Una settimana di “Vergognamoci per lui” (170)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 17/03/2014 Qualcuno avrà pensato alle magagne dell’età. Io invece ho pensato che quello apparso domenica sulle pagine di Repubblica fosse un articolo degno di un Eugenio tornato al massimo della forma. Oggetto delle sue meditazioni: «il riformismo radicale» del compianto Berlinguer. Per comprovare l’esistenza di questo ircocervo politico berlingueriano Eugenio ha citato alcune folgoranti e lungimiranti risposte del compianto tratte da un’intervista concessa al fondatore di Repubblica – insieme, due auguste colonne dell’Italia democratica e resistente – nell’anno di grazia 1980. Diceva il compianto: «Lenin ha identificato il partito con lo Stato; noi rifiutiamo totalmente questa tesi. Lenin ha sempre sostenuto che la dittatura del proletariato è una fase necessaria del percorso rivoluzionario; noi respingiamo questa tesi che da lungo tempo non è la nostra. Lenin ha sostenuto che la rivoluzione ha due fasi nettamente separate: una fase democratico-borghese e successivamente una fase socialista. Per noi invece la democrazia è una fase di conquiste che la classe operaia difende ed estende, quindi un valore irreversibile e universale che va garantito nel costruire una società socialista.» Chiosava allora il fondatore: «Mi pare che voi rifiutate tutto di Lenin.» Correggeva l’illuminato compianto: «No. Lenin scoprì la necessità delle alleanze della classe operaia e noi siamo pienamente d’accordo su questo punto. Infine Lenin non si è affidato ad una naturale evoluzione riformista ed anche su questo noi siamo d’accordo.» Questo dialogo fra dinosauri sulle sorti magnifiche e progressive di un «riformismo radicale», che genialmente, però, non si affidava «ad una naturale evoluzione riformista», aveva luogo in Italia, post-fascista da 37 anni, appena due anni prima di quel 1982 che vide i socialisti schiettamente socialdemocratici di Felipe González andare al potere in una Spagna post-franchista da 7. E tuttavia anche in Italia le cose avrebbero potuto risolversi magnificamente, se non fosse stato per un «miserabile» che cercava fanaticamente «di bloccare l’evoluzione democratica del Pci.» Il brigante era Bettino Craxi. Lo sprezzante giudizio invece veniva dalla bocca di Ugo La Malfa, che si sfogò confidenzialmente con Eugenio. Lo dice Eugenio, naturalmente. E può anche essere vero. In effetti il suo amico Ugo era piuttosto anzianotto a quel tempo.

MICHAEL KIRBY 18/03/2014 Con qualche decennio di ritardo rispetto ai comuni mortali, anche all’ONU si sono accorti che in Corea del Nord succedono cose strane e mostruose. Il presidente dell’apposita Commissione d’inchiesta sui diritti umani nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, Michael Kirby, ha finalmente dichiarato, papale papale, che i crimini commessi dal regime nord-coreano sono paragonabili a quelli dei nazisti, del regime dell’apartheid e dei Khmer Rossi. Si sente davvero che l’ora è scoccata. Anche se mettere sullo stesso piano le malefatte del regime segregazionista sudafricano e i genocidi su scala industriale dei nazisti del Terzo Reich o dei Khmer Rossi fa sorridere. E però fa molto liberal. In ogni caso sono regimi morti e sepolti. Questo era l’essenziale. Perché parlare all’ingrosso e apertamente di «crimini comunisti», invece, avrebbe voluto dire stuzzicare una bestia ancora non del tutto spacciata. Ma vedrete che una volta morta e sepolta l’ONU saprà riscattarsi e con essa si mostrerà i-ne-so-ra-bi-le.

MAURIZIO MARTINA 19/03/2014 Il nuovo ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali si chiama Maurizio Martina. Del suo nome mi ero già dimenticato. Per quale serio motivo avrei poi dovuto ricordarlo? Tutti i ministri che l’hanno preceduto, che fossero di destra, di sinistra o di centro, di sesso maschile o femminile, del sud o del nord, tutti hanno parlato all’unisono, come un libro, o per meglio dire, come un decalogo stampato: eccellenza, qualità, marchi Dop, e soprattutto – soprattutto – strada sbarrata agli Ogm. Anche il nuovo ministro, dopo profonde meditazioni e approfonditi studi, è convinto «che il modello agricolo italiano non abbia bisogno di Ogm: l’investimento sulla qualità ci consente di rafforzare un modello agricolo che evita di utilizzarli.» Questa convinzione è un postulato che ormai abbiamo tutti imparato a memoria: a noi non servono! Non servono e basta! E però io un quadrettino d’Italia, magari di nascosto, in nome della ragion di stato, e con l’aiuto dei servizi deviati, lo destinerei alle coltivazioni Ogm, giusto per prudenza, giusto per non dover sentirsi dire un giorno, da una nuova serie di ministri benpensanti, che abbiamo perso vent’anni, che siamo un paese retrogrado e magari clerico-fascista.

KYLIE MINOGUE 20/03/2014 Il nuovo video della “cantante, compositrice, attrice, stilista e produttrice discografica australiana” (Wikipedia dixit) è super hot, e nessuno, scommetto, l’avrebbe mai potuto immaginare. Nonostante gli ormai quarantasei anni, infatti, Kylie ha voluto rispondere in grande stile alle sfide lanciatele dalle varie Beyoncé, Rihanna, Lady Gaga e via sculettando. La musica di “Sexercize” non si discosta da quella delle altre gattine: un miagolio ossessionatamente ripetitivo, meccanico, tribale, tipo disco rotto che si incanta, come si diceva una volta, ai tempi del vinile. Ma adesso, chissà perché, regna la perversione e l’effetto piace, specie se occupa il pezzo dall’inizio alla fine. Anche in questo sexy video musicale sarete colpiti dai volti serissimi della star e delle sue compagne di contorsioni, inarcamenti, toccamenti e ammiccamenti: in questo smaccato esibizionismo sono così comprese di sé, così sussiegose, che l’esito delle loro fatiche risulta straordinariamente comico. Almeno a chi abbia ancora conservato un sano senso del ridicolo.

CORRADO AUGIAS 21/03/2014 Questa storia del Cavaliere che non può più essere Cavaliere ci fa veramente rotolare dal ridere. Anche il frigidissimo Corrado Augias – che pure quando ridacchia o sorride emana quel qualcosa di indefinibile e poco naturale che fa piangere infallibilmente ogni bambino innocente – anche il gelido Corrado, dicevamo, ha voluto ribadirlo: «Berlusconi è un interdetto e un condannato quindi non può tenersi il titolo di Cavaliere». Cavaliere starebbe per «cavaliere del lavoro», onorificenza che non ha mai fatto entrare nessuno nella leggenda. Anzi, si può dire che a un onesto «cavaliere del lavoro» in quanto tale la via della fama imperitura sembra preclusa per natura. All’aspirante Cavaliere della Valle Solitaria o dalla Triste Figura occorre invece un alone; tenebroso, luminoso, eroico, tragico o tragicomico che sia; e una vena di megalomania. Anche un filibustiere può aspirare al Cavalierato nel senso più cavalleresco e romanzesco e vero del termine; un «cavaliere del lavoro», mai. Il Cavaliere, cioè Silvio, queste malattie le ha proprio tutte, non c’è alcun dubbio. I suoi seguaci infatti non ne hanno mai dubitato. I detrattori, pure. E allora perché adesso hanno cambiato idea?

Advertisements

Lo schema di Zeman

La Gabanelli? La Gabanelli non sa mai se va in onda. Santoro? Santoro non sa mai se va in onda. Fazio? Anche Fazio e il suo amico Saviano cominciano ad avere qualche dubbio. E già si sentono molto, ma molto meglio. La Dandini? Con la Dandini si ritorna al classico e blindato tran-tran: la Dandini, felicissima, non sa assolutamente mai se va in onda.

Floris? Floris va sempre in onda senza fare tante storie, perché di Santoro ce ne vogliono almeno due: lui è quello dalle buone maniere. Augias? Augias con le sue Storie va sempre in onda e picchia durissimo, ma con una forbitezza così raggelante da scoraggiare anche la potenziale audience sanculotta, che qualcosa di umano ha pur conservato.

L’Annunziata? L’Annunziata va sempre in onda e ha la sua mezz’oretta di gloria ogni settimana. Lilli la Rossa ce l’ha ogni giorno ma è dovuta emigrare su La7 perché, dopo qualche anno in politica nel cuore della civile Europa, di ritorno nel nostro disgraziato paese ha scoperto che alla Rai i suoi ex compagni e le sue ex compagne non avevano lasciato libero neanche un cesso. Però alla Busi – Busi la Bionda – hanno trovato un buso per difendere i diritti e la Costituzione, e con tanto di cavalier servente al seguito, il maestro Gherardo Colombo: forse perché buca lo schermo con l’occhio metallico?

Sembra uno schema del Foggia di Casillo. Quello di una volta. Uno schema di Zeman. Non ci capisci assolutamente un cavolo. Tu pensi ad una partita normale, anzi facile, con quattro poveri diavoli che si son messi le magliette di Gullit e Van Basten, così, tanto per vivere un giorno da leoni prima di farsi sbranare, e invece te li ritrovi di colpo tutti in area, nella tua area, come le cavallette, o la cavalleria mongola.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Gli inamovibili della RAI

Uno dei grandi misteri irrisolti della rivoluzione berlusconiana, o per meglio dire, della catastrofica inefficienza del suo regime, è il continuo moltiplicarsi delle sinecure televisive dei soliti teleimbonitori di sinistra. “Moltiplicarsi” in effetti non è la parola giusta. Meglio sarebbe dire “sommarsi”. Infatti la caratteristica fondamentale di ogni programma di stampo sedicente democratico e progressista è che esso non soggiace ad alcuna politica editoriale o legge di mercato. Semplicemente non è più rimuovibile: a differenza di quanto capita ai comuni e mortali programmi, la sua rimozione non rappresenterebbe la presa d’atto che la trasmissione è arrivata in tutta naturalezza alla fine della sua lunga pista; nooo, sarebbe piuttosto una ferita nel corpo vivo della nostra democrazia, un danno esiziale al pluralismo della nostra informazione. Non vi ricordate come Floris fece il suo esordio alla RAI col suo Ballarò? Certo che no. Non volete. Doveva da una parte sostituire Santoro, colpito dall’editto bulgaro berlusconiano, e allora in procinto di partire per un esilio ottimamente stipendiato in un lussuoso resort strasburghese-lussemburghese-bruxellois; e dall’altra parare l’attacco del crociato Antonio Socci col suo Excalibur. Poi Santoro tornò in RAI, ma col cavolo che Floris smontò le tende del suo accampamento televisivo: da otto anni è lì, fermamente convinto, come i suoi colleghi di resistenza a Saxa Rubra, di essere una colonna della democrazia. Don Chisciotte Socci fu invece mandato a casa col suo ronzino e il suo spadone di latta dopo appena due anni, come un appestato, e senza che nessuno gridasse all’emergenza democratica. Quello che fa restare a bocca aperta è che queste balle risibili e ricattatorie facciano restare a bocca aperta quei poveri mentecatti che noi di destra abbiamo eletto in parlamento.

E così, con lo scopo per definizione irraggiungibile di pareggiare i conti con l’orrida e rassicurante melassa del tinello di Vespa (i “salotti” necessitano di un minimo di QI), un po’ alla volta la RAI è stata incredibilmente okkupata da tutta una serie di piccoli e grandi sultanati indipendenti, nessuno dei quali indispensabile al buon funzionamento della democrazia italiana: quello di Santoro, quello di Floris, dell’Annunziata, della Gabanelli, di Augias, di Fazio, della Dandini. Magari ce ne sarà qualcun altro, che ora non mi viene in mente: chi li conta più ormai? Qualcuno di questi programmi raggiunge un’audience di qualche milione di telespettatori, qualcuno è visto dai quattro gatti più devoti, ma grosso modo è sempre la stessa setta che fa le processioni in piazza, i processi sui giornali, va a messa da Santoro, a vespero da Floris, si confessa dall’Annunziata, sonda la profondità del male dalla Gabanelli, fa gli esercizi spirituali da Augias, si rinfranca l’animo da Fazio, e se la spassa infine dalla Dandini. Gli opposti salotti della contessa Serena Dandini da Sylva e di Corrado Augias danno veramente la misura del grado di perversione di questa religione civile. Le trasmissioni della Dandini sono infatti pietose, e dico pietose perché molti hanno già detto che sono penose, però vanno avanti misteriosamente da lustri. Funzionano così: chi vi entra, invece di farsi il segno della croce, si stampa in faccia un mezzo sorriso, che si riverbera nei mezzi sorrisi di tutti gli altri compagni di combriccola e nel sorrisone benedicente della profetessa. Il riflesso di questo piccolo esercito di dentature colpisce mortalmente al cervello il telespettatore politicamente simpatetico nella cui debole testolina s’insedia regalmente in trono il seguente messaggio: que-sto-è-un-pro-gram-ma-in-ten-zio-nal-men-te-co-mi-co. Altrimenti col piffero che qualcuno lo capisce. Mentre Corrado Augias conduce il suo programma Le Storie con aria da gelido censore in una sorta di Sinedrio, o di Lubianka, dove non vola una mosca, dove dopo un po’ viene meno perfino il respiro, e vi assale un bisogno insopprimibile di ruttare o scoreggiare, giusto per creare condizioni ambientali più favorevoli alla vita dell’uomo. Non vi corre un brivido giù per la schiena, quando costui e il suo inappuntabile ospite, in obbedienza alle convenienze, non certo alla natura, per combattere la temperatura polare emanata dai loro augusti discorsi, si schermiscono con qualche sorrisetto?

Ora io dico che alla RAI c’è veramente bisogno di aria fresca. Questa sbobba ammazza lo spirito e la morale più di dieci GF messi insieme. Auspico che si faccia piazza pulita di tutte queste rendite di posizione; e che una volta tanto trionfi davvero quello spirito riformista e liberale di cui il Cavaliere si era fatto, un tempo, paladino. Vai, Silvio!

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Che tristezza Eugenio!

Certe volte gli uomini hanno fantasie sorprendenti. Quel cochon di Mitterand (la cochonnerie era in verità il suo più grande talento) disse in un momento di felicità creativa che Margaret Thatcher aveva “le labbra di Marilyn Monroe e gli occhi di Caligola”. Non aveva neanche tutti i torti: ma solo uno specialista poteva avere il sangue freddo di isolare l’unica cosa attraente della Dama di Ferro. Non so se a questo punto la fantasia finì lì, o ebbe l’ardire di andare ben oltre i limiti dell’entente cordiale franco-britannica. E’ un segreto di stato, religiosamente custodito, un affare di primissima importanza, foriero di possibili conseguenze telluriche nei rapporti internazionali. Chissà cosa avrebbe detto Eugenio Scalfari se a pronunciare il bon mot di Tonton fosse stato il nostro bullo Berlusconi! Lo dico perché nella sua predicuzza domenicale non ha potuto fare a meno di rifilarci la cupezza esibita e frivola del laico tutto d’un pezzo quando parla di etica, fino ad invocare lo spirito di Pietro Scoppola. Per la chiesa di Eugenio, infatti, l’unico cattolico buono è quello triste come la morte:

Resta da parlare dei cattolici, della Chiesa e delle reazioni che questa vicenda ha suscitato. Se fosse ancora tra noi Pietro Scoppola intervenire su questo tema gli spetterebbe di diritto: si tratta di etica, un valore che coinvolge in modi diversi ma egualmente intensi sia il pensiero laico sia il mondo cattolico, con in più per quest’ultimo che l’etica è strettamente intrecciata al sentimento religioso e quindi impedisce il cinismo dell’indifferenza o almeno così dovrebbe.

Io li vedo strani, questi moralisti della religione laica. E spaventosamente frigidi anche quando si danno arie da volterriani. Moralità e felicità viaggiano su due piani distinti per costoro, come l’anima e il corpo, disperatamente. Avete presente i tipi lugubri alla Corrado Augias? Tengono salotto con l’aria da gelidi censori in quella sorta di Sinedri televisivi che sono i loro programmi, dove non vola una mosca, dove dopo un po’ viene meno perfino il respiro, e vi assale un bisogno insopprimibile di ruttare o scoreggiare, giusto per creare condizioni ambientali più favorevoli alla vita dell’uomo. Non vi corre un brivido giù per la schiena, quando loro e i loro inappuntabili ospiti, in obbedienza alle convenienze, non certo alla natura, per combattere la temperatura polare emanata dai loro augusti discorsi, si schermiscono con qualche sorrisetto?

Ma mandiamoli pure a quel paese, questi spaventapasseri tristi come la fame; e col conforto del nostro saggio amico, tanto per accompagnare il gesto con un tocco di kultura:

Io sono affatto esente da questo stato d’animo [la tristezza], e non l’amo e non ne faccio conto, sebbene ci sia messi ad onorarlo di particolare favore, come cosa assai pregevole. Se ne vestono la saggezza, la virtù, la coscienza: ornamento sciocco e mostruoso. Gli Italiani hanno più propriamente battezzato col suo nome la cattiveria, E’ infatti una qualità sempre dannosa, sempre folle, e, come qualità vile e bassa, gli Stoici la vogliono lontana dai saggi. (Michel de Montaigne, Saggi, Libro I, Capitolo II, Della Tristezza)