Quello stantio odore di complottismo

Devo essere sincero: i tipi come Ferruccio De Bortoli mi stanno proprio sui cosiddetti. Perfino quando iniziano un articolo con «Devo essere sincero:» non riescono a spingere la schiettezza al di là dell’incipit. Infatti tutto l’attacco che il direttore del Corriere della Sera ha sferrato ieri a Matteo Renzi si potrebbe virilmente condensare così: «Matteo, sei un berluschino. Amen.» Come spiegare questo attacco a freddo tanto mellifluo quanto brutale? Intanto c’è da tenere in conto il quadro generale della situazione politica: a sinistra la resistenza contro Renzi si sta facendo sempre più forte, il nervosismo è alle stelle, e La Repubblica si sta lentamente spostando verso una posizione apertamente critica nei confronti del Rottamatore. E La Repubblica è il quotidiano che negli ultimi decenni ha di fatto dettato la linea a tutti i grandi giornali. E poi c’è il fatto personale: De Bortoli è un direttore in uscita, essendo stato dimissionato dagli azionisti di Rcs. E quindi è probabile che trovi vantaggioso riposizionarsi politicamente. Trovate che sia un’insinuazione bassa e volgare? Calma, sono solo sincero e sinceramente schietto: è quel che penso, punto e basta. Tanto più che non posso sinceramente pensare che un uomo di mondo come De Bortoli cada in insinuazioni così basse e volgari come quella sul contenuto del patto del Nazareno, a sua detta emanante uno «stantio odore di massoneria», senza avere in mente le fenomenali doti ricettive del tipico complottista di sinistra, cresciuto a pane e servizi deviati.

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Le riforme e la memoria corta del Corriere

E’ commovente vedere il presidente della Repubblica dire schiettamente no ai conservatorismi e auspicare coraggio e politiche nuove sulla questione del lavoro; così come ci rinfranca leggere le ferme parole di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera contro «i nostalgici del novecento», cioè le mummie di quella sinistra «immobilista e conservatrice» che si oppone a quella «riformista» oggi incarnata in Italia da quella sagoma del Rottamatore. Però i due personaggi dovrebbero prima spiegarci dove fossero gli augusti presidenti della Repubblica e le auguste firme del Corriere della Sera o del Sole 24 Ore quando quella sagoma del Berlusca si scontrava coi sindacati – a cominciare dalla guerra scoppiata nel 1994 sulle pensioni che fece saltare il suo primo governo – oppure quando si azzardava anche solo ad ipotizzare una qualche riformicchia liberale in campo economico. Non ci risulta che i primi spalleggiassero con la loro autorevole e meditata parola i tentativi del nostro eroe, né che i secondi scrivessero nei loro editoriali «Avanti tutta, Silvio!». Proprio per nulla, nonostante anche allora, come ora, la patria necessitasse di riforme vitali. Su Silvio si leggevano invece seriose reprimende grosso modo di questo tenore: «E’ proprio in queste occasioni che si vede tutta l’incapacità politica di Berlusconi di essere all’altezza delle sfide del futuro. Il caratteristico tratto demagogico-populista della “filosofia politica” berlusconiana può concepire il riformismo solamente come una guerra contro qualcuno, e non piuttosto come la capacità di raccogliere il necessario consenso tra le diverse parti sociali, anche attraverso duri negoziati, condotti però col tratto costruttivo dello statista vero ecc. ecc. ecc.». Ora è cambiato tutto. A proporre le riformicchie liberali è la stessa sinistra, o almeno una parte di essa. Quindi si può perfino rischiare di sbilanciarsi. A conferma che in Italia, nonostante il ventesimo secolo sia ormai finito da qualche lustro, la sinistra è ancora una chiesa: fuori di essa nulla salus. Per questa riforma epocale, di tipo antropologico, i tempi non sono ancora maturi. Ma aspettiamo fiduciosi l’avvento del ventiduesimo secolo.

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Eh no, caro Corriere, col piffero!

Colpo da maestro di Angelino Alfano, ancorché involontario. L’altro giorno, mentre il presunto omicida di Yara Gambirasio era sottoposto a fermo dai carabinieri, preso da un ingenuo entusiasmo e da una non proprio commendevole voglia di far bella figura, ha twittato: «Individuato l’assassino di Yara Gambirasio». Il procuratore Francesco Dettori, al quale non è spiaciuta tanto la gaffe giustizialista del Ministro dell’Interno, quanto piuttosto la fuga di notizie, ha detto: «Era intenzione della Procura mantenere il massimo riserbo. Questo anche a tutela dell’indagato in relazione al quale, secondo la Costituzione, esiste la presunzione d’innocenza.» Il Ministro dell’Interno, gaffe a parte, ha avuto allora buon gioco nel ricordare un fatto incontestabile: la notizia era già apparsa nel web. Il primo sito a dare la notizia dell’arresto del presunto assassino era stato quello del Corriere, con toni che trasudavano stentoree certezze. E il Corriere ne era fiero, tanto è vero che di rincalzo sul sito si poteva leggere: «Non ci credeva più nessuno. Noi stessi, quando sul sito abbiamo lanciato per primi la notizia (una Buona Notizia, con le maiuscole di rigore), stentavamo a prenderne atto. Eppure la svolta è arrivata.» 

Le parole del procuratore hanno finito perciò per mettere nell’imbarazzo il Corriere. Che naturalmente ha fatto finta di niente, ma nello stesso tempo ha apprestato le prime difese. Il critico televisivo Aldo Grasso (al pari di tanti tartufi della stampa giacobina) si è reso protagonista di una manovra diversiva, concentrando il fuoco sulla gaffe dello sventurato neo-giustizialista Angelino; mentre Fiorenza Sarzanini, la leggendaria inviata che da anni vive in simbiosi con le procure di mezza Italia (come faccia non so, dev’essere una marziana) ha vergato un articoletto dal titolo eloquente: “Botta e risposta Alfano-Procura – Non è l’ora delle liti”, che è sembrato un invito a smetterla, nel senso manzoniano, però, di troncare e sopire. Dopo aver rampognato, pure lei, l’Angelino Sterminatore, poveretto, la Sarzanini è venuta al dunque: «Ma anche il capo dei pubblici ministeri», ha scritto, «sembra aver preso un abbaglio. Il sito Internet del Corriere della Sera ha dato la notizia del fermo di un uomo accusato del delitto prima della nota del Viminale. Dunque non è vero che la Procura aveva stabilito di agire nel massimo riserbo come ha dichiarato pubblicamente l’alto magistrato, oppure se l’aveva deciso non è comunque riuscita a custodire il segreto.»

Discorso apparentemente franco, ma in realtà elusivo, giacché implica come conseguenza tre possibili e non esplorati scenari: 1) o il Corriere ha una talpa in procura; 2) oppure in ogni procura d’Italia c’è sempre qualcuno geneticamente predisposto a divulgare notizie al primo giornalista che incontra, o a quello bravo che sa lavorarlo meglio; 3) oppure la Procura racconta balle, e il pasticcio è nato da un corto-circuito nei sistemi di comunicazione tra procura e stampa, innescato dal tweet di Alfano. Insomma, mi sembra una buonissima occasione per vederci chiaro in questa «collusiva», «inquietante», «depistante», «oscura», «deviata», ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. pluridecennale corresponsione d’amorosi sensi tra magistrati e gazzette, di vedere finalmente come funziona dal di dentro il circo mediatico-giudiziario ai livelli altissimi; per scoprire poi, magari, che a vederlo da vicino non è poi tanto più bello e tanto meno sgangherato del mondo delle nefande cricche e dei luridi comitati d’affari.

Ma la Sarzanini non la pensa così. Altre sono le priorità: «È la loro esigenza [dei genitori di Yara] che adesso bisogna soddisfare. Ed è necessario farlo senza alimentare inutili e sterili diatribe che rischiano soltanto di inquinare un’indagine delicatissima che coinvolge tante altre persone e rischia di distruggere moltissime vite. Il lavoro degli investigatori e degli inquirenti è ancora lungo e ricco di insidie. Bisogna procedere un passo dopo l’altro analizzando ogni elemento, valutando ogni mossa. Sarebbe auspicabile che si pensi soltanto a questo, lasciando il resto – soprattutto la politica e i suoi protagonisti – fuori da tutto.» Che c’entrano i politici? I politici in questa faccenda non c’entrano per niente. Sono un depistaggio. Per dirla con Letta (il giovanotto): e che, c’abbiamo scritto Jo Condor? Noi invece siamo irresponsabili. Sì, irresponsabili! Vogliamo rompere! Non vogliamo che il pasticcio sia insabbiato! Vogliamo la trasparenza! Vogliamo la verità! Anche noi per un giorno (mica siamo fanatici, siamo sempre berlusconiani) vogliamo praticare il culto della legalità e sentire l’effetto che fa! Così, per sport.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (165)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

«IL PAESE SPACCATO»  10/02/2014 Svizzera «paese spaccato»: al referendum per l’introduzione di una legge che metta un tetto all’immigrazione ha vinto di strettissimo margine il “sì”. Grosso modo – grosso modo – succede sempre così in democrazia: alle elezioni politiche un grosso partito, o una coalizione di partiti, vince e un altro grosso partito, o un’altra coalizione di partiti, perde; in caso di elezioni presidenziali, o vince il candidato dei conservatori, o vince quello dei progressisti; in caso di consultazioni referendarie, o vince il “sì”, o vince il “no”, oppure vince l’astensione, nel caso ai sostenitori del “no” convenga puntare al mancato raggiungimento dell’eventuale quorum. In democrazia le vittorie tendono sempre ad essere fisiologicamente piuttosto strette. Una vittoria con 10 punti percentuali di vantaggio (55% contro 45% alle presidenziali per esempio) passa per un successo travolgente. Eppure è anche vero che parlando a spanne, astrattamente, pure in quel caso si può benissimo dire che grosso modo – grosso modo – i contendenti hanno conquistato ciascuno circa metà degli elettori. Ed è così che spesso chi vince, volendo infierire, parla esaltato di «un trionfo della democrazia»; e chi perde per dispetto fa la Cassandra e parla o scrive, preoccupatissimo, di «paese spaccato»: e direi che ormai hanno veramente «spaccati i marroni».

FABIO FAZIO 11/02/2014 Essendo impensabile che qualsiasi persona raziocinante, spettatore o critico, colto o bifolco, ne potesse mai individuare la segreta trama; ed essendo impensabile che un furbacchione come lui potesse farsi sfuggire l’occasione di sgattaiolare dentro l’alone di gloria, dorato e fuggitivo, de “La grande bellezza”; il conduttore del Festival di Sanremo ha pensato bene di rivelarci il modo migliore per poter sopravvivere alla straziante mattonata della canzone italiana e, per poterne, anzi, misurare appieno l’alto valore aggiunto culturale: «Il tema che farà da filo conduttore», ha detto Fabio, «sarà quello della bellezza, sentito come necessità». Per soggiogare del tutto il vasto pubblico dei babbei ha poi aggiunto: «Ci sarà anche un omaggio al maestro Claudio Abbado, sarà un momento importante per il Festival.» Maestro anche «nell’impegno civile», ovviamente: questo ve lo posso anticipare io. Fabio lo dirà nell’omelia. Perché con questi presupposti assistere al Festival sarà come andare a Messa: all’uscita vi sentirete una persona migliore.

GLI SMEMORATI BIPARTISAN 12/02/2014 I complotti abbondano nella bocca degli stolti, ancor più del riso. Le macchinazioni, quando esistono, sono solo la parte finale di un dramma molto più esteso. E’ la storia che spiega la cronaca, non il contrario. Contro l’ex premier Berlusconi non c’è stato nessun complotto. C’è stata invece una volontà generalizzata e manifesta di mandarlo a casa a tutti i costi. Prima delle elezioni del 2008 Berlusconi per tre lustri era stato oggetto di una campagna di demonizzazione ossessiva ma tutto sommato “classica”, portata avanti di conserva con l’attivismo mitomane dei giustizieri di casa nostra. Nel 2010, un po’ per disperazione, la macchina del fango di grandissima lunga più professionale che l’Italia abbia mai conosciuto sparò la cartuccia della mostrificazione di Berlusconi, puntando tutto sugli aspetti più intimi della sua vita privata. La demonizzazione di Berlusconi, detto tra parentesi, è sempre stata, naturalmente, tutta roba confezionata a casa nostra per essere poi esportata all’estero con zelo straordinario al fine di internazionalizzare “il caso italiano”. Alla fine del 2010 la scissione finiana e la campagna di sputtanamento sembravano aver dato il colpo di grazia al Berlusca. Ma il suo governo, com’era prevedibile e come io previdi, resse. Da quel momento apparvero di colpo sulle gazzette della Migliore Italia una montagna di articoli di pensosi costituzionalisti e intellettuali sulle magagne di un sistema democratico che concedeva a Berlusconi la possibilità di avere una democratica maggioranza! Ci furono appelli più o meno discreti ad entità sovranazionali. La sempre misurata Barbara Spinelli arrivò ad invocare il ripescaggio dell’ostracismo dei tempi di Pericle! E già ci si sbizzarriva sui nomi dei futuri timonieri. Nel “Vergogniamoci” del 4 marzo 2011, di cui fu vittima Carlo De Benedetti, scrissi: «Il nome gli è venuto in mente solo perché da molto tempo il sogno proibito ma niente affatto segreto del Partito di Repubblica è di commissariare la democrazia italiana. Fatto sta che per battere quella macchietta che ha fatto dell’Italia una barzelletta il primo dei democratici propone alla sinistra una figura dal profilo esattamente opposto, l’ex commissario europeo Mario Monti: un tecnico prestigioso, un altissimo e rispettato funzionario, un uomo uso a misurare le parole, contegnoso, irreprensibile, serio. Insomma, un professore perfettamente imbalsamato e perfettamente innocuo. Una macchietta. Seriosa però.» Berlusconi però continuava a resistere, anche dopo la crisi libica. Fu solo un evento esterno a rendere possibile la realizzazione di questo disegno: la tempesta finanziaria internazionale e la crisi dello spread. In un clima d’isterismo collettivo che andava ben al di là dei nostri confini, la mostruosa “impresentabilità” berlusconiana fece del Caimano il capro espiatorio ideale. Ma Bersani e il Pd, al contrario di certe bubbole che si leggono oggi, non furono dolorosamente privati di una certissima vittoria elettorale dalla nascita del governo Monti, per il fatto stesso che questo nacque alla condizione che le elezioni non si celebrassero. Infatti, se il Berlusca non fu mai sfiduciato è perché in parlamento bivaccava beatamente un gruppo robustissimo di onorevoli centristi privi di certezze per il futuro. Bersani e il Pd, semplicemente, fecero buon viso alla nascita del governo Monti pur di mandare a casa Berlusconi. Berlusconi resistette fino all’ultimo, e quando si arrese ebbe la lucidità di appoggiare il progetto montiano; mentre invece la “sua stampa” più pettoruta e confusionaria, quella che oggi parla di complotto, si era già arresa da mesi e in quel momento voleva andare furiosamente incontro al suicidio delle elezioni. Roba da matti.

GLI STRATEGHI DEL CORRIERE DELLA SERA 13/02/2014 Finora hanno sempre fallito. Credete che con Renzi al comando questa potrebbe essere la volta buona? Impossibile. Per il Partito del Corriere (o del Sole 24 Ore) si tratta dell’ennesimo tentativo di coagulare intorno ad un centro politico di primi della classe un consenso parlamentare e popolare che si possa in futuro strutturare in una vera forza politica egemone; un tentativo non golpista ma piuttosto muscolare di rinverdire i fasti del suffragio ristretto in un contesto pienamente democratico. Un controsenso. Ci provarono con la macchietta seriosa di nome Mario Monti. Ma l’approccio fu così smaccatamente tecnocratico che la breve parabola di Super Mario finì nel ridicolo. Andati a sbattere contro la legge della politica e del consenso ci hanno riprovato con un governo mezzo tecnico e mezzo politico guidato da un bravo scolaretto di nome Enrico Letta. Da un mese l’hanno abbandonato al suo destino. Fallita l’impresa di destrutturare la politica italiana disprezzandone i protagonisti, hanno deciso di arrendersi alla politica lanciando un’Opa sul Pd attraverso Renzi, il quale dovrà scegliere se restare prigioniero di un progetto asetticamente liberal che al popolo di sinistra non dirà un bel nulla e destinato a finire nel nulla, oppure se al contrario finire in bocca – in assenza di una matura, onesta, pacifica, non giacobina piattaforma politica socialdemocratica – al Partito di Repubblica o, peggio ancora, a quello dei vaffanculisti.

LA PEDOEUTANASIA 14/02/2014 D’ora in poi in Belgio anche un bambino potrà chiedere l’eutanasia. Naturalmente dovrà essere consigliato dal personale medico e da uno psichiatra, dovrà essere «capace di discernimento», dovrà avere l’assenso di entrambi i genitori, dovrà soffrire di una malattia in fase terminale e dovrà essere in uno stato di sofferenza fisica insopportabile e duratura. La sofferenza insopportabile e duratura è peraltro insondabile, dato che nell’uomo al dolore fisico propriamente detto si somma e si mescola sempre, in dosi variabilissime, l’angoscia: per il primo ci sarebbero gli antidolorifici, per la seconda la vicinanza affettiva e spirituale. Tuttavia uno potrebbe dire che di alleviate sofferenze senza prospettive di guarigione non gli importa un bel nulla, e che preferisce di gran lunga essere “aiutato” a togliere il disturbo con la massima speditezza possibile. Ai miei occhi non sarebbe una volontà moralmente giustificabile; ma “umanamente”, per così dire, potrebbe essere comprensibile. Non capisco però come i sedicenti super-umanisti fautori dell’eutanasia, nel profondo della loro sensibilissima umanità, non riescano a sentire come una profanazione anche il solo atto di prospettare ad un bambino, che da solo “umanamente” non ci arriverebbe mai, l’idea di poter chiedere di essere dolcemente “ucciso”. In questo somigliano un po’ a quei pedofili che s’immaginano fanciulli consenzienti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (150)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA CITTADINANZA ONORARIA 28/10/2013 Il premio Nobel per la Pace 1991 Aung San Suu Kyi, in visita in Italia, ha potuto finalmente ritirare la cittadinanza onoraria romana che l’Urbe le aveva assegnata nel 1994. La Città Eterna aveva premiata la leader birmana anche nel 2007, col celeberrimo Premio Roma per la Pace, allora ritirato in sua vece da Roberto Baggio, ieri al fianco dell’eroina birmana. Aung San Suu Kyi domani sarà invece in quella Torino che, per associare l’illustre nome della città sabauda a quello dell’illustre premio Nobel, si pregiò di conferirle la cittadinanza onoraria nel 2009, al tempo in cui il sindaco Fassino faceva l’Inviato Speciale dell’Unione Europea per la Birmania. Dopodomani sarà il turno della malata di protagonismo Bologna, ombelico della democrazia mondiale, dove Aung San Suu Kyi riceverà non solo la cittadinanza onoraria, ma anche una laurea honoris causa in filosofia che l’Università felsinea le aveva conferito tredici anni fa. E il 31 ottobre toccherà a Parma la gioia d’incontrare la sua famosissima concittadina onoraria già dal 2007. Dopodiché la signora, ormai tramortita dai salamelecchi, e con un gran sospiro di sollievo, se ne partirà dall’Italia.

GIANFRANCO RAVASI 29/10/2013 E’ morto Lou Reed ed anche il Cardinale che parla ai Gentili non ha mancato di twittare la sua, citando alcuni versi di una famosa canzone dell’artista newyorkese. La mia franca impressione è che il Cardinale abbia risposto più all’evento che a un moto del cuore. Sono andato a guardarmi i suoi tweet, una serie quasi ininterrotta di citazioni, dei veri e propri Baci Perugina cardinalizi, e ho scoperto che le tre precedenti incursioni del Cardinale nel recinto della musica pop hanno riguardato Bruce Springsteen, Patty Smith e i Coldplay. Questa lista di nomi mi ha dogmaticamente convinto del fatto che Ravasi della loro musica non sappia quasi nulla. Penso che il Cardinale si sia mosso come coloro che non amando e non conoscendo, con loro pieno diritto, la musica classica, dovendo dirne per forza qualche cosa pronunciano sospirosi i nomi di Bach, Mozart & Beethoven. A me per esempio Bach piace quasi sempre, Mozart qui e là, Beethoven quasi mai, e se devo essere sincero del tutto, trovo nella musica di quest’ultimo anche una vena di volgarità melodica. Amen. L’ho detto. Ah sì, ci sarebbe pure Lou Reed. Be’, penso che fosse noioso, e che la sua fama, come spesso capita nel mondo del rock, fosse dovuta a suggestioni extra-musicali.

CORRIERE & STAMPA 30/10/2013 Oddio, la natura umana è capace di tutto. E della supposta efficienza dei servizi segreti, compresi quelli «deviati», mi son sempre fatto beffe. Però, che i nipotini del KGB, al servizio di un governo guidato da un ex del KGB, durante il G20 di San Pietroburgo del settembre scorso siano andati a regalare ai leader di tutto il mondo dei gadget-spia sotto forma di chiavette e cavi Usb, sperando anche di farla franca, è una cosa capace di mettere in crisi le stesse fondamenta filosofico-intellettuali della mia esistenza. Quindi non ci voglio credere assolutamente. Tanto più che a darne notizia al mondo intero sono due illustri segugi di casa nostra, il mitico Guido Ruotolo e la mitica Fiorenza Sarzanini. I casi sono due: o solo i nostri hanno avuto la soffiata; o tutto il resto della truppa giornalistica mondiale ha preferito aspettare che qualche spericolato volontario rotto a tutto si facesse avanti: a dimostrazione che, di riffa o di raffa, il Berlusca c’entra sempre.

GIANFRANCO FINI 31/10/2013 L’ex leader di Alleanza Nazionale ha scritto un libro dal titolo emblematico, “Il Ventennio”, e dal sottotitolo sintomatico, “Io, Berlusconi e la destra tradita”. Prima considerazione: è noto che “ventennio” è una paroletta suggestiva vomitata dalla pancia dell’antiberlusconismo per rivestire pretestuosamente di panni fascisti l’epopea italoforzuta-pidiellina, pretestuosamente non fosse altro perché il Caimano ha governato l’Italia per meno della metà di questo ventennio, perché la sua parabola politica non è ancora finita, e perché non è affatto detto che la sua creatura politica debba morire con lui. Seconda considerazione: “destra tradita” sta naturalmente per “destra perbene tradita”, destra perbene o potenzialmente tale, degna di un paese moderno, depurata dal populismo berlusconiano. Terza considerazione: perché Gianfranco Fini usa questo linguaggio omologato? Per dimostrare a tutti che il suo approdo alla società civile, ossia alla dhimmitudine, è definitivo. E buonanotte.

DARIO FO 01/11/2013 A ottantasette anni compiuti, dopo una lunghissima e fortunata carriera a cui nessuno da mezzo secolo almeno mette il bastone fra le ruote, vezzeggiato, riverito e premiato come solo ad un artista di regime può capitare, nonostante o stante appunto l’arte grossolana, a Dario piace ancora recitare la parte del perseguitato, ed ostentare quella faccia divertita, sconcertata e indignata insieme che è diventata la sua maschera e che forse abbandona solo quando è costretto a lottare con la stipsi fra le quattro pareti del bagno. E’ con ineffabile voluttà, perciò, che il nostro giullare ha ricevuta la notizia del rifiuto imposto dalla Santa Sede alla rappresentazione all’Auditorium della Conciliazione del suo nuovo spettacolo teatrale, basato sul libro “In fuga dal Senato” scritto da Franca Rame. Una censura, scrive Dario il piagnucolone tracotante in una lettera aperta di denuncia dell’accaduto, che butta «un’ombra lunga e grigia sullo splendore e la gioia che Papa Francesco ci sta regalando». Infatti il succo non esplicitato della lettera è questo: 1) trattandosi di un atto clamorosamente contrario allo spirito rinnovatore che guida questo eccezionale pontificato, solo la cricca dei falchi del Vaticano può averlo firmato; 2) la Chiesa li metta a tacere; 3) Chiesa avvisata, mezza salvata.

Ciò che Galli della Loggia ha capito soltanto adesso

Dopo aver a lungo e con studio segato il ramo sul quale sedeva, il “Corriere della Sera”, per salvare se stesso e l’Italia dal radicalismo, e riportare tutti alla ragionevolezza, comincia a sperare nelle disprezzatissime truppe del Caimano, abbandonando alla sua sorte l’utile idiota Monti, lo statista che non capì un bel nulla. Il Corrierione e Montezemolo invece hanno capito tutto. Adesso. Illuminato dall’esito delle elezioni, Galli della Loggia ha capito meglio ancora di loro.

Un’oligarchia, quella del Centro, che ha dato la misura della sua mancanza di sintonia rispetto alla condizione politica reale del Paese quando ha deciso, segnando così la propria sconfitta, di contrapporsi frontalmente e sprezzantemente all’elettorato che fino ad allora era stato della Destra. Come si è visto allorché Monti si è rifiutato di prestare il benché minimo ascolto all’invito di essere il «federatore dei moderati» rivoltogli da Berlusconi: nonostante fosse ovvio che l’elettorato della Destra costituiva l’unico elettorato dove il Centro avrebbe potuto ottenere il consenso di cui andava in cerca. Perché questo errore? Forse per l’influenza dell’onorevole Casini e del cattolicesimo politico più sprovveduto, mai rassegnatosi al bipolarismo e invece sempre vagheggiante un’illusoria collocazione al di là della Destra e della Sinistra? No, non credo per questo; anche se certamente tutto questo ha contato. Sono invece convinto che nel paralizzare qualunque interlocuzione con il popolo della Destra da parte di Monti e dei suoi, nel far loro escludere qualunque approccio meno che ostile in quella direzione, ha contato molto di più quella sorta di generico interdetto sociale che da sempre la Sinistra si mostra capace di esercitare nei confronti della Destra stessa: in modo specialissimo da quando a destra c’è Berlusconi. È l’interdetto che si nutre dell’idea che la Destra costituisca la parte impresentabile del Paese, il lato negativo della sua storia. (…) La borghesia che conta, il grande notabilato di ogni genere, l’alto clero in carriera, insomma l’élite italiana, ha profondamente introiettato questo stereotipo (che come tutti gli stereotipi ha naturalmente anche qualcosa di vero). Uno stereotipo tanto più potente perché in sostanza pre-politico, attinente al bon ton civil-culturale. Con la Destra dunque l’élite italiana non vuole avere nulla a che fare: per paura di contaminarsi ma soprattutto per paura di entrare nel mirino dell’interdizione della Sinistra. Cioè di farsi la fama di nemica del progresso, di non essere più invitata nei salotti televisivi de La7, a Cernobbio o al Ninfeo di Valle Giulia; di diventare «impresentabile» (oltre che, assai più prosaicamente, per paura degli scheletri negli armadi, che non le mancano…). [Ernesto Galli della Loggia, perle scelte da “Ciò che il centro non ha capito”, Corriere della Sera, 24 marzo 2013]

Sono completamente d’accordo più che a meta col mister. Infatti queste parole mi sembrano riecheggiare non poco le solite fisime anti-bolsceviche di Zamax, tipo quelle espresse prima delle elezioni qui e qui:

[Monti può] Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. (…) Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica». Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. (…)

L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. (…) E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. (…) Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. (…) Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa.

P.S. – EGdL più di sei anni fa la pensava diversamente: allora la colpa era della destra che non se l’intendeva con le élite, ora è colpa delle élite che disdegnano la destra…

P.S. 2 – Grazie a Vincenzillo, abbiamo scoperto cosa pensava EGdL prima delle elezioni,  in particolare sulla strategia del Centro: 

C’è un ultimo enorme favore elettorale che si può fare a Berlusconi: quello di concedergli l’esclusiva della contrapposizione alla Sinistra (che per lui vuol dire giocare la carta dell’anticomunismo). Una contrapposizione, come si sa, che ha tuttora buoni motivi, ma che in Italia ha soprattutto una grande storia alle spalle e anche perciò un grande richiamo. Non fare questo favore a Berlusconi è affare del Centro, evidentemente. E dovrebbe essere un affare ovvio, mi pare: se il Centro non è contro la Sinistra oltre che contro la Destra, infatti, che razza di Centro è mai?

Al post-elezioni l’ardua sentenza.

Perché in Italia un partito liberaldemocratico non può esistere

Le elezioni politiche in Giappone sono state vinte dai liberaldemocratici. Per Il Sole 24 Ore è una svolta a destra. Per Il Fatto Quotidiano è una svolta a destra. Per La Stampa il Giappone vira a destra. Per La Repubblica si afferma il partito conservatore. Per Il Corriere della Sera Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per L’Unità Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per Il Messaggero Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Insomma: liberaldemocratici = conservatori = destra. Lo scrivono le gazzette della Meglio Italia, okkupate da decenni dalle truppe della rincoglionita Meglio Gioventù. Le stesse che frignano per il fatto che in Italia non ci sia un vero partito liberaldemocratico. Per forza: non lo vogliono né di destra, né conservatore. Ma ammodo, centrista di centro, ed urbanamente occhieggiante a sinistra. Perché in Italia la vera liberaldemocrazia, quella veramente liberale e quella veramente democratica, in fondo in fondo è di sinistra o quasi. Come se fossimo in USA o UK o nell’Europa della prima metà dell’ottocento. Imbroglioni. Ricattatori. E ignoranti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (103)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CORRIERE DELLA SERA 03/12/2012 Tra le più gravose incombenze del presidente della repubblica italiana vi è l’obbligo non scritto di presenziare alla prima della Scala. Mettiamo, com’è statisticamente probabile – oltre che lecito, chiariamo subito, prima che qualche pazzerellone di magistrato si metta strane idee in testa – che a questo benedetto uomo, solitamente in età veneranda e degna quindi dei più delicati riguardi, la musica «classica» non dica un bel nulla; che l’opera gli piaccia ancor meno; che la «gesamtkunstwerk» gli appesantisca la digestione e gli annebbi la vista ancor prima che la musica gli giunga all’orecchio; che questa musica cosmica e caliginosa se la intenda un po’ troppo con infinite indefinitezze; be’, allora capite come una prima wagneriana possa essere un martirio per il primo cittadino della penisola. Il vecchietto verrà fuori dal supplizio con la faccia composta e funebre di chi ha assistito con pazienza a ore di liturgie religiose a lui straniere o indifferenti, nella quale i media compiacenti vorranno leggere la pudica ma piena consapevolezza di chi ha gustato voluttuosamente tutte quante le cinquanta sfumature dell’evento. Con questo non intendo affatto stroncare Wagner, la cui musica suona al mio orecchio tanto sottile quanto monotona: un grandioso luogo comune, a volte però sublime; o dire che Napolitano sia fuggito dal “Lohengrin” per paura di una rottura di palle colossale e pericolosa per la sua salute, anche se, come ha scritto al maestro Barenboim, ricorda «ancora con emozione di aver assistito alla rappresentazione del Lohengrin la sera del 7 dicembre 1981, in un magnifico Teatro La Scala nel quale sedeva, in platea, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini», il qual vivo ricordo in effetti potrebbe indurre i maliziosi a pensar male… No, Napolitano è pienamente giustificato dal fatto che la prima – anche questo ha scritto al maestro Barenboim – «cade quest’anno in un momento cruciale, dal punto di vista degli impegni istituzionali che mi trattengono a Roma, per l’avvicinarsi delle scadenze conclusive della legislatura parlamentare e del mio mandato presidenziale.» Voglio solo dire che è non il caso di esagerare con le spiegazioni, o con le scuse, nemmeno da parte di chi vuole confutare la demenziale ipotesi di una protesta «patriottica» e «verdiana» nei confronti di una prima «tedesca». E all’uopo ci informa, come fa il Corriere della Sera con zelo straordinario, che il presidente terrebbe sulla sua scrivania il libro “Wagner in Italia». Addirittura. E adesso, poveruomo? Gli toccherà pure leggerlo?

EMILIO FEDE 04/12/2012 Chissà cosa si sarà detto l’avvocato Niccolò Ghedini quando l’intristito Emilio di questi tempi, rispondendo alle sue domande durante l’ultima udienza del “processo Ruby”, ha affermato che la più famosa delle nipoti di Mubarak, alle mille e una notte di Arcore, mentre si esibiva nella danza del ventre «faceva le bollicine masticando la gomma»… proprio come una mocciosa quindicenne! Immagino che l’avrà fatto in dialetto veneto, per non rischiare di tradirsi. Ma dal nostro punto di vista questo è niente. Anzi, la Ruby-Scheherazade-Lolita danzante bubblegum in bocca ci sembra fin qui uno dei vertici artistici della brillantissima farsa in scena a Milano. Ci disturba assai, invece, che l’inacidito Emilio di questi tempi abbia fatto di tutto per guastarlo, questo capolavoro, con delle parole tremende indirizzate alla Perla del Marocco, parole che faccio fatica a scrivere, ma che per dovere di cronaca qui riporto: «Ruby? L’ho trovata brutta, aveva un cattivo odore…», ha detto lo stordito Emilio di una bella ragazzona che «a prima vista certamente non mi sembrava minorenne».

ZUCCHERO 05/12/2012 Il paradiso comunista esiste. E’ l’Italia. Nel senso che per i comunisti il nostro è sempre stato il paese della cuccagna. Scampato ai paradisi del socialismo reale, e lungi dall’essere perseguitato da tutta la teoria di regimi corrotti e cripto-fascisti susseguitisi dalla fine della seconda guerra mondiale, il comunista è stato il figlio prediletto della nostra società, figuriamoci di quella scelta società chiamata società civile. Fin da piccolo allenato a dire con una certa protervia corbellerie colossali, opportunista per natura, malato di protagonismo, abituato a chiedere abiure senza abiurare mai, è arrivato spesso alla tarda maturità senza provare il minimo rimorso per un passato nel migliore dei casi da perfetto imbecille. In questo caso malaugurato, il peggio che verosimilmente gli potrà capitare sarà di passare per eccentrico. Il nostro Zucchero, per esempio, con Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano, ha usato il lessico degli anni formidabili: «Quando eravamo all’università e eravamo giovani e belli, vivevamo l’epica della Rivoluzione Cubana, con Fidel e con il Che, che era già un simbolo, e Camilo Cienfuegos: ammiravamo la resistenza e la dignità del popolo cubano». Ma se fossi in lui starei più attento, perché ormai anche a Cuba il socialismo reale sta per tirare le cuoia, e i compagni più svegli si stanno perciò attrezzando, facendo gli occhi dolci ai blogger più à la page della dissidenza. Vedrai, Sugar, quando il regime – che per le narici della nostra sinistra migliore già puzza di populismo berlusconoide – cadrà sarà il loro trionfo. E loro, lo sai, non perdonano.

JOVANOTTI 06/12/2012 E’ uscito in libreria “Italia loves Emilia-Il libro”, sul concerto pro-terremotati di Campovolo. La Stampa.it ne ha anticipato un brano firmato da Lorenzo, che ricorda in tutto e per tutto il birignao mezzo furbo, mezzo insulso, sempre aggiornato e ma-anchista delle sue nenie. Lui, bisogna dirlo, è un fenomeno che con spietata coerenza in un quarto di secolo di carriera non è riuscito a scrivere un motivetto accattivante che sia uno. Almeno io non ne ricordo uno. Cosa che invece mi capita per Nicola di Bari o Marcella Bella, tanto per citare artisti di classe non oltraggiosamente superiore alla sua. Ma Lorenzo non è mediocre: semplicemente non ama la musica. E’ un collezionista di suggestioni modaiole finto-acculturate che poi sparge sulla pizza sonora che lo accompagna dagli esordi: Jovanotti alle quattro stagioni, Jovanotti ai quattro formaggi, Jovanotti alla rucola, Jovanotti al salamino piccante, scegliete il trancio che più vi piace. Di conseguenza a Campovolo l’atmosfera era fantastica; le persone belle, anzi bellissime; la responsabilità grande; la soddisfazione puntualmente pazzesca; la musica un corto circuito indescrivibile, che serve ad immaginare il mondo; una grande forza costruttiva e positiva per reagire alla forza della natura; una grande forza come quella che lo ha portato a Campovolo, la solidarietà: «una parola presente anche nella nostra Costituzione, che come tutti sanno, è un documento di valore altissimo». Questo perché siamo nel 2012, e l’ingrediente «Costituzione» va per la maggiore tra i bigotti.

MARIO MONTI 08/12/2012 Considero l’astensione del Pdl sul Decreto Sviluppo e la candidatura del Berlusca due errori commessi nel momento sbagliato. Si poteva fare molto meglio. Ma ha vinto ancora una volta l’isterismo. Un anno di governo dei tecnici ha dimostrato, un passetto alla volta, ma inequivocabilmente, che il «montismo» è stato incapace di ristrutturare la politica italiana coagulando intorno a sé un partito centrista di consistente massa critica; che il Pd, com’era prevedibilissimo, ha giocato cinicamente con Monti al gatto col topo, mandando corposi avvisi attraverso il partito di lotta non appena il governo mostrava di fare qualcosa di serio, e riservandosi attraverso il partito di governo seriose assunzioni di responsabilità per tutto il resto della politica di galleggiamento finanziario; che al Pd non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di abbandonare il presidio politico della sinistra verace per consegnarsi a Monti; che nel mondo reale della politica non c’è un’alternativa alla sinistra che non sia un centrodestra imperniato sul Pdl e aperto a tutti, per quanto male se la passi la creatura berlusconiana; e che infine il «montismo» può sopravvivere solo se si innesta nel centrodestra ed accetta quindi l’esperienza storica del berlusconismo. Nei prossimi mesi questa realtà si sarebbe chiarita definitivamente agli occhi dell’elettorato «conservatore» e il «giovane» Alfano avrebbe potuto giocarsi le sue carte contro il «vecchio» Bersani. Ma ai giornaloni, ai centristi, ai danarosi futuristi italici i passi indietro del Caimano non sono mai bastati. Schiavi del verbo di sinistra, hanno sempre guardato al Pdl con disprezzo, obbedendo per debolezza intellettuale e per viltà al dogma della «destra populista e inaffidabile», e arrivando perfino a sperare nella «destra» perbene del democratico di sinistra Renzi. Per costoro un Berlusca in panchina non era sufficiente: alla destra si chiedeva la liquidazione, la damnatio memoriae del berlusconismo, l’abiura, la resa. Né Berlusconi, né il Pdl potevano accettarlo. E il filo si è rotto. La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.

E allora ricapitoliamo

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

Rifondazione immorale

La moralità di una società non si crea con le norme. Alla base di ogni società naturale c’è una solidarietà che si è sviluppata col tempo seguendo le vie della storia, che sono sempre storte, impervie, ma che tendono a fondersi, ad intrecciarsi fino a costituire una rete robusta, atta a sostenere i traffici della civiltà. Se questo sentimento sociale è sviluppato esso costituisce un freno naturale alla corruzione dei costumi perché anche chi vi è inclinato si rende conto dell’interdipendenza dei destini individuali in una società siffatta, e partecipa dell’istinto di conservazione generale. Quando viene meno, ed ognuno trova naturale pensare unicamente per sé, a surrogarlo interviene il cancro legislativo, che peggiora le cose, aumenta il senso di sfiducia, gonfia le prerogative dello stato, e divide gli uomini. Le società più immorali e corrotte sono spesso quelle più burocratizzate.

L’Italia deve fuggire quest’ansia farisaica di rifondazione morale, che è un sentimento distruttivo. E’ esso che ci condanna all’immobilismo, alla paura, alla diffidenza, ad invocare messianicamente l’intervento della legge per risolvere problemi culturali. Chi l’ha alimentato stoltamente ora comincia ad averne paura. A cinque anni di distanza dal lancio de “La Casta”, l’articolo di qualche giorno fa di De Bortoli sul Corriere della Sera suona come un‘excusatio non petita. Scrive De Bortoli:

L’antipolitica è una pratica deteriore che mina le fondamenta delle istituzioni. L’idea che una democrazia possa fare a meno dei partiti è terreno fertile per svolte autoritarie. Le inchieste di Rizzo e Stella, pubblicate dal Corriere , sui costi (scandalosi) della politica sono state lette da più parti con fastidio e disprezzo. Eppure non erano e non sono animate da un pernicioso qualunquismo, ma da una seria preoccupazione per l’immagine pubblica degli organi dello Stato e per la dignità dei rappresentanti della volontà popolare.

Invece “La Casta” fu proprio un libro pernicioso, che io, al contrario degli ingenui, mandai di cuore a quel paese senza mai aprirne una pagina perché, con la scusa dei “fatti”, troppo scoperta era la volontà di far gli occhi dolci all’antipolitica nella speranza di poterla poi controllare a proprio vantaggio. Con “La Casta” la classe soi-disant dirigente sdoganava un populismo vero, dopo anni di chiacchiere su un populismo inesistente, il berlusconismo. Lo dico a quelli che cercano il populismo nello stile dimenticando la sostanza, e specialmente a Galli della Loggia, il quale – manco per caso che ne imbrocchi una – nelle “cadute” di Berlusconi e Bossi vede la fine del ruolo centrale nella politica italiana del “Nord ideologico”, senza rendersi conto che si può dividere il paese orizzontalmente, geograficamente, ma lo si può dividere anche verticalmente, al suo interno, attraverso la lotta di classe, versione marxista di quel puritanesimo giacobino – il democraticismo settario dei “migliori” e dei fedeli alla “Costituzione” – che dai post-comunisti è stato ripreso dopo la caduta del muro. Il vero populismo e le forze della disgregazione sociale stavano per vincere dopo Mani pulite. Fu Berlusconi ad opporvisi. Fu quella di Berlusconi l’unica proposta “nazionale”. Egli imbragò il secessionismo leghista, tirò fuori dall’apartheid la destra missina, mise insieme i pezzi della destra, guardando al futuro. Non per niente chiamò il suo partito “Forza Italia”. La sinistra è ancora ferma alla “questione morale”, che è la negazione della politica, ed è populismo allo stato puro. In questo quadro anche la nascita del governo dei tecnici è stato un sostanziale cedimento all’antipolitica. Lo prova il fatto che l’unica cosa fin qui combinata dal governo Monti è la riforma delle pensioni, fatta appunto in un momento di debolezza o sospensione democratica, allorché partiti e parti sociali erano troppo deboli, e l’opinione pubblica muta, di fronte all’abbrivio rivoluzionario che accompagnava la compagine governativa. Ma i suoi grandi elettori della grande stampa “liberale”, che ora si spaventano del deserto della politica italiana, non se ne avvedono. Forse, tra cinque anni, faranno obliquamente mea culpa. Nel frattempo continueranno a vezzeggiare chi vaneggia di pulizia, pulizia, pulizia…

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