allora la Chiesa non conta nulla? Posso tranquillamente contare su Dio, per la salvezza, se faccio il bene? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché anche Abramo, Mosè e i Profeti si salvarono per mezzo di Gesù Cristo e del suo corpo, la Chiesa Cattolica, benché nella storia questi ultimi dovessero ancora comparire e il loro nome non potesse essere ancora conosciuto. E non solo loro, ma anche tutti gli uomini di buona volontà che fuori d’Israele conobbero la Rivelazione solamente attraverso quello Spirito di verità e quella Provvidenza che agiscono sopra la terra dal giorno della sua creazione, e dai quali furono istruiti, benché imperfettamente: essi – come coloro che oggi in buona fede non onorano perfettamente Gesù Cristo ma fanno il bene – come fratelli adottivi entrano a far parte del corpo di Cristo. In secondo luogo, perché chi pensasse di salvarsi al di fuori della Chiesa con le sole opere,

pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria (Lumen Gentium, Cap. II, 14)

dimostrerebbe di essere in cattiva fede, di essere sleale con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. E peccando contro lo Spirito non si può fare il bene, cioè le opere.

Resta inteso che discernere chi ignora il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa nel senso più largo del termine, comprendente «il parlar male del Figlio dell’uomo», con colpa o senza colpa – nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale – in ultima analisi è prerogativa di Dio. Lo sapremo anche noi quando il nuovo mondo verrà alla luce e tutto sarà svelato.

[1] Nella sua famosa opera “Umanesimo integrale” (cioè l’umanesimo teocentrico opposto alla sua caricatura negativa, l’umanesimo antropocentrico) Jacques Maritain elabora lo stesso concetto nel seguente modo:

«Tuttavia, le interferenze dello speculativo e del pratico, nell’ordine etico stesso, non devono indurci in confusione, e il rifiuto speculativo di Dio come fine e come regola suprema della vita umana non è necessariamente, per alcuni spiriti accecati, il rifiuto pratico d’ordinare la propria vita a quel medesimo Dio del quale non conoscono più il nome. Il cristiano sa che Dio ha molte risorse, e che le possibilità della buona fede vanno più lontano di quel che non si creda. Sotto nomi qualunque, che non sono quello di Dio, può darsi (e Dio solo lo sa) che l’atto interiore di pensiero prodotto da un’anima conduca su una realtà che di fatto sia veramente Dio. Perché, per il fatto della nostra infermità spirituale, può esserci discordanza tra ciò che noi crediamo in realtà e le idee mediante le quali esprimiamo a noi stessi ciò che crediamo e mediante le quali prendiamo conoscenza del nostro credere. A ogni anima, anche ignorante il nome di Dio, anche allevata nell’ateismo, nel momento in cui decide di se stessa e sceglie il suo fine ultimo, la grazia è libera di proporre come oggetto, come cosa da amare sopra tutto, sotto qualunque nome l’anima stessa se la rappresenti – ma allora (ed è qui tutta la questione, e Dio solo lo sa) pensando sotto questo nome “tutt’altra cosa” da ciò che il nome significa, andando al di là di questo nome d’idolo – la grazia è libera di proporre quella Realtà assolutamente buona, che merita ogni amore ed è capace di salvare la nostra vita. E se questa grazia non è ricusata, l’anima in questione, optando per questa realtà, crede oscuramente nel vero Dio e sceglie realmente il vero Dio, anche quando trovandosi in buona fede nell’errare e aderendo non per colpa sua, ma per colpa dell’educazione ricevuta, a un sistema filosofico ateo, nasconde questa oscura fede nel vero Dio con formule che la contraddicono. Crede negare Dio, e in realtà nega qualcos’altro che Dio. Un ateo in buona fede – in realtà un pseudo-ateo – contro la propria scelta apparente, avrà allora scelto realmente Dio come fine della sua vita.» [2]

[2] Non si deve confondere questa posizione con quella del “cristiano anonimo” rahneriano, in quanto gli “spiriti accecati” descritti da Maritain nella pratica non rifiutano “d’ordinare la propria vita a quel medesimo Dio del quale non conoscono più il nome”: in essi, in ultima analisi, vi è una dissociazione tra intelletto e opere, non tra fede e opere. Rimane il dato oggettivo delle buone opere, le quali non possono nascere se non da una scelta di campo del libero arbitrio, dall’incontro della coscienza con la verità, e quindi con la volontà di Dio. 

Brittany, gli stoici e la Chiesa Cattolica

«“Il suicidio assistito è un’assurdità” perché “la dignità è altra cosa che mettere fine alla propria vita.” Le gravi parole di Mons. Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la vita, nel severo commento alla vicenda di Brittany Maynard, meritano qualche riflessione. Innanzitutto, definire un’assurdità il suicidio significa ignorare deliberatamente un’illustre tradizione filosofica – la stoica – che rivendica il suicidio razionale come scelta doverosa da parte del saggio che non si sente più all’altezza del suo compito.» Così inizia un articolo apparso su Il Secolo XIX, peraltro nient’affatto oltranzista nei toni e nel contenuto, di Luisella Battaglia, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, dall’eloquente titolo “Perché il suicidio di Brittany non è indegno come dice il Vaticano”. Articolo sul quale voglio fare delle brevi osservazioni, in merito al pensiero degli stoici sul suicidio e alla posizione della Chiesa Cattolica sulla vicenda in questione.

Nelle due grandi correnti filosofiche che dominavano la scena nel mondo greco-romano all’avvento del cristianesimo, lo stoicismo e l’epicureismo, c’era dentro, come si usa dire oggi, tutto e il contrario di tutto; anche molto “cristianesimo”, soprattutto nella riflessione sui beni materiali e su quelli spirituali: in una parola, nella riflessione sul “vero bene” o sul “sommo bene”. In ciò il miglior stoicismo aveva molti punti in comune col miglior epicureismo; il quale ultimo si riduceva poi sostanzialmente all’opera di Epicuro, il cui pensiero andò presto incontro a quel generale travisamento grossolanamente materialista che tuttora ben conosciamo. Su questa nascosta vicinanza fra le due scuole di pensiero certi passi, quasi apologetici, dello stoico Seneca sopra la figura del filosofo del “piacere” risultano assai eloquenti.

E’ alla luce della più ampia riflessione sul “vero bene” che si capisce meglio quella sul suicidio degli stoici, la quale in realtà nel suo nocciolo è intimamente contraria a quella degli attuali sostenitori dell’eutanasia. La possibilità del suicidio, o del “lasciarsi morire”, negli stoici (e certo in Seneca, per esempio) viene generalmente contemplata quale segno di virile accettazione della morte e di disdegno verso l’attaccamento carnale alla vita. Il suicidio – quale extrema ratio, s’intende, – diventa così un’altra occasione per ribadire che il “vero bene”, incorruttibile e pieno, rimane nella “virtù”; che esso cioè è spirituale. Se in questo contesto la “qualità della vita” viene evocata è solo per significare che il suo deterioramento non intacca affatto ciò che è essenziale e che perdendo la vita in realtà nulla si perde. Nei sostenitori dell’eutanasia la prospettiva è diversa: il “vero bene” rimane chiuso nel cerchio della materia, anche quando intesa nel senso più largo del termine, comprensivo perciò delle sue proprietà intellettuali. Col deterioramento della “qualità della vita” è il “vero bene” a deteriorarsi: il suicidio assistito diventa in questo caso l’ultimo atto “ragionevole”, o “sensato”, prima dello spegnersi dell’autocoscienza.

Nella riflessione stoica sul suicidio c’è molto più pudore, più ubbidienza ad un fato o ad una volontà superiore che affermazione di libertà; e non è difficile scorgere in essa un embrione di speranza, un embrione di provvidenzialismo pre-cristiano: «libertà è ubbidire a Dio», scrive Seneca nel “De vita beata”. Sarà la risposta della Rivelazione, ossia il cristianesimo, ossia Dio, a completare questa riflessione e a dire a quest’uomo sull’orlo del sacrificio di se stesso, Abramo ed Isacco racchiusi in una sola persona: «non temere, abbi fiducia in me fino in fondo, non ti chiedo questo: farò tutto io, al momento dovuto».

Brittany Maynard, non si sa con quale grado di consapevolezza o di intima convinzione – ed è per questo che anche nel suo caso, come in tutti gli altri casi di suicidio, e come d’altra parte in tutti casi di “peccato”, la Chiesa Cattolica non ha giudicata, cioè “condannata”, la persona – si è proposta invece come esempio e “segno di contraddizione”, e allo scopo di conferire pubblicamente “dignità” ad un atto che la Chiesa giudica “intrinsecamente cattivo” ha cercato l’aiuto dei media. Tutte cose legittime, s’intende. Ma i media di tutto il mondo hanno trasformato il messaggio di Brittany in una campagna soffocante dal sapore semi-totalitario a favore dell’eutanasia. E’ a questa valanga che la Chiesa Cattolica assediata ha risposto, mettendo i puntini sulle “i”, non a Brittany. Ed è per questo che ora gli stessi media vogliono trasformare questa risposta al loro assedio nell’arcigno rimbrotto rivolto da una Chiesa senza cuore ad una giovane donna sfortunata.

[pubblicato su LSblog]

MIEI COMMENTI AL MIO E AD ALTRI ARTICOLI APPARSI SU LSBLOG SULLA VICENDA BRITTANY

Ripeto che mi sono limitato a delle brevi osservazioni su due punti dell’articolo della Battaglia. 1) L’accenno alla tradizione filosofica stoica, che (pur nella sua varietà) a mio parere non è pertinente (mentre lo è certamente quello a Hume, per esempio). 2) Le parole di Mons. Carrasco de Paula, che, sempre a mio parere, vanno intese, oltre che nella loro interezza, come una risposta, e direi pure un minimo di risposta, alla impressionante campagna mediatica a favore dell’eutanasia veicolata dal caso Brittany. In fondo non si aspettava altro: che qualche “prete” –  finalmente – dicesse qualche parolina non in linea con questa rappresentazione sciropposa del dramma di Brittany per parlare di una Chiesa senza cuore. Mi sembra che l’articolo della Battaglia – che, ripeto, non è affatto “oltranzista nei toni e nel contenuto” – sotto questo aspetto abbia un pagato un piccolo dazio all’isteria generale. Sono poi bel lontano dal pensare che a chi si trovi di fronte a scelte drammatiche che riguardano la propria persona sia per forza necessario l’ausilio della cultura. Non lo credo affatto. Non parlo di “consapevolezza” o “intima convinzione” da un punto di vista intellettuale, ma morale. Lo voleva, o non lo voleva? Lo voleva veramente? I cristiani non possono non farsi questa domanda, anche se si trattasse di Hume in persona… Non mi sfugge poi il fatto che l’insistenza della Chiesa sulla distinzione tra peccato (da condannare) e peccatore (verso il quale usare misericordia) possa sembrare una furbizia “gesuitica” compiacente ma nel fondo offensiva. A questo posso solo rispondere che non è così.

Primo. Quello di Seneca non è buon senso. Il “vivere bene” si riferisce alla vita morale, non a quella fisica. Una vita “virtuosa” è una vita interamente compiuta, che duri venti anni o che duri cento. “Egli pensa sempre quale sarà la vita, non quanto essa debba durare.” Perciò è pronto a lasciarla ogni giorno. (Esattamente come insegna il Cristianesimo). Come in tutta la sua opera egli attacca chi è schiavo dei beni materiali: perciò anche chi è attaccato “carnalmente” alla vita. E’ da questo punto di vista che bisogna intendere le sue parole. Ho scritto l’articolo proprio perché ho una lunga consuetudine con l’opera di Seneca. Secondo. La “povertà di spirito” (o “in spirito”) evangelica significa la “povertà nello spirito”, cioè la “non schiavitù delle ricchezze”, cioè la “non schiavitù dei beni materiali”. Il “povero nello spirito” è colui che non è “ricco” nel senso evangelico, cioè colui che non è schiavo dei beni di questa terra (che sono buoni, come tutta buona è la creazione, ma che possono essere occasione di corruzione morale). Il “povero nello spirito” è assai ambizioso: non mira ai beni di questa terra, ma al sommo bene: di lui sarà il regno dei cieli. E si dice “povero nello spirito” appunto perché questa “povertà” deve essere spirituale, non materiale. Anche chi è “benestante” può essere “povero nello spirito”. Lo stesso discorso vale per il “ricco”. Il “ricco” condannato dal Vangelo è il “ricco nello spirito”. Anche un miserabile può essere “ricco nello spirito”, cioè schiavo dei beni materiali. Insomma: “povero di spirito” significa “povero secondo lo spirito” (da elogiare) non “povero secondo la lettera”, e per converso, “ricco” significa “ricco secondo lo spirito” (condannabile, schiavo di Mammona) non “ricco secondo la lettera”. E’ stupefacente la confusione che si continua a fare, anche dentro la Chiesa Cattolica, su questi termini evangelici.

Giova poi ricordare che Seneca ebbe salute cagionevole fin da bambino, e più volte anche in età adulta lo dettero per spacciato. Molte volte avrebbe potuto “ragionevolmente” suicidarsi. Comunque basta leggersi il “De Providentia” (si fa presto, e lo si trova su Internet), nel quale tratta del significato della sofferenza e dell’atteggiamento di Dio, per capire che la prospettiva del “buon senso eutanasico” è del tutta estranea alla sua filosofia. D’altra parte, a ben guardare, quel conformismo mediatico che oggi contegnosamente celebra il precipitoso suicidio di Brittany, è lo stesso che in altri casi celebra il grossolano vitalismo di chi dice di “aver sconfitto il cancro”, o peggio ancora, “la bestia”, quasi che soccombere alla malattia fosse una vergogna. Nel primo e nel secondo caso, che sono le due facce di una stessa medaglia, io vedo solo un triste esorcismo collettivo. Se poi vogliamo parlare di “buon senso” in termini puramente umani, mi sembra strano che non si veda , che non si senta, come il gesto di Brittany abbia qualcosa di esagerato nella sua fretta, qualcosa che stride, per così dire, con la ragionevolezza dei sentimenti.

E allora mi si perdonerà se chiudo anch’io con una …citazione, metafore militari comprese, di quel Seneca seguace dello stoicismo che si è tirato in ballo per il caso Brittany – e non solo qui su LSblog, naturalmente – senza coglierne, a mio avviso, il vero spirito. “E cosa c’è di più precario dell’attesa di eventi accidentali e della mutevolezza delle condizioni fisiche e di quello che sul corpo influisce? Come è possibile che quest’uomo possa obbedire a Dio, accettare di buon animo ogni evenienza, non lamentarsi del suo destino e trovare il lato positivo in ogni situazione se anche il più piccolo stimolo piacevole e doloroso può sconvolgerlo? E non può essere neppure un buon difensore o salvatore della patria né proteggere gli amici se tende al piacere. Dunque, il sommo bene deve salire fino a un luogo da cui nessuna forza possa farlo precipitare e a cui non abbiano accesso dolore speranza e timore né alcuna altra emozione che possa intaccare il valore del sommo bene. Ma soltanto la virtù può salire fin là. Dovrà vincere questa salita col suo passo, terrà duro e sopporterà ogni evento non con rassegnazione ma di buon grado, ben sapendo che le avversità della vita sono una legge di natura e, da buon soldato, sopporterà le ferite, conterà le cicatrici e, anche in punto di morte, trafitto dalle frecce, amerà il comandante per cui è caduto. Avrà sempre in mente l’antica massima: segui Dio. Invece chi si lamenta, piange e si dispera è costretto a forza a eseguire gli ordini ed è obbligato lo stesso a obbedire, anche controvoglia. Ma che sciocchezza è questa di farsi trascinare invece di seguire? Così, per Ercole, è stupidità e incoscienza della propria condizione affliggerti se qualcosa ti manca o ti è difficile da sopportare e stupirsi o indignarsi di quanto capita ai buoni come ai malvagi: intendo malattie, lutti, infermità e tutte le altre traversie della vita umana. Affrontiamo dunque, con grande forza d’animo, tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. E’ un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: libertà è ubbidire a Dio.” (De vita beata)

Che Dio non voglia la sofferenza degli uomini mi sembra pacifico, visto che li vuole in paradiso. E visto che Cristo invita tutti ad esser “lieti”. “Accettare” la sofferenza non significa certo “ricercare” attivamente la sofferenza – cosa che denoterebbe quantomeno uno stato patologico – non fosse altro perché significherebbe presumere di saperne più della Provvidenza, ossia più di Dio. Ma la sofferenza esiste in questo mondo. L’uomo in qualche misura “soffre” anche quando è perfettamente sano. Il Cristianesimo ci dà una risposta sul perché e sul come affrontare – la croce di Cristo – spiritualmente questa sofferenza. E ci dice – sorridendoci, per così dire – che questo male, che non può venire direttamente da ciò che è Sommo Bene, cioè Dio, Dio stesso lo trasforma in bene, modulandolo ai fini della nostra salvezza. In altre parole è Dio che nella sofferenza lega le mani al Diavolo, che non mira (o non mira solo) alla nostra rovina fisica, se noi da Lui ci facciamo guidare. Naturalmente ciascuno è libero di considerare queste considerazioni delle solenni corbellerie… però ci tengo che siano ortodosse (nel senso di cattoliche)…

La Chiesa, Israele e la Terra Promessa

Ha detto Cyrille Salim Bustros, arcivescovo di Newton dei greco-melkiti (Usa), nel corso del Sinodo vaticano sul Medio Oriente, chiusosi, fra l’altro, con la richiesta alla comunità internazionale di metter fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, in applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite:

La Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Vogliamo dire che la promessa di Dio nell’Antico Testamento sulla Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Noi cristiani non possiamo più parlare di Terra Promessa al popolo ebraico, parliamo di Terra Promessa come Regno di Dio che si stende fino ai confini della terra. Non ci sono più popoli preferiti, popoli eletti. Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto. E questo è chiaro per noi, non ci si può basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi.

Ebbene, se non stiamo a sottilizzare e ad equivocare volutamente sulle parole, da un punto di vista cristiano – e ripeto da un punto di vista cristiano – ciò è sostanzialmente esatto. Per quanto mi riguarda, è vero ed esatto. Tuttavia parole così sbrigative (quasi malizioso, quel “popoli preferiti”) potrebbero indurre molti a vedere in negativo la “promessa” del Dio dell’Antico Testamento, come se non solo fosse stata abolita, ma anche “rinnegata”, quando invece è importante coglierne gli elementi di continuità con l’avvento del Regno di Dio. La prima promessa, men che mai rinnegata, fu superata più che abolita. Fu la prima promessa a tenere in grembo la seconda e più grande promessa, una Nuova ed Eterna Gerusalemme, che della prima fu uno sviluppo e una precisazione, e questo più grande bene non poteva nascere che da un altro bene.

E’ l’universalismo cristiano che ha desacralizzato qualsiasi concetto legato a popoli, a razze, e ad autorità terrene. La secolarizzazione è opera del Cristianesimo, che seppe distinguere quello che era del “secolo” da quello che era di Dio. Questo caratteristica dirompente – “dissacrante” nel vero senso della parola – del Cristianesimo, oggi dimenticata dalla civiltà che ne è figlia perché questa di quella è imbevuta, a riprova del suo completo trionfo, fu invece ben sentito, istintivamente sentito, nel mondo greco-romano dove i cristiani erano spesso accusati di “ateismo”. Fu una rivoluzione, che però aveva radici nell’ebraismo. E’ infatti nell’Antico Testamento che troviamo con chiarezza le radici della separazione tra quello che oggi chiameremmo “potere civile” e le “autorità religiose”: fu Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele; solo alla “stirpe di Aronne” fu riservato l’officio sacerdotale; e la tribù dei Leviti, alla quale Aronne apparteneva e che si occupava della gestione del culto religioso, fu l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non furono assegnati territori.

Sono sempre le parole e le storie dell’Antico Testamento che ci confermano come il Regno di Dio, se comincia a formarsi su questa terra, su questa terra però non può giungere a compiutezza. Mosè non mise mai piede nella Terra Promessa alle cui porte aveva condotto il suo popolo. Salì sul monte Nebo, nella terra di Moab, e potè vederla.

Ma il Signore gli disse: «Questa è la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe […] Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.»

Mosè morì lì, nella terra di Moab,

e nessuno ha conosciuto la sua tomba fino ad oggi.

Ciò significa che la promessa non veniva completata con la conquista di Canaan, ma che essa racchiudeva in sé una seconda e più grande promessa: non era infatti concepibile che un suo profeta ne venisse escluso. La morte di Mosè nella terra di Moab, prima di entrare in quella Terra Promessa della quale sarebbe stato Re, ha lo stesso significato teologico del rifiuto di Gesù, Re d’Israele – tu lo dici, io lo sono – di farsi Re su questa terra: nella definitiva Terra Promessa si entra attraverso la morte. Tanto che per tagliare ogni cordone ombelicale con illusioni terrestri ed impedire culti superstiziosi Dio volle far sparire perfino ogni traccia della tomba di Mosè.

E se è vero che non ci sono più popoli “preferiti”, non è altrettanto vero che il concetto di popolo “eletto” sia sparito. Uscì con Cristo definitivamente dai confini razziali, dentro i quali d’altronde non fu propriamente mai, e non poteva esserlo, perché il seme non può smentire il frutto, neanche nell’Antico Testamento: la conquista della Terra Promessa si apre con la presa di Gerico, che ha come prologo il patto della donna, prostituta e straniera Raab con gli esploratori di Giosuè, il quale dopo la conquista

salvò la meretrice Raab, tutta la parentela e quanto le apparteneva, ed essa abitò in mezzo ad Israele fino ad oggi.

La salvezza di Raab preannuncia la salvezza della donna “cananea”, del buon “samaritano” o del centurione presumibilmente “romano” e in ogni caso non ebreo, ossia gli stranieri del Nuovo Testamento, e indica che nel senso più intimo e vero anche nel Vecchio Testamento il concetto di popolo eletto superava il pregiudizio etnico. “Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto”, ha detto l’arcivescovo Bustros, ma specifichiamo: in potenza; perché a ciascuno Dio ha dato il libero arbitrio. Ma un popolo eletto esiste, anche se è solo Dio a conoscerlo: nemmeno la Chiesa intesa come organizzazione e assemblea dei fedeli vi si può identificare, tant’è che essa “non giudica”, ossia “non sentenzia”.

Tutto questo precisato, è verissimo che terre sacre e sacri confini non esistono in nessuna parte del mondo: vale per Israele, vale per qualsiasi altra nazione, vale perfino per il Vaticano. E’ la stessa civiltà giudeo-cristiana-occidentale che rifiuta questo feticismo territoriale. Per quanto profonde ne siano le radici, per quanto ostinate le tradizioni, gli stati si formano in ultima istanza su coordinate spazio-temporali, non metafisiche. Gli stati, le nazioni e le lingue nascono, si trasformano, e molto spesso muoiono. E quindi i conflitti fra questi vanno auspicabilmente risolti col buon senso e con la ragione, anche se le soluzioni non potranno mai essere indolori, com’è giusto con tutto ciò che si muove nel campo del relativo. Appunto per questo, per riguardo alla storia, e ad una presenza che non è mai venuta totalmente meno, tanto più se si parla di un territorio che dopo la conquista araba del VII secolo dopo Cristo non ha mai veramente conosciuto il concetto di “nazione”, estraneo all’Islam, non si può negare agli ebrei la solidità delle proprie rivendicazioni territoriali. Che hanno limiti e non hanno stimmate divine: su questo non ci piove. Ora, però, parlare astrattamente di Gerusalemme come città aperta, ambire di tripartirsi la Vecchia Gerusalemme, quando la Nuova dovrebbe interessarci di più, e dopo che da queste malattie ci saremmo dovuti emancipare da un bel po’ di tempo; “santificare” le risoluzioni dell’ONU, anche quando non stanno in piedi; o predicare, come fanno tutti come se fossero al bar, la necessità di due stati, senza dire come e dove (ed io la vedo molto, ma molto difficile); più che ad una ben ponderata e feconda proposta, somiglia proprio, mi pare, ad un articolo di fede, o al suo plebeo sottoprodotto, il luogo comune. E dovrebbe essere il contrario, o no?

[pubblicato su Giornalettismo.com]